May 26, 2012

“Nessuno ci sta portando via il diritto al sardo”, firmato: Michela Murgia.

A pensar male si commette peccato…

Kelledda lo sa.

Kelledda è furba e lo sa bene.

A fare i dietrologi e a pensar male siamo buoni tutti.

E cosi mi metto anche io a far il dietrologo e a pensar male.

A Kelledda da fastidio che Cappellacci, Pres. Ugo abbia scritto in sardo a Monti:  Mì che ci stanno secessionando

Ma naturalmente deve dire che non è il sardo in se che le da fastidio, sennò che figura ci fa con i suoi amci indipendentisti?

Giagu Ledda le ha scritto:

Giagu Ledda 2012-05-26 12:11

“Cara Michela il problema qual è: che Cappellacci abbia scritto anche in sardo a Monti o che il Presidente della Sardegna abbia il diritto di scrivere in sardo? Cappellacci passerà, ne verrà un altro. Avrà quest’ultimo e chi lo seguirà il diritto di scrivere in sardo? A questa domanda non hai risposto, non te la poni neanche, perchè il tuo subcosciente forse risponderebbe di no. Sarei felicissimo se rispondesse affermativamente, ma scrivilo. È molto facile per una scrittrice brava fare ironia su un babbeo, ma per favore non far sfilare dietro a lui la truppa variopinta dei sardi che s’incazzano in sardo, quelli sensibili alle azioni a carattere para-identitario e altri che, anche se non nominati appaiono fra le righe, quelli che pensano che questa non è una svolta storica, che sanno perfettamente che si tratta di giochi di prestigio in chiave elettoralista. Ma pensano anche che la normalità sarebbe che il Presidente della Sardegna debba esprimersi in sardo con i conterranei e in altre lingue cun sos furisteris. Cordiali saluti”
 E Kelledda gli ha risposto:

#13Michela Murgia 2012-05-26 12:31

“Giagu, a me il diritto di scrivere in sardo non me lo ha mai tolto nessuno. Lo parlo, lo scrivo, lo uso su facebook e lo twitto con gli amici regolarmente: forse per questo non mi è mai venuto in mente di usarlo come atto dimostrativo della mia rabbia, tantomeno del mio orgoglio, dato che non parlo sardo per mio merito. Uno che lo fa mi fa pena, ma se è il presidente della regione mi fa anche un po’ incazzare. Nessuno ci sta portando via il diritto al sardo, se non noi medesimi quando lo usiamo come una funzione folklorica nel rapporto con soggetti di cui siamo comunque politicamente succubi.”

Ecco, basta questo a far capire in che mondo vive Kelledda.

Una scrittrice bravina–ma senza esagerare–che si rifiuta di prendere parte al processo e al lavoro di rivitalizzazione del sardo e si accontenta di usarlo nella sfera privata–riconfermendone il ruolo, subalterno alla lingua che le fa guadagnare soldi e fama, nella situazione di diglossia dalla quale noi stiamo cercando di liberare la nostra lingua.

Questa scrittrice bravina–ma senza esagerare–ci informa adesso che nessuno ci sta portando via il diritto al sardo.

Sto estrapolando la frase dal contesto?

Belli be’! A pensar male si commette peccato, ma in genere ci si azzecca, no?

Sta affermando che non la scuola italiana e sardignola, non i media italiani e sardignoli, non gli scrittorucoli sardignoli parvenus, non–roba di pochi giorni fa–l’Anas, non tutti i sardignoli che storcono il naso quando ci rivolgiamo a loro in sardo, ma “noi medesimi quando lo usiamo come una funzione folklorica nel rapporto con soggetti di cui siamo comunque politicamente succubi.”

No, Kelledda non sta dicendo la stessa cosa che dico io ai Sardi impegnati: “il 90%  della responsabilità è la nostra”.

Se fosse questo, ciò che dice, lei stessa sarebbe impegnata in prima persona nella lotta per far uscire il sardo dal ghetto della diglossia.

Vi risulta che lo sia?

E allora mi metto a fare anche io della dietrologia spicciola e non guardo a quello che viene detto, ma a chi lo dice.

È vero che Cappellacci che scrive in sardo è poco credibile, ma Kelledda lo è ancora meno come castigatrice dei costumi linguistici altrui.

Quello che ha detto, alla fine è soltanto questo: nessuno ci sta portando via il diritto al sardo.

E dd’at nadu Kelledda, s’acabbadora de sa limba.

Bae e chirca si issa cumprendet sa diferentzia tra deretos individuales e deretos colletivos.

Ma est craru ca issa manigiat su deretu a faeddare su sardu ke unu deretu individuale: non bi sunt is carabineris a nosi proibbire de faeddare su sardu a solos ke scimpros.

Ma già bi sunt sa scola, is medias, is scritores sardinniolos e migia áteras cosas a nosi leare su deretu colletivu de imperare su sardu in sa sotziedade sarda.

E issa, scritora sardinniola, sighit a nosi leare su deretu de legher in sardu.

Comente si narat in Iglesias: Ma proita non si tupat?

May 26, 2012

Iddilio olandese (2)

Est a perdonare: innoxe est scopiada s’istade totu in una.

Una chida faet fia ancora a giacone.

May 26, 2012

Iddilio olandese

May 25, 2012

Perversi polimorfi plurilingui (2)

Ganzen!

May 25, 2012

Perversi polimorfi plurilingui

Geese!

May 25, 2012

La di(s)ffida di Ugo

Ellus ca no!

Fatu dd’at: Nos depes milliardu e mesu: e como paga

Ugo l’inesistente, Ugo il fantasma della cultura sarda, Ugo l’ologramma di Berlusconi l’ha fatto.

Ugo ha mandato un documento in sardo al governo italiano!

Non voglio lanciarmi in analisi politiche o dietrologiche sul perché l’abbia fatto.

Mi limito a constatare che–inaudibile dictu–Ugo ha schiaffeggiato linguisticamente il fighetto della Bocconi.

Come teorizzavo ieri, Ugo ha usato il sardo al di fuori delle regole non scritte che lo vogliono chiuso nel ghetto della “cunfiantza”.

E l’ha fatto nel modo più “inadatto”, più “indecente”, più “scandaloso” possibile.

Ugo ha lanciato la nostra lingua sul palcoscenico più incredibile per i Sardi.

A sbruncadura!

Questo è successo e questo bisogna dire.

Per il resto: se son rose fioriranno.

May 24, 2012

Messagiu de un’amigu disterradu e ki connoschet su mundu foras de s’Italia

Salude Robertu
ti iscrio a banda de “facebook” pro ti nàrrere chi lego semper cun
praghere totu su chi iscries in su blog tuo, in sardu e in italianu.
Tue però Robè tenes unu difetu, nch’istas in Olanda, comente deo
inoghe in Catalugna, e duncas bides sas cosas sardas dae a in foras e
dae una tzerta artària, a banda de sa libertade intelletuale tua.
Iscries beridades chi tenent “l’alçada d’un campanar” naramus in
catalanu, ma chi in Sardigna non nde cherent intèndere, e su peus est
chi no isco si mai l’ant a intèndere. Finas deo a bortas so tentadu de
iscrìere su chi penso, sena bi girare a intundu e sena tìmire de no
èssere politicamente curretu. Sunt in meda, pro esempru, a crèere e a
si bantzigare in cuddu istùdiu sotziològicu chi assegurat chi su sardu
no isco canta gente lu faeddat, si su 70 o 80%; mai b’apo crèidu. In
iscola su sardu nant chi lu cherent unu 75%, fàula.
Mugere mia, cando fiat giovanedda, pro istudiare su catalanu andaiat,
comente meda àteras pessones, a letzione in locales semiclandestinos o
in carchi retoria. A foras in carrera bi fiat sa politzia. Tue pensas
chi b’at sardos chi diant arriscare de èssere frimmados dae sos
carabineris pro chèrrere imparare sos avèrbios o sas prepositziones in
sardu? Custu però non si podet iscrìere e tocat a sighire sa currente
chi assegurat chi sos Sardos non tenent peruna   responsabilidade in
s’istadu comatosu de sa limba issoro.
Saludos mannos


				
May 24, 2012

Autocoglionizzati

A quanto pare non vi piace sentirvi dire che ancora ci stiamo autocolonizzando.

Pochissime visite al blog e pochissimi “mi piace” su FB per il post di ieri.

Eppure ho soltanto detto come stanno le cose.

Se per i nostri genitori–i miei cresciuti sotto il fascismo–era comprensibile, inevitavile pensare all’Italia come a qualcosa di infinitamente superiore alla piccola Sardegna materialmente e culturalmente stracciona–rileggetevi Le Lannou: “Questo popolo di razza piccola è sottoalimentato”–per la mia generazione già non lo è più.

Avevo 16 anni nel ’68 e come tanti ho imparato a non fidarmi più dell’informazione del regime: qualunque regime.

Non è quindi un caso che a far partire il movimento per la lingua non siano stati i vecchi sardisti del PSdAz, ma i giovani di Su Populu Sardu, tutti più o meno segnati dal ’68.

E chi non lo è stato si faccia pure sentire, così posso correggere la mia analisi.

La responsabilità del fatto che il movimento per la lingua non si sia in questi 40 anni trasformato in un movimento di massa ricade interamente sugli individui della mia generazione e di quelle successive.

Ma le responsabilità vanno anche suddivise in modo diverso tra le diverse generazioni.

I giovani di adesso si stanno formando in una situazione di ricchezza culturale e di informazione che non ha paragoni, non dico rispetto a quella dei miei genitori, ma neppure rispetto alla mia generazione.

Le nuove generazioni non posso non sapere che l’Italia, come modello da seguire per acculturarci, è il più scalcagnato che potesse capitarci.

In testa alle classifiche per la corruzione, la poca libertà di informazione, la diffusione della criminalità organizzata, la violazione dei diritti civili delle minoranze, le stragi, oltretutto impunite, l’ Italia era fino a ieri governata da un personaggio che tutti gli scrittori di satira del mondo rimpiangono, l’Italia è ancora ininterrottamente occupata dai partiti dal lontano 1922 e dalla fine della guerra, di fatto, un protettorato del Regno Vaticano.

L’Italia che, se è cambiata negli ultimi decenni, è cambiata in peggio (Falcone, Grillo, Mussolini, Capaci, Brindisi, Napolitano che piange e quella strana sensazione di déjà vu. Con l’Italia di nuovo in balìa degli eventi).

Eppure la stragrande maggioranza dei Sardi non sembra mettere in discussione quel modello culturale.

Unici tra tutte le grandi minoranze in Europa, i Sardi non sentono la necessità di esprimere in modo massiccio e diffuso la propria alterità e, molto peggio, non sentono il bisogno di esprimere il rifiuto di una cultura antropologica sanguinolenta e purulenta come quella italiana. Se il termine “sanguinolenta” vi sembra esagerato, andatevi a cercare il conto dei morti ammazzati per mafia, camorra, ‘ndrangheta che ha fatto Enrico Deaglio. Deve esistere da qualche parte, perché gliel’ho sentito fare in televisione molti anni fa. Siamo nell’ordine delle decine di migliaia.

Questo comportamento dei Sardi è, per un Sardo che da 30 anni vive in Olanda, assolutamente incomprensibile.

I Sardi si dicono fieri di essere Sardi–e non vedo proprio di cosa dovrei essere fiero, visto che non ho fatto niente per esserlo. E la fierezza è un sentimento difensivo–mentre dovrebbero essere fieri di non essere Italiani. E questo non vuol dire, ovviamente, negare le enormi differenze che esistono tra gli “Italiani”, ma significa ammettere che gli Italiani che rispetto sono una minoranza incapace di far cambiare rotta al paese: leggetevi le analisi dei politologi dopo queste ultime elezioni.

I Sardi che per il 40% sarebbero indipendentisti e per il 48% sovranisti (cherta universitària) non  sentono poi il bisogno di esprimere la propria diversità nei confronti del Bel Paese.

E soprattutto non sentono il bisogno di esprimerlo nel modo che sarebbe più naturale: attraverso il rifiuto dell’elemento cardine di ciascuna cultura, la sua lingua.

E adesso già li sento i nostri indipendentisti all’amatriciane rimproverarmi di usare io stesso l’italiano, in questo testo.

Vero!

Ma c’è un motivo: il numero di viste al blog raddoppia quando scrivo in italiano e questo post è proprio rivolto a voi, che avete fatto dell’italiano la vostra lingua.

Se il nostro 88% di nostri indipendentisti e sovranisti non si sentono Italiani, perché parlano in italiano anche quando non ce ne sarebbe bisogno?

Eppure noi intellettuali impegnati la nostra parte per liberare il sardo dal ghetto l’abbiamo fatta: Sa Die de sa Sardigna.

Oggi si può parlare in Sardo anche di linguistica, per dirne una.

Qualcuno si starà chiedendo qual’è lo scopo di questa mia menata un po’ moralistica.

È ora di cambiare strategia.

Finora tutto quello che è stato fatto per il sardo è stato fatto partendo da un punto di vista difensivo: la tutela del sardo.

Io ritengo che questa strategia difensiva abbia già dato tutti i suoi frutti.

Abbiamo ottenuto molto, soprattutto se confrontato al niente di quando abbiamo cominciato.

Ma non siamo riusciti a rivitalizzare il sardo.

La situazione della trasmissione generazionale è disastrosa.

Se è vero che i giovani (maschi) apprendono ancora il sardo dal gruppo dei pari (i coetanei), è anche vero che il sardo che apprendono è presumibilmente influenzato in modo massiccio dall’italiano. Si vedano i commenti al mio post I Sardi parlano tutti l’italiano?  e anche l’altro post Come parlano i sardi? 

Vedo con apprensione come sbocco di questa strategia difensiva–e sempre che abbia successo–la vittoria di Pirro ottenuta dagli Irlandesi.

Vedo il sardo insegnato a scuola–e studiato de mala gana dai ragazzi–e completamente scomparso dalla vita dei sardi.

Per rivitalizzare il sardo non basta vincere la battaglia politica con le istituzioni–e vendicarci delle umiliazioni passate–ma occorre vincere la battaglia culturale per far tornare il sardo alla condizione di lingua normale.

Giudico perciò gravissime le posizioni di vari esponenti di ProgReS, che teorizzano per la Sardegna la soluzione irlandese; indipendenza statuale e continuazione della colonizzazione culturale.

Le giudico gravissime perché potrebbero essere espressione del disorientamento linguistico di almeno una parte delle giovani generazioni.

Insomma, quelli che dicono: “Io non parlo in sardo perché a casa mia si parlava italiano”.

L’italianizzazione culturale di queste persone è andata talmente avanti che hanno assorbito perfino uno degli aspetti più miserevoli e miserabili della cultura italiana: il monolinguismo isterico.

Queste persone non si rendono conto di avere il dovere morale, civico, di imparare il sardo: non fosse altro che per permettere a me di parlare in sardo con loro.

Queste persone rivendicano il proprio “diritto” al monologuismo e negano il mio diritto al plurilinguismo.

Finora a questo gioco ci abbiamo giocato tutti e quest’articolo in italiano ne è una dimostrazione.

Quante volte non abbiamo detto: “Parlo in italiano, perché c’è qualcuno che non capisce il sardo”?

È successo perfino che, ancora pochi anni fa, Cristina Lavino protestasse a una conferenza regionale sulla lingua perché io e altri abbiamo parlato in sardo.

Ma è arrivato il momento di ribaltare il gioco: sono i monolingui isterici a negare i nostri diritti linguistici.

Prendiamoci il nostro diritto e usiamo il sardo anche nelle situazioni che norme sociali frutto del colonialismo culturale–e dell’autocolonialimo–giudicano non adatte.

Usiamo il sardo con gli sconosciuti, con le donne, con i bambini nostri e altrui.

Come per gli omosessuali è ora di uscire allo scoperto.

Fuori dal ghetto e dentro la società.

Fieri, non di essere Sardi, ma di non essere Italiani!

May 22, 2012

Perfino un Lupinu ha ragione due volte al giorno

Non è vero che la scuola, lo stato italiano, i mass media e la vicina non-mi-tocchete-che-mi-caghete possono restituire il sardo ai nostri figli e a noi stessi.

Solo noi stessi possiamo farlo.

A rubarci il sardo non sono stati la scuola, lo stato italiano, i mass media e la vicina non-mi-tocchete-che-mi-caghete, ma i nostri genitori.

Soprattutto la nostra carissima Mamma.

La scuola, lo stato italiano, i mass media e la vicina non-mi-tocchete-che-mi-caghete sono quelli che hanno convinto la nostra carissima Mamma a farlo.

Ripercorrere all’inverso il percorso storico e voler costringere la scuola, lo stato italiano, i mass media e la vicina non-mi-tocchete-che-mi-caghete ad accettare il sardo è comprendibile e anche utile, ma non ci toglie nessuna responsabilità.

Il futuro del sardo dipende per il 90% da noi stessi.

Il fatto che i nostri genitori o noi stessi siamo stati traumatizzati da bambini ci porta quindi ad aspettarci che siano le istituzioni sadiche che ci hanno privato del rapporto normale col sardo a restituircelo, a noi e ai nostri figli.

Ma questo è come come aspettarsi che il violentatore restituisca alla sua vittima la sua “ingenuità”.

È chiaro che anche l’ammissione di colpa da parte della scuola, lo stato italiano, i mass media e la vicina non-mi-tocchete-che-mi-caghete deve avvenire–ci serve a superare il trauna–ma alla fine quello che conta siamo noi stessi.

E non siamo più bambini.

Non possiamo delegare alla scuola, lo stato italiano, i mass media e la vicina non-mi-tocchete-che-mi-caghete il futuro della nostra lingua.

La finiremmo come in Irlanda, dove praticamente tutti–anche la scuola, lo stato , i mass media e la vicina non-mi-tocchete-che-mi-caghete “conoscono” l’irlandese, ma tuoi figli no.

Però devono studiarlo.

Mi torna in mente una storia citata da Gramsci, non ricordo dove:

“I banditi. dopo aver assaltato la casa di un possidente, sfondano la porta, raccolgono tutti gli oggetti di valore e nel mentre violentano la moglie del possidente.

Quando i banditi se ne vanno col bottino, il marito comincia a picchiare la moglie e a insultarla.

–Ma come? Mi hanno violentato e tu mi picchi?

–Si! Ma tu muovevi il culo!”

May 22, 2012

Bellu s’articulu de Joyce Mattu, ma…

Joyce Mattu in s’articulu suo non at nadu una cosa de importu.

Sa ki est forsis sa cosa prus importante non l’at nada.

Est totu berus su ki at scritu.

Totu.

Ma issa at nomendadu sceti is cosas chi tocant a sa politica a ddas faer.

Totu s’atru tocat a nos.

A nos gente normale ki non faeddamus prus su sardu foras de cussu giru piticu de parentes e amigos.

Su sardu non est prus “visibile”: non dd’intendes prus in sa ruga, a su mancu in is biddas prus mannas.

E custu dipendet de nos.

Su ki at nadu Joyce serbit totu, ma non bastat.

A solu, custu nos podet portare a sa situazione de s’Irlanda, inue s’irlandesu ddu faeddant unos cantos spetzialistas, foras de cussas pagas biddas.

Su sardu bolet prus ke a totu faeddadu. In donni logu.

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