Archive for ‘curtura’

September 26, 2011

Scienza e non-scienza


La settimana scorsa siamo stati confrontati con il modo in cui si comportano gli scienzati–anzi gli Scienzati, quelli veri–di fronte a un dato che contraddice le loro teorie. E non è neanche una teoria da poco, quella che è stata messa in discussione.

Si tratta addirittura della Teoria della Relatività, formulata da Albert Einstein, cioè da quello che per il grande pubblico è Il Genio per antonomasia: appena un po’ meno importante della Madonna di Fatima.

Uno degli assunti fontamentali della teoria di Einstein (“La velocità della luce non è superabile”) è stato apparentemente falsificato da una rilevazione effettuata sui neutrini prodotti nell’acceleratore del CERN di Ginevra.

La reazione degli scienziati è stata: “Se le misurazioni verranno confermata da studi indipendenti, bisognerà mettere in discussione tutta la Teoria della Relatività.”

Perché? Come può un dato apparentemente così insignificante–la differenza rilevata corrisponde a una distanza di circa 20 metri di su un totale di oltre 700 chilometri–far trabballare tutta la costruzione teorica del Genio?

Perché così funziona la scienza, quella vera.

La teoria di Einstein è basata su degli assunti chiari e univoci e fa delle previsioni chiare e univoche.

Uno di quegli assomi è che la velocità della luce non sia superabile e questo può essere soltanto vero o falso.

Non esistono vie di mezzo.

La teoria è dunque FALSIFICABILE e risponde ai requisiti di scientificità, così come stabilito da Popper.

Adesso, i dati sulla velocità dei neutrini sembrano falsificare l’assioma di Einstein.

In questi giorni, non ho sentito nessuno scienziato levarsi a difendere a tutti i costi la teoria di Einstein–cosa che costituirebbe di fatto la proposta di un dogma–né ho sentito degli scienziati che mettessero in discussione la grandezza di Einstein.

Del resto, nella scienza, queste cose sono all’ordine del giorno e infatti l’eccitazione più grande è stata quella dei media, che hanno visto il loro beniamino cadere dal piedistallo su cui loro stessi l’avevano posto. La reputazione di Einstein tra i fisici era diversa–Einstein ha preso tutta una serie di cantonate–e del resto si sapeva da sempre che la Teoria della Relatività  è incompatibile con l’altra colonna portante della fisica moderna: la Teoría dei Quanti.

La reazione degli scienziati è stata: “Se i dati sulla velocità dei neutrini vennanno confermati, ci sarà un sacco di lavoro da fare.”

Cosa c’entra tutto questo con gli argomenti soliti di questo blog?

Pensate all’atteggiamento dei filologi sassaresi di fronte al dato che io ho presentato sulla distanza tra la LSC e il sardo di Abbasanta.

Il dato è lì da quattro anni, in attesa di essere, eventualmente, falsificato.

Cosa ci sarebbe di più bello per questi nemici viscerali della LSC–ma non solo: io direi nemici del sardo–che poter dire: “Non è vero che il sardo di Abbasanta coincide per oltre il 90% con la LSC.

Invece si limitano a dire: “La LSC è di plastica!”; “La ricerca commissionata dalla Regione è scientificamente trabballante!”

Si noti come nessuna delle due affermazioni sia falsificabile: la prima è una–diciamo così–metafora senza alcun significato reale; la seconda è priva di tutti i correlati che ne permetterebbero la verifica. Mancano infatti il titolo della ricerca, il nome dell’autore, il luogo di pubblicazione. La calunnia di Lupinu è formulata artatamente in modo da non poter essere verificata e/o falsificata.

Il fatto che sia inserita in una pubblicazione “scientifica” dimostra che la linguistica italiana ha poco a che fare con la scienza.

Ma passiamo alla suddivisione del sardo in due varietà: il cosiddetto logudorese e il cosiddetto campidanese.

Fermo restando che il logudorese si parla effettivamente in Logudoro (per esempio a Ozieri) e il campidanese si parla in Campidano (per esempio a Sestu), rimane il fatto che gli studi di Contini (1987) e i miei (2005, 2007) mostrano l’esistenza di altre varietà del sardo e l’impossibilità di tracciare dei confini netti tra tutte queste varietà.

Cosa fanno i nostri filologi per controbattere a questi argomenti?

Li ignorano.

E continuano a dire che la LSC è una specie di Frankenstein, perché mostra elementi “sia del logudorese che del campidanese”, ignorando o facendo finta di ignorare che la maggior parte dei dialetti sardi non si possono definire né “logudoresi”, né “campidanesi”, come affermato dagli stessi parlanti del sardo e come alla fine ammesso anche da chi ha curato la ricerca sociolinguistica, quella sí, commissionata dalla Regione: “Evitando nel rapporto finale la presentazione di questi dati si è voluto procedere con delicatezza – ha fatto capire A. Oppo – nei confronti di queste risposte frammentate e un po’ deludenti, e dunque si è preferito non indicarle per il momento; infatti il rapporto presentato a Paulilàtino costituiva soltanto una prima versione, elaborata in tempi da record, e poteva essere corretta in un secondo tempo.” A Marinella è scappata una verità!

Cosa dice Santu Max–il patrono dei filologi sardi–in proposito?

“Di fronte al logudorese, il quale è spezzettato in tante varietà dialettali, il campidanese ha il vantaggio di una maggiore unità e uniformità” (Wagner, La lingua sarda, 1951:56).

Wagner afferma e nega contemporaneamente la suddivisione del sardo in due varietà. La sua affermazione non è perciò falsificabile e perciò non si può considerare scientifica: insomma, è perfettamente inutile.

Ora, qui vediamo come differisca il comportamento dei filologi sassaresi da quello degli Scienziati.

A voi la non ardua sentenza!

September 23, 2011

Video de importu mannu de Lisandru Mongile

Polìtica e biopolìtica in Sardigna [HQ]

September 12, 2011

Nuovamente sul concetto di letteratura nazionale

Limbara

Scrivo nella lingua degli oppressori, perché altre volte ho visto che anche loro si sono mostrati interessati a quello che dico sulla questione della letteratura nazionale.

Sul sito di ProGReS Massimeddu Cireddu mi chiede perché io escludo dalla definizione politica di “letteratura nazionale” le opere scritte in italiano da autori sardi.

Il discorso da fare è lungo e complesso e il quadratino che il sito di mette a disposizione per replicare è così piccolo che mi fa venire la claustrofobia.

Per capirci, dobbiamo partire dall’unica definizione di “nazione” che io accetto. La definizione l’ha fornita ZF Pintore alla fine della lunga discussione su FB, seguita alla mia nota  Nazione? :

“Siamo nazione, se vogliamo esserlo tutti assieme”.

Essere nazione comporta un atto di volontà.

Non si è nazione per via di un misterioso fenomeno naturale.

Non sono la lingua, né la storia, né il territorio a trasformarci in nazione.

È un insieme di queste cose che, se lo vogliamo, ci porta ad identificarci con gli altri che–almeno in parte–condividono quello che proviamo per la nostra lingua, la nostra storia, il nostro territorio.

Se lo vogliamo e soltanto se lo vogliamo.

Io–ma non sono il solo–non mi posso e non mi voglio identificare con la lingua dei nostri oppressori storici e attuali, con la lingua della dipendenza, con la lingua del colonialismo e del neocolonialismo.

Se vogliamo essere nazione, questa nazione dobbiamo costruirla a partire anche da alcune definizioni negative.

Dobbiamo definire ciò che non vogliamo essere.

Io non voglio appartenere alla nazione che ha espresso Umberto I, Mussolini, Cossiga e perfino Berlusconi.

Per lo stesso motivo non voglio definire la nostra letteratura nazionale anche sulla base della lingua che definisce quell’obbrobrio che chiamano “nazione italiana”.

Posso io porre dei limiti alla letteratura nazionale sarda? No, ovviamente! Ma posso proporli.

Un po’ opportunisticamente posso anche usare l’argomento che è soltanto normale definire le letterature nazionali sulla base della lingua usata.

A questo, Massimeddu mi ha risposto che allora mi ritrovo a definire come lettaratura sarda anche le opere in algherese, tabarchino e sardo-corso, le quali usando il criterio linguistico, si possono anche definire come catalane, liguri e corse.

Verissimo, ma soltanto da un punto di vista scientifico-classificatorio, punto di vista che lo stesso Massimeddu rifiuta.

Io propongo un criterio politico.

Ripeto per l’ennesima volta di non essere un indipendentista: sono perfettamente agnostico rispetto alla questione dell’indipendenza politica della Sardegna.

L’unica cosa che mi interessa è l’indipendenza culturale, intesa soprattutto come capacità di rielaborare autonomamente la cultura altrui.

Quando arriveremo a questo, arriverà l’indipendenza economica e l’indipendenza politica sarà un dato di fatto, qualunque forma le si voglia dare.

Ma passiamo a questioni più strettamente letterarie: perché la letteratura in italiano non è letteratura sarda.

Perché chi scrive in italiano si sta rivolgendo agli italiani (e ai Sardi italianizzati: come faccio io adesso) e non ai sardi.

Quindi chi lo fa, adatta automaticamente non solo la lingua, ma anche i contenuti di quello che scrive.

Per esempio, nel suo ultimo romanzo, Niffoi dice esplicitamente di dover tradurre quello che scrive in sardo perché i suoi lettori altrimenti non lo capirebbero.

Ora, a parte il fatto che il libro mi è piaciuto perché Niffoi si è liberato dai soliti temi turistico-deleddiani e ha scritto di una Sardegna che potrebbe essere anche l’Arizona, Niffoi qui dice onestamente che lui sta scrivendo per gli Italiani.

Niffoi vuole scrivere per loro? Benissimo!

La sua allora è letteratura italiana regionale e siamo tutti contenti!

Quello che bisogna evitare sono le operazioni ambigue, come quelle che Kelledda Murgia ha condotto con Accabadora.

Anche quella è letteratura italiana regionale ma, quanto a contenuti, turistico-deleddiana.

Dio mi guardi dal voler imporre a Kelledda quello che deve scrivere!

La letteratura deve essere frutto della libera elaborazione dell’autore: ci mancherebbe altro!

E se poi vince premi, diventa un tecnico e gira il mondo, sono contento come adesso che il Cagliari ha di nuovo sconfitto la Roma.

Ma la sua non è letteratura sarda. Non lo è per via della lingua e non lo è per via dei contenuti turistico-deleddiani.

E il mio non è purismo: traccio soltanto dei confini politici a quel progetto che condivido anche con Massimeddu e che porta all’indipendenza culturale della Sardegna.

Che non sono un purista, lo dimostra il fatto che secondo me è letteratura sarda anche Tzacca Stradoni, dove il sardo si alterna all’italiano regionale.

Ma Tzacca Stradoni è un libro scritto per i sardi, sia per quanto riguarda la lingua che per i contenuti.

E la lingua è due volte sarda: perché il sardo è molto presente e perché l’italiano non è ITALIANO, ma italiano regionale di Sardegna, lingua dei sardi, non degli Italiani.

Per concludere, trovo nell’intervento di Massimeddu ancora molta dell’ambiguità di fondo che un anno fa ho rimproverato all’IRS, rispetto al problema della lingua.

Il diritto alla lingua è un diritto collettivo e in quanto tale impone dei limiti ai diritti individuali.

Questo punto non mi sembra sia ancora penetrato nella cultura degli indipendentisti.

A loro probabilmente sembrerà una bestemmia, ma io ritengo che Murgia leda i miei diritti linguistici, rifiutandosi di scrivere in sardo.

Scrivendo in italiano contribuisce–e data la sua bravura e notorietà–in modo pesante a relegare il sardo nel ghetto della diglossia.

Ovviamente, da un punto di vista legale lei ha tutto il diritto di fare quello che vuole e io sarei il primo a opporsi se qualcuno volesse costringerla a scrivere in sardo.

Ma da un punto di vista morale e politico, non posso fare a meno di constatare che lei è soltanto un’italiana.

Io e lei non faremo mai parte della stessa nazione.

August 17, 2011

Monumentu

Turistas americanus aund’est su monumentu a is partigianus ebreus.

Il turista americano (un ‘ebreo ortodosso: notate le funicelle bianche che gli pendono al fianco) è riflesso dal monumento di granito nero mentre scatta una fotografia a suo padre. Sullo zainetto del padre c’è scritto “Just do it”.

Secondo me questa foto rappresenta bene il modo in cui gli ebrei americani si sono impadroniti della storia della Shoa per i propri scopi.

August 12, 2011

Nostalgia

E femu deu a sa bateria, Paulu a sa ghitarra e Giorgi a su basciu.

Totu improvvisau e arregistrau cun unu “radione stereo”.

E bivemu in Santu Larentzu, asuta de Marganai.

bobo_04.mp3

 

August 12, 2011

La vittima e il Redentore

 

 

Siete quasi tutti in ferie e solo pochi fedelissimi si ostinano a leggere i miei post.

Posso quindi permettermi di andare fuori tema: Obama!

Penso di essere uno dei pochissimi che, a sinistra, non sono stati delusi da Obama.

Infatti in Obama non ci ho mai creduto.

Ero ovviamente anche io contentissimo della sua elezione, per via del suo enorme valore simbolico, ma ero anche scettico.

Obama restava comunque il presidente degli USA e la sua elezione non avrebbe automaticamente trasformato quel paese di squali in una socialdemocrazia scandinava.

Ma ero contento e così ho fatto una cosa per me impensabile: ho ascoltato alla CNN il suo discorso dopo la sua elezione :

 

“Se là fuori c’è ancora qualcuno che dubita che l’America sia un luogo dove tutto è possibile, che ancora si chiede se il sogno dei nostri Fondatori sia vivo nella nostra epoca, che ancora mette in dubbio la forza della nostra democrazia, questa notte è la vostra risposta.”

Alle mie orecchie di uomo di sinistra questa dichiarazione suonava come: “L’America è un grande paese, anzi il miglior paese del mondo, e l’ha dimostrato eleggendo me!”

Obama anziché sottolineare la sua volontà di cambiamento (il suo slogan elettorale era “Change!”), sottolineava la continuità che la sua elezione rappresentava.

E la presidenza di Obama è stata tutta sotto il segno della continuità rispetto a quella di Bush: stessa politica energetica, stessa foia guerrafondaia, stessa accondiscendenza nei confronti dei macellai israeliani, stesso disprezzo per il diritto (vedi assassinio di Bin Laden) e, adesso, stessa indifferenza per la sorte dei diseredati all’interno degli stessi USA.

Perfino Alexander Stille, un commentatore filo-Obama, si dichiara scandalizzato: Due crisi.

Ora, a parte la soddisfazione di dire: “Ve l’avevo detto!” (e voi con sussiego mi dicevate che bisognava solo aspettare), quello che è interessante è capire perché voi (praticamente) tutti su Obama vi siete sbagliati.

In molti, soprattutto da destra, hanno commentato: “Questi confondono Obama con il Messia!”

E si aspettavano invece un Obama pragmatico e lontano dalle aspettative dei radicals che avevano contribuito a farlo eleggere.

In molti, a sinistra, sono cascati nel vecchio tranello cristiano: una vittima è portatore di redenzione, come Cristo.

Ora, a parte il fatto che questa convinzione è una coglionata in sé–e la storia del cristianesimo è lì a dimostrarcelo–Obama non è affatto un rappresentante dei Neri americani e della loro cultura–fino a un certo punto–antagonista rispetto a quella dell’establishment americano.

Obama, come sapevamo tutti, è cresciuto con i nonni bianchi e appartenenti alla middle-class e solo per caso gli è capitato di avere un padre africano.

Bisogna davvero essere un po’ razzisti–ma anche molto stupidi–per pensare che l’incidente costituito dall’avere la pelle scura bastasse a farne un Black American.

Sempre che un Black American si possa per definizione considerare, non dico antagonista, ma anche solo alternativo rispetto all’establishment americano: pensate a Condoleeza Rice.

Insomma–ma devo davvero dirvelo?–non è il colore della pelle che definisce l’etnia di una persona.

E, in ogni caso, una vittima non è necessariamente meglio del suo oppressore.

In questi giorni abbiamo visto in Inghilterra di cosa sono capaci le vittime della discriminazione e dell’esclusione sociale.

Penso che le immagni dello studente malese che viene derubato dai quei neri giganteschi che fingono di soccorrerlo siano emblematiche.

Obama ha la pelle scura, ma è soltanto il presidente di “quel grande paese”.

Ha realizzato il sogno americano: “anybody can become the President of the United States of America” e adesso tutto quello che vuole è essere riconfermato.

Costi quel che costi … agli altri.

Tutto questo mi sembra perfettamente in linea con quello che noi pensiamo–a torto, ovviamente!–degli Americani.

 

August 11, 2011

150 anni e li dimostra tutti

L’orribile monumento ai “caduti di tutte le guerre” di Iglesias.

Solo pochi mesi fa, gli Itagliani erano tutti lì a romperci i coglioni con i 150 anni dell’esistenza del loro stato.

Adesso sono tutti lì a leccarsene le dita, del loro orgoglio ingiustificato.

La realtà è arrivata, inaspettata soltanto per loro.

Adesso, come sempre, i poveri pagheranno per la follia dei potenti di destra e di sinistra.

C’è poco da festeggiare.

August 10, 2011

Sardegna regione d’Europa?

 

Come ci ricorda Barbara Spinelli su Repubblica (L’irruzione della realtà – Repubblica.it), l’esistenza della moneta unica europea comporta anche la necessità dell’integrazione politica dell’UE. Negli anni successivi all’introduzioni dell’Euro, tutti hanno remato contro questa integrazione politica, con il risultato che l’Europa è arrivata ad un passo dal fallimento.

Adesso gli Europei dovranno scegliere: dopo l’ubriacatura nazional-populistica degli ultimi dieci anni e tutti gli sproloqui contro la globalizzazione, se non vogliono finire triturati, dovranno rinunciare definitivamente a porzioni ancora più consistenti della farsa tardo-romantica dell’indipendenza “nazionale”. Oppure li aspetta il declino, non culturale, ma materiale.

Vedremo se avranno il coraggio di continuare a scegliere–come hanno fatto tutti coloro che votano per i partiti populisti–per i propri interessi “identitari” contro i propri interessi economici.

Fermo restando che non si tratta più di rinunciare a briciole di benessere, ma di scegliere per un drastico abbassamento del livello di vita. Tali sarebbero le conseguenze, se gli europei dovessero scegliere di rinunciare all’Euro.

Per i Sardi si tratterebbe di passare dalla tutela da parte di quel bordello che si chiama Italia alla tutela da parte di entità politiche più responsabili e meno interessate alla mitologia dell’italianità.

Visto che le varie mitologie che imperversano in Italia–e in Sardegna–sono tutte funzionali all’autoconservazione di una classe dirigente verminosa–a destra come a sinistra–nel momento in cui questa casta viene di fatto esautorata, dovrebbero aprirsi nuovi spazi anche culturali.

Nasceranno nuove mitologie per giustificare la cessione di poteri da parte degli stati-nazione all’Unione Europea. Queste automaticamente creeranno nuovi spazi per la più vasta identità europea, ma anche per le identità “regionali”.

Insomma, con un po’ di fortuna, i Sardi verranno liberati dalla melma culturale italiana e si troveranno in regalo un’identità da un lato più ampia, e dall’altro più aderente alla loro realtà culturale.

Se in questo ribaltamento generale che si spera avvenga anche la casta sarda verrà spazzata via, potrebbe aprirsi un periodo di grandi sviluppi per la Sardegna e per i Sardi.

August 4, 2011

Laggiù nell’Arizona c’è Niffoi

Cosa c’entrano le agavi con Niffoi?

Ora, è vero che io sono un perito chimico prestato alla cultura e che io mi considero un manorba (manovale) della linguistica e che penso che Benedetto Croce fosse un coglione, ma politicamente corretto, però, quelle agavi sono parte della storia sarda, come lo è Niffoi.

Le agavi e Niffoi sono un prodotto del colonialismo e il colonialismo culturale fa ormai parte del nostro spirito, come avrebbe detto quel coglione di Bettino Croxe.

Quelle agavi e Niffoi non sono lì per caso, ci sono da molto più tempo di quello che pensate voi e sono anche molto più sardi di quello che sembra.

Quelle agavi si trovano a fianco della strada panoramica che va da Gonnesa a Portoscuso.

La strada segue il tracciato della prima ferrovia della Sardegna: quella che andava da Monteponi a Portovesme e serviva a trasportare il minerale, arricchito in laveria, alle navi che poi lo portavano in tutta l’Europa industrializzata. Il tratto Gonnesa-Portovesme è stato aperto nel 1871.

Come mostra la fotografia–e come noi Maurreddinus sappiamo–la Maurreddinia non ricorda tanto l’Africa, quanto il Messico o il South-West.

E gli ingegneri positivisti che l’hanno costruita hanno voluto sottolineare la somiglianza importando le agavi dal Messico: contrariamente a quello che pensava quel coglione di Croce, anche gli ingegneri hanno uno spirito.

Adesso le agavi fatto parte integrale del paesaggio dell’Iglesiente. Sono presenti in Sardegna da quasi altrettanti anni dell’Italia unita, ma si riproducono da sole e senza violenza.

E Niffoi?

Lo sapete bene che a me della letteratura italiana–compresa la letteratura regionale sarda in italiano–non me ne frega niente.

Anzi, non me ne frega niente della letteratura. Non seu peritu chimicu po de badas!

Certi autori ( Marquez, Hemingway, Calvino giovane) riescono a innescare in me quella “suspension of disbelief”, senza la quale non riesci ad andare oltre le prime pagine, e me li bevo, mentre gli altri  (Musil, Grass, Joyce, Kundera, ma meno) mi annoiano a morte e li lascio a voi e a godersi la loro grandezza.

Avantieri mi sono comprato l’ultimo libro di Niffoi: “Il lago dei sogni”.

Ero ad Alghero, all’aereoporto, e avevo calcolato male i tempi tra la restituzione della macchina affittata e la partenza del volo di Ryanair.

Dovevo passare oltre tre ore all’aereoporto. Avevo già in mano l’ultimo numero di “Le Scienze” con in omaggio un inserto sull’universo oscuro, ma ho visto il libro di Niffoi.

Massì! E me lo son comprato.

Ho detto a mia figlia di lasciarmi in pace, ché volevo entrare nel libro prima che il volo cominciasse.

E sono entrato nella Sardegna di Niffoi.

Ho letto quasi tutto tra Alghero e Eindhoven e gli ultimi due paragrafi li ho appena letti.

La Sardegna di Niffoi mi piace.

È un posto talmente normale che ci atterrano perfino gli alieni, come nell’Arizona di Hollywood.

È un posto talmente normale che si muore ammazzati per gelosia e non perché chi ti ammazza è sardo.

È un posto talmente normale che ti fai prete perché ci hai la minca troppo piccola.

È un posto talmente normale che per farti capire devi scrivere in un’altra lingua, che sennò non vendi un cazzo.

O Niffoi, toca, pone-ti a iscrier in sardu, ca como su numene ti l’as fatu. Iscrie pro nois e già bi pensamus nois a ti bortare in sas áteras limbas.

Si est berus ca ses unu contadore de contos e non unu chi contat dinari.

Tocaíat a bi passare.

August 2, 2011

S’Alighera

Follow

Get every new post delivered to your Inbox.

Join 574 other followers