Archive for April, 2010

April 24, 2010

lingua, dialetto e corrispondenti locali

A nove mesi di distanza, ripropongo un’analisi della debolezza culturale della sinistra che credo spieghi come mai questa riesca a perdere sempre più degli altri.

Una dozzina di anni fa, mentre camminavo in un corridoio del dipartimento di Linguistica Generale dell’Università di Amsterdam, ho incontrato una collega marchigiana che faceva il dottorato a Utrecht.
Ci siamo salutati e lei mi fa: “Come va la tua ricerca sul dialetto sardo?”
Io l’ho guardata un po’ di traverso e ho risposto: “Prego? Il sardo è una lingua!”
E lei: “Ma tu sei un leghista!”
Mi sono voltato e me ne sono andato senza salutarla. Sono un buon incassatore, ma a tutto c’è un limite.
Questa collega-ovviamente di sinistra, come la maggior parte dei linguisti- pretendeva di imporre la sua verità politica (lo stato italiano non aveva ancora riconosciuto il sardo come lingua minoritaria) sulla verità scientifica (i linguisti non italiani riconoscevano da decenni lo status di lingua a se del sardo).
Io, rifiutando la sua verità politica, mi ero meritato l’anatema.
Conosco per fortuna diversi linguisti italiani che sono di sinistra e-proprio perché di sinistra-a favore della diversità linguistica.
Conosco anche altri linguisti italiani che sono a favore della diversità linguistica, per esempio, in Giappone (giuro che è vero!), ma non si sono mai resi conto che in Italia esistono tante lingue minoritarie.
A già, questi linguisti riconoscono l’esistenza di comunità che usano lingue che si parlano anche in altri stati, ma tutti gli altri idiomi che si parlano in Italia sono per loro dialetti.
Difficile capire cosa intendano per “dialetto”, visto che si guardano bene dal fornire una spiegazione per la loro definizione.
Intendono dire che i “dialetti” sono delle varianti locali dell’Italiano?
O si riferiscono allo status politico di questi idiomi? Insomma, la famosa definizione di Einar Haugen: “Una lingua è un dialetto con un esercito e una flotta”?
È immediatamente evidente che, qualsiasi definizione fornissero, si troverebbero subito con un bel problema: il veneto o il lombardo o il napoletano varianti locali dell’Italiano?
Ma siamo seri!
L’italiano è stato, fino all’avvento della televisione e della scolarizzazione di massa, una lingua praticamente sconosciuta alla stragrande maggioranza degli italiani. Questa cosa l’hanno chiarita già da decenni Tullio De Mauro e altri.
E l’altra definizione è meglio non usarla, perché così si rivelerebbe il trucco: la Lingua è soltanto il dialetto di chi ha il potere.
Allora meglio tacere!
Se si ammettesse, per esempio, che il veneto è una lingua distinta dall’italiano le conseguenze politiche e sociali sarebbero pesantissime…per i linguisti.
Insomma, addio carriera!
Anche per i linguisti italiani vale il motto: “Usi obbedir tacendo!”
In queste settimane, infatti si sente soltanto lo starnazzare dei corrispondenti locali, scatenati dalle loro testate “prestigiose” per denunciare gli “obbrobri linguistici della Lega”.
Ho visto perfino un titolo che conteneva la parola “operatuû” messa lì con l’intento di ridicolizzare l’assessore leghista che la pronuncia al telefono.
Come se questa parola normalissima avesse qualcosa di intrinsecamente ridicolo. Mentre “operatore”, ah, che bella parola!
Non ricordo come si chiamava quel linguista fascista che attribuiva la pronuncia “lasciva” del francese al loro carattere nazionale decadente.
Il titolo in questione era su Repubblica.
Evidentemente c’è chi pensa di combattere il neo-fascismo leghista con la cultura del fascimo storico: auguri!.
Ma già, Bossi ha proposto l’introduzione del “dialetto” nella scuola.
La cosa in sé è già molto interessante: Bossi infatti non parla di lingue, ma di dialetti.
Qualunque cosa voglia dire, come si vede, siamo distanti anni luce nel modo di definire le lingue locali.
E bisogna subito aggiungere che la sua proposta è bella e lodevole: finalmente i parlanti delle lingue locali vedrebbero riconosciuta la dignità del loro idioma. I bambini, soprattutto loro, non si sentirebbero rifiutati per il fatto di parlare ANCHE un’altra lingua. Se poi non la conoscono ancora, si arricchirebbero imparandola e imparando anche quegli elementi culturali che la lingua locale trasmette. Non c’è certo bisogno di spiegare quanto sia importante conoscere e capire la realtà in cui si vive.
Tra l’altro, è ormai praticamente certo che il bilinguismo-indipendentemente dallo status politico delle due lingue-comporta dei chiari vantaggi cognitivi (cercate su questo sito: http://www.bilingualism-matters.org.uk/. Esiste da qualche parte anche la traduzione in italiano).
Queste cose in Sardegna si fanno già, ma purtroppo ancora in troppe poche scuole.
Come avrete notato, la Sardegna è comunque ancora lì. Non si è allontanata di un centimetro dall’Italia e non si è neppure avvicinata all’Africa.
Se poi proprio volete avere la certezza della “correttezza politica” di queste iniziative in Sardegna, so per certo che in alcune scuole sono insegnanti che votano PD a portarle avanti: insegnanti che vedono gli indipendentisti come il fumo negli occhi.
Sono soltanto insegnanti veramente democratici che hanno capito, tra l’altro, che conoscere il sardo serve anche a migliorare la competenza dell’italiano, perché così i bambini prendono coscienza del fatto che certe strutture dell’Italiano Regionale appartengono in effetti al sardo e vanno evitate nell’italiano standard.
Di quello che si sta cercando di fare in Sardegna non si parla: bisognerebbe ammettere che esistono le lingue minoritarie!
Ma quando parla Bossi-cribbio!-bisogna reagire!
Da un lato è comprensibile-quanto idiota-che si condanni qualsiasi cosa faccia Bossi:“Se mai Bossi dovesse aiutare una vecchietta ad attraversare la strada, noi denunceremo il fatto!”
Dall’altro, però, quello che sta venendo su in queste settimane è l’eterna fobia antidialettale dell’Italiano acculturato: “La fobia antidialettale attechì ben presto nelle nostre scuole, nella
mentalità del ceto insegnante, nell’atteggiamento generale verso la lingua di tutte le autorità dello stato. Era in fondo un’ideologia del potere: una forma, la più immediata e violenta. […] Vedremo nelle prossime pagine che l’odio per il dialetto, vissuto con assoluta ignoranza e isterico autoritarismo dai pubblici poteri, durerà e si approfondirà nel corso del nostro secolo. Arriverà fino a noi, alle nostre scuole, all’esperienza di ciascuno di noi. Tutt’oggi esso non è stato interamente sconfitto” (Stefano Gensini (1982) Elementi di storia linguistica italiana, Minerva Italica, Bergamo).
È triste constatare che i neo-fascisti della Lega portano avanti quelle proposte culturalmente democratiche che dovrebbero essere patrimonio naturale della sinistra, mentre la sinistra, anziché vergognarsi dei suoi ritardi, ci propone il nucleo centrale della cultura fascista: il nazionalismo linguistico.
Una lingua, una nazione, uno stato!
Il monolinguismo come valore: “Sapere di meno è meglio che sapere di più!”
L’ignorance au pouvoir!
Ne abbiamo fatta di strada: oggi basta uno zoticone come Bossi a metterci in crisi.
Questo succede quando la cultura della lingua la si lascia gestire ai corrispondenti locali.
Povero Gramsci, il tuo erede linguistico è Bossi: “Franco in che lingua parla? Spero che lo lascerete parlare in sardo e non gli darete dei dispiaceri a questo proposito. […] Intanto il sardo non è un dialetto, ma una lingua a sé, quantunque non abbia una grande letteratura, ed è bene che i bambini imparino più lingue, se è possibile. Poi l’italiano che voi gli insegnerete sarà una lingua povera, monca, fatta solo di quelle frasi e parole delle vostre conversazioni con lui, puramente infantile; egli non avrà contatto con l’ambiente circostante e finirà con l’apprendere due gerghi e nessuna lingua: un gergo italiano per la conversazione ufficiale con voi e un gergo sardo, appreso a pezzi e a bocconi per parlare con gli altri bambini e con la gente che incontra per la strada e in piazza” (lettera a Teresina del 27 marzo 1927).
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April 23, 2010

Onnis e la letteratura nazionale

Omar Onnis ha scritto una delle cose più interessanti che abbia mai letto sulla questione dell’identità sarda:

http://www.coronadelogu.com/2010/04/19/la-letteratura-sarda-come-letteratura-nazionale/

Finalmente un’approccio razionale a una questione che in effetti non è nient’altro che un’insieme di sentimenti-a volte nobili e a volte no-e in quanto tali, molto difficili da esprimere in modo condivisibile da altri.

L’intervento di Onnis, si può riassumere nella frase seguente: “In definitiva, tornando al tema principale, l’esistenza di un bilinguismo, sia pure imperfetto, non contraddice affatto la natura prettamente nazionale della letteratura sarda. Tutt’altro. Sollecita caso mai altre considerazioni e attiene ad un discorso diverso, ulteriore e tutto interno al suo ambito.”

Da linguista, ovviamente, non posso essere d’accordo con Onnis.

Non è tanto la conclusione che non mi trova d’accordo, quanto il modo stesso di impostare la questione: letteratura nazionale? Benissimo, ma cosa sarebbe mai la “nazione”?

Rimando a quello che ho scritto in un’altra occasione:

https://bolognesu.wordpress.com/cosas-de-curtura-sarda/nazione/

Alla fine della discussione su Facebook sulla mia nota di allora, mi sono ritrovato d’accordo con la definizione di ZF Pintore: Semus natzione. Bastante de nde tènnere gana e cussèntzia.

In effetti questa definizione metafisica di ZF coincide con quella che Marx ha-involontariamente-dato della classe operaia: la nazione come luogo della mente, cioè, la nazione come entità politica e culturale e non come entità naturale. Questa definizione che condivido, va però integrata dalla seguente annotazione che ha fatto Alessandro Mongili: “Su problema no est su de si sentire Sardu/a pro un’indivìduu, ma sù de si sentire Sardos che unu pòpulu intreu. Creo ca su pòpulu sardu esistit craramente in sa cossèntzia de sa magioridade de sa gente sarda, e prus ancora in sos ogros chi nos abaidant de in foras. Sù chi ancora no esistit in sa mirada agena e in sa cossèntzia nostra, est sa Natzione sarda. Pro mene est una chistione de autocossèntzia ebia. Su de èssere Sardos corrispondet e at corrispostu a a su mancu duamigia maneras diversas de lu èssere in logos e tempos diversos.”

Semus NATZIONE si lu cherimus impari.

Ma allora la questione di quale lingua usare nella letteratura “nazionale” sarda diventa anche questa una questione de nde tènnere gana e cussèntzia.

In Sardegna, come in qualunque altra terra, lingua e nazione (come appena definita o anche secondo qualsiasi altra definizione) non coincidono. Lasciando provvisoriamente da una parte la questione fondamentale delle altre lingue presenti in Sardegna, sappiamo che una minoranza dei Sardi conosce soltanto l´italiano e moltissimi Sardi (la maggioranza?) non è abituata a leggere il sardo.

Tutto questo, come ricorda Onnis, è frutto della situazione di diglossia esistente in Sardegna.

Per affrontare la questione della lingua nella letteratura “nazionale” puo servire allora il modello della situazione linguistica in Sardegna che ho proposto diverse volte.

Sardu             Sardo italianizzato          IRS                Italiano

In Sardegna-cioè nella mente dei Sardi-esiste un continuum che va dal sardo (locale) all’italiano letterario e che costituisce il repertorio linguistico dal quale uno scrittore sardo può attingere.

Secondo Onnis, l’uso di tutto il repertorio porterebbe alla produzione di “letteratura nazionale” sarda.

E se fosse vero che la nazione è un’entità naturale, Onnis avrebbe anche  ragione.

Ma la nazione-come l’identità-è un costrutto (labai ca seu citendi a Prof. Paulis!) e allora se vogliamo definire la letteratura nazionale dei Sardi possiamo e dobbiamo tracciare un confine arbitrario-cioè cosciente e quindi politico-tra ciò che ne fa parte e ciò che ne resta fuori.

Ovviamente, visto che sappiamo tutti come la penso, lascio agli altri la parola e chiudo con un aneddoto (mi praxent tropu!).

Una borta Cheratzu m’at tzerriadu ca bolíat una definitzione non-negativa de “literadura sarda”.

Bolíat una definitzione linguistica pro poder ponner impari trabballos in sardu, in gaddureseu e in tataresu, ma chentza de narrer ca fit trabballu chi non fit scritu in italianu.

Dd’apo nadu: “Non faxet!”.

Sa kistione de sa literadura natzionale non est kistione literaria-ita spantu!-est kistione politica.

April 17, 2010

Limba e Madonnas

Castiende custu video de Bentzon mi nde so regordadu de una protzessione innue ddoe fia deo puru.

Tando tenía 5 annos e sa protzessione fit cussa de Nostra Sennora de su Palu Birde (Valverde), sa Madonna de su bixinadu miu (Col di Lana). Candu semus arribbados a s’artária de domo mia, apo bidu a su bixinu de susu, strantaxu in sa porta de domu sua e a tzerrios mannos: “Madonna mia aiutami tu!”

E pranghíat che unu pipíu e pesaíat is bratzos a su chelu:

“Madonna mia, aiutami tu!”

Fit Pascali, su pintore pulliesu chi biviat in sa primu domo de sa palatzina popolare, ma a pranu de susu e po artziare a domo sua ddoe fit una scala a sa parte de sa ruga.

E issu fit in susu de custa scala e pranghíat e tzerriaíat e murigaíat s’aire cun is  bratzos.

Ascurtende is contos de is mannos bellu a bellu aía cumprendidu proita cuddu omine aíat fatu totu cussu avolotu cun sa mamma de Deus.

Sa mugere dd’aíat denuntziadu a is carabbineris, ca issu dd’aíat donada una surra de corpos.

E issu dd’aíat donada una surra, ca dd’aíat scaddada cun su fanceddu.

Fit furriadu a domo innanti de s’ora e iat provadu a aberrer sa porta, ma sa figia fit aguantende-dda e non ddu lassaíat intrare e tzerriaíat a abetare. A sa fine sa figia dd’aíat lassadu e issu aíat intendidu a unu aberrende s’atera porta de coxina. Si fit furriadu e aíat bidu a un’omine currende in sa scala facci a basciu e dd’aíat connotu: fit Gesú Cristu!

Gesú Cristu fit perduláriu e bagasseri e non apu mai comprendidu ita at fatu pro si badangiare cussu ditzu.

Binti annus a pustis, in Iglesias, su contu ddu contaíant ancora: “E est andadu acché is carabbineris e at nadu: ‘Marescia’, mia moglie era con Gesú Cristo’ e su maresciallu dd’at respustu: ‘Ih, beato lei!’

Non mi nde regordu comente dd’ant presentada sa cosa-si sa Madonna de su Palu Birde dd’at fatu sa gratzia o no-ma fatu stait ca issa at perdonadu a issu e issu a issa e nd’ant torradu a bogare sa denuntzia totu de is duos.

A pustis de una pariga de annos sunt emigrados issos puru a Torinu, che a medas in cussos annos.

Is prus giovunos s’ant a domandare: “Ma comente? Issu at denuntziadu a issa?”

Ellus ca no?

L’art. 559 del Codice Penale del 1930 stabiliva che:

« La moglie adultera è punita con la reclusione fino a un anno. Con la stessa pena è punito il correo dell’adultera. La pena è della reclusione fino a due anni nel caso di relazione adulterina. Il delitto è punibile a querela del marito. »

Funt passados ateros 10 annos pro nde bogare custa birgongia dae su coditze penale, e a sa mugere ddi fit andada bene puru ca issu non dd’aíat morta: fintzas a su 1981, si unu ochíat a sa mugere pro motivos de onore, si faxíat 6 annos de galera e fit a postu.

In Sardinnia, custu sutzedíat pagu e nudda, ma Pascali fit pulliesu.

Insomma, cussa fit sa Sardinnia candu deo fia piciocheddu piticu. E deo so pesadu in Iglesias!

In un’ateru arrogu de su film de Bentzon si bident su predi, su maresciallu e su sonadore de launeddas in sa protzessione: is bardias de su connotu.

Mi potzo figurare ca gente meda de sa generatzione mia-o prus betzos- est traumatizada dae cussa triade e ca est pro custu ca arrefudant sa limba nostra.

So faeddende de cussos  intelletuales de manca arrabiados contras a su sardu: non fut unu mundu bellu meda sa Sardinnia innue ddos ant pesados. Ghetant a pari limba e betzumene.

E si pensas ca is prus arrabiados sunt feminas e ex-seminaristas-dd’ischimus totu immoe!-tocat a ddos cumpadesser puru.

April 15, 2010

fonologia e politica

In s’ateru post apo fueddadu de “formas sutastantes”. Ita funt ? Podides castiare in wikipedia (inglesu) http://en.wikipedia.org/wiki/Underlying_representation o podides castiare in s’articulu miu de su 1999 “Per un approccio sincronico…”: (http://www.sardegnadigitallibrary.it/index.php?xsl=626&s=17&v=9&c=4463&id=296933: pag 27).

Ma faxet puru a acrarare ita funt custas cosas cun una pariga de esempros simples.

S’idea est cussa ca in conca nostra tenemus unu lessicu,  innue funt allogados is fueddos. Is fueddos funt representados in su lessicu in sa forma sutastante issoro: tando, non comente ddos pronunciamus, ma in sa forma astrata chi est s’input de is regulas de pronuncia. Si pigamus su fueddu “pudda”, pro narrer, e ddi ponimus innantis s’articulu “sa”, sa pronuncia de cussa P astrata non est prus [p] ma [β]:  sa βudda (pro sa “lenitzione”).

Unu iat ancora a poder narrer ca in su lessicu tenimus duas formas pro su fueddu “pudda” (“[p]udda” e “[β]udda”, ma custu non iat a spiegare proita custa lenitzione sutzedit cun totu is fueddos chi incumintzant cun sa P e fintzas cun totu is fueddos chi incumintzant cun is ateras cunsonantes surdas (T, K (= C), F, S: is cunsonantes surdas si furriant a sonoras e is plosivas a fricativas.

Sa solutzione prus simple pro custu probblema est a partire dae s’idea ca in su lessicu ddoe at una forma sceti de su fueddu (sa forma sutastante) e ca a custa forma aplicamus is regulas de pronuncia chi portant a is “formas superfitziales” diferentes. S’esempru prus craru chi connosco pro dimostrare ca is cosas funt de aici benit de is nomenes de persona “truncados”. Provade bosateros e totu a tzerriare a Antiogu (calincunu Antiogu ddu connoschimus totu !) :

Antio’

Sa O finale de su nomene truncadu bessit serrada: [o]. Custu fenomenu si narat “metafonia” e sutzedit sceti cando una vocale media (E e O) est sighida dae una vocale arta (I e U): “bellu”, ma “bElla”, cun sa E aberta : “bonu”, ma “bOna” cun sa O aberta.

Comente mai, insaras, sa O finale de “Antio’” bessit serrada? Proita ca sa forma sutastante de su fueddu truncadu cuntenit una U chi sighit sa O. Mancai sa U non dda prontziamus, sighit a nde faxer pesare sa O a [o] serrada. Sa cunfirma benit dae sa forma truncada de “Antioga”:

AntiO’

Innoxe podimus bier ca sa metafonesi non sutzedit: sa forma sutastante de “AntiO’” non cuntenit sa vocale arta. Immoe, si andamus a castiare totu is fueddos chi in “campidanesu” acabbant cun una I o una U, ma cuntenent puru una vocale media aberta, bidimus puru ca in cabesusesu custos faeddos acabbant cun una E o una O :

bEni –> bEnE vs. beni! (imperativu)

dOmu –> dOmO vs. ortu 

cOru –>  cOro vs. moru 

bOllu –> bOgiO vs.  ollu –> ogiu

bEcius –> bEtzOs vs. beciu –> betzu

Sa domanda est torra: comente mai sa metafonia non sutzedit?

Sa respusta podet esser sceti sa propriu chi amus donadu pro “Antio'”: in sa forma sutastante de is fueddos “campdanesos” vocale arta non ddoe nd’at!

E proita, tando, cumparent sa I a su postu de sa E e sa U a su postu de sa O?

Est una regula de pronuntzia de is bariedades medidionales chi ddfurriat in sa forma superfitziale is cunsonantes medias a artas  e custa regula dd’aplicamus puru a is prestitos dae s’italianu:

badante –> badanti

Ita depes imparare insaras pro pronunciare custu testu, pro narrer, a sa manera de Iglesias?

Nudda: ti nde depes sceti regordare ca custu est sardu e non italianu e duncas innoxe balent regulas de pronuntzia diferentes dae cuddas de sa limba de sos colonizadores. Is regulas funt cussas de sa bariedade tua de su sardu e tue las connosches, ca funt parte de sa cumpetentzia linguistica tua de fueddante de su sardu.

In Silicua, duos annos a oe, unu grupu de maistros de scola, a pustis de una die de cursu, fint bonos a pronuntziare unu testu in LSC (ne-mancu emendada, che custa innoxe) in silicuaxu.

Ma insaras innue est sa politica innoxe?

Sa politica-e politica mala-dda faxent cussos chi ischint custas cosas dae medas annos (sa prus parte est pubblicada incumentzende dae su 1999) e faxent finta de non nde ischire nudda.

April 13, 2010

Informare è fare politica? Il caso delle vocali finali

Tutti conosciamo la seguente famosa illusione ottica.

È un vaso o sono due visi visti di profilo?

Nessuna delle due cose ovviamente-sono solo delle macchie di colore!-ma possiamo percepirle entrambe se scegliamo di farlo. La cosa più interessante, però, è che non possiamo scegliere di “vedere” entrambe le immagini contemporaneamente. Bisogna scegliere, alternativamente, per l’una o per l’altra.

Il percepire l’una cosa o l’altra è il risultato di un atto di volontà.

E adesso guardate la riga seguente.

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OOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOO

Cosa vi colpisce di più: il fatto che le lettere siano tutte delle O maiuscole, o il fatto che 3 delle O siano rosse?

Non sono uno psicologo e di psicologia so molto poco, ma scommetto che la cosa che si percepisce di più è il colore di quell e 3  O rosse.

Oppure che, come nel caso precedente, dobbiate scegliere ora per l’una, ora per l’altra percezione.

Per esperienza, sono portato a credere che il nostro cervello sia fatto per percepire meglio le differenze che non le similitudini. Pensate per esempio a quando si spegne il quadrante del telefonino che avete messo a fianco di quello che state leggendo. Quel cambiamento viene percepito immediatamente-con la coda dell’occhio-anche se in effetti non si tratta di nientaltro che della scomparsa di uno stimolo visivo che fino a quel momento non notavate nemmeno.

Si tratta di un cambiamento, e questo viene subito percepito, mentre la presenza dello stimolo al quale siamo abituati viene tranquillamente ignorata.

Adesso-tanto sempre di quello parlo!-passiamo alla lingua sarda e alle sue varianti e, per collegare i due temi, cito di nuovo una cosa che ha scritto Maurizio Virdis nel suo commento a un mio post: Perou is protòtipus abarrant cravaus in sa concas de is “parlanti”.”

Su questo argomento, dato che le implicazioni di questa frase sono talmente tante, sto scrivendo un libro. Qui mi limito a fare un breve elenco di alcune cose che vanno affrontate per rispondere adeguatamente all’obiezione di Virdis: (i) quanti e quali parlanti hanno in testa questi “prototipi”?; (ii) come ci sono finiti questi “prototipi” nella loro testa? (iii) quanto corrispondono alla realtà linguistica questi “prototipi”?; (iv) ammesso che esistano, dobbiamo limitarci a constatarne l’esistenza o possiamo/dobbiamo informare i parlanti del sardo sulla realtà “extrapsicologica” di questi “prototipi”?

È chiaro che scegliere in informare il pubblico di profani è una scelta politica.

Ma è altrettanto chiaro che la scelta di non informarli è almeno altrettanto politica.

Ora, dato che questo è un post in un blog e non un libro, bisogna restringere le cose da trattare.

Parliamo allora soltanto della pronuncia della E finale nel cosiddetto “campidanese” e nel cosiddetto “logudorese”. Penso che tutti siamo d’accordo che questo è uno dei fenomeni considerati cruciali per distinguere le due varietà in cui il sardo sarebbe diviso.

Dai miei dati risulta che il 18% delle parole del campione utilizzato contiene una E finale, pronunciata come [i] nei dialetti meridionali: e questo spiega come la mia analisi quantitativa e basata sulla selezione randomizzata dei dati rifletta anche bene la percezione dei diversi fenomeni da parte di parlanti di altri dialetti. Maggiore è la frequenza di un dato fenomeno, maggiore anche risulta la sua incidenza psicologica nel distinguere due varietà.

Secondo alcuni la differenza tra le pronunce  “melOne” e “melOni” sarebbe maggiore di quella tra “melOni” e  “maβÕi”, per via della [i] finale.

Non ripropongo qui tutti gli argomenti che ho indicato già oltre 12 anni fa, per cui se nei dialetti meridionali la E finale di una parola si pronuncia [i], essa in effetti è ancora una E a un livello più astratto (http://www.sardegnadigitallibrary.it/index.php?xsl=626&s=17&v=9&c=4463&id=296933: pag 27), e scriverla come E agevola la pronuncia di parole come “mele” (anziché “mèli”), evitando quindi la metafonesi (che darebbe “méli”).

In questo post mi voglio limitare a mostrare quanto sia piccola la differenza tra la pronuncia di una [e] e quella di una [i].

Date un’occhiata all’illustrazione seguente:

Questa è la rapprentazione del cosiddetto “triangolo vocalico”. La O “aperta”, qui è rappresentata da quella specie di timone, al di sotto della O “chiusa”.

Come si può apprezzare anche visivamente, la distanza tra la [i] e la [e] è analoga a quella che esiste tra la [E] aperta e la [e] chiusa. In italiano standard, la [i], la [e] e la [E] costituiscono fonemi diversi, mentre in sardo questo non sempre è il caso.

In sardo-e nell’italiano di Sardegna-la presenza della [E] o della [e] dipende dalla qualità della vocale che segue: le [e] precede sempre una vocale alta, mentre la [E] compare in tutti gli altri casi. E nei dialetti meridionali la E finale viene pronunciata come [i], ma continua a funzionare come se fosse una [E]: se non capite, pazienza, il fonologo sono io!

Nel loro italiano, i Sardi ignorano tranquillamente una differenza tra vocali che in italiano standard distingue parole diverse, strafottendosene delle convenzioni grafiche dell’italiano. Eppure la differenza tra la [E] aperta e la [e] chiusa è almeno altrettando grande che quella tra la [e] e la [i].

Il passaggio dalla [E] alla [e] e alla [i] comporta semplicemente un maggiore innalzamento della lingua e un minore allargamento delle labbra: mettetevi davanti allo specchio e provate!

Nel caso della pronuncia, quindi, abbiamo a che fare con un sistema di produzione “analogico” e non “digitale”: rimando i più ambiziosi tra i lettori al libro profetico di Marshall McLuhan “Understanding Media”, dove esattamente lo stesso concetto di “analogico”, rispetto rappresentazione psicologica delle parole, viene definito come “guthemberghiano”, cioè prodotto dal fatto che la stampa con le sue lettere separate crea l’illusione che i suoni siano anche essi entità perfettamente distinte le une dalle altre, ed era il 1964!

Il sistema di percezione della pronuncia è, se possibile, ancora più “analogico” di quello di produzione. È accertato che, in una conversazione normale, circa un terzo di quello che viene effettivamente enunciato, viene anche percepito correttamente: il resto viene ricostruito in base alle aspettative di chi ascolta: insomma, quiello che diciamo è meno importante di quello che l’altro crede di sentire!

Ora, visto che, chi propone una qualche unificazione della lingua sarda, propone anche di lasciare la pronuncia delle E finali completamente libera, diventa interessante sapere quale sia la pronuncia effettiva delle I e E nel sardo del villaggio campidanese di S.Sperate.

Purtroppo non sono ancora riuscito a ricopiare l’immagine in questione, e quindi vi devo rimandare di nuovo al libro già citato (http://www.sardegnadigitallibrary.it/index.php?xsl=626&s=17&v=9&c=4463&id=296933).

A pag. 153 potete trovare il “triangolo vocalico” del sardo di S. Sperate, come accertato strumentalmente nella ricerca fonetica di laboratorio effettuata nel 1997 da Maria Giuseppa Cossu, per fini completamente estranei alla standardizzazione del sardo.

Come potete vedere le “formanti” (le diverse frequenze sonore) che indentificano le vocali si sovrappongono: insomma, tra la [i] e la [e] non c’è un confine netto; e nemmeno tra la [e] e la [E].

E la situazione per le pronunce di U e O è ancora più confusa: la zona in cui le vocale posteriori ([u], [o] e [O] si sovrappongono è ancora più estesa.

Insomma, nella realtà, la pronuncia delle vocali è approssimativa, ma nel contesto di quella parola, chi ascolta percepisce-quasi sempre-quello che il parlante intendeva pronunciare.

Per quanto riguarda le vocali finali vere e proprie, poi, a pagina 157, possiamo vedere che nel campidanese di S.Sperate la situazione è veramente fluida: la corrispondenza stretta tra fonemi e grafemi esiste solo nella fantasia di alcune persone. Chiunque abbia mai effettuato degli studi strumentali sulla parlata spontanea sa che in nessuna lingua la gente parla come scrive.

Insomma, chi propone di rappresentare nella grafia la pronuncia reale del sardo meridionale o non sa di cosa sta parlando o …  fate voi: già siete bambini grandi, già.

Per concludere e per tornare alle “illusioni ottiche” con cui ho cominciato: dalle mie misurazioni risulta che un qualsiasi dialetto sardo mostra una distanza del 20% dalla media di tutti gli altri dialetti. Ma la cosa che ci colpisce non è il fatto che l’80% delle strutture linguistiche di questi dialetti sia uguale.

In parte questo è il risultato di come funziona il nostro cervello. E in parte è il risultato del fatto che vi siete  informati poco e male.

Io adesso vi ho fornito delle informazioni e ho fatto politica: traete le vostre conclusioni.

April 11, 2010

s’imbentu de su campidanesu e de su logudoresu

Sighendi sa discussioni cun Mauritziu Virdis, torru a pubblicai custa nota chi emu postu in FB

Is chi funt contras a cali-si-siat aunimentu de su sardu, fueddant de “campidanesu” e “logudoresu” comenti chi custus cuncetus fessint beridadis acertadas dae sa scientzia e eternas in sa cuscientzia de su populu sardu.
Ma deu m’arregordu ca candu femu pipiu, nisciunus fueddát de “campidanesu” in Iglesias: si narát ca unu fueddát “in sardu”.
Is Desulesus-ddoi nd’at medas in Iglesias-fueddánt brabaxinu, ca fiant brabaxinus, mamma fueddát su logudoresu, ca fiat de Biddanoa Monteleone e is campidanesus fiant cussus chi beniant a camiu a bendi “sindria e mabõi druci”.
E nosu pipius arriestus, ca non naránt “meronni”.
Seu fueddendi de una cincuantina de annus a oi.
A mei custa pratzidura tra “campidanesu” e “logudoresu”, bessida a pillu, mi parit, in is annus ‘70, m’at sempri fragau de cosa arribbada de foras.
M’est parta sempri una de cussas cosas chi is sardus ant acetau de is chi ddus ant colonizaus curturalmenti. E a su chi parit non femu esagerendi.
Labai custa citatzioni pigada da un’articulu de Marinella Lörenczi (http://people.unica.it/mlorinczi/files/2007/04/5-sappada2000-2001.pdf):
“La percezione tradizionale dei dialetti sardi viene registrata nel Settecento dal naturalista Francesco Cetti nell’introduzione ai Quadrupedi di Sardegna [1774, ora in Cetti 2000: 70]. Il Cetti linguista è stato segnalato per la prima volta in Lőrinczi [1993]. Per Cetti il complesso linguistico sardo si divide nel dialetto del Capo di Sopra (detto anche Capo di Sassari) e in quello del Capo di Sotto (o del Capo di Cagliari), cioè il campidanese in senso lato. Egli fornisce anche le principali ‘isoglosse’ in base alle quali si operano (tradizionalmente?) tali distinzioni: l’articolo determinativo plurale is del campidanese è indifferente ai generi, mentre i dialetti del Capo di sopra oppongono sos~sas; in secondo luogo, alla desinenza -ai dell’infinito campidanese corrisponde -are nel Capo di sopra; a queste differenze se ne potrebbero aggiungere altre “di parole, e di pronunzia” [per altre annotazioni fatte dal Cetti ‘linguista’ v. Lőrinczi 1993, ma soprattutto il Cetti stesso, recentemente ripubblicato]“.
Insomma, unu si ndi bennit a Sardinnia po studiai is pegus (“quadrupedi”), narat calincuna cosa de sa lingua de is ominis (“bipedi”) e si furriat a linguista.
Lampu, un’autoridadi manna!
Mentris Vincenzo Porru at tzerriau su ditzionariu suu: “Nou ditzionariu universali sardu-italianu”, e sa grammatica sua: “Saggio di grammatica sul dialetto sardo meridionale”, swu canonigu Spanu at sighiu a Cetti e at pratziu is “bipedis” sardus in Logudoresus e Campidanesus.
A cali livellu fiat sa curtura linguistica de su Spanu, si podit cumprendi de su chi narat s’editori in s’intradura a su ditzionariu de Spanu: “Tra le otto famiglie di dialetti che originarono la lingua italiana, havvene due che alla nostra isola si appartengono, la Sarda e la Sicula, parlata la prima nelle parti meridionali e centrali, la seconda nelle parti settentrionali.”
Dd’agatais innoi: (http://books.google.nl/books?id=KA49AAAAYAAJ&dq=canonico+spanu&printsec=frontcover&source=bl&ots=_cQd_p0DPr&sig=Qur4KUdkbqjkKO-kRksmS-MDpxQ&hl=nl&ei=qGDdSvmdLMrz-Qbmmfky&sa=X&oi=book_result&ct=result&resnum=7&ved=0CCEQ6AEwBg#v=onepage&q=&f=false).
Insomma, su tataresu e su gadduresu furriaus a dialetus sicilianus.
Lampu!
Prus in basciu agatais puru is clichés de is Pisanus e Genovesus chi iant ai imburdau su sardu, chi totus ant sighiu fintzas a sa bessida de sa circa mia, “Sardegna fra tante lingue”: “Pisani e Genovesi come intaccarono il nazionale governo, ci guastaron pure la unità di lingua.”
Is Spanniolus, invecis: “[…] molto la bruttarono nelle parti meridionali da formare quasi un distinto dialetto”.
E prus a innantis agatais puru sa pratzidura de su sardu, fata non definendi sa lingua, ma is regionis: “Il dialetto sardo quindi rimase distinto in due gruppi, il meridionale parlato in Cagliari, Iglesias, Tortolì, Oristano, in quanti insomma vivono da Spartivento al Belvì; il centrale parlato in Logudoro da Gennargentu fino a Limbara.”
Motivatzionis de custa pratzidura? Nudda!
Sigumenti non bolli torrai a criticai a Wagner e non bollu torrai a nai ca non at tentu nimancu su meritu de essi su primu a nai custas cosas, si imbitu a fai una circa il logu bostru o in sa retentiva: candu eis intendiu fueddai po sa primu borta de “campidanesu” e/o de “logudoresu” a su postu de “sardu”?Insomma, cantu est becia po is sardus custa pratzidura “traditzionali”?
Becia o noa, bastat a castiai a su trabballu fatu de unu scientziau de sa fonetica moderna po biri ca Cetti e is chi dd’ant sighiu, iant fatu mellus a sighiri a fueddai de pegus a cuatru cambas.
lacanas tra “logudoresu”e campidanesu” non si ndi bit.

carta dialetologica de sa Sardinnia centru-setentrionali cun totu is isoglossas chi at atestau Michel Contini.
April 10, 2010

Linguistica o politica?

Mauritziu Virdis m’at scritu, arrespundendi a su post miu “Lacanas…”:

“Eja! ma is chi si narant “prototipi” – protoòtipus linguìsticus, seu narendi – esistinti abberu in sa conca de tottu is òminis, de is chi fuedhanta. E insandus no est chistioni de làcanas o de isoglossas, est chistioni de concas, e custus protòtipus funti s’arresurtau de s’istòria, de su logudorese illustre deddiora meda imbentau, de su campidanesu “urbanu” e no rùsticu. Pusti funti bénnius is séculus XIX romànticu e XX anàrchicu-sperimentali cun cudha bibbirrina de sa libertadi: e ‘nci ant attroppelliau tottu. Perou is protòtipus abarrant cravaus in sa concas de is “parlanti”. Fortzis is chi si ndi scabbùllinti de is protòtipus funti propriu is “mesanesus”: po custu sa LSC est mala a dha scroxai e a dha matziai.
Mi’ chi cudha lingua chi ses circhendi tui no est chistioni de linguistas (cun làcanas, isoglossas, fonos e fonemas e morfemas, Chomsky, Comrie, Wagner, Saussurre e dimmònius chi si pighinti – “rodhugò”, iat nai Fisietto!): est chistioni de psicologia, sociologia e antropologia, e po ùrtimu de linguistica.
E – inorabona – no siata aicci atzudu e bettiosu cun is linguistas de su passau!”

O Mauritziu, e immoi ti nd’acatas ca candu deu fatzu is propostas mias de auniri sa grafia de su sardu seu fendi su chi naras tui: “psicologia, sociologia e antropologia, e po ùrtimu de linguistica”, in curtzu, POLITICA!

Deu dd’apu sempri nau.

Ma su chi mi spantat est ca non ti nd’acatas ca tui puru ses fendi politica, candu naras ca sigumenti custas lacanas esistint in sa conca de sa genti, tocat a lassai perdi s’idea de tenni una forma de sardu chi dongat espressioni a s’unidadi linguistica fundamentali intra de is fueddant in sardu.

Est sempri su propriu contu: tui, Pittau, Paulis, Blasco, Lupinu tirais sa perda e cuáis sa manu!

“Bolognesi ammisturat politica e linguistica! Nosu no!”

Agiumai, no!

Bosatrus seis fendi politica a sa propriu manera de is chi in su 1946 non boliánt a votai is feminas: “Funt sempri stetius is ominis a cumandai. Eus sempri connotu custu, bolit nai ca est naturali chi siat de aici. Immoi  issus bolint cambiai is cosas: funt issus chi faint politica”.

O Mauritziu, ma deu ti ddu depi nai ca a scioberai de non cambiai is cosas est unu scioberu politicu cantu su de ddas bolli cambiai?

Dda segu in curtzu, ca tanti custa est cosa longa, e si torru a preguntai sa propriu cosa: cali est su progetu politicu a palas de is positzionis politicas de bosatrus?

E non mi torrist a ammesturai politica e linguistica tui puru!

Saludus

April 2, 2010

No Blasco no Blasco, io non ci casco!

 

Non mi era mai capitato di trovare, in un testo che pretende di essere scientifico, un uso del linguaggio così emotivo e scomposto. La Limba Sarda Comuna e il sottoscritto fanno davvero perdere le staffe agli autori di Storia della lingua sarda (Ingrassia e Blasco Ferrer, Cagliari, CUEC, 2009). Giudicate voi stessi:

“Ma con prepotenza e ingenua sufficienza, l’assessorato ha delegato a un solo ricercatore sardo operante in Olanda (a cui dobbiamo un unico modesto contributo di descrizione generativa del campidanese, The Phonology of Campidanian Sardinian, 1998, non esente da interpretazioni fuorvianti) il compito di dimostrare la giustezza della scelta proposta.” (Storia della lingua sarda: 263)

A proposito dei linguisti che non dovrebbero fare politica …

Ma vediamo di analizzare il contenuto di questo primo attacco alla LSC e alla mia persona: il mio “modesto contributo” consiste di un’analisi teorica dell’intero sistema fonologico del sardo di Sestu, quindi non di una semplice “descrizione”, e si estende per un totale, scusate se è poco, di 515 pagine. Le “interpretazioni fuorvianti” di cui parla-a proposito: quali?-sono assolutamente al di fuori della portata dei due autori, visto che sono effettuate all’interno di un quadro teorico (Optimality Theory) che Blasco e Ingrassia non conoscono, infatti lo definiscono vagamente come “generativo”.

Un quadro teorico marginale, quindi?

Se cercate con Google le pagine che fanno riferimento a Optimality Theory, ottenete un risultato di 385.000 riscontri: questo serve a dare un’idea di quanto sia importante per la fonologia il quadro teorico impiegato nella mia ricerca, e quanto il giudizio di Ingrassia e Blasco Ferrer sul mio lavoro sia fuorviante. Quanto al mio modestissimo contributo, si tenga presente che i fonologi sono dei teorici pochissimo interessati a specifiche lingue (http://en.wikipedia.org/wiki/Optimality_theory) e quindi il mio contributo, molto critico nei confronti della teoria standard, non ha avuto molto successo nell’ambiente. Infatti, se cercate nuovamente con Google, i riscontri per The Phonology of Campidanian Sardinian saranno soltanto 385, almeno un terzo dei quali probabilmente non riguarda il mio lavoro, ma l’argomento del mio studio: a occhio e croce mi pare che un terzo dei risconstri riguardino il campidanese in generale.

Ma la cosa più importante è che il mio modesto contributo alla linguistica sarda, al momento in cui l’assessorato mi ha affidato la ricerca non si limitava a quello citato dai nostri due autori e comprendeva, tra l’altro, anche <b>Sardegna fra tante lingue</b>, l’analisi sociologica, linguistica e computazionale del rapporto tra diversi dialetti sardi e le varie lingue dominanti che si sono succedute in Sardegna a partire dalla romanizzazione dell’isola.

Il libro, scritto con Wilbert Heeringa (10.300 riscontri con Google, se si ricerca la voce Wilbert Heeringa) è stato pubblicato da Condaghes nel 2005, mentre la ricerca che ha portato alla pubblicazione è stata presentata in un seminario inserito nel programma dell master di sardo tenuto alla Facoltà di Lettere di Cagliari nel 2005, oltre che, in diverse occasioni, all’università di Amsterdam, a quella di Groninga, alla Complutense di Madrid, all’Università di La Coruña e alla Freie Universität di Berlino.

Ancora più impressionante è però il fatto che la sezione del libro, dedicata all’analisi computazionale del rapporto fra il sardo e le lingue dominanti, presentata al congresso “Su sardu: Limba de Sardigna e limba de Europa. Atti del congresso di Berlino 30 novembre – 2 dicembre 2001,” è stata pubblicata proprio dalla CUEC, la stessa casa editrice che ha pubblicato il libro di Ingrassia e Blasco (http://www.cuec.eu/img/catalogo.pdf). Il contributo mio e di Heeringa si trova al titolo: Bolognesi R./ Heeringa, W. «L’influsso delle lingue dominanti sul lessico e la fonologia dei dialetti sardi», in Su sardu: Limba de Sardigna e limba de Europa. Atti del congresso di Berlino 30 novembre – 2 dicembre 2001, CUEC, Cagliari. (2004)

Come mai Ingrassia e Blasco Ferrer raccontano balle sull’esistenza di questi lavori, precedenti la mia ricerca sulla LSC?

Ovviamente, non ci è dato sapere cosa passi nelle loro menti, ed è chiaro che l’obiettivo principale è la LSC, ma un sospetto, un piccolo sospetto, che dietro cio sia qualcosa di più terra terra ce l’ho.

Il sospetto mi viene pensando a quello che ho scritto in quel libro rispetto alla “Sonorizzazione delle sorde intervocaliche”, attribuita da Blasco Ferrer, nel suo libro Storia linguistica della Sardegna, all’influsso del pisano sul sardo meridionale: “ La scelta di questo fenomeno per esemplificare l’influsso alloglotto sulla fonologia del sardo ci lascia perplessi, visto che esso non è affatto presente nel toscano (sardo: muδu, paγu, saβa ~ fiorentino: muΘo, poho, saΦa ~ italiano: muto, poco, sapa), mentre è attestato già nella Carta Volgare del Giudice Torchitorio (1070-1080), primo documento in sardo, antecedente alla dominazione pisana di circa due secoli. Il fenomeno che Blasco Ferrer etichetta come “sonorizzazione” consiste, in effetti, nei dialetti sardi in cui è presente, oltre che della sonorizzazione, anche nella spirantizzazione delle plosive sorde: il fenomeno si definisce tradizionalmente come lenizione. Come è noto, la spirantizzazione presente nel toscano moderno (Gorgia toscana) non prevede la sonorizzazione delle consonanti sorde. Inoltre, neanche la spirantizzazione del sardo può in alcun modo essere attribuita al contatto con il toscano. L’attestazione della rappresentazione grafica della Gorgia toscana (sec. XVI, si veda Izzo 1972:8) è di molto posteriore all’attestazione della “sonorizzazione” nel sardo e alla fine della dominazione pisana in Sardegna. A questo si aggiunga che nel pisano la Gorgia Toscana implica soltanto la spirantizzazione della /k/ a /h/, o la sua caduta (cfr. Izzo 1972:99), mentre nel sardo il fenomeno coinvolge tutte le occlusive sorde (plosive e spiranti). Quest’ultimo punto è cruciale anche perché indica che la Gorgia Toscana, a partire da Firenze, si è diffusa in modo diverso nei territori delle altre città toscane assoggettate nel corso dei secoli, raggiungendo parzialmente le zone più distanti, fra cui Pisa, e posteriormente al dominio pisano in Sardegna. Come sostenuto da Giannelli & Savoia (1979-80): «È verosimile che questo processo di adeguamento alla pronuncia della Toscana centrale si collochi nel quadro della “pax fiorentina” imposta alla regione dopo il 1559». A questo va poi aggiunto il fatto che lo stesso <b>Blasco Ferrer</b> (1984:24), per motivi completamente oscuri, classifica lo stesso fenomeno fra quelli arcaici, per attribuirlo poi al pisano, alla pagina seguente, appoggiandosi a Wagner (1941).”

Insomma, in linguaggio accademico-molto e molto prudentemente accademico-in questo passaggio metto in evidenza il fatto che le affermazioni di Blasco Ferrer sul fenomeno della “sonorizzazione” non concordano né con i dati storici e/o linguistici, né con quello che afferma lui stesso una pagina prima.

Signore e signori, quest’uomo ha un approccio talmente disinvolto nei confronti della realtà, che riesce a non essere d’accordo addirittura con se stesso!

Dunque, abbiamo accertato che, al momento in cui l’Assessorato alla cultura della RAS mi ha affidato la ricerca sul rapporto tra LSC e i dialetti sardi, il mio modesto contributo alla ricerca sul sardo non era limitato alla mia voluminosa tesi di dottorato, seguita alla mia ricerca fonologica sul sardo di Sestu, finanziata da NWO (il CNR olandese) e sfociata nel conseguimento del titolo di PhD presso l’Università di Amsterdam, ma comprendeva anche diversi articoli e un libro, pubblicati con un ricercatore di livello internazionale, nei quali viene presentata quella che al momento era l’unica ricerca dialettologica computazionale sull’area sarda.

E abbiamo anche accertato che Ingrassia e Blasco Ferrer non potevano non sapere dell’esistenza di questi lavori. Data la tenera età della Ingrassia, poi, possiamo per lei anche escludere che l’omissione di questi dati sia da attribuire al morbo di Alzheimer. Per quanto riguarda Blasco Ferrer, invece, questa esclusione è meno agevole, ma altrimenti possibile, se si tiene conto del fatto che già nel 1984 (data di pubblicazione di Storia linguistica della Sardegna) l’allora giovane Blasco dimostrava una precocissima capacità di sparare cazzate: un talento innato?.

Ma continuiamo pure. Sempre a pagina 263, Ingrassia e Blasco Ferrer scrivono: “L’autore sostiene di aver sottoposto a un calcolo dialettometrico le distanze esistenti nelle parlate scelte [sic! …]”.

Sembra una questione da poco, ma in effetti questa frase dimostra che i due autori non hanno capito molto di quello che dico nella mia relazione: infatti io non parlo mai di “calcolo dialettometrico” (non so neppure di cosa stiano parlando) e non parlo di “distanze esistenti nelle parlate scelte”, ma di distanze TRA varietà del sardo.

Penso che sia completamente superfluo spiegare perché, anche in questo secondo caso, non io non abbia la più pallida idea di cosa Ingrassia e Blasco Ferrer vogliano dire con “distanze esistenti nelle parlate scelte”. Rimando alla presentazione della metodologia impiegata nella mia ricerca (pag. 4 in “La LSC e le varietà tradizionali del sardo”, i paragrafi iniziali del cap. 7 di Sardegna fra tante lingue e i capp. 2,3,4,5,6 di Measuring Dialect Pronunciation Differences using Levenshtein Distance (Wilbert Heeringa, 2004, Rijksuniversiteit Groningen. http://www.let.rug.nl/~heeringa/dialectology/thesis/) .

Alla pagina seguente (pag. 264), Ingrassia e Blasco Ferrer fanno la seguente affermazione: “Basterebbe a questo punto rinviare il lettore-o meglio l’Autore di questo sciagurato scritto-alle carte, chiarissime, dell’AIS e dell’ALI, o anche alle interpretazioni delle stesse da parte di Wagner, affinché da solo apprenda da un cursorio confronto effettivo dei sistemi presi in esame che Abbasanta o Atzara rispetto a Buddusò od Ozieri mostrano differenze notevolissime, percepite nettamente dai rispettivi parlanti.”

Chiunque abbia un minimo di dimestichezza con il linguaggio accademico, sa che l’uso di termini emotivamente “carichi” viene interpretato come un sintomo della debolezza degli argomenti impiegati. Allora, ci si chiede, perché i due autori usano questo termine inauditamente emotivo (“sciagurato”) anziché cercare di convincere il lettore-al quale oltretutto si rivolgono direttamente, mendicandone la complicità-con la forza dei propri argomenti scientifici?

Chissà.

Fatto sta che in “LSC e varietà” affronto in diverse occasioni la questione delle differenze tra un approccio “qualitativo” (basato sull’uso di isoglosse per separare sulla base si singoli fenomeni aree dialettali diverse) e un approccio quantitativo (basato sulla misura delle distanze prodotte dai fenomeni, anche sul numero di occorrenze di questi nel campione, sottolineando che si tratta di due approcci complementari e non concorrentziali. Se poi è vero che non faccio riferimento all’AIS e all’ALI, faccio però riferimento al lavoro molto più dettagliato e attuale di Michel Contini (Etude de géographie phonétique et de phonétique instrumentale du sarde. Vol. I Texte, 611 p.; Vol. II Atlas et Album Phonétique (114 cartes, 98 planches, textes en transcription phonétique), Alessandria (Italie), 1987, Edizioni dell’Orso, Collezione Lingua, cultura, Territorio, n° 6”). Si veda la cartina riassuntiva di Etude de géographie Phoentique che ripropongo qui sotto. Nella cartina sono evidentissimi i fasci di isoglosse che separano le varietà di Atzara e Abbasanta da quelle di Ozieri e Buddusò.

Chi ignora cosa, rispetto al rapporto tra analisi qualitativa e analisi quantitativa?

Quello che Ingrassia e Blasco Ferrer non capiscono è che il numero di occorrenze di questi fenomeni nei dati è evidentemente insufficiente a determinare una grande distanza tra quei dialetti.

E non è vero nemmeno che io non faccia riferimento alle interpretazioni di Wagner: lo faccio appunto per metterne in luce la contraddittorietà. A pag. 22 di “LSC e varietà” scrivo: Del resto, lo stesso Max Leopold Wagner, che pure era un sostenitore del “bipolarismo linguistico Campidanese vs. Logudorese” ha dovuto ammettere che “di fronte al logudorese, il quale è spezzettato in tante varietà dialettali, il campidanese ha il vantaggio di una maggiore unità e uniformità” (Wagner, 1951:56). Cioè, qui Wagner si contraddice palesemente: da un lato parla di “Logudorese”, come se questo fosse una varietà ben definita, dall’altro poi ammette si tratta in effetti di “tante varietà dialettali”.

Un’altra balla, insomma…

Per quanto riguarda il rapporto tra analisi quantitativa delle differenze tra dialetti e la percezione di queste differenze da parte di parlanti di altri dialetti, rimando al cap. 7, pag. 34 di Measuring Dialect Pronunciation Differences using Levenshtein Distance, in cui Wilbert Heeringa mette in luce il rapporto tra distanze accertate quantitativamente e la loro percezione, nell’area dialettologica Norvegese, concludendo che “In the perceptual plot there is a rather sharp division between northern and southern varieties. In the computational plot the northern and southern varieties form a continuum. This may indicate that listeners perceive differences in a more categorical way than the Levenshtein distance suggests. This may also explain the other dierences. Since the differences between the plots are relatively small, we conclude that the Levenshtein distances reflect the perceptual distance a great deal.”

Per concludere questa già lunghissima recensione: “Questo caos impressionante scredita automaticamente l’operato qui recensito, che è privo di accorgimenti essenziali per chi desidera compiere con rigore un indagine dialettometrica. Ma a completare il quadro infido della ricerca di Bolognesi contribuiscono due deficit operativi interrelati: il mancato accertamento rigoroso dei dati e la mancata esplorazione personale delle aree subjudice. Entrambe queste manchevolezze emergono limpidamente, quando l’autore sostiene che i dialetti di Abbasanta e di Atzara rappresentano al meglio le soluzioni della LSC e esaudiscono il pium desiderium d’una norma mediana e perciò accettabile per Logudoresi e Campidanesi”.

Qui Ingrassia e <b>Blasco Ferrer</b> dimostrano molto bene due cose: (i) non capiscono niente di statistica e non riescono ad afferrare i vantaggi enormi offerti dalla selezione randomizzata dei dati utilizzata nella mia ricerca (ora dato che io non sono in grado di divulgare in modo adeguato tali implicazioni, mi limito a far presente che Heeringa è stato docente di Statistica al dipartimento di Linguistica Computazionale dell’Università di Groninga: http://www.let.rug.nl/~heeringa/statistics/); (ii) forti della loro esperienza personale nella gestione disinvolta dei dati, mi attribuiscono un comportamento uguale al loro e asseriscono che io mi sia inventato i dati. Vorrei proprio che avessero il coraggio di formulare la loro accusa in modo meno contorto.

Per concludere in modo degno dei due autori, sostenere che: “[…L’autore] sostiene che i dialetti di Abbasanta e di Atzara rappresentano al meglio le soluzioni della LSC e esaudiscono il pium desiderium d’una norma mediana e perciò accettabile per Logudoresi e Campidanesi” è semplicemente l’ennesima balla. Non lo affermo da nessuna parte.

Ma forse Blasco ha dimenticato di essere stato  lui stesso, durante i lavori della prima commissione per la limba, a proporre il sardo di Norbello come standard. Anzi la sua è stata la prima proposta di usare il sardo di Mesanía come sardo ufficiale.
Ora Abbasanta e Norbello sono a meno di un passo di distanza: questi due comuni formano con Ghilarza un unico agglomerato urbano. Anche ammettendo che vi siano delle differenze tra l’abbasantese e il norbellese, siamo lì. Anzi è possibile perfino che il sardo di Norbello sia leggermente più simile alla LSC di quello di Abbasanta.

Insomma, ancora una volta Blasco Ferrer non è d’accordo nemmeno con se stesso.

Che disinvoltura, signore e signori, e soprattutto che rabbia nei miei confronti!