
Io durante la mia non più breve vita ho salvato quella di altre quattro persone e, se vogliamo essere pedanti, ho anche salvato da lesioni gravi quei due bambini che avevano mollato il freno a mano nella Seicento multipla in discesa.
Ma basta questo a rendermi un eroe?
No, naturalmente! Anche i medici salvano in continuazione vite umane, ma questo è il loro mestiere.
Vediamo quindi di metterci d’accordo sulla definizione del concetto di eroe.
Un eroe è uno che rischia la propria vita e/o salute e/o libertà per avvantaggiare gli altri?
Non necessariamente, perché questa persona potrebbe anche semplicemente essere uno scellerato che non si rende conto dei rischi che corre.
Modifichiamo allora la definizione quel tanto che basta per escludere gli scellerati dalla categoria: un eroe è uno che rischia coscientemente la propria vita e/o salute e/o libertà per avvantaggiare gli altri. Insomma, un eroe è uno che fa quello che fa anche quando se la fa sotto dalla paura.
Ora, nel caso di mio fratello che stava per volare giù dal quinto piano e di quello scemo che si è buttato dalla finestra, si è trattato soltanto di presenza di spirito e di prontezza di riflessi.
Anzi, nel caso di quello che si è buttato, ho lasciato che prima toccasse terra con i piedi e soltanto dopo l’ho afferrato, per impedire che battesse la testa per terra: deu is bratzus po unu tontu non mi ddus truncu, lampu!
Rimangono due casi di salvataggio, avvenuti—incredibile, ma vero!—lo stesso giorno nel mare di fronte al campeggio di Is Arenas, Narbolia (OR).
Era il 1973, pochi mesi prima del golpe contro Allende, e io da circa un anno avevo lasciato la Sardegna e la politica per Amsterdam e per quella che sarebbe diventata la mia prima moglie.
Io e Irene giravamo la Sardegna—eravamo in ferie—in lungo e in largo in autostop. Avevamo piazzato la nostra tendina nel campeggio di Is Arenas ed eravamo sulla spiaggia. Tirava un maestrale molto forte, che lì arriva dritto dal Golfo del Leone, perpendicolare alla spiaggia. Le onde erano molto alte.
A un certo punto arriva una donna sulla trentina, sarda, che mi fa: “Per favore aiuti mio marito!”
E ha indicato un uomo su un materassino gonfiabile, tra le onde, a una cinquantina di metri dalla riva.
Ora, io non ho esattamente un fisico da bagnino—allora pesavo meno di settanta chili, per 1,82 di altezza—e ho imparato a nuotare tardi e male: riesco a malapena a salvare me stesso in un mare così.
Perché è venuta proprio da me? Oltretutto avevo anche i capelli lunghissimi—i riccioli mi arrivavano oltre le spalle: donne, donne quanto ero bello! Ma, purtroppo per voi, monogamo!—i cappelloni sono notoriamente pigri e vili: perché è venuta da me?
Sono andato.
Mentre mi avvicinavo al materassino, saltando ogni volta che arrivava un’onda, mi sono reso conto che in fondo il pericolo era più apparente che reale. Soltanto quando arrivavano le onde—alte circa due metri—dovevi nuotare un po’. Per il resto potevi camminare , fino all’arrivo dell’onda seguente.
Quando sono arrivato al materassino, l’acqua mi arrivava al petto.
Ho cominciato a tirare il materassino verso la riva, con l’uomo che gli stava aggrappato con una faccia grigia e contorta dal panico.
Quando arrivava un’onda, mi reggevo al materassimo che mi sollevava e poi riprendevo a tirare.
Era una cosa molto faticosa, perché la risacca ci spingeva con forza verso il largo.
Quando l’acqua è diventata più bassa mi sono rotto e ho cominciato a dire all’uomo sul materassino: “Sarta-ndi, calloni!”
E lui, a denti stretti: “No, no, no, no!”
Io ho continuato a tirare il materassino e a insultarlo: “Calloni, sarta-ndi!”
Quando l’acqua mi arrivava ai polpacci, l’uomo è saltato giù dal materassino e ha cominciato a “nuotare” nell’acqua bassa, fino a riva.
Non l’ho più visto.
La mattina dopo, alla cassa del supermercato, una signora che non avevo riconosciuto ha insistito per pagarmi la spesa: due vasetti di Galbi Galbani, due panini e un vasetto di marmellata.
Voi direte: non sei un’eroe, perché in effetti la situazione per te non era pericolosa!
E invece sì, perché quando io sono andato a salvare quell’uomo, non sapevo come stavano le cose.
Neanche due ore dopo quell’episodio, io e Irene eravamo di nuovo tra le onde, a poca distanza dalla riva. Abbiamo sentito una vocina che chiamava delicatamente. Irene parla anche il tedesco e ha detto: “Quella signora sta chiamando aiuto. Ha detto ‘Hilfe’ ”.
Io mi sono girato e ho visto una signora di mezza età che mi guardava con gli occhioni spalancati, ma non diceva nulla. Teneva la testa appena fuori dall’acqua.
Ho detto a Irene: “Ti sarai sbagliata.”
Ma poco dopo sentiamo di nuovo la vocina timida ed educata: “Hilfe!”
Mi giro di nuovo e di nuovo vedo soltanto gli occhioni spalancati della signora.
Continuo a guardarla e lei, timidamente ed educatamente dice: “Hilfe!”
L’abbiamo aiutata ad arrivare a riva.
Vabbe’, detta così non sembra una cosa molto eroica, ma se anche lei fosse stata in preda al panico?
Per fortuna le vie si dedicano soltanto agli eroi morti, altrimenti, forse, a Narbolia ci sarebbe una via dedicata a me e a Iglesias una bella tomba con una bella frase sulla lapide.