A. “a people with a common origin, tradition and language.
B.: “a community of people possessing a more or less defined territory and government.”
Traduco:
A. “un popolo con un’origine, una tradizione e una lingua comuni.
B.: “una comunità che possiede un territorio e un governo più o meno definiti”.
Come si può vedere, i Sardi non ricadono sotto nessuna di queste due definizioni.
Prima che vi incazziate, però, vediamo la definizione di “nassione” che ci offre il nostro buon Mario Puddu:
“sa zente chi, mescamente pro sa limba, su logu inue istat de tempórios, s’istoria chi at fatu, si distinghet de un’atera zente diferente pro sas matessi cosas.”
In Sardegna si parlano 5 lingue diverse: il sardo, il sassarese-gallurese, il catalano di Alghero, il tabarchino e l’italiano, quindi, se è la lingua a definire una nazione, i Sardi non sono una nazione.
Se è la storia a definire una nazione, peggio che andar di notte, perchè tutto dipende dal momento in cui si incomincia a dire “questa è la Storia dei Sardi” e, peggio ancora, dipende da chi ha scritto la Storia: insomma, dato che c’è stato un momento in cui il primo “foresu” è arrivato in Sardegna, tutti quelli che sono venuti dopo di lui, non hanno condiviso tutta la Storia dei Sardi, a meno che uno non decida, arbitrariamente, che la Storia dei Sardi incomincia, per esempio, nel 1492 A.D..
E, naturalmente, non è assolutamente vero che la storia di un tzeracu del Regno di Arborea è stata la stessa di Mariano o di Eleonora, anche se si sono svolte nello stesso tempo e nello stesso territorio.
Ma se è il territorio “in cui si abita da lungo tempo” a definire la nazione, tutto dipende allora da quanto è lungo questo tempo e da chi si intende per “gente”: gli individui o le loro famiglie? Nel secondo caso, a partire da quale generazione? Se invece si intendesse gli individui, bisogna stabilire arbitrariamente da quanto tempo bisogna abitare in Sardegna per essere definiti come Sardi.
Quanto al distinguersi dall’altra gente sulla base di queste cose-balla!-questo sí che è un campo minato: dato che nessun Sardo condivide completamente la lingua, la Storia e il territorio degli altri 1.600.000, qui la finiamo a definirci in 1.600.000 nazioni!
No, non è una battuta: ve la ricordate la definizione che Mialinu Pira ha dato della famiglia barbaricina come “nazione”? Del resto anche Mario Puddu riporta la seguente definizione di nazione: “fintzas arereu, famillia”.
Forse è meglio tornare al il “New Penguin English Dictionary”, che pubblica, al di sotto delle definizioni citate, una nota editoriale:
“Appartenere a una nazione non è nient’altro che un’adesione emotiva. Come l’essere membro di una famiglia e, essenzialmente, non dipende da un calcolo razionale o un vantaggio o un merito-anche se si possono produrre affermazioni pseudo-razionali di superiorità, come in guerra o nello sport”. (Professor Peter Clarke)
Perché mi sono rivolto a questo dizionario britannico per incominciare il mio discorso?
Perché il concetto di “stato-nazione” per i Brittannici è esotico: la “nazione” l’hanno inventata i rivoluzionari francesi, per sostituire con una tecnologia sociale nuova, ma altrettanto metafisica ed emotiva-quella superata che ruotava attorno al concetto di “Re per volontà di Dio”, a cui i sudditi dovevano quell’amorosa obbedienza che teneva assieme lo stato: “l’etat c’est moi”, insomma.
I Brittannici, invece, si sono tenuti il Re e hanno continuato, sotto la stessa Corona, a essere “nazioni” diverse, con tanto di squadre di calcio nazionali diverse.
I Brittannici la “rivoluzione nazionale” per arrivare allo “stato-nazione” non solo non l’hanno mai fatta, ma l’hanno anche combattuta con successo, sconfiggendola definitivamente a Waterloo.
A loro andava bene essere sudditi del “Regno Unito” ed evidentemente ancora gli va bene, visto che sono ancora lì e che tra Inglesi, Scozzesi, Gallesi e Nord Irlandesi non si metterebbero mai d’accordo per formare un’unica, fortissima, nazionale di calcio.
Il concetto di “stato-nazione”, quindi, è tutt’altro che universale, né potrebbe esserlo visto che è basato sull’identificazione emotiva con lo stato e le emozioni, per fortuna, sono un fatto personale.
Identificazione con lo stato, dunque, visto che nemmeno in Francia si sono mai verificate tutte le condizioni sbandierate dai cultori della nazione come presupposti necessari per la sua identificazione: quelli della definizione A del “New Penguin English Dictionary”.
Neppure la Francia è riuscita, negli oltre 200 anni della sua esistenza come “nazione”, a estirpare la “malapianta” delle lingue diverse da quello che, in origine, era soltanto il dialetto di Parigi e a realizzare l’obiettivo del monolinguismo: “una lingua-una nazione-uno stato”.
L’idea sottostante era necessariamente quella che i cittadini dello stato-nazione dovessero essere uniformati linguisticamente, dopo essere stati anche letteralmente messi in uniforme, per poter combattere adeguatamente nell’Armée Populaire.
Insomma, dall’Egalité come diritto e conquista, all’Egalité come prescrizione e dovere.
Francia e Italia rispondono invece bene alla definizione di nazione offerta al punto B dal dizionario, che si potrebbe riformulare come: “l’insieme dei cittadini di uno stato”.
Naturalmente allora, l’adesione emotiva a questa “nazione” è tutt’altro che scontata: ecco perché gli stati, soprattutto in momenti di crisi, si aggrappano con forza-e spesso anche con violenza-alla definizione A.
Gli stati e i loro adoratori si comportano spesso come quei mariti che picchiano la moglie che, secondo loro, non li ama abbastanza.
Così è successo anche l’estate scorsa, quando alcuni dei più importanti media italiani si sono scagliati contro le lingue minoritarie, in particolare contro il friulano.
Ho sollevato un bel problema (o almeno lo spero)!
Infatti sto negando che noi Sardi siamo una nazione, ma per consolare chi si sta offendendo, aggiungo subito che, se non lo siamo noi (sulla base della definizione A), figuratevi gli Italiani!
E se qualcuno pensa che sono di nuovo qui a rompere “is patatas”, ha perfettamente ragione!
Come movimento per la Limba, siamo fermi.
Anche gli sforzi che stanno compiendo alcuni degli amici de Su Comitadu pro sa Limba Sarda stanno dando dei risultati molto limitati.
Secondo me, questo deriva in gran parte dal fatto che nel movimento non si è riflettuto abbastanza sul perché è necessario arrivare a una qualche forma unitaria del sardo, su quello che la Limba può-o deve, a seconda dei punti di vista-significare per i Sardi, sul cosa voglia dire essere Sardi, se non si conosce il sardo o si parla una delle altre lingue della Sardegna.
Su queste cose si è litigato molto e riflettuto poco.
Devo anche dire che i nostri avversari non ci hanno aiutato molto: accecati dall’equazione “una lingua-una nazione-uno stato”, si sono scagliati a testa bassa contro la Limba che, secondo loro, minacciava la loro stessa esistenza.
Ma, dal nostro punto di vista, a sbagliare siamo stati noi, ché non siamo riusciti a instaurare quel dialogo che era soprattutto nel NOSTRO interesse.
Ajò, eccovi la mia ultima provocazione (?).
Vediamo se qualcuno reagisce.