Sono cresciuto in un rione di minatori: minatore mio padre e minatori tutti gli altri padri.
Ma c’erano anche un paio di impiegati della miniera, che però non si davano troppe arie.
A quei tempi, a Iglesias, quasi tutti erano minatori, o mogli e figli di minatori.
Altri tempi, ma se guardo a come è Iglesias adesso, bei tempi.
Erano i primissimi anni ’60.
L’occupazione delle miniere sarde, nell’estate del 1960, aveva rotto la tregua sindacale.
I minatori avevano vinto: mio padre raccontava dell’occupazione cose che non si potevano raccontare in giro.
I volantini del sindacato-cristo quanto erano piccoli, visti quasi 20 anni dopo!-smentivano tutto.
Mia madre raccontava invece cose che si potevano raccontare: “Il carabiniere, all’ingresso della miniera, ha infilato il braccio nella pentola della minestra che avevamo preparato per gli occupanti e allora Signora-non mi ricordo chi-gli ha rovesciato la pentola sui piedi e ha detto: ‘I nostri uomini non sono porci!’.
Dell’occupazione mi ricordo che noi bambini-o almeno io-ci eravamo messi a raccogliere pietre da tirare ai carabinieri. Ma poi, quando ho sentito che anche mio padre era rinchiuso sotto terra per chissà quanto tempo, sono scoppiato a piangere.
A dire la verità, quella cosa delle pietre ce l’aveva suggerita Signor Pili che, però, non ho mai capito perché, non ha preso parte all’occupazione.
Non molto tempo dopo l’occupazione, i vicini hanno cominciato a comprarsi il televisore. Uno ha cominciato, poi l’altro e poi l’altro…
Le sere d’estate c’era sempre meno gente a sedersi di fronte alla porta di casa a parlare e sempre meno bambini per giocare.
Io andavo a guardare Rintintin oggi da quel vicino, domani da un altro, per non disturbare troppo.
E Signor Pili ci raccontava che al telegiornale aveva sentito che il FLN, in Algeria, aveva piazzato un’altra bomba al Plasmon.
Ma c’erano anche un paio di impiegati della miniera, che però non si davano troppe arie.
A quei tempi, a Iglesias, quasi tutti erano minatori, o mogli e figli di minatori.
Altri tempi, ma se guardo a come è Iglesias adesso, bei tempi.
Erano i primissimi anni ’60.
L’occupazione delle miniere sarde, nell’estate del 1960, aveva rotto la tregua sindacale.
I minatori avevano vinto: mio padre raccontava dell’occupazione cose che non si potevano raccontare in giro.
I volantini del sindacato-cristo quanto erano piccoli, visti quasi 20 anni dopo!-smentivano tutto.
Mia madre raccontava invece cose che si potevano raccontare: “Il carabiniere, all’ingresso della miniera, ha infilato il braccio nella pentola della minestra che avevamo preparato per gli occupanti e allora Signora-non mi ricordo chi-gli ha rovesciato la pentola sui piedi e ha detto: ‘I nostri uomini non sono porci!’.
Dell’occupazione mi ricordo che noi bambini-o almeno io-ci eravamo messi a raccogliere pietre da tirare ai carabinieri. Ma poi, quando ho sentito che anche mio padre era rinchiuso sotto terra per chissà quanto tempo, sono scoppiato a piangere.
A dire la verità, quella cosa delle pietre ce l’aveva suggerita Signor Pili che, però, non ho mai capito perché, non ha preso parte all’occupazione.
Non molto tempo dopo l’occupazione, i vicini hanno cominciato a comprarsi il televisore. Uno ha cominciato, poi l’altro e poi l’altro…
Le sere d’estate c’era sempre meno gente a sedersi di fronte alla porta di casa a parlare e sempre meno bambini per giocare.
Io andavo a guardare Rintintin oggi da quel vicino, domani da un altro, per non disturbare troppo.
E Signor Pili ci raccontava che al telegiornale aveva sentito che il FLN, in Algeria, aveva piazzato un’altra bomba al Plasmon.