Archive for ‘contus in italianu’

January 20, 2011

Saranno famosi!

E dire che allora non aveva ancora vinto il Nobel, altrimenti chissà cosa sarebbe successo.

Lei era una studentessa tra i 22 e i 24 anni, non ricordo bene.

E non ricordo neppure cosa studiasse. Era andata ad intervistarlo e–com’è come non è–lui, il grande attore-regista, era riuscito a trombarsela, anche se avrebbe potuto quasi essere suo nonno.

Ma la cosa comica è che lei, appena tornata a casa, ha raccontato tutto al suo ragazzo.

Lui allora è andato dal grande attore-regista, incazzato nero, a dirgli che doveva vergognarsi di trombare con una che poteva quasi essere sua nipote.

Il grande attore-regista, invece di vergognarsi, l’ha raccontato a Frantz e gli ha anche detto: “Ma questa scema, perché ha raccontato tutto al suo ragazzo?”

Frantz l’ha raccontato a me, perché il grande attore-regista gli aveva detto che io so usare bene la voce e così Frantz cercava di convincermi a entrare nella sua compagnia di attori dilettanti per recitare i lavori del grande attore-regista-autore e spettegolava di lui in continuazione, proprio come una bagassa vecchia.

Franz–quando gli avevo detto che lo spettacolo del attore-regista-autore al teatro municipale era già tutto esaurito–mi ha detto: “Gli parlo io!’ e poi mi ha telefonato: “Puoi andare a sederti sul palco insieme agli altri giovani!”

Io ci sarei anche andato a sedermi sul palco–sono meno timido di quello che sembra–ma Linda: “Manco morta!”

E Linda aveva un viso che ricordava quello di Mia Farrow–ma meglio–e il resto era assolutamente meglio!

Prima dello spettacolo io e il grande attore-regista abbiamo parlato un po’, ma non sapevamo cosa dirci. Lui ha detto: “Abbiamo le stesse scarpe” e io “Si, ma le mie non sono di marca.” Poi abbiamo continuato a guardarci le scarpe.

Io e Linda ci siamo seduti su due sedie appena dentro le quinte (si dice così?) e abbiamo visto tutto di profilo.

Il grande attore-regista è stato magnifico e Franz si è dimostrato un’ottima spalla, traducendo l’altrimenti misterioso umorismo di lui, e io ho riso moltissimo, ma Linda–che non capiva una mazza di quello che faceva lui–ha detto che praticamente non ho fatto altro che piangere.

Quando la rappresentazione è finita, il grande attore-regista è scappato di corsa dal palcoscenico ed è venuto a fermarsi con il volto a dieci centimetri da quello di Linda.

Boh?!

Insomma, adesso che l’ho raccontato–anche se a quasi trent’anni di distanza–sono diventato un po’ famoso anch’io e anche un po’ cornuto.

October 25, 2010

Rosa mutanda o mutanda rosa?

La società multi-culti comincia da un culo di donna e da un sigaro.

Oggi ho un mal di schiena che mi sta ammazzando. Quando ho finito la lezione di sardo, sono andato a sedermi sui gradini della facoltà. Molly–no, è un uomo e anche un nero e Joyce non c’entra una mazza!–è rimasto ancora un po’ a consolarmi, poi è andato al supermercato vicino a fare la spesa.

Io ho continuato a fumarmi il sigaro.

Sono arrivate due ragazze e si sono sedute sul gradino proprio sotto quello su cui ero seduto io. Una–bionda, bella–ha fatto un po’ finta di mettere la maglietta tra il suo culo e i miei occhi e così mi è arrivato subito il messaggio: qui c’è qualcosa da ammirare!

Il tanga rosa–ma non rosa mutanda (vedi “Sardegna come Alzheimer”)–spuntava con un triangolino e poi si immergeva tra le sue natiche: un bel culo, indubbiamente!

Io tra mal di schiena, la coscienza di appestare la loro aria con il mio sigaro e la coscienza che fare il guardone non mi dispiaceva affatto, ho cominciato a sentirmi a disagio.

Me ne sono andato.

Sono un vecchio con il mal di schiena e fumo il sigaro, ma lei aveva un bel culo.

Vabbé, me ne sono andato, ma vedere un bel culo di ragazza non mi è dispiaciuto affatto.

October 1, 2010

Il Branco

Come promesso eccovi una cazzata fresca fresca, commessa ieri mattina.

Quando i miei amici di Iglesias mi dicono che da giovane “fiast mesu macu”, partono dall’idea che oggi, a 58 anni, un dottorato in tasca e una reputazione di linguistista serio, non lo sia più. Niente di più sbagliato!

Ieri pioveva e l’Aula Verde, riservata agli alunni delle prime e delle seconde era piena zeppa, durante la pausa di mezzogiorno.

Tenete presente che la scuola ha circa 2500 alunni.

Era il mio turno di sorveglianza e a un certo punto uno dei pensionati che arrotondano la pensione tenendo d’occhio gli alunni durante le pause e ripulendo le aule quando vanno via mi ha chiamato: “Ci sono degli alunni della quarta che non vogliono andarsene, anche se posto per loro non ce n’è. Gliel’ho chiesto un paio di volte, ma si mettono a ridere e se stanno seduti.”

Tenete presente che in Olanda esiste soltanto la “scuola media”, che vai dai 12/13 ai 18 anni. Questo vuol dire che nella stessa scuola ci sono bambini in età prepuberale e “burricus mannus” con un’altezza media di m. 1,95. Da qui la necessità di tenerli separati durante le pause.

Mi sono avvicinato al gruppo di 16enni e gli ho ripetuto la richiesta di lasciare il posto ai ragazzini.

Loro: “Si, ma….” e ridevano.

“Niente discussione, dovete andarvene!”

“Si, ma…” e ridevano.

Allora mi sono messo dietro uno di loro, ho afferrato le gambe della sua sedia e ho tirato forte.

È caduto col culo per terra.

Gli altri si sono messi a ridere. Anche lui si è messo a ridere.

Nel giro di 3 secondi erano spariti.

September 24, 2010

La donna ricca

Non sono abituato a raccontare delle mie imprese, diciamo così, venatorie, ma questo è successo in pubblico, davanti a decine di persone e la preda ero io.

Io stavo parlando di letteratura con Ruud—l’altro “vecchio” del corso—e Juliette è venuta e mi ha sfregato il culo contro …  ebbene sì …  l’uccello. Sí, si è messa tra me e Ruud e ostentatamente ha dimenato il culo in una specie di lapdance, ma in verticale.

De Meyer, il docente, il più preparato e temuto, ci stava guardando. Io—sinceramente scandalizzato: provate voi a immaginare voi stessi in quella situazione!—sono solo riuscito a esclamare: “Juliette, io sono un uomo!”

E lei: “E io sono una donna!” e ha continuato in modo ancora più ostentato.

De Meyer ci guardava perplesso.

Poi la pausa è finita e siamo tornati ad ascoltare la magnifica lezione di de Meyer sull’Inferno.

Juliette mi mandava bacini da lontano e de Meyer—sarà stato un caso—ha cominciato a disquisire sul complesso di Edipo.

Juliette aveva 22 anni e io 35.

Juliette era molto ricca—molto ricca!—e io poverissimo.

Mi mantenevo agli studi pulendo uffici e cessi la sera.

Una volta eravamo a casa di Carlo—urbanista romano naufragato in Olanda per via di una donna: “Bella! È così alta.” La bellezza per Carlo era misurabile in centimetri—e Juliette, con la sua consueta spontaneità: “Carlo, la mia gonna costa più di tutto il tuo arredamento messo insieme!”

Io ne rido ancora—era più che vero!—ma Carlo le ha tolto il saluto.

È durata pochissimo, neanche un mese, ma siamo rimasti amici.

Juliette era una bravissima ragazza, ma aveva il difetto di essere ricca, molto ricca.

Dopo l’anno propedeutico di Lingua e Letteratura Italiana all’Università di Amsterdam, è andata a studiare teatro/varietà in Inghilterra.

Poi ci siamo persi del tutto di vista. Ho saputo da amici comuni che ha sposato un Lord inglese—hanno dato la notizia perfino sul giornale—ma che presto hanno divorziato.

De Meyer è diventato Rettore Magnifico.

Carlo ha fatto una figlia con una donna che non era bella, ma solo alta.

E io un po’ alla volta sono diventato famoso in Sardegna.

Solo a Iglesias non se ne sono accorti.

September 17, 2010

FIAT LUX

Adriano Sofri, circa un anno e mezzo fa, amareggiato dagli attacchi personali che subiva per via dei suoi interventi etici sulla stampa, ha scritto una nota su Facebook in cui diceva, più o meno: “Cosa sarei diventato se non fossi stato condannato per la vicenda di Calabresi?”

A me la sua reazione è sembrata fuori posto—la mia opinione su Sofri è molto articolata e ve la risparmio—e ho commentato: “Cosa saresti diventato se avessi avuto un padre analfabeta e avvinazzato?”, ma dopo pochi minuti ho eleminato il mio commento, perché poteva sembrare irrispettoso per la sua condizione di prigioniero e condannato in sede definitiva e io di queste situazioni non so niente: questa è una delle poche cose che la vita mi ha risparmiato.

Scrivo questo perché mi sembra arrivato il momento di spiegare in modo serio perché ho deciso di ritirarmi dalla scena della linguistica sarda e dalla lotta per i nostri diritti linguistici.

Alcuni credono che io sia amareggiato, eppure, se ci pensate bene, non può essere così, visto che ero a un passo dalla mia rivalsa sulla vita: il 13 ottobre sarei andare dovuto Cambridge a tenere un seminario sul sardo, su invito del Cambridge Endangered Languages and Cultures Group.

Per il figlio di un minatore/contadino analfabeta e avvinazzato sarebbe stata una bella rivalsa, lampu! Soprattutto se pensate che fino ai 34 anni il mio mestiere consisteva—fra l’altro—nel raccogliere gli stronzi di cane dalle aiuole di Piazza Sella, a Iglesias.

Non occorre essere stati educati in quella feroce palestra di umorismo che era l’Iglesias della mia gioventù per capire che a Cambridge ci sarei andato a sghignazzare di tanta gente. Loro comunque li avevo avvertiti: volevo intitolare il mio seminario: “Do you wanna play ball?”

Avevano gentilmente declinato l’offerta e optato per un titolo più convenzionale.

Perché mi ritiro allora?

Perché, da sempre, io l’eroe lo faccio soltanto se ci sono proprio costretto, come sulla spiaggia di Is Arenas.

Continuare a lavorare gratis per il sardo, in cambio di almeno altrettanti insulti quante sono state le dimostrazioni di affetto e di gratitudine, stava cominciando a costarmi troppo dal punto di vista personale.

Alessandro Mongili mi ha detto una volta che, secondo lui, un giorno qualcuno scriverà la mia biografia.

Chissà se mai succederà, ma io voglio anticiparvi un episodio che per ha costituito una svolta nella mia vita e che secondo me è del tutto analogo alla mia svolta di questi giorni.

Nel 1970 ero stato “promosso a giugno” alla quinta dell’ITI per periti chimici.

Un po’ per noia, un po’ perché soldi i miei non ne avevano davvero—mio padre riceveva una pensione di 48.000 lire al mese—ho insistito per andare a lavorare a Torino anche quell’estate. Con quei soldi mi sarei pagato i libri della quinta.

Mio fratello—il maggiore—mi aveva trovato un lavoro in un cantiere edile vicino a casa sua. Quando ci sono andato, assieme all’altro fratello appena più grande di me, il capocantiere e il geometra non si ricordavano di nulla. Comunque mi hanno messo in mano una piccola mazza e uno scalpello e mi hanno detto di scalpellare via una fascia di calcestruzzo alta una decina di centimetri, spessa 5 e lunga-lunga-lunga.

Dopo otto ore, le vesciche sulle mie mani erano tutte scoppiate da ore e le mani quasi non riuscivano più a reggere la mazza e lo scalpello.

Quando il mio fratello maggiore mi ha visto le mani ha detto: “Mettile in acqua e sale e ti passa”. Io le ho messe in acqua e sale e il giorno dopo non ero comunque in grado di continuare quel lavoro.

Mi hanno licenziato e mio fratello si è incazzato.

Con me!

Nel giro di un paio di giorni ho trovato un altro lavoro, adatto a uno studente di 17 anni.

Era in una “cromatura” che lavorava, come tutti, per la FIAT e dovevo semplicemente legare con dei fili di rame dei pezzi di plastica che poi sarebbero stati immersi in una soluzione elettrolitica da cui sarebbero usciti coperti da uno strato sottile di cromo o nichelio.

Ironia della sorte, ero uno dei pochi che capivano quello che stava facendo.

La storia è durata un paio di mesi.

Nel mentre ho litigato con quell’altro fratello da cui mangiavo e così son finito a cenare da solo ogni sera, tranne la domenica.

Non riuscivo a fare amici: ero troppo diverso sia dagli altri operai giovani, che dagli studenti torinesi. Oggi si direbbe che in quei mesi a Torino sono diventato depresso.

Prima di partire sono andato a Porta Palazzo e mi sono comprato un giubbotto “militare” e una borsa militare per metterci i libri di scuola.

Mi ero anche comprato un mangianastri e mio fratello—il maggiore—si è incazzato con me.

Arrivato a casa ho consegnato i miei guadagni a mia madre.

In seguito mi hanno detto che i soldi li avrebbero usati per pagare un po’ di rate della casa che stavano riscattando.

I libri li avrebbero chiesti alla scuola, al patronato.

Hanno mobilitato il vicino di casa socialdemocratico, come il preside della mia scuola.

Quell’anno non ho studiato e così non mi hanno ammesso all’esame di maturità.

E ho anche deciso che, dopo il diploma, non avrei continuato con gli studi.

Sono tornato sulla mia decisione soltanto 15 anni dopo.

September 14, 2010

Bolognesi è un eroe: una dimostrazione scientifica.

Io durante la mia non più breve vita ho salvato quella di altre quattro persone e, se vogliamo essere pedanti, ho anche salvato da lesioni gravi quei due bambini che avevano mollato il freno a mano nella Seicento multipla in discesa.

Ma basta questo a rendermi un eroe?

No, naturalmente! Anche i medici salvano in continuazione vite umane, ma questo è il loro mestiere.

Vediamo quindi di metterci d’accordo sulla definizione del concetto di eroe.

Un eroe è uno che rischia la propria vita e/o salute e/o libertà per avvantaggiare gli altri?

Non necessariamente, perché questa persona potrebbe anche semplicemente essere uno scellerato che non si rende conto dei rischi che corre.

Modifichiamo allora la definizione quel tanto che basta per escludere gli scellerati dalla categoria: un eroe è uno che rischia coscientemente la propria vita e/o salute e/o libertà per avvantaggiare gli altri. Insomma, un eroe è uno che fa quello che fa anche quando se la fa sotto dalla paura.

Ora, nel caso di mio fratello che stava per volare giù dal quinto piano e di quello scemo che si è buttato dalla finestra, si è trattato soltanto di presenza di spirito e di prontezza di riflessi.

Anzi, nel caso di quello che si è buttato, ho lasciato che prima toccasse terra con i piedi e soltanto dopo l’ho afferrato, per impedire che battesse la testa per terra: deu is bratzus po unu tontu non mi ddus truncu, lampu!

Rimangono due casi di salvataggio, avvenuti—incredibile, ma vero!—lo stesso giorno nel mare di fronte al campeggio di Is Arenas, Narbolia (OR).

Era il 1973, pochi mesi prima del golpe contro Allende, e io da circa un anno avevo lasciato la Sardegna e la politica per Amsterdam e per quella che sarebbe diventata la mia prima moglie.

Io e Irene giravamo la Sardegna—eravamo in ferie—in lungo e in largo in autostop. Avevamo piazzato la nostra tendina nel campeggio di Is Arenas ed eravamo sulla spiaggia. Tirava un maestrale molto forte, che lì arriva dritto dal Golfo del Leone, perpendicolare alla spiaggia. Le onde erano molto alte.

A un certo punto arriva una donna sulla trentina, sarda, che mi fa: “Per favore aiuti mio marito!”

E ha indicato un uomo su un materassino gonfiabile, tra le onde, a una cinquantina di metri dalla riva.

Ora, io non ho esattamente un fisico da bagnino—allora pesavo meno di settanta chili, per 1,82 di altezza—e ho imparato a nuotare tardi e male: riesco a malapena a salvare me stesso in un mare così.

Perché è venuta proprio da me? Oltretutto avevo anche i capelli lunghissimi—i riccioli mi arrivavano oltre le spalle: donne, donne quanto ero bello! Ma, purtroppo per voi, monogamo!—i cappelloni sono notoriamente pigri e vili: perché è venuta da me?

Sono andato.

Mentre mi avvicinavo al materassino, saltando ogni volta che arrivava un’onda, mi sono reso conto che in fondo il pericolo era più apparente che reale. Soltanto quando arrivavano le onde—alte circa due metri—dovevi nuotare un po’. Per il resto potevi camminare , fino all’arrivo dell’onda seguente.

Quando sono arrivato al materassino, l’acqua mi arrivava al petto.

Ho cominciato a tirare il materassino verso la riva, con l’uomo che gli stava aggrappato con una faccia grigia e contorta dal panico.

Quando arrivava un’onda, mi reggevo al materassimo che mi sollevava e poi riprendevo a tirare.

Era una cosa molto faticosa, perché la risacca ci spingeva con forza verso il largo.

Quando l’acqua è diventata più bassa mi sono rotto e ho cominciato a dire all’uomo sul materassino: “Sarta-ndi, calloni!”

E lui, a denti stretti: “No, no, no, no!”

Io ho continuato a tirare il materassino e a insultarlo: “Calloni, sarta-ndi!”

Quando l’acqua mi arrivava ai polpacci, l’uomo è saltato giù dal materassino e ha cominciato a “nuotare” nell’acqua bassa, fino a riva.

Non l’ho più visto.

La mattina dopo, alla cassa del supermercato, una signora che non avevo riconosciuto ha insistito per pagarmi la spesa: due vasetti di Galbi Galbani, due panini e un vasetto di marmellata.

Voi direte: non sei un’eroe, perché in effetti la situazione per te non era pericolosa!

E invece sì, perché quando io sono andato a salvare quell’uomo, non sapevo come stavano le cose.

Neanche due ore dopo quell’episodio, io e Irene eravamo di nuovo tra le onde, a poca distanza dalla riva. Abbiamo sentito una vocina che chiamava delicatamente. Irene parla anche il tedesco e ha detto: “Quella signora sta chiamando aiuto. Ha detto ‘Hilfe’ ”.

Io mi sono girato e ho visto una signora di mezza età che mi guardava con gli occhioni spalancati, ma non diceva nulla. Teneva la testa appena fuori dall’acqua.

Ho detto a Irene: “Ti sarai sbagliata.”

Ma poco dopo sentiamo di nuovo la vocina timida ed educata: “Hilfe!”

Mi giro di nuovo e di nuovo vedo soltanto gli occhioni spalancati della signora.

Continuo a guardarla e lei, timidamente ed educatamente dice: “Hilfe!”

L’abbiamo aiutata ad arrivare a riva.

Vabbe’, detta così non sembra una cosa molto eroica, ma se anche lei fosse stata in preda al panico?

Per fortuna le vie si dedicano soltanto agli eroi morti, altrimenti, forse, a Narbolia ci sarebbe una via dedicata a me e a Iglesias una bella tomba con una bella frase sulla lapide.

August 13, 2010

unu contu gadduresu

La potenza della felce maschio

Questa è la storia della felce maschio.
Nessuno li ha mai colti.
Ma se qualcuno riuscisse ad averli, libererebbe gli uomini dalla morte di piombo.Pistole, canoni, mitra,archibugi..Diventerebbero giochi da bambini.
Questa è la storia dei fiori della felce maschio, e dell’unico uomo,che, una volta…
In quel tempo lontano, il bandito più feroce, più coraggioso, e più fiero di Gallura aveva fatto una scomessa con se stesso:trovare i fiori della felce maschio; per averli bisogna arrivare fino a quel fiume,lontano lontano oltre l’orizzonte,dove non si sente canto di gallo.
Bisogna andare il primo di agosto a mezzanotte; ma guai ad aver paura, qualunque cosa succeda: se l’uomo ha paura, la felce maschio rifiuta di dargli i suoi fiori.
Tutto ciò sarebbe stata un’ardua impresa anche per l’uomo più coraggioso del mondo,ma alla fine di luglio il bandito si mise in cammino.
Cammina,cammina superò l’orizzonte,dimenticò il canto del gallo e arrivò al fiume;la nottata del primo di agosto era proprio bella,col cielo terso e stellato,e una grande luna buona.
Ma quando era quasi mezzanotte,si scatenò un temporale furibondo:grandine, lampi, tuoni, baleni e lingue di fuoco da tutte le parti.
Sembrava che l’inferno si fosse aperto sotto i piedi e sulla testa del bandito;ma lui niente,stava fermo come una roccia.
A mezzanotte in punto sbocciò il primo fiore,illuminato da un lampo;il bandito lo colse e aspettò il secondo.
Arrivarono le bestie:cinghiali e tori e ogni altra sorta di animali correvano verso di lui cercando di travolgerlo.Arrivò un serpente che cominciò a stringergli prima la caviglia, poi la coscia,e a poco a poco arrivò al collo e sembrava che lo volesse strangolare.
Il bandito,fermo ancora come una montagna che nessuno può spostare,credette di essere giunto alla fine della sua vita,ma non ebbe paura.Il serpente lo guardò fisso negli occhi,mandò un sibilo stridente e scomparve nell’attimo stesso in cui sbocciava il secondo fiore.Il bandito era felice.
Egli si sentiva vicino alla meta:avrebbe, con il suo coraggio, liberato l’uomo dalla morte del piombo..E così aspettava il terzo fiore.Nel silenzio s’udì galoppo di cavalli e frastuono d’armati.Il bandito non tremava.
Ma quando vide che su quei cavalli c’erano carabinieri,si sentì catturato,scoperto..provò paura,e sparò un colpo d’archibugio contro i carabinieri.
Il terzo fiore non è mai sbocciato, e il piombo continua a percorrere la sua strada.

Da “Fiabe Sarde”

August 8, 2010

Palpavamo la passeggera leggeri

Uscendo dalle tenebre di Kras, apparivamo improvvisi sulla scalinata illuminata. Ancora pieni dei sogni appena interrotti, giovani guerrieri dalla testa di Uccello (Kon-ke-katz, nella nostra lingua antica) ci arrampicavamo sul carro-di-fuoco che ci avrebbe condotto al Castello, come ogni giorno.
I cavalli che tiravano il carro-di-fuoco erano neri come la notte stessa e nessuno poteva vederli. Nella notte, intonavamo i nostri canti bellicosi e suonavamo i sacri tamburi di legno che avevamo di fronte. E così impedivamo anche che qualche blasfemo ci si sedesse su.
Pochi avevano il coraggio di avvicinarsi.
Il carro-di-fuoco partiva molto lentamente, sputando fumo nero. I cavalli barrivano nel buio.
Poi il carro-di-fuoco acquistava velocità e noi cantavamo e suonavamo i nostri tamburi parlanti.
Dopo poche ore il carro-di-fuoco si fermava a metà strada tra due villaggi: Case Nuove e Massakra.
Nessuno dei due villaggi aveva voluto che il carro-di-fuoco passasse per i suoi terreni di caccia e così questo si fermava lungo la frontiera sanguinosa che separava i territori dei due villaggi.
Mentre i cavalli invisibili venivano sostituiti da altri cavalli invisibili, altri passeggeri salivano sul carro-di-fuoco, ma solo i nostri alleati potevano sedersi accanto a noi, sui nostri tamburi sacri.
Il carro-di-fuoco ripartiva verso l’alba e attraversava lande spopolate dove si diceva che, dopo le grandi piogge del mese-di-letame, branchi enormi di strani esseri dalle corna retrattili emergessero dalle viscere della terra. Nella nostra lingua antica li chiamavamo Tzitz-tzitz-korr.
E c’era chi raccontava che in quei luoghi crescessero di funghi di carne del peso di centoventi libbre.
Le ore passavano e noi cominciavamo a diventare nervosi e impazienti. Alcuni di noi cominciavano a minacciare gli altri, imponendo che il tamburo che avevano di fronte restasse libero.
Finalmente il carro-di-fuoco arrivava a Sili-Quodha.
Noi guardavamo ansiosi i passeggeri che salivano.
Lei, Margò, arrivava immancabilmente e si sedeva su uno dei pochi tamburi che avevamo lasciati liberi.
Si parlava un po’, poi quello di noi che sedeva di fonte a lei-o anche tutti e due contemporaneamente-cominciava a toccarle le gambe. Centimetro per centimetro, le falangi del desiderio cominciavano l’esplorazione di quel mondo misterioso che si trovava sotto la sua gonna.

Margò teneva le gambe ben strette, perciò l’esplorazione era necessariamente limitata all’esterno delle cosce. Ma lì, piano piano, un centimetro alla volta, i polpastrelli potevare arrivare leggeri anche oltre le calze velate.
E dopo quel confine c’era il mondo dolce della sua pelle morbidissima.
Margò era assolutamente, come dire, brutta, ma la morbidezza della sua pelle te lo faceva dimenticare.
E nel mentre si continuava a parlare del più e del meno e lei parlava con quello che la palpeggiava o con qualcun altro e non l’abbiamo mai vista cambiare espressione.
Lei non ha mai fatto un gesto di protesta e non le abbiamo mai chiesto se le piacesse o no.
Andava così e basta in quel piccolo mondo antico.
Prima di arrivare al Castello, uno alla volta ci ritiravamo per immaginare quello che mai avremmo avuto il coraggio di fare davvero.
Eravamo giovani guerrieri dalla testa di Uccello: Kon-ke-katz, nella nostra lingua antica.
July 17, 2010

Shardana

Il mio incontro con gli Shardana è stato per me fondamentale: un’esperienza primaria.

Era la festa della parrocchia di S. Giuseppe Lavoratore e per la prima volta ho sentito “Satisfaction”.

Carlo (in seguito, quando si è messo in proprio, “Charlie”) aveva i capelli lunghi e biondi e quando gli ho chiesto quanto avesse pagato la parrucca, mi ha risposto: “Chiedilo a mamma!”

Nei primi anni ’70, quando nel resto del mondo gli hippy erano spariti da un po’, Charlie girava per Villacidro in un caffetano che aveva comprato in Marocco e i capelli lunghi raccolti in una coda di cavallo e i vecchi seduti al sole, immancabilmente, comentavano soltanto con un “Brrh, caghineri!” (Brrh, sta per il suono che si fa con le labbra per incitare i cavalli o gli asini”).

Queste cose me le raccontava un compagno di scuola di Villacidro-o Alida, agata-mi-ddu, ca fiat prus giovunu de mei e non m’arregordu su nomini!-e noi ridevamo della capacità di quei vecchi di riportare tutto quell’agitarsi di Charlie alle dimensioni del paese.

Incredibile ma vero, nel dicembre del 1972, della gente conosciuta per caso in un caffé di Amsterdam mi avrebbe parlato di questo Sardo conosciuto in Africa: un cantante, che si era portato anche in Africa i manifesti con la sua fotografia (“Charlie degli Shardana”).

Fermo restando che è nostro sacrosanto dovere conoscere la nostra Storia, quando si tratta di miti, io preferisco quello del patetico Charlie in Africa a quello del sanguinario Sisara in Giudea.

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