Archive for August, 2010

August 13, 2010

Atlantide o Cambogia? Due modi di mettere l’archeologia al servizio della politica

Mi permetto di dire due cose sul libro di Sergio Frau.

L’ho letto qualcosa come cinque anni fa e devo dire che la prima parte mi è piaciuta molto.

La definizione delle Colonne d’Ercole come luogo della mente mi sembra sicuramente corretta.

Se queste segnavano il confine del mondo “civile” (greco), ovviamente si sono spostate con l’espandersi di quel mondo.

Ragionamento corretto e, per quanto posso giudicare, fondato su un interpretazione plausibile delle fonti classiche.

Abbiamo quindi, a questo punto, una teoria sulle Colonne d’Ercole che a me sembra superiore a quelle tradizionali. Questa teoria è plausibile, ma bisogna aggiungere anche che essa non è confermata da prove dirette: Frau non ha presentato alcun documento che indichi che prima del periodo ellenistico i Greci situassero le Colonne d’Ercole tra Tunisia e Sicilia.

“Plausibile” non è la stessa cosa di “confermata” (nel senso corrente di “confermata”: non scomodiamo Popper per così poco).

A partire da questa teoria, Sergio Frau sviluppa l’altra teoria che la Sardegna nuragica sia stata la terra che ha ispirato il mito di Atlantide.

Anche questa teoria mi sembra plausibile, ma meno della precedente, perché dipende dalla prima, la quale, a sua volta, non è stata confermata da prove dirette.

L’unico modo per sapere quello che pensavano i Greci—e ripeto le Colonne d’Ercole erano un luogo della mente—è quello di leggere i documenti che ci hanno lasciato. Le nostre interpretazioni di quei documenti non costituiscono delle prove, ma delle teorie. Se i Greci  non hanno detto esplicitamente che le Colonne d’Ercole si trovavano lì dove plausibilmente indica Frau, restiamo senza prove concrete.

A partire da questa costruzione teorica che già non è molto solida, Frau ha concluso che Atlandide sia esistita davvero e che coincidesse con la Sardegna nuragica.

Se fossi un archeologo, l’unico modo in cui potrei prendere in considerazione questa ipotesi sarebbe quello di considerare la Sardegna nuragica come possibile fonte di ispirazione del mito di Atlandide, e lì mi fermerei.

Del resto non è un’implicazione da poco: significa che la Sardegna nuragica possedeva la cultura più sviluppata del Mediterraneo occidentale e che questa cultura fosse così ben conosciuta al di fuori dell’isola da diventare fonte di ispirazione di uno dei tanti miti dell’età dell’oro.

Ma guarda un po’!

La conferma della prima implicazione è lì sotto gli occhi di tutti.

E in un’altra situazione politica, gli archeologi starebbero lavorando alacremente alla verifica della seconda implicazione. Alcuni pare lo stiano facendo.

Seguo un po’ il blog di ZF Pintore e vedo che anche lui è molto incazzato, non tanto per quello che gli scienziati del settore fanno, ma piuttosto per quello che non fanno. Sarà il clima troppo dolce della Sardegna.

In questo quadro credo vada inserita la critica scoppiettante di  Franco Laner. .(http://gianfrancopintore.blogspot.com/2010/08/le-statue-di-m-prama-assire-tutto-un.html)

Secondo me ha perfettamente ragione: dei “giganti” di Monti Prama  si sa ancora poco e niente.

‘Sti sardomuti che non parlano. Anzi, per essere sicuri al 100%—sai, non si sa mai—li hanno sotterrati in uno scantinato per decenni.

Questa cosa non avrà a che fare con la petizione degli “intellenquenti” contro il libro di Frau? Ricordo uno dei firmatari  dell’”Appello dell’Opernplatz”, un tombarologo fiorentino che ammoniva contro un possibile uso nazionalistico del libro.  Ma podit essi scimpru unu?

Il clima è quello. Questa è gente che ha paura dei libri.

In questo clima devono operare i vasi di coccio della cultura sarda.

Perfino dei “baccalà” di pietra (condivido!) fanno paura a questi intellettuali: se ne potrebbe fare un uso nazionalistico.

È l’eterna logica dei Pol Pot di qualunque colore: “Sapere di meno è meglio che sapere di più”.

Come se a Bossi non fosse bastato andare a vedere Milan-Celtic per inventarsi tutta la sua mitologia pseudo-celtica.

L’immagine speculare di questo squallore è l’iniziativa denunciata da Michela Murgia nel suo blog: “Pare che costoro chiedano la creazione di un istituto che dovrebbe chiamarsi NurAt (Nuraghe+Atlantide), che diverrebbe strumento interno alla Regione per “canalizzare importanti risorse economiche indirizzate allo studio delle antiche civilta’ sarde, a ricerche delle conferme sul mito di Atlantide, alla creazione di un network di prodotti sardi e al sostegno di tutte le attivita’ di promozione, pubblicizzazione, marketing, legate alla diffusione della nuova immagine della nostra isola“.”

Continuo a condividere quello che dice.

Quanto al documentario di promozione turistica in Giappone: carinissimo!

Peccato che il messaggio sia, come dice Chelledda e come si dice della Francia: “La Francia è magnifica, peccato che ci siano così tanti Francesi!”

August 13, 2010

unu contu gadduresu

La potenza della felce maschio

Questa è la storia della felce maschio.
Nessuno li ha mai colti.
Ma se qualcuno riuscisse ad averli, libererebbe gli uomini dalla morte di piombo.Pistole, canoni, mitra,archibugi..Diventerebbero giochi da bambini.
Questa è la storia dei fiori della felce maschio, e dell’unico uomo,che, una volta…
In quel tempo lontano, il bandito più feroce, più coraggioso, e più fiero di Gallura aveva fatto una scomessa con se stesso:trovare i fiori della felce maschio; per averli bisogna arrivare fino a quel fiume,lontano lontano oltre l’orizzonte,dove non si sente canto di gallo.
Bisogna andare il primo di agosto a mezzanotte; ma guai ad aver paura, qualunque cosa succeda: se l’uomo ha paura, la felce maschio rifiuta di dargli i suoi fiori.
Tutto ciò sarebbe stata un’ardua impresa anche per l’uomo più coraggioso del mondo,ma alla fine di luglio il bandito si mise in cammino.
Cammina,cammina superò l’orizzonte,dimenticò il canto del gallo e arrivò al fiume;la nottata del primo di agosto era proprio bella,col cielo terso e stellato,e una grande luna buona.
Ma quando era quasi mezzanotte,si scatenò un temporale furibondo:grandine, lampi, tuoni, baleni e lingue di fuoco da tutte le parti.
Sembrava che l’inferno si fosse aperto sotto i piedi e sulla testa del bandito;ma lui niente,stava fermo come una roccia.
A mezzanotte in punto sbocciò il primo fiore,illuminato da un lampo;il bandito lo colse e aspettò il secondo.
Arrivarono le bestie:cinghiali e tori e ogni altra sorta di animali correvano verso di lui cercando di travolgerlo.Arrivò un serpente che cominciò a stringergli prima la caviglia, poi la coscia,e a poco a poco arrivò al collo e sembrava che lo volesse strangolare.
Il bandito,fermo ancora come una montagna che nessuno può spostare,credette di essere giunto alla fine della sua vita,ma non ebbe paura.Il serpente lo guardò fisso negli occhi,mandò un sibilo stridente e scomparve nell’attimo stesso in cui sbocciava il secondo fiore.Il bandito era felice.
Egli si sentiva vicino alla meta:avrebbe, con il suo coraggio, liberato l’uomo dalla morte del piombo..E così aspettava il terzo fiore.Nel silenzio s’udì galoppo di cavalli e frastuono d’armati.Il bandito non tremava.
Ma quando vide che su quei cavalli c’erano carabinieri,si sentì catturato,scoperto..provò paura,e sparò un colpo d’archibugio contro i carabinieri.
Il terzo fiore non è mai sbocciato, e il piombo continua a percorrere la sua strada.

Da “Fiabe Sarde”

August 11, 2010

Quel che è giusto è giusto: bell’articolo di Michela Murgia

La regione autonoma di Atlandide

http://www.michelamurgia.com/

August 8, 2010

Palpavamo la passeggera leggeri

Uscendo dalle tenebre di Kras, apparivamo improvvisi sulla scalinata illuminata. Ancora pieni dei sogni appena interrotti, giovani guerrieri dalla testa di Uccello (Kon-ke-katz, nella nostra lingua antica) ci arrampicavamo sul carro-di-fuoco che ci avrebbe condotto al Castello, come ogni giorno.
I cavalli che tiravano il carro-di-fuoco erano neri come la notte stessa e nessuno poteva vederli. Nella notte, intonavamo i nostri canti bellicosi e suonavamo i sacri tamburi di legno che avevamo di fronte. E così impedivamo anche che qualche blasfemo ci si sedesse su.
Pochi avevano il coraggio di avvicinarsi.
Il carro-di-fuoco partiva molto lentamente, sputando fumo nero. I cavalli barrivano nel buio.
Poi il carro-di-fuoco acquistava velocità e noi cantavamo e suonavamo i nostri tamburi parlanti.
Dopo poche ore il carro-di-fuoco si fermava a metà strada tra due villaggi: Case Nuove e Massakra.
Nessuno dei due villaggi aveva voluto che il carro-di-fuoco passasse per i suoi terreni di caccia e così questo si fermava lungo la frontiera sanguinosa che separava i territori dei due villaggi.
Mentre i cavalli invisibili venivano sostituiti da altri cavalli invisibili, altri passeggeri salivano sul carro-di-fuoco, ma solo i nostri alleati potevano sedersi accanto a noi, sui nostri tamburi sacri.
Il carro-di-fuoco ripartiva verso l’alba e attraversava lande spopolate dove si diceva che, dopo le grandi piogge del mese-di-letame, branchi enormi di strani esseri dalle corna retrattili emergessero dalle viscere della terra. Nella nostra lingua antica li chiamavamo Tzitz-tzitz-korr.
E c’era chi raccontava che in quei luoghi crescessero di funghi di carne del peso di centoventi libbre.
Le ore passavano e noi cominciavamo a diventare nervosi e impazienti. Alcuni di noi cominciavano a minacciare gli altri, imponendo che il tamburo che avevano di fronte restasse libero.
Finalmente il carro-di-fuoco arrivava a Sili-Quodha.
Noi guardavamo ansiosi i passeggeri che salivano.
Lei, Margò, arrivava immancabilmente e si sedeva su uno dei pochi tamburi che avevamo lasciati liberi.
Si parlava un po’, poi quello di noi che sedeva di fonte a lei-o anche tutti e due contemporaneamente-cominciava a toccarle le gambe. Centimetro per centimetro, le falangi del desiderio cominciavano l’esplorazione di quel mondo misterioso che si trovava sotto la sua gonna.

Margò teneva le gambe ben strette, perciò l’esplorazione era necessariamente limitata all’esterno delle cosce. Ma lì, piano piano, un centimetro alla volta, i polpastrelli potevare arrivare leggeri anche oltre le calze velate.
E dopo quel confine c’era il mondo dolce della sua pelle morbidissima.
Margò era assolutamente, come dire, brutta, ma la morbidezza della sua pelle te lo faceva dimenticare.
E nel mentre si continuava a parlare del più e del meno e lei parlava con quello che la palpeggiava o con qualcun altro e non l’abbiamo mai vista cambiare espressione.
Lei non ha mai fatto un gesto di protesta e non le abbiamo mai chiesto se le piacesse o no.
Andava così e basta in quel piccolo mondo antico.
Prima di arrivare al Castello, uno alla volta ci ritiravamo per immaginare quello che mai avremmo avuto il coraggio di fare davvero.
Eravamo giovani guerrieri dalla testa di Uccello: Kon-ke-katz, nella nostra lingua antica.
August 6, 2010

sa comunidade linguistica

“Ddoe at una tendentzia de prus pagu importu intra  de is Americanos de cunsiderare sa limba issoro che diferente de sa de is Bitannicos, e custu si torrat a  bier espressu in bariatziones ortograficas de pagu importu. Ma est unu sballiu a esagerare custa distintzione, o a nde bogare de custa cosa s’idea ca non ddoe est una comunidade linguistica unificada de is chi faeddant s’inglesu.”

There is a minor tendency for Americans to regard themselves as using a different language from the British, an this is again reflected in minor variations in orthography. But it is a mistake to exaggerate this distinction, or to conclude therefrom that there is no unified English-speaking language community. Halliday, McIntosh & Strevens (1972): “The Users and Uses of Language”, in Readings in the Sociology of Language.

E non semus faeddende de sa pronuntzia!

August 6, 2010

O Lolitus, Nabokov fiat russu, ma scriíat literadura americana

“Is primus trabballus ddus scriri in Russu, ma a pustis incumentzat a scriri in inglesu e a a si cunsiderai che unu scritori americanu”.

Zijn vroege werk is geschreven in het Russisch, later begint hij in het Engels te schrijven en beschouwt hij zich als Amerikaans romancier. (http://nl.wikipedia.org/wiki/Vladimir_Nabokov)

August 5, 2010

Isaac Onnis e il ritorno al futuro del sardo

Ho letto non più di un’anno fa la battuta strepitosa di uno scienziato (psicologo o sociologo?) indiano che recita: “Uno psicologo che conduce una vita proba si reincarna come fisico. Uno che conduce una vita indegna si reincarna come sociologo.”

Quando l’ho letta ho pensato subito al sociologo olandese Bram de Swaan che già negli anni Settanta aveva previsto che nel giro di pochi anni l’olandese sarebbe scomparso a favore dell’inglese. Non soddisfatto ancora per la cantonata madornale presa in gioventù, ci ha provato di nuovo poco prima dell’emeritato con “Words of the World. The Global Language System”. La descrizione del libro disponibile su Internet è la seguente:

“The human species is divided into more than five thousand language groups that do not understand each other. And yet these groups constitute one coherent world language system, connected by multilingual speakers in a surprisingly powerful way. The chances of a language thriving depend on its position in the system. There are thousands of small, peripheral languages, each connected to one of a hundred central languages. The entire system is held together by one global language: English. A language is a ‘hypercollective’ good: the more speakers it has, the higher its communication value for each one of them. Thus, when people think that a language is gaining new speakers, that in itself is a reason for them to want to learn it too. That is why, in an age of globalization, only a few languages remain for transnational communication and these often prevail even in national societies.” (http://www.polity.co.uk/book.asp?ref=0745627471 )

Se credessi nella reincarnazione, non avrei dubbi: Bram de Swaan si reincarnerà come sociologo!

In “Expert Political Judgment: How Good Is It? How Can We Know? (2005)”, Philip E. Tetlock ha analizzato le previsioni che 284 esperti hanno effettuato tra il 1988 e il 2003 su problemi politici di portata  molto ampia, per un totale di 27.451 previsioni. I risultati sono stati analizzati quantitativamente da Tetlock e le previsioni fatte dagli esperti sono state confrontate con ciò che poi è effettivamente accaduto. Il risultato: “Rinomati esperti di economia e politica hanno predetto il futuro in modo trascurabilmente più preciso della proverbiale scimmia che lancia le freccette o di un computer che parta dal presupposto che tutto continuerà a procedere come prima. Tetlock divide gli esperti un due categorie: le volpi e i porcospini.

I porcospini hanno forti convinzioni. Sono ideologi che si trincerano dietro la giustezza delle proprie idee e non cambiano mai opinione.

Le volpi non hanno convinzioni: prendono a loro piacimento qualcosa da tutte le ideologie, cambiano facilmente opinione e ammettono senza imbarazzo di non sapere qualcosa. Dalla ricerca di Tetlock è risultato che le dubbiose volpi erano più abili dei risoluti porcospini nel predire gli sviluppi politici ed economici.

[…] Purtroppo, sui giornali e in televisione appaiono soprattutto i previsori del tipo sbagliato. In effetti, siete voi stessi a preferire un porcospino cocciuto che vi dice: “Garantito che entro 5 anni vi sarà una carestia in Uganda!”, piuttosto che il tipo volpesco che dice: “Prima pensavo che le cose dovessero peggio, ma desso non so più cosa pensare, probabilmente la situazione non cambierà molto.

I mass media preferiscono gli esperti con un’opinione precisa, possibilmente la stessa dello spettatore, ma questo tipo di esperti di solito non ci azzecca.”

(Martijn Katan: http://weblogs.nrc.nl/wetenschap-columns/2009/12/12/vossen-voorspellen-beter/)

Quello di cui gli esperti di scienze sociali porcospinosi non tengono conto è l’enorme numero di variabili che dovrebbero prendere in considerazione. La vita dei fisici è molto più facile: ecco la spiegazione della battuta dello scienziato indiano (e chi l’aveva già capita mi perdoni).

Del resto anche nelle scienze esatte la visione deterministica del loro mondo, relativamente semplice, è entrata in crisi (chi vuole può farsi un idea con un libro accessibile ai profani: “Jack Cohen and Ian Stewart: The Collapse of Chaos: discovering simplicity in a complex world, Penguin Books, 1994, ISBN 978-0-14-029125-4 “). Figuriamoci se il mondo orribilmente complicato della società si svela agli occhi arroganti dei porcospini.

Passiamo adesso al sardo e prendiamo in considerazione questa citazione di Omar Onnis, tratta dal suo commento a un post di ZF Pintore:

“Secondo me tra cento anni – sempre che l’umanità non si estingua prima – in Sardegna si parlerà un neo sardo, che sarà una sorta di sardo-italiano. Mentre non sono certo che esisterà l’italiano standard comunemente detto, né che esisterà ancora un’entità politica chiamata stato italiano.”(Omar Onnis: 03 agosto 2010 23.20.  https://www.blogger.com/comment.g?blogID=1182610305629149569&postID=6654763631297058337 )

Ora, mi guardo bene dall’accusare Onnis di essere un esperto, o anche solo di pretenderlo. Penso semplicemente che Omar Onnis si sia fatto quest’opinione sul futuro del sardo, sulla base di quello che ha sentito, visto e letto nei media italiani. Lo studio di Tetlock ha in effetti mostrato che le previsioni sul futuro, fatte da un lettore attento dei giornali, hanno probabilità di risultare corrette solo leggermente inferiori rispetto a quelle degli esperti porcospinosi. Ma sui media italiani, per quanto riguarda la lingua, non solo imperversano gli esperti porcospinosi, ma quasi esclusivamente esperti porcospinosi linguisticamente fascisti.

L’opinione di Onnis, dunque, si è formata sostanzialmente sulla base di informazioni fortemente distorte. Dato che Onnis è un’indipendentista, è chiaro che per lui l’accesso ad altre informazioni che bilancerebbero la propaganda fascista non è problematico. Non mi sembra peregrino immaginare che la previsione di Onnis sia piuttosto il risultato di una scelta: wishful thinking, un pio desiderio.

Del resto, la sua scelta di non scrivere in sardo non fa altro che aumentare le possibilità che la sua previsione si avveri. La sua previsione è nientepopodimenoché un programma politico.

Lo ringrazio per il suo chiarimento.

Dal canto mio, le previsioni le lascio ai Newton delle scienze sociali.

Io mi limito a lavorare per il sardo.

 

Ho letto non più di un’anno fa la battuta strepitosa di uno scienziato (psicologo o sociologo?) indiano che recita: “Uno psicologo che conduce una vita proba si reincarna come fisico. Uno che conduce una vita indegna si reincarna come sociologo.”

Quando l’ho letta ho pensato subito al sociologo olandese Bram de Swaan che già negli anni Settanta aveva previsto che nel giro di pochi anni l’olandese sarebbe scomparso a favore dell’inglese. Non soddisfatto ancora per la cantonata madornale presa in gioventù, ci ha provato di nuovo poco prima dell’emeritato con “Words of the World. The Global Language System”. La descrizione del libro disponibile su Internet è la seguente:

“The human species is divided into more than five thousand language groups that do not understand each other. And yet these groups constitute one coherent world language system, connected by multilingual speakers in a surprisingly powerful way. The chances of a language thriving depend on its position in the system. There are thousands of small, peripheral languages, each connected to one of a hundred central languages. The entire system is held together by one global language: English. A language is a ‘hypercollective’ good: the more speakers it has, the higher its communication value for each one of them. Thus, when people think that a language is gaining new speakers, that in itself is a reason for them to want to learn it too. That is why, in an age of globalization, only a few languages remain for transnational communication and these often prevail even in national societies.” (http://www.polity.co.uk/book.asp?ref=0745627471 )

 

Se credessi nella reincarnazione, non avrei dubbi: Bram de Swaan si reincarnerà come sociologo!

In “Expert Political Judgment: How Good Is It? How Can We Know? (2005)”, Philip E. Tetlock ha analizzato le previsioni che 284 esperti hanno effettuato tra il 1988 e il 2003 su problemi politici di portata molto ampia, per un totale di 27.451 previsioni. I risultati sono stati analizzati quantitativamente da Tetlock e le previsioni fatte dagli esperti sono state confrontate con ciò che poi è effettivamente accaduto. Il risultato: “Rinomati esperti di economia e politica hanno predetto il futuro in modo trascurabilmente più preciso della proverbiale scimmia che lancia le freccette o di un computer che parta dal presupposto che tutto continuerà a procedere come prima. Tetlock divide gli esperti un due categorie: le volpi e i porcospini.

I porcospini hanno forti convinzioni. Sono ideologi che si trincerano dietro la giustezza delle proprie idee e non cambiano mai opinione.

Le volpi non hanno convinzioni: prendono a loro piacimento qualcosa da tutte le ideologie, cambiano facilmente opinione e ammettono senza imbarazzo di non sapere qualcosa. Dalla ricerca di Tetlock è risultato che le dubbiose volpi erano più abili dei risoluti porcospini nel predire gli sviluppi politici ed economici.

[…] Purtroppo, sui giornali e in televisione appaiono soprattutto i previsori del tipo sbagliato. In effetti, siete voi stessi a preferire un porcospino cocciuto che vi dice: “Garantito che entro 5 anni vi sarà una carestia in Uganda!”, piuttosto che il tipo volpesco che dice: “Prima pensavo che le cose dovessero peggio, ma desso non so più cosa pensare, probabilmente la situazione non cambierà molto.

I mass media preferiscono gli esperti con un’opinione precisa, possibilmente la stessa dello spettatore, ma questo tipo di esperti di solito non ci azzecca.”

(Martijn Katan: http://weblogs.nrc.nl/wetenschap-columns/2009/12/12/vossen-voorspellen-beter/)

Quello di cui gli esperti di scienze sociali porcospinosi non tengono conto è l’enorme numero di variabili che dovrebbero prendere in considerazione. La vita dei fisici è molto più facile: ecco la spiegazione della battuta dello scienziato indiano (e chi l’aveva già capita mi perdoni).

Del resto anche nelle scienze esatte la visione deterministica del loro mondo, relativamente semplice, è entrata in crisi (chi vuole può farsi un idea con un libro accessibile ai profani: “Jack Cohen and Ian Stewart: The Collapse of Chaos: discovering simplicity in a complex world, Penguin Books, 1994, ISBN 978-0-14-029125-4 “). Figuriamoci se il mondo orribilmente complicato della società si svela agli occhi arroganti dei porcospini.

Passiamo adesso al sardo e prendiamo in considerazione questa citazione di Omar Onnis, tratta dal suo commento a un post di ZF Pintore:

“Secondo me tra cento anni – sempre che l’umanità non si estingua prima – in Sardegna si parlerà un neo sardo, che sarà una sorta di sardo-italiano. Mentre non sono certo che esisterà l’italiano standard comunemente detto, né che esisterà ancora un’entità politica chiamata stato italiano.”(Omar Onnis: 03 agosto 2010 23.20.  https://www.blogger.com/comment.g?blogID=1182610305629149569&postID=6654763631297058337 )

Ora, mi guardo bene dall’accusare Onnis di essere un esperto, o anche solo di pretenderlo. Penso semplicemente che Omar Onnis si sia fatto quest’opinione sul futuro del sardo, sulla base di quello che ha sentito, visto e letto nei media italiani. Lo studio di Tetlock ha in effetti mostrato che le previsioni sul futuro, fatte da un lettore attento dei giornali, hanno probabilità di risultare corrette solo leggermente inferiori rispetto a quelle degli esperti porcospinosi. Ma sui media italiani, per quanto riguarda la lingua, non solo imperversano gli esperti porcospinosi, ma quasi esclusivamente esperti porcospinosi linguisticamente fascisti.

L’opinione di Onnis, dunque, si è formata sostanzialmente sulla base di informazioni fortemente distorte. Dato che Onnis è un’indipendentista, è chiaro che per lui l’accesso ad altre informazioni che bilancerebbero la propaganda fascista non è problematico. Non mi sembra peregrino immaginare che la previsione di Onnis sia piuttosto il risultato di una scelta: wishful thinking, un pio desiderio.

Del resto, la sua scelta di non scrivere in sardo non fa altro che aumentare le possibilità che la sua previsione si avveri. La sua previsione è nientepopodimenoché un programma politico.

Lo ringrazio per il suo chiarimento.

Dal canto mio, le previsioni le lascio ai Newton delle scienze sociali.

Io mi limito a lavorare per il sardo.

August 4, 2010

Al via le proposte per la sperimentazione della lingua sarda nelle scuole

Labai su  link cun su bandu de s’Assessorau  po sa sperimentatzioni de su sardu in sa scola.

http://www.regione.sardegna.it/j/v/13?s=146117&v=2&c=3&t=1

Su dinai est pagu, ma mellus de nudda.

August 2, 2010

Hei Macomer! Is sardus funt totus linguistas “as if”. de ANDRÍA MACCIS

Ca Milton Friedman non fiat tontu (Premio Nobel per l’economia 1976) ge ddu scidiaus giai, ma ca su trabballu suu arribit a sboddicai unus cantu probblemas de sa “standardizzazione” de su sardu est cosa qui fait spantu mannu!

Issu est bessiu connotu po sa bidei ca sa genti fadiat cosas, sceberat economicamenti cumenti et qui aessat fatu is contus a sa moda de is economistas.
Naraat issu ca fadiat a insertai cumenti bandaant is tirus de is giogadoris de biliardu tenendi a contu is arregulas de sa fisica de Newton, non po ita ca totus is giogadoris ddas connosciant, ma po ita ca totus giogaant cumenti qui ddas aessant connotas deaveras.
Et a su propriu sa genti candu comporat, cuntratat sa pesoni de una domu, o apretziat calincuna cosa, accostumat a fai cumenti et unu economista mancari non connosciat is leis economicas, “as if” naraat issu.
Et is sardus? Funt totous linguistas “as if”!

Po su in prus, nosu sardus quistionaus de su “italiano regionale di sardegna” ca est sempiri cosa spassiosa po ndi quistionai (“aiuta a tua sorella”, “scendimene la roba”, “c’è la gente a spinte”) ma pagu bortas si firmaus a pensai a su “sardo nazionale d’italia”.

Ita sutzedit candu seus quistionendi in sardu et nosi ammancat unu fueddu?
Non ndi ddu liaus paris-paris dae s’italianu, ddi donaus una sciaquadura lestra in aqua sarda, ca non seus tontus (mali pagaus…)!

Et a nci pensai beni, fait arribbai a arresultaus togus a beru!

Su “stereo” bessit “stereu”, su “scaffale” si furriat a “scaffalli” et sa “bambola” bessit “bambulla”.
Alloddu ca sa “badante”, bessit “badanti” et sa “pantofola” si furriat in “pantofulla”.
Spantu mannu! S’urtima E si furriat in I et s’urtima O si furriat in U et candu nc’est dae carcai una L, ge nci dda carcaus!

Sa “televisione” bessit “tellevisiõi” et sa “confusione” si furriat in “confusiõi”.
Custu sceti in su campidanu de mesu, ma sa N in mesu de O et I, nosi fait efetu malu et dda “nasallizzaus” (là torra sardo nazionale d’italia).

Cun is verbus a su “infiniu” est prus togu puru s’arrejonamentu, po ita ca “procrastinare” si furriat in “procrastinai”, “selezionare” bessit “selletzionai”, “calendarizzare” bessit “callendarizzai” et “masterizzare” si furriat in “masterizzai”.
Torra spantu mannu! S’urtima E bessit I, sa R ndi arruit et cumenti et sempiri, candu nc’est dae carcai sa L, balla ca nci dda carcaus!

Mellus et mellus candu is fueddus qui nosi ammancat funt in ingresu, po ita ca su “film” bessit “filmi” et sa “jeep” si furriat a “gipi” et nci tzacaus puru sa boxali paragogica ca non seus sardus po de badas et mancu si pagat!

Is linguistas nostrus funt annus circhendi de nosi collionai, lampu oh seus totus linguistas “as if”! ;-)

August 1, 2010

a sparare cazzate non si commette peccato, ma si producono molti danni

Belli nei capelli e liberi dalla forfora

“È difficile trovare in Europa altre regioni in cui meglio si sono conservate le tradizioni e gli usi di una volta, e dove gli abitanti—uomini liberi e belli—ricompensano di tutti i disagi. Il Sardo dei monti è un tipo del tutto diverso dal suo fratello della pianura.” (Max Leopold Wagner, Immagini di viaggio dalla Sardegna, Ilisso Edizioni, Nuoro, 2001:76)

Miga po atru, est sceti po arregordai a is Campidanesus DOC a chini funt ponendi menti.

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