Mi permetto di dire due cose sul libro di Sergio Frau.
L’ho letto qualcosa come cinque anni fa e devo dire che la prima parte mi è piaciuta molto.
La definizione delle Colonne d’Ercole come luogo della mente mi sembra sicuramente corretta.
Se queste segnavano il confine del mondo “civile” (greco), ovviamente si sono spostate con l’espandersi di quel mondo.
Ragionamento corretto e, per quanto posso giudicare, fondato su un interpretazione plausibile delle fonti classiche.
Abbiamo quindi, a questo punto, una teoria sulle Colonne d’Ercole che a me sembra superiore a quelle tradizionali. Questa teoria è plausibile, ma bisogna aggiungere anche che essa non è confermata da prove dirette: Frau non ha presentato alcun documento che indichi che prima del periodo ellenistico i Greci situassero le Colonne d’Ercole tra Tunisia e Sicilia.
“Plausibile” non è la stessa cosa di “confermata” (nel senso corrente di “confermata”: non scomodiamo Popper per così poco).
A partire da questa teoria, Sergio Frau sviluppa l’altra teoria che la Sardegna nuragica sia stata la terra che ha ispirato il mito di Atlantide.
Anche questa teoria mi sembra plausibile, ma meno della precedente, perché dipende dalla prima, la quale, a sua volta, non è stata confermata da prove dirette.
L’unico modo per sapere quello che pensavano i Greci—e ripeto le Colonne d’Ercole erano un luogo della mente—è quello di leggere i documenti che ci hanno lasciato. Le nostre interpretazioni di quei documenti non costituiscono delle prove, ma delle teorie. Se i Greci non hanno detto esplicitamente che le Colonne d’Ercole si trovavano lì dove plausibilmente indica Frau, restiamo senza prove concrete.
A partire da questa costruzione teorica che già non è molto solida, Frau ha concluso che Atlandide sia esistita davvero e che coincidesse con la Sardegna nuragica.
Se fossi un archeologo, l’unico modo in cui potrei prendere in considerazione questa ipotesi sarebbe quello di considerare la Sardegna nuragica come possibile fonte di ispirazione del mito di Atlandide, e lì mi fermerei.
Del resto non è un’implicazione da poco: significa che la Sardegna nuragica possedeva la cultura più sviluppata del Mediterraneo occidentale e che questa cultura fosse così ben conosciuta al di fuori dell’isola da diventare fonte di ispirazione di uno dei tanti miti dell’età dell’oro.
Ma guarda un po’!
La conferma della prima implicazione è lì sotto gli occhi di tutti.
E in un’altra situazione politica, gli archeologi starebbero lavorando alacremente alla verifica della seconda implicazione. Alcuni pare lo stiano facendo.
Seguo un po’ il blog di ZF Pintore e vedo che anche lui è molto incazzato, non tanto per quello che gli scienziati del settore fanno, ma piuttosto per quello che non fanno. Sarà il clima troppo dolce della Sardegna.
In questo quadro credo vada inserita la critica scoppiettante di Franco Laner. .(http://gianfrancopintore.blogspot.com/2010/08/le-statue-di-m-prama-assire-tutto-un.html)
Secondo me ha perfettamente ragione: dei “giganti” di Monti Prama si sa ancora poco e niente.
‘Sti sardomuti che non parlano. Anzi, per essere sicuri al 100%—sai, non si sa mai—li hanno sotterrati in uno scantinato per decenni.
Questa cosa non avrà a che fare con la petizione degli “intellenquenti” contro il libro di Frau? Ricordo uno dei firmatari dell’”Appello dell’Opernplatz”, un tombarologo fiorentino che ammoniva contro un possibile uso nazionalistico del libro. Ma podit essi scimpru unu?
Il clima è quello. Questa è gente che ha paura dei libri.
In questo clima devono operare i vasi di coccio della cultura sarda.
Perfino dei “baccalà” di pietra (condivido!) fanno paura a questi intellettuali: se ne potrebbe fare un uso nazionalistico.
È l’eterna logica dei Pol Pot di qualunque colore: “Sapere di meno è meglio che sapere di più”.
Come se a Bossi non fosse bastato andare a vedere Milan-Celtic per inventarsi tutta la sua mitologia pseudo-celtica.
L’immagine speculare di questo squallore è l’iniziativa denunciata da Michela Murgia nel suo blog: “Pare che costoro chiedano la creazione di un istituto che dovrebbe chiamarsi NurAt (Nuraghe+Atlantide), che diverrebbe strumento interno alla Regione per “canalizzare importanti risorse economiche indirizzate allo studio delle antiche civilta’ sarde, a ricerche delle conferme sul mito di Atlantide, alla creazione di un network di prodotti sardi e al sostegno di tutte le attivita’ di promozione, pubblicizzazione, marketing, legate alla diffusione della nuova immagine della nostra isola“.”
Continuo a condividere quello che dice.
Quanto al documentario di promozione turistica in Giappone: carinissimo!
Peccato che il messaggio sia, come dice Chelledda e come si dice della Francia: “La Francia è magnifica, peccato che ci siano così tanti Francesi!”
