Archive for April, 2010

April 24, 2010

lingua, dialetto e corrispondenti locali

A nove mesi di distanza, ripropongo un’analisi della debolezza culturale della sinistra che credo spieghi come mai questa riesca a perdere sempre più degli altri.

Una dozzina di anni fa, mentre camminavo in un corridoio del dipartimento di Linguistica Generale dell’Università di Amsterdam, ho incontrato una collega marchigiana che faceva il dottorato a Utrecht.
Ci siamo salutati e lei mi fa: “Come va la tua ricerca sul dialetto sardo?”
Io l’ho guardata un po’ di traverso e ho risposto: “Prego? Il sardo è una lingua!”
E lei: “Ma tu sei un leghista!”
Mi sono voltato e me ne sono andato senza salutarla. Sono un buon incassatore, ma a tutto c’è un limite.
Questa collega-ovviamente di sinistra, come la maggior parte dei linguisti- pretendeva di imporre la sua verità politica (lo stato italiano non aveva ancora riconosciuto il sardo come lingua minoritaria) sulla verità scientifica (i linguisti non italiani riconoscevano da decenni lo status di lingua a se del sardo).
Io, rifiutando la sua verità politica, mi ero meritato l’anatema.
Conosco per fortuna diversi linguisti italiani che sono di sinistra e-proprio perché di sinistra-a favore della diversità linguistica.
Conosco anche altri linguisti italiani che sono a favore della diversità linguistica, per esempio, in Giappone (giuro che è vero!), ma non si sono mai resi conto che in Italia esistono tante lingue minoritarie.
A già, questi linguisti riconoscono l’esistenza di comunità che usano lingue che si parlano anche in altri stati, ma tutti gli altri idiomi che si parlano in Italia sono per loro dialetti.
Difficile capire cosa intendano per “dialetto”, visto che si guardano bene dal fornire una spiegazione per la loro definizione.
Intendono dire che i “dialetti” sono delle varianti locali dell’Italiano?
O si riferiscono allo status politico di questi idiomi? Insomma, la famosa definizione di Einar Haugen: “Una lingua è un dialetto con un esercito e una flotta”?
È immediatamente evidente che, qualsiasi definizione fornissero, si troverebbero subito con un bel problema: il veneto o il lombardo o il napoletano varianti locali dell’Italiano?
Ma siamo seri!
L’italiano è stato, fino all’avvento della televisione e della scolarizzazione di massa, una lingua praticamente sconosciuta alla stragrande maggioranza degli italiani. Questa cosa l’hanno chiarita già da decenni Tullio De Mauro e altri.
E l’altra definizione è meglio non usarla, perché così si rivelerebbe il trucco: la Lingua è soltanto il dialetto di chi ha il potere.
Allora meglio tacere!
Se si ammettesse, per esempio, che il veneto è una lingua distinta dall’italiano le conseguenze politiche e sociali sarebbero pesantissime…per i linguisti.
Insomma, addio carriera!
Anche per i linguisti italiani vale il motto: “Usi obbedir tacendo!”
In queste settimane, infatti si sente soltanto lo starnazzare dei corrispondenti locali, scatenati dalle loro testate “prestigiose” per denunciare gli “obbrobri linguistici della Lega”.
Ho visto perfino un titolo che conteneva la parola “operatuû” messa lì con l’intento di ridicolizzare l’assessore leghista che la pronuncia al telefono.
Come se questa parola normalissima avesse qualcosa di intrinsecamente ridicolo. Mentre “operatore”, ah, che bella parola!
Non ricordo come si chiamava quel linguista fascista che attribuiva la pronuncia “lasciva” del francese al loro carattere nazionale decadente.
Il titolo in questione era su Repubblica.
Evidentemente c’è chi pensa di combattere il neo-fascismo leghista con la cultura del fascimo storico: auguri!.
Ma già, Bossi ha proposto l’introduzione del “dialetto” nella scuola.
La cosa in sé è già molto interessante: Bossi infatti non parla di lingue, ma di dialetti.
Qualunque cosa voglia dire, come si vede, siamo distanti anni luce nel modo di definire le lingue locali.
E bisogna subito aggiungere che la sua proposta è bella e lodevole: finalmente i parlanti delle lingue locali vedrebbero riconosciuta la dignità del loro idioma. I bambini, soprattutto loro, non si sentirebbero rifiutati per il fatto di parlare ANCHE un’altra lingua. Se poi non la conoscono ancora, si arricchirebbero imparandola e imparando anche quegli elementi culturali che la lingua locale trasmette. Non c’è certo bisogno di spiegare quanto sia importante conoscere e capire la realtà in cui si vive.
Tra l’altro, è ormai praticamente certo che il bilinguismo-indipendentemente dallo status politico delle due lingue-comporta dei chiari vantaggi cognitivi (cercate su questo sito: http://www.bilingualism-matters.org.uk/. Esiste da qualche parte anche la traduzione in italiano).
Queste cose in Sardegna si fanno già, ma purtroppo ancora in troppe poche scuole.
Come avrete notato, la Sardegna è comunque ancora lì. Non si è allontanata di un centimetro dall’Italia e non si è neppure avvicinata all’Africa.
Se poi proprio volete avere la certezza della “correttezza politica” di queste iniziative in Sardegna, so per certo che in alcune scuole sono insegnanti che votano PD a portarle avanti: insegnanti che vedono gli indipendentisti come il fumo negli occhi.
Sono soltanto insegnanti veramente democratici che hanno capito, tra l’altro, che conoscere il sardo serve anche a migliorare la competenza dell’italiano, perché così i bambini prendono coscienza del fatto che certe strutture dell’Italiano Regionale appartengono in effetti al sardo e vanno evitate nell’italiano standard.
Di quello che si sta cercando di fare in Sardegna non si parla: bisognerebbe ammettere che esistono le lingue minoritarie!
Ma quando parla Bossi-cribbio!-bisogna reagire!
Da un lato è comprensibile-quanto idiota-che si condanni qualsiasi cosa faccia Bossi:“Se mai Bossi dovesse aiutare una vecchietta ad attraversare la strada, noi denunceremo il fatto!”
Dall’altro, però, quello che sta venendo su in queste settimane è l’eterna fobia antidialettale dell’Italiano acculturato: “La fobia antidialettale attechì ben presto nelle nostre scuole, nella
mentalità del ceto insegnante, nell’atteggiamento generale verso la lingua di tutte le autorità dello stato. Era in fondo un’ideologia del potere: una forma, la più immediata e violenta. [...] Vedremo nelle prossime pagine che l’odio per il dialetto, vissuto con assoluta ignoranza e isterico autoritarismo dai pubblici poteri, durerà e si approfondirà nel corso del nostro secolo. Arriverà fino a noi, alle nostre scuole, all’esperienza di ciascuno di noi. Tutt’oggi esso non è stato interamente sconfitto” (Stefano Gensini (1982) Elementi di storia linguistica italiana, Minerva Italica, Bergamo).
È triste constatare che i neo-fascisti della Lega portano avanti quelle proposte culturalmente democratiche che dovrebbero essere patrimonio naturale della sinistra, mentre la sinistra, anziché vergognarsi dei suoi ritardi, ci propone il nucleo centrale della cultura fascista: il nazionalismo linguistico.
Una lingua, una nazione, uno stato!
Il monolinguismo come valore: “Sapere di meno è meglio che sapere di più!”
L’ignorance au pouvoir!
Ne abbiamo fatta di strada: oggi basta uno zoticone come Bossi a metterci in crisi.
Questo succede quando la cultura della lingua la si lascia gestire ai corrispondenti locali.
Povero Gramsci, il tuo erede linguistico è Bossi: “Franco in che lingua parla? Spero che lo lascerete parlare in sardo e non gli darete dei dispiaceri a questo proposito. [...] Intanto il sardo non è un dialetto, ma una lingua a sé, quantunque non abbia una grande letteratura, ed è bene che i bambini imparino più lingue, se è possibile. Poi l’italiano che voi gli insegnerete sarà una lingua povera, monca, fatta solo di quelle frasi e parole delle vostre conversazioni con lui, puramente infantile; egli non avrà contatto con l’ambiente circostante e finirà con l’apprendere due gerghi e nessuna lingua: un gergo italiano per la conversazione ufficiale con voi e un gergo sardo, appreso a pezzi e a bocconi per parlare con gli altri bambini e con la gente che incontra per la strada e in piazza” (lettera a Teresina del 27 marzo 1927).
April 23, 2010

Onnis e la letteratura nazionale

Omar Onnis ha scritto una delle cose più interessanti che abbia mai letto sulla questione dell’identità sarda:

http://www.coronadelogu.com/2010/04/19/la-letteratura-sarda-come-letteratura-nazionale/

Finalmente un’approccio razionale a una questione che in effetti non è nient’altro che un’insieme di sentimenti-a volte nobili e a volte no-e in quanto tali, molto difficili da esprimere in modo condivisibile da altri.

L’intervento di Onnis, si può riassumere nella frase seguente: “In definitiva, tornando al tema principale, l’esistenza di un bilinguismo, sia pure imperfetto, non contraddice affatto la natura prettamente nazionale della letteratura sarda. Tutt’altro. Sollecita caso mai altre considerazioni e attiene ad un discorso diverso, ulteriore e tutto interno al suo ambito.”

Da linguista, ovviamente, non posso essere d’accordo con Onnis.

Non è tanto la conclusione che non mi trova d’accordo, quanto il modo stesso di impostare la questione: letteratura nazionale? Benissimo, ma cosa sarebbe mai la “nazione”?

Rimando a quello che ho scritto in un’altra occasione:

http://bolognesu.wordpress.com/cosas-de-curtura-sarda/nazione/

Alla fine della discussione su Facebook sulla mia nota di allora, mi sono ritrovato d’accordo con la definizione di ZF Pintore: Semus natzione. Bastante de nde tènnere gana e cussèntzia.

In effetti questa definizione metafisica di ZF coincide con quella che Marx ha-involontariamente-dato della classe operaia: la nazione come luogo della mente, cioè, la nazione come entità politica e culturale e non come entità naturale. Questa definizione che condivido, va però integrata dalla seguente annotazione che ha fatto Alessandro Mongili: “Su problema no est su de si sentire Sardu/a pro un’indivìduu, ma sù de si sentire Sardos che unu pòpulu intreu. Creo ca su pòpulu sardu esistit craramente in sa cossèntzia de sa magioridade de sa gente sarda, e prus ancora in sos ogros chi nos abaidant de in foras. Sù chi ancora no esistit in sa mirada agena e in sa cossèntzia nostra, est sa Natzione sarda. Pro mene est una chistione de autocossèntzia ebia. Su de èssere Sardos corrispondet e at corrispostu a a su mancu duamigia maneras diversas de lu èssere in logos e tempos diversos.”

Semus NATZIONE si lu cherimus impari.

Ma allora la questione di quale lingua usare nella letteratura “nazionale” sarda diventa anche questa una questione de nde tènnere gana e cussèntzia.

In Sardegna, come in qualunque altra terra, lingua e nazione (come appena definita o anche secondo qualsiasi altra definizione) non coincidono. Lasciando provvisoriamente da una parte la questione fondamentale delle altre lingue presenti in Sardegna, sappiamo che una minoranza dei Sardi conosce soltanto l´italiano e moltissimi Sardi (la maggioranza?) non è abituata a leggere il sardo.

Tutto questo, come ricorda Onnis, è frutto della situazione di diglossia esistente in Sardegna.

Per affrontare la questione della lingua nella letteratura “nazionale” puo servire allora il modello della situazione linguistica in Sardegna che ho proposto diverse volte.

Sardu             Sardo italianizzato          IRS                Italiano

In Sardegna-cioè nella mente dei Sardi-esiste un continuum che va dal sardo (locale) all’italiano letterario e che costituisce il repertorio linguistico dal quale uno scrittore sardo può attingere.

Secondo Onnis, l’uso di tutto il repertorio porterebbe alla produzione di “letteratura nazionale” sarda.

E se fosse vero che la nazione è un’entità naturale, Onnis avrebbe anche  ragione.

Ma la nazione-come l’identità-è un costrutto (labai ca seu citendi a Prof. Paulis!) e allora se vogliamo definire la letteratura nazionale dei Sardi possiamo e dobbiamo tracciare un confine arbitrario-cioè cosciente e quindi politico-tra ciò che ne fa parte e ciò che ne resta fuori.

Ovviamente, visto che sappiamo tutti come la penso, lascio agli altri la parola e chiudo con un aneddoto (mi praxent tropu!).

Una borta Cheratzu m’at tzerriadu ca bolíat una definitzione non-negativa de “literadura sarda”.

Bolíat una definitzione linguistica pro poder ponner impari trabballos in sardu, in gaddureseu e in tataresu, ma chentza de narrer ca fit trabballu chi non fit scritu in italianu.

Dd’apo nadu: “Non faxet!”.

Sa kistione de sa literadura natzionale non est kistione literaria-ita spantu!-est kistione politica.

April 20, 2010

Campadania

Canis Sardus
Canis Sardus

ma est iscritu in campidanesu (chi non esistit!) cheret in LSC chi est sa LIMBA chi DEUS at chèrfidu!
LSC LSC uber alles, uberl alles in der Welt!
11 ore fa
Anna Maria Mocci

Anna Maria Mocci

was?was denkst du?itta esti LSC?nara la ca deu seu campidanese e su campidanu mi paridi ca esistidi o no?
11 ore fa
Canis Sardus

Canis Sardus

No no! su campidanesu non esistit! Su logudoresu est su sardu berdaderu! :) ))

p.s
la chi seu brullendi! seu pighendi po culu is nazi-logudoresus chi nant custas callonadas… ;)

10 ore fa
April 19, 2010

Una critica!!

Nostra Sennora de su Palu BirdI at fatu sa gratzia a mei puru!

Labai, una critica!

E fait arriri puru!!!!

Giaime Sulas Says:
April 18, 2010 at 1:31 pm

Una bidda callisisia de su Campidanu, su 20 de cabudanni de su 2014, una classi elementari callisisiada, primu lezioni de sadru (sa “grafia sarda comuna” est intrada de manera offiziali in sa scolla).
M.= su maistu
P.= unu callisisia de is pippius de sa classi

M. – Salludi, pippius, oi inghizzaus a bì cumenti si scri’ su sadru. Po fai sa cosa facili facili eus a inghizzai de i numurus. Castiai sa lavagna e scriei:
UNU DUOS TRES BATOR CHIMBE SES SETE OTO NOE DEXE
Tocca, Antoni, beni a innoi e liggi a boxi atta:
P. – Unu, duos…
M. – Abetta, Antoni; pippius, si nau sa primu arregula de scridura: depeisi scì ca in su cabebasciu de Sardìnnia sa O de acabbu si liggid U e sa E si liggid I, e in prus in sa pronuncia de i fueddus chi acabbant a consonanti, si deppid acciungi una vocali chi tenid unu nomini strambu chi est aguali a s’uttima chi esti scritta, duncas DUOS si nara dusu. Sighi a liggi, Antoni.
P. – Unu, dusu, trisi…
M. – No, no, Antoni, TRES si liggi tresi.
P. – Ma no ia nau ca sa E de acabbu si liggid I?
M. – Eja, ma custa est un’eccezioni.
P. – Insaras si deppi liggi trese, ca s’uttima vocali est aguali a s’uttima scritta.
M. – Eia, ma custa est un’attra eccezioni…
P. – Ah! Insaras tresi, batturu…
M. – No, no, Antoni, in custu fueddu sa B de inghizzu si liggi cu-, poi’ cumprendi, est un’eccezioni.
P. – Ah, insaras iadessi cuatturu?
M. – Est aicettottu. Sighi a liggi.
P. – Cuatturu, chimbi…
M. – Abetta, Antoni, innoi nci ad un’attra arregula de pronuncia: CHI e CHE in cabebasciu si ligginti ci e ce.
P. – Insaras è cimbi.
M. – No, no, in custu fueddu nci ad un’attra eccezioni: in cabebasciu MB si liggidi NCU.
P. – Duncas è cincui.
M. – A nai sa beridadi iadessi cincu.
P. – E sa E de acabbu?
M. – In custu fueddu no si liggidi, poi’ cumprendi, est un’eccezioni. Tocca, sighi a liggi.
P. – Cincu, sisi…
M. – No, no, Antoni, est sesi. Est un’attra eccezioni cumenti a tresi ettottu.
P. – Insaras sesi, setti, ottu, noi, dexi.
M. – Bravu, Antoni, est aici. Immou s’ammostu unuscantu attru fueddus po cumprendi beni is arregulas e is eccezionis. Scriei ABBA, EBBA, SÀMBENE, AMBIDDA, ÀBBILA. Prova a liggi, Antoni.
P. – Abba…
M. No, no, in custu fueddu puru, che in BATOR, ma in cabebasciu scetti, sa B si liggidi cu.
P. – Acua, ecua…
M. – No, no, custa est un’eccezioni de s’eccezioni. In custu fueddu B si liggidi gu. Duncas?
P. – Insaras iadessi egua!
M. – Bravu, Antoni, bieus chi arrannescis a liggi i dus fueddus avattu.
P. – Sancueni e ancuidda!
M. – No, no, custus puru faint eccezioni, sa B si liggidi gu.
P. – Sangueni e anguidda.
M. – A nai sa beridadi est sanguni o sanguini. Sa E apustis de sa B si liggid I cussa puru, o faid a no dda liggi puru, poi’ cumprendi, est un’eccezioni. E s’uttimu fueddu?
P. – Acuila!
M. – No, mi dispraxidi, ma innoi nci à duas eccezionis. Sa B si liggidi ch chena sa u, e sa A de acabbu si liggid I: achili. Immou si fazzu bì un’attra arregula de pronuncia de su sadru, ma in cabebasciu scetti: è s’infiniu de i verbus; scriei: CANTARE, FAXER, PARTIRE. Prova a ddus liggi, Antoni.
P. – Cantari…
M. – No, s’arregula nara ca in s’infiniu de i verbus sa R scritta no si liggidi.
P. – Insaras è cantai. Appustis è faxi e partii.
M. – No, in su verbu FAXER nci ad un’eccezioni, sa X no si liggidi. E in sa de tres coniugazionis ci à s’eccezioni de s’eccezioni: sa R si liggid in cabebasciu puru. Insaras Antoni?
P. – Fai e partiri.
M. – Bravu, est aicettottu. Ita si parri, pippius, è facili meda a liggi su sadru, annò? Torra a su BAMBU tù, Antoni; ah no, custu no faid eccezioni, è BANGU, si liggi cumenti si scrid in cabebasciu puru…
P. – O su maistu, ma chini ddas à fattas custas arregulas de scridura? Ma seus sagurus chi fessi sadru?
M. – A nai sa beridadi mi parri chi fessid unu grandu studiau de Bologna.

April 18, 2010

ma non est ca mi timides?

Boh? Custa borta puru nudda cummentos.
Epuru apo provocadu e ne-mancu pagu. E non apo strataladu a nemos…

April 17, 2010

Limba e Madonnas

Castiende custu video de Bentzon mi nde so regordadu de una protzessione innue ddoe fia deo puru.

Tando tenía 5 annos e sa protzessione fit cussa de Nostra Sennora de su Palu Birde (Valverde), sa Madonna de su bixinadu miu (Col di Lana). Candu semus arribbados a s’artária de domo mia, apo bidu a su bixinu de susu, strantaxu in sa porta de domu sua e a tzerrios mannos: “Madonna mia aiutami tu!”

E pranghíat che unu pipíu e pesaíat is bratzos a su chelu:

“Madonna mia, aiutami tu!”

Fit Pascali, su pintore pulliesu chi biviat in sa primu domo de sa palatzina popolare, ma a pranu de susu e po artziare a domo sua ddoe fit una scala a sa parte de sa ruga.

E issu fit in susu de custa scala e pranghíat e tzerriaíat e murigaíat s’aire cun is  bratzos.

Ascurtende is contos de is mannos bellu a bellu aía cumprendidu proita cuddu omine aíat fatu totu cussu avolotu cun sa mamma de Deus.

Sa mugere dd’aíat denuntziadu a is carabbineris, ca issu dd’aíat donada una surra de corpos.

E issu dd’aíat donada una surra, ca dd’aíat scaddada cun su fanceddu.

Fit furriadu a domo innanti de s’ora e iat provadu a aberrer sa porta, ma sa figia fit aguantende-dda e non ddu lassaíat intrare e tzerriaíat a abetare. A sa fine sa figia dd’aíat lassadu e issu aíat intendidu a unu aberrende s’atera porta de coxina. Si fit furriadu e aíat bidu a un’omine currende in sa scala facci a basciu e dd’aíat connotu: fit Gesú Cristu!

Gesú Cristu fit perduláriu e bagasseri e non apu mai comprendidu ita at fatu pro si badangiare cussu ditzu.

Binti annus a pustis, in Iglesias, su contu ddu contaíant ancora: “E est andadu acché is carabbineris e at nadu: ‘Marescia’, mia moglie era con Gesú Cristo’ e su maresciallu dd’at respustu: ‘Ih, beato lei!’

Non mi nde regordu comente dd’ant presentada sa cosa-si sa Madonna de su Palu Birde dd’at fatu sa gratzia o no-ma fatu stait ca issa at perdonadu a issu e issu a issa e nd’ant torradu a bogare sa denuntzia totu de is duos.

A pustis de una pariga de annos sunt emigrados issos puru a Torinu, che a medas in cussos annos.

Is prus giovunos s’ant a domandare: “Ma comente? Issu at denuntziadu a issa?”

Ellus ca no?

L’art. 559 del Codice Penale del 1930 stabiliva che:

« La moglie adultera è punita con la reclusione fino a un anno. Con la stessa pena è punito il correo dell’adultera. La pena è della reclusione fino a due anni nel caso di relazione adulterina. Il delitto è punibile a querela del marito. »

Funt passados ateros 10 annos pro nde bogare custa birgongia dae su coditze penale, e a sa mugere ddi fit andada bene puru ca issu non dd’aíat morta: fintzas a su 1981, si unu ochíat a sa mugere pro motivos de onore, si faxíat 6 annos de galera e fit a postu.

In Sardinnia, custu sutzedíat pagu e nudda, ma Pascali fit pulliesu.

Insomma, cussa fit sa Sardinnia candu deo fia piciocheddu piticu. E deo so pesadu in Iglesias!

In un’ateru arrogu de su film de Bentzon si bident su predi, su maresciallu e su sonadore de launeddas in sa protzessione: is bardias de su connotu.

Mi potzo figurare ca gente meda de sa generatzione mia-o prus betzos- est traumatizada dae cussa triade e ca est pro custu ca arrefudant sa limba nostra.

So faeddende de cussos  intelletuales de manca arrabiados contras a su sardu: non fut unu mundu bellu meda sa Sardinnia innue ddos ant pesados. Ghetant a pari limba e betzumene.

E si pensas ca is prus arrabiados sunt feminas e ex-seminaristas-dd’ischimus totu immoe!-tocat a ddos cumpadesser puru.

April 15, 2010

fonologia e politica

In s’ateru post apo fueddadu de “formas sutastantes”. Ita funt ? Podides castiare in wikipedia (inglesu) http://en.wikipedia.org/wiki/Underlying_representation o podides castiare in s’articulu miu de su 1999 “Per un approccio sincronico…”: (http://www.sardegnadigitallibrary.it/index.php?xsl=626&s=17&v=9&c=4463&id=296933: pag 27).

Ma faxet puru a acrarare ita funt custas cosas cun una pariga de esempros simples.

S’idea est cussa ca in conca nostra tenemus unu lessicu,  innue funt allogados is fueddos. Is fueddos funt representados in su lessicu in sa forma sutastante issoro: tando, non comente ddos pronunciamus, ma in sa forma astrata chi est s’input de is regulas de pronuncia. Si pigamus su fueddu ”pudda”, pro narrer, e ddi ponimus innantis s’articulu “sa”, sa pronuncia de cussa P astrata non est prus [p] ma [β]:  sa βudda (pro sa “lenitzione”).

Unu iat ancora a poder narrer ca in su lessicu tenimus duas formas pro su fueddu ”pudda” (“[p]udda” e “[β]udda”, ma custu non iat a spiegare proita custa lenitzione sutzedit cun totu is fueddos chi incumintzant cun sa P e fintzas cun totu is fueddos chi incumintzant cun is ateras cunsonantes surdas (T, K (= C), F, S: is cunsonantes surdas si furriant a sonoras e is plosivas a fricativas.

Sa solutzione prus simple pro custu probblema est a partire dae s’idea ca in su lessicu ddoe at una forma sceti de su fueddu (sa forma sutastante) e ca a custa forma aplicamus is regulas de pronuncia chi portant a is “formas superfitziales” diferentes. S’esempru prus craru chi connosco pro dimostrare ca is cosas funt de aici benit de is nomenes de persona “truncados”. Provade bosateros e totu a tzerriare a Antiogu (calincunu Antiogu ddu connoschimus totu !) :

Antio’

Sa O finale de su nomene truncadu bessit serrada: [o]. Custu fenomenu si narat ”metafonia” e sutzedit sceti cando una vocale media (E e O) est sighida dae una vocale arta (I e U): “bellu”, ma “bElla”, cun sa E aberta : “bonu”, ma “bOna” cun sa O aberta.

Comente mai, insaras, sa O finale de “Antio’” bessit serrada? Proita ca sa forma sutastante de su fueddu truncadu cuntenit una U chi sighit sa O. Mancai sa U non dda prontziamus, sighit a nde faxer pesare sa O a [o] serrada. Sa cunfirma benit dae sa forma truncada de “Antioga”:

AntiO’

Innoxe podimus bier ca sa metafonesi non sutzedit: sa forma sutastante de “AntiO’” non cuntenit sa vocale arta. Immoe, si andamus a castiare totu is fueddos chi in “campidanesu” acabbant cun una I o una U, ma cuntenent puru una vocale media aberta, bidimus puru ca in cabesusesu custos faeddos acabbant cun una E o una O :

bEni –> bEnE vs. beni! (imperativu)

dOmu –> dOmO vs. ortu 

cOru –>  cOro vs. moru 

bOllu –> bOgiO vs.  ollu –> ogiu

bEcius –> bEtzOs vs. beciu –> betzu

Sa domanda est torra: comente mai sa metafonia non sutzedit?

Sa respusta podet esser sceti sa propriu chi amus donadu pro “Antio’”: in sa forma sutastante de is fueddos ”campdanesos” vocale arta non ddoe nd’at!

E proita, tando, cumparent sa I a su postu de sa E e sa U a su postu de sa O?

Est una regula de pronuntzia de is bariedades medidionales chi ddfurriat in sa forma superfitziale is cunsonantes medias a artas  e custa regula dd’aplicamus puru a is prestitos dae s’italianu:

badante –> badanti

Ita depes imparare insaras pro pronunciare custu testu, pro narrer, a sa manera de Iglesias?

Nudda: ti nde depes sceti regordare ca custu est sardu e non italianu e duncas innoxe balent regulas de pronuntzia diferentes dae cuddas de sa limba de sos colonizadores. Is regulas funt cussas de sa bariedade tua de su sardu e tue las connosches, ca funt parte de sa cumpetentzia linguistica tua de fueddante de su sardu.

In Silicua, duos annos a oe, unu grupu de maistros de scola, a pustis de una die de cursu, fint bonos a pronuntziare unu testu in LSC (ne-mancu emendada, che custa innoxe) in silicuaxu.

Ma insaras innue est sa politica innoxe?

Sa politica-e politica mala-dda faxent cussos chi ischint custas cosas dae medas annos (sa prus parte est pubblicada incumentzende dae su 1999) e faxent finta de non nde ischire nudda.

April 13, 2010

Informare è fare politica? Il caso delle vocali finali

Tutti conosciamo la seguente famosa illusione ottica.

È un vaso o sono due visi visti di profilo?

Nessuna delle due cose ovviamente-sono solo delle macchie di colore!-ma possiamo percepirle entrambe se scegliamo di farlo. La cosa più interessante, però, è che non possiamo scegliere di “vedere” entrambe le immagini contemporaneamente. Bisogna scegliere, alternativamente, per l’una o per l’altra.

Il percepire l’una cosa o l’altra è il risultato di un atto di volontà.

E adesso guardate la riga seguente.

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OOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOO

Cosa vi colpisce di più: il fatto che le lettere siano tutte delle O maiuscole, o il fatto che 3 delle O siano rosse?

Non sono uno psicologo e di psicologia so molto poco, ma scommetto che la cosa che si percepisce di più è il colore di quell e 3  O rosse.

Oppure che, come nel caso precedente, dobbiate scegliere ora per l’una, ora per l’altra percezione.

Per esperienza, sono portato a credere che il nostro cervello sia fatto per percepire meglio le differenze che non le similitudini. Pensate per esempio a quando si spegne il quadrante del telefonino che avete messo a fianco di quello che state leggendo. Quel cambiamento viene percepito immediatamente-con la coda dell’occhio-anche se in effetti non si tratta di nientaltro che della scomparsa di uno stimolo visivo che fino a quel momento non notavate nemmeno.

Si tratta di un cambiamento, e questo viene subito percepito, mentre la presenza dello stimolo al quale siamo abituati viene tranquillamente ignorata.

Adesso-tanto sempre di quello parlo!-passiamo alla lingua sarda e alle sue varianti e, per collegare i due temi, cito di nuovo una cosa che ha scritto Maurizio Virdis nel suo commento a un mio post: Perou is protòtipus abarrant cravaus in sa concas de is “parlanti”.”

Su questo argomento, dato che le implicazioni di questa frase sono talmente tante, sto scrivendo un libro. Qui mi limito a fare un breve elenco di alcune cose che vanno affrontate per rispondere adeguatamente all’obiezione di Virdis: (i) quanti e quali parlanti hanno in testa questi “prototipi”?; (ii) come ci sono finiti questi “prototipi” nella loro testa? (iii) quanto corrispondono alla realtà linguistica questi “prototipi”?; (iv) ammesso che esistano, dobbiamo limitarci a constatarne l’esistenza o possiamo/dobbiamo informare i parlanti del sardo sulla realtà “extrapsicologica” di questi “prototipi”?

È chiaro che scegliere in informare il pubblico di profani è una scelta politica.

Ma è altrettanto chiaro che la scelta di non informarli è almeno altrettanto politica.

Ora, dato che questo è un post in un blog e non un libro, bisogna restringere le cose da trattare.

Parliamo allora soltanto della pronuncia della E finale nel cosiddetto “campidanese” e nel cosiddetto “logudorese”. Penso che tutti siamo d’accordo che questo è uno dei fenomeni considerati cruciali per distinguere le due varietà in cui il sardo sarebbe diviso.

Dai miei dati risulta che il 18% delle parole del campione utilizzato contiene una E finale, pronunciata come [i] nei dialetti meridionali: e questo spiega come la mia analisi quantitativa e basata sulla selezione randomizzata dei dati rifletta anche bene la percezione dei diversi fenomeni da parte di parlanti di altri dialetti. Maggiore è la frequenza di un dato fenomeno, maggiore anche risulta la sua incidenza psicologica nel distinguere due varietà.

Secondo alcuni la differenza tra le pronunce  “melOne” e “melOni” sarebbe maggiore di quella tra “melOni” e  “maβÕi”, per via della [i] finale.

Non ripropongo qui tutti gli argomenti che ho indicato già oltre 12 anni fa, per cui se nei dialetti meridionali la E finale di una parola si pronuncia [i], essa in effetti è ancora una E a un livello più astratto (http://www.sardegnadigitallibrary.it/index.php?xsl=626&s=17&v=9&c=4463&id=296933: pag 27), e scriverla come E agevola la pronuncia di parole come “mele” (anziché “mèli”), evitando quindi la metafonesi (che darebbe “méli”).

In questo post mi voglio limitare a mostrare quanto sia piccola la differenza tra la pronuncia di una [e] e quella di una [i].

Date un’occhiata all’illustrazione seguente:

Questa è la rapprentazione del cosiddetto “triangolo vocalico”. La O “aperta”, qui è rappresentata da quella specie di timone, al di sotto della O “chiusa”.

Come si può apprezzare anche visivamente, la distanza tra la [i] e la [e] è analoga a quella che esiste tra la [E] aperta e la [e] chiusa. In italiano standard, la [i], la [e] e la [E] costituiscono fonemi diversi, mentre in sardo questo non sempre è il caso.

In sardo-e nell’italiano di Sardegna-la presenza della [E] o della [e] dipende dalla qualità della vocale che segue: le [e] precede sempre una vocale alta, mentre la [E] compare in tutti gli altri casi. E nei dialetti meridionali la E finale viene pronunciata come [i], ma continua a funzionare come se fosse una [E]: se non capite, pazienza, il fonologo sono io!

Nel loro italiano, i Sardi ignorano tranquillamente una differenza tra vocali che in italiano standard distingue parole diverse, strafottendosene delle convenzioni grafiche dell’italiano. Eppure la differenza tra la [E] aperta e la [e] chiusa è almeno altrettando grande che quella tra la [e] e la [i].

Il passaggio dalla [E] alla [e] e alla [i] comporta semplicemente un maggiore innalzamento della lingua e un minore allargamento delle labbra: mettetevi davanti allo specchio e provate!

Nel caso della pronuncia, quindi, abbiamo a che fare con un sistema di produzione “analogico” e non “digitale”: rimando i più ambiziosi tra i lettori al libro profetico di Marshall McLuhan “Understanding Media”, dove esattamente lo stesso concetto di “analogico”, rispetto rappresentazione psicologica delle parole, viene definito come “guthemberghiano”, cioè prodotto dal fatto che la stampa con le sue lettere separate crea l’illusione che i suoni siano anche essi entità perfettamente distinte le une dalle altre, ed era il 1964!

Il sistema di percezione della pronuncia è, se possibile, ancora più “analogico” di quello di produzione. È accertato che, in una conversazione normale, circa un terzo di quello che viene effettivamente enunciato, viene anche percepito correttamente: il resto viene ricostruito in base alle aspettative di chi ascolta: insomma, quiello che diciamo è meno importante di quello che l’altro crede di sentire!

Ora, visto che, chi propone una qualche unificazione della lingua sarda, propone anche di lasciare la pronuncia delle E finali completamente libera, diventa interessante sapere quale sia la pronuncia effettiva delle I e E nel sardo del villaggio campidanese di S.Sperate.

Purtroppo non sono ancora riuscito a ricopiare l’immagine in questione, e quindi vi devo rimandare di nuovo al libro già citato (http://www.sardegnadigitallibrary.it/index.php?xsl=626&s=17&v=9&c=4463&id=296933).

A pag. 153 potete trovare il “triangolo vocalico” del sardo di S. Sperate, come accertato strumentalmente nella ricerca fonetica di laboratorio effettuata nel 1997 da Maria Giuseppa Cossu, per fini completamente estranei alla standardizzazione del sardo.

Come potete vedere le “formanti” (le diverse frequenze sonore) che indentificano le vocali si sovrappongono: insomma, tra la [i] e la [e] non c’è un confine netto; e nemmeno tra la [e] e la [E].

E la situazione per le pronunce di U e O è ancora più confusa: la zona in cui le vocale posteriori ([u], [o] e [O] si sovrappongono è ancora più estesa.

Insomma, nella realtà, la pronuncia delle vocali è approssimativa, ma nel contesto di quella parola, chi ascolta percepisce-quasi sempre-quello che il parlante intendeva pronunciare.

Per quanto riguarda le vocali finali vere e proprie, poi, a pagina 157, possiamo vedere che nel campidanese di S.Sperate la situazione è veramente fluida: la corrispondenza stretta tra fonemi e grafemi esiste solo nella fantasia di alcune persone. Chiunque abbia mai effettuato degli studi strumentali sulla parlata spontanea sa che in nessuna lingua la gente parla come scrive.

Insomma, chi propone di rappresentare nella grafia la pronuncia reale del sardo meridionale o non sa di cosa sta parlando o …  fate voi: già siete bambini grandi, già.

Per concludere e per tornare alle “illusioni ottiche” con cui ho cominciato: dalle mie misurazioni risulta che un qualsiasi dialetto sardo mostra una distanza del 20% dalla media di tutti gli altri dialetti. Ma la cosa che ci colpisce non è il fatto che l’80% delle strutture linguistiche di questi dialetti sia uguale.

In parte questo è il risultato di come funziona il nostro cervello. E in parte è il risultato del fatto che vi siete  informati poco e male.

Io adesso vi ho fornito delle informazioni e ho fatto politica: traete le vostre conclusioni.

April 12, 2010

Contributo alla discussione nel sito iRS

Biu ca Maurice non ndi tenit gana de sighiri a discuti, sigu deu e torru a pubblicai una nota chi emu postu in FB, fendi sa sintesi de sa discussioni in su situ de s’iRS.

Come ha detto una volta il grande timoniere Mao Zen Dong: “tutto va bene: la confusione regna sotto il cielo!”

Questa per me è l’ennesima discussione sulla questione dell’unificazione della lingua e mi permetto di constatare che tutto va come previsto: un gran casino che, se le cose dovessero andare come le altre volte, farà aumentare esponenzialmente la coscienza linguistica dei partecipanti e di moltissima altra gente.
So per certo che il dibattito è seguito anche da esterni.
Le novità, questa volta, sono costituite dal livello molto alto della discussione-anche grazie all’esplosione del sardo su Internet, che permette di accedere a una mole molto più grande di informazioni-e il fatto non sorprendente che i rapporti di forza tra favorevoli e contrari in questa sede si sono ribaltati, rispetto ad altre discussioni.
Le costanti sono, appunto, quelle di sempre:
Esistono due posizioni politiche, ma solo la prima (“vogliamo una qualche unificazione del sardo”) viene apertamente dichiarata come tale.
L’altra posizione (“non vogliamo alcun tipo di unificazione del sardo”) viene invece contrabbandata come un dato di fatto (“il sardo è diviso in due varietà”) che, per qualche misteriosa ragione, non potrebbe essere superato pena, cito uno dei partecipanti anti-unificazione, la fine del mondo o quasi: “Se lei non vede politicamente gli effetti che avrà la sua scienza, ma si preoccupa di accertarsi che la sua tecnica funziona, è come colui che mentre assembla la bomba atomica non si pone il problema di chi e come la userà.”
Anche queste esagerazioni sono una costante del dibattito.
Un’altra è costituita dalla condannna per vizi formali del sottoscritto.
Come se non ci fossero archiviati tutti gli interventi e non si potessero ricostruire cause e conseguenze di certe reazioni: i forum su Internet non sono come la televisione, in cui tutto dura al massino una sera.
Un’altra costante ancora è costituita dal fatto che i fautori della tutela del “campidanese”-tanto sempre di quello si tratta-si guardano bene dall’esprimersi nella lingua che dicono di voler tutelare.
Ora, quando è che una lingua muore? Quando nessuno più la parla!
E qual’è la prima cosa da fare se vogliamo salvare una lingua? Usarla nel parlato e nello scritto in qualsiasi occasione possibile!
Perché non lo fanno?
Strettamente collegata, ma non necessariamente coincidente, è l’altra costante: i difensori a oltranza del “campidanese” entrano in azione soltanto-ma davvero soltanto allora-quando questo “viene minacciato” dal progetto di unificazione del sardo.
L’esempio più eclatante viene dal Presidente della Provincia di Cagliari, Graziano Milia, che ha lasciato inutilizzati qualcosa come 450.000 Euro ricevuti dallo stato in ottemperanza alla legge 482/99, che sono stati restituiti allo stato, mentre il Presidente ha trovato il tempo e l’energia per scrivere l’introduzione a un pamphlet anti LSC.
Perché non ha utilizzato quel mucchio di soldi per il “campidanese”, magari in aperta polemica con la LSC? Finanziando, per esempio, corsi di “campidanese” per funzionari e insegnanti, che ne so?
Perché?
Quando c’è da tutelare tutto il sardo (“campidanese” compreso) dall’invadenza dell’italiano o dalle prevaricazioni dello stato e dei suoi adoratori, il loro amore sviscerato per la loro identità linguistica esclusivamente locale e/o per la ricchezza linguistica della Sardegna improvvisamente si attenua.
Come in questi giorni in cui si è appreso che il sardo è stato escluso dal governo dal “Terzo rapporto dell’Italia sull’attuazione della Convenzione quadro per la protezione delle minoranze nazionali”.
Perché nutrono per il “campidanese” un amore “a cucù”?
Solo i diretti interessati possono rispondere a queste domande.
Io mi limito a constatare il loro comportamento e a stupirmi.
Due posizioni politiche, dunque, ma la seconda viene presentata come un dato di fatto.
Ammettiamo che sia vero che il sardo è diviso in due varietà: questo impedirebbe una qualche unificazione della limba?
No, perché mai dovrebbe?
Viviamo in un epoca in cui una massa enorme di “dati di fatto” vengono in continuazione superati dal progresso tecnologico e/o sociale. Perché quello no?
Le obiezioni da fare-e anche queste sono state fatte-sono: quali sono i vantaggi e gli svantaggi di questa innovazione?
Quali sono e quanto sono alti i prezzi da pagare e chi dovrebbe pagarli?
In che modo e fino a che punto si pù realizzare l’unificazione del sardo, così da ottenere il massimo dei consensi?
Come si può vedere, le obiezioni strettamente -e sanamente- politiche comportano immediatamente delle risposte tecniche.
E i politici di tre diverse-molto diverse!-amministrazioni regionali hanno ingaggiato delle commissioni di tecnici perché rispondessero a queste domande.
A questo punto, però, bisogna aggiungere che l’amministrazione Soru non ha puntato a raggiungere uno standard che valesse per tutti i Sardi ma, più modestamente, a una forma centrale del sardo che fosse rappresentativa della Regione, in quanto entità amministrativa e rappresentativa di tutti i Sardi, nei documenti “in uscita”. Infatti, l’uso della LSC non è richiesto per coloro che alla RAS si rivolgono (“i documenti in entrata”). E la LSC ammette il lessico di tutte le varietà del sardo: il lessico non è stato quindi “standardizzato”.
Ora, se il problema per gli oppositori fosse stato: “Questa LSC non ci va bene, miglioratela!”, i politici avrebbero potuto incaricare i tecnici-altri tecnici?-di fare di meglio.
Ma questo tipo di critica è arrivata soltanto dal campo dei sostenitori.
Spero che qualcuno mi contraddica su questo punto: ne sarei molto contento…
Quello che si è visto è stato un rifiuto non della LSC, ma dell’idea stessa di qualsiasi forma di unificazione del sardo-“sempre e comunque una prevaricazione”, in nome delle due sacrosante varietà: “il campidanese e il logudorese”.
È a questo punto che la discussione si fa sempre torbida, perché si mescolano argomenti politici, spacciati per scientifici e argomenti scientici veri e propri.
Allora serve un brevissimo appunto metodologico: cosa costituisce un argomento scientifico? Qualsiasi argomento rilevante rispetto al problema affrontato, che possa anche essere verificato.
Ciò che non è rilevante o che non può essere verificato, va scartato a priori.
Non è democratico? No, assolutamente no!
La democrazia appartiene alla politica e non alla scienza.
Dunque un argomento del tipo: “Io mai accetterò la LSC, perché non è campidanese!” costituisce un problema politico, non linguistico. Spetta al politico che vuole unificare in qualche modo il sardo affrontare questo problema, non al linguista.
Il fenomeno può interessare lo psicologo, il sociologo, l’antropologo e il sociolinguista che si chiederanno “perché?” e potranno rivolgersi al linguista per chiarimenti più prettamente linguistici (“Quanto sono distanti il bittese e l’arburese?”), ma non il linguista.
Il linguista si limita a registrare quali sono le caratteristiche del bittese e dell’arburese e a confrontarle fra di loro.
E alla fine, poi, è al politico che tocca risolvere il problema del consenso e non ad alcuno degli specialisti nominati.
Allora, affrontiamo il problema linguistico: esistono il “logudorese” e il “campidanese”?
A livello dello scritto, forse esistono, ma non esistono delle norme chiaramente definite e comunque i sardi che scrivono in sardo rappresentano il 14% della popolazione: dalla ricerca sociolinguistica coordinata dalla Prof.ssa Anna Oppo (Le lingue dei Sardi, una ricerca sociolinguistica: pag.: 76: (http://www.regione.sardegna.it/documenti/1_4_20070510134456.pdf) risulta che “la quota di persone che afferma di scrivere nelle lingue locali è piuttosto contenuta: solo il 14 per cento degli interpellati dichiara questa abilità”, mentre, “ i dati riportati nella figura 9.1 appaiono, dunque, un poco sorprendenti risultando che oltre il 60% degli intervitati legge in una delle lingue locali.”
Mi sembra ragionevole assumere che chi legge il sardo, legga anche testi scritti in altre varietà. Per quanto riguarda la scrittura, si può avere un’idea di quale sia la situazione, consultando l’archivio della mailing-list dell’Università di Berlino: https://lists.spline.inf.fu-berlin.de/lurker/list/sa_limba.html. Quest’archivio contiene probabilmente il maggior numero di testi in sardo. Altri dati si possono trovare nei vari forum che, su Internet, ospitano interventi in sardo.
Quello che si può rilevare da un’osservazione non sistematica di questi testi è che praticamente tutti i sardi che scrivono in sardo, lo fanno ancora senza seguire alcuna norma, tranne quelli che usano la LSC.
Gli autori del pamphlet “Regole per ortografia, fonetica, morfologia e vocabolario della Norma Campidanese della Lingua Sarda” hanno trovato un totale di 35 scrittori in “campidanese”, distribuiti su un arco di circa 250 anni.
Problema politico: di chi dobbiamo tener conto nel proporre un’unificazione del sardo?
La risposta ai politici!
Problema linguistico: il sardo parlato è diviso in due varietà?
No! E contraddicendosi, lo ha ammesso perfino lo stesso Wagner: “di fronte al logudorese, il quale è spezzettato in tante varietà dialettali, il campidanese ha il vantaggio di una maggiore unità e uniformità” (Wagner, 1951:56).
Rimando alla mia ricerca “La LSC e le varietà tradizionali del sardo” e alle ricerche di Michel Contini per ulteriori argomenti.
Problema politico: di chi dobbiamo tener conto nel proporre un’unificazione del sardo?
La risposta ai politici!Conclusioni: esistono due posizioni politiche rispetto all´unificazione-in qualche modo-del sardo, ma non confondiamo le carte in tavola!

April 11, 2010

Giai a sa fine de su setighentos si faeddaiat de una limba sarda ebbia.

dae Diariulimba


29/07/2008

[de Cristiano Becciu]
240 annos faghet, Frantziscu Cetti, unu professore lombardu lòmpidu in Sardigna pro insingiare Matemàtica e Geometria in s’Universidade de Tàtari, a pustis de àere inghiriadu s’ìsula in chirca de materiale pro iscrìere un’Istòria naturale (prantas, animales e minerales), faghet custas osservatziones subra sa limba:
“Le lingue che si parlano in Sardegna si possono dividere in istraniere, e nazionali. Straniera totalmente è la lingua d’Algher, la quale è la catalana, a motivo che Algher medesimo è una colonia di Catalani. Straniera pure si deve avere la lingua, che si parla in Sassari, Castel Sardo, e Tempio; è un dialetto italiano, assai più toscano, che non la maggior parte de’ medesimi dialetti d’Italia; cambiano i Sassaresi la doppia l toscana in doppia d, finiscono le parole in i in vece di e, in a in vece di are, e con poco più fanno il loro dialetto. Nella lingua propiamente sarda il fondo principale è italiano; vi si mischia il latino nelle desinenze, e nelle voci; vi è pure una forte dose di castigliano, un sentor di greco, un micolin di franzese, altrettanto di tedesco, e finalmente voci non riferibili ad altro linguaggio, che io sappia. Voci prettamente latine sono Deus, tempus, est, homine ecc.; latine sono le desinenze in at, et, it, us, nella congiugazione dei verbi; dicono meritat, devet, consistit, dimandamus. Parole castigliane sono preguntare, callare, querrer ecc.; e castigliane sono le desinenze in os, peccados, santos ecc.; le terminazioni in es, dolores, peccadores, ecc. rimane libero ad ognuno l’averle per latine, o per castigliane. Il sapor di greco il pretendono alcuni sentire negli articoli maschili su, sos, is; e dicendo berbegue per pecora, non pare questo un poco del brebis franzese? e dicendo si sezer per sedersi, non ha questo l’odore del sich sezen tedesco? Como per adesso, petta per carne, e altri vocaboli non so che sieno analogi ad altre lingue. Due dialetti principali si distinguono nella medesima lingua sarda; ciò sono il campidanese, e ’l dialetto del Capo di sopra. Le principali differenze sono, che il campidanese ha in plurale l’articolo tanto maschile quanto femminile is, e ’l Capo di sopra dice in vece sos e sas; inoltre il campidanese termina in ai tutti i verbi che il Capo di sopra finisce in are, non senza altre differenze di parole, e di pronunzia.”
Pro beridade iscientìfica si podent lèghere custas rigas iscarrighende, a gratis (est ora de nde faeddare – apretziende•la comente meresset – de cussa sienda culturale chi est “Sardegna digitalLibrary” cherta dae Soru) incarchende inoghe F.Cetti STORIA NATURALE (a pag. 69-70).
Medas bias sos acadèmicos ant istrumentalizadu su parre de Cetti, dende•li un’interpretatzione ideològica. A bisu de carchi professore, difatis, Cetti est su primu chi at faeddadu de isoglossas, o mègius de “làcanas linguìsticas” (sic), ca at distintu “is” dae “sos, sas” e , in prus, at partzidu su “sistema linguìsticu sardu” (leghide in su testu però: isse faeddat de “lingua propriamente sarda”) in dialetos, de cabu e susu e de cabu de giosso.

Carchi cunsideru est de fàghere, gasi a sa lestra.
Cetti no est unu linguista, ma unu matemàticu espertu de iscièntzia naturale. S’avesu suo est a agatare famìlias cun piessignos che pare, e pro sa limba sarda narat chi sa famìlia est una (oe unu matemàticu la diat cramare “insieme”), e in intro s’agatant duos “dialetos” (“sutainsiemes”). A dae chi descriet sas famìlias de animales e prantas Cetti impreat sa lògica de su resumu descritivu, a primu. A pustis intrat in arresonu e megiorat datos e informatziones. Pro sa limba sarda si firmat a sa prima fase ca, no est unu linguista. Est comente cando nois cherimus faeddare de su fràigu in ue bivet sa gente. Naramus “domo” a primu. Posca podimus faeddare de “aposentos”. Est unu paragone chi agradat a sos pianificadores linguìsticos, ca permitit finas de introduire su cuntzetu de “limba cobertura”, istandard, chi amparat cudda domo etotu (e duncas finas sos aposentos) dae milli males, minudos e maduros: ismèntigu, paga trasmissione intergeneratzionale si no ausente, poderiu de sa limba istitutzionale, babele gràfica etc.

Sighende custa metàfora est naturale chi si sa cobertura est fràziga, proet intro de domo e s’abba crebat muros faghende disacatu in sos aposentos puru. Nois la pensamus gasi, e non bi cheret Cetti a nos l’ammentare. Ca, sende chi no est unu linguista, nois no l’aiamus mai bogadu a pìgiu pro faeddare de sa limba sarda. O puru l’aiamus mentovadu pro su chi narat (e totus lu podides lèghere), sutalineende cudda definitzione chi nos agradat meda: “limba sarda”. Ca a nois nos praghet a faeddare de domo e a nos incurare de sa cobertura, ca gasi bivimus bene in sos aposentos. Imbetzes, in manos de carchi acadèmicu, Cetti devenit su pionieri de sas isoglossas, de sos dialetos, su chi nos at fatu a cumprèndere chi esistit polo nord e polo sud in Sardigna, focas chi narant “sos e sas” e pinguinos chi impitant “is”. Nos faghent a crèere chi Cetti at faeddadu de sardu comente diamus faeddare de aposentos a muru in mesu, a ghennas serradas, chi non si bident s’unu cun s’àteru, chi tenent craes diferentes pro frùschios diferentes. No est beru! Cetti no est un’espertu de limba, non tenet perunu mètodu iscientìficu faeddende•nde: agat assimìgios cun su “tedescu”, sos artìcolos l’ammentant su gregu!. Non cumbenit a li pònnere mente. Podimus ebbia, cun mètodu iscientìficu, fàghere a faeddare sa fonte. Ma sa fonte non narat totu cussu chi posca li ponent in buca!
Cetti no est sardu. Nen de cabu de susu nen de cabu de giosso. Tenet origras allenadas a s’italianu. E puru sas diferèntzias chi agatat in cuddos duos sutagrupos de sa matessi famìlia no l’ispantant. Non li parent gasi mannas. A dae chi faeddat de s’àrgia, in s’istùdiu suo, narat chi pro calicunu est una formiga, pro àteros un’arangiolu. Ma li narant totus “àrgia” e isse bi tenet a faeddare de totu sas diferèntzias chi tenent. Ascurtende sa gente faeddare cunfirmat, sena duda, chi sa limba sarda est semper sa matessi (“medesima lingua sarda”). Cetti mentovat totu sas limbas faeddadas in Sardigna. Bi nd’at istràngias (cadalanu, turritanu, gadduresu) e “natzionales” (limba sarda ma a pustis non mentovat s’italianu!). Pro Cetti, sa prima diferèntzia intre “ il campidanese, e ’l dialetto del Capo di sopra” est custa: “il campidanese ha in plurale l’articolo tanto maschile quanto femminile is, e ’l Capo di sopra dice in vece sos e sas”. Custu ebbia narat. Esummaria ite cosa grave! Ajò chi nde pesamus muros a sicu pro tancare custas cussòrgias ca, raju, sos sardos non si cumprendent pari•pari. Non nos l’at naradu Cetti, ma sos professores nos narant chi l’at naradu Cetti, bò…!
A bos l’ammentades su chi acrarit sa norma LSC a pag. 8 (4.1 c): “assicurare la coesistenza degli articoli determinativi plurali sos, sas, is a fronte dei singolari su, sa, e della analoga e speculare differenziazione nelle desinenze dei sostantivi e aggettivi, -u, -a, -os, -as. Sarà facoltà di chi scrive optare per su, sa, sos, sas o per su, sa e is” . Cetti agatat un’àtera diferèntzia: “il campidanese termina in ai tutti i verbi che il Capo di sopra finisce in are”. Galu sa norma, 240 annos a pustis, agatat su mèdiu gràficu (gràficu apo naradu, est a nàrrere cunventzionale, sena tzirigare su faeddu) a pag.8 (4.1 i): “privilegiare quanto più possibile la regolarità paradigmatica nei verbi, per favorire un migliore apprendimento, per es. l’adozione generalizzata del gerundio in -ende in tutte le coniugazioni, -are, -ere, -ire, che potrà essere letto -endi nelle varietà meridionali”.Sighit: “non senza altre differenze di parole, e di pronunzia”. De custu cantus nd’amus arresonadu in Diariulimba, de su lèssicu lìberu, passadu ebbia in su chilivru de sa normalizatzione gràfica (gràfica apo naradu mi’). De sa grafia polinòmica bogada a campu dae Bolognesi pro su sardu, sighidu posca dae Mensching e contivigiada dae nois, chi permitit cale si siat pronùntzia.
Tando, proite a dae chi si narant sos machines de duas limbas sardas si bogat a pìgiu a Cetti? Proite custa istrumentalizatzione sena sustàntzia de iscièntzia? A lèghere sas fontes bi resessimus fintzas nois. Nessi cussu a nos lu permitides? O non lu mentovades a nudda, ca creo chi cun sas paràulas de unu matemàticu non nde boghemus atzola. O si lu mentovades, tando, narade totu sa beridade, ca est cussa sa ghia pro chie depet imbucare una caminera de iscièntzia e cussèntzia.

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