No Blasco no Blasco, io non ci casco!

 

Non mi era mai capitato di trovare, in un testo che pretende di essere scientifico, un uso del linguaggio così emotivo e scomposto. La Limba Sarda Comuna e il sottoscritto fanno davvero perdere le staffe agli autori di Storia della lingua sarda (Ingrassia e Blasco Ferrer, Cagliari, CUEC, 2009). Giudicate voi stessi:

“Ma con prepotenza e ingenua sufficienza, l’assessorato ha delegato a un solo ricercatore sardo operante in Olanda (a cui dobbiamo un unico modesto contributo di descrizione generativa del campidanese, The Phonology of Campidanian Sardinian, 1998, non esente da interpretazioni fuorvianti) il compito di dimostrare la giustezza della scelta proposta.” (Storia della lingua sarda: 263)

A proposito dei linguisti che non dovrebbero fare politica …

Ma vediamo di analizzare il contenuto di questo primo attacco alla LSC e alla mia persona: il mio “modesto contributo” consiste di un’analisi teorica dell’intero sistema fonologico del sardo di Sestu, quindi non di una semplice “descrizione”, e si estende per un totale, scusate se è poco, di 515 pagine. Le “interpretazioni fuorvianti” di cui parla-a proposito: quali?-sono assolutamente al di fuori della portata dei due autori, visto che sono effettuate all’interno di un quadro teorico (Optimality Theory) che Blasco e Ingrassia non conoscono, infatti lo definiscono vagamente come “generativo”.

Un quadro teorico marginale, quindi?

Se cercate con Google le pagine che fanno riferimento a Optimality Theory, ottenete un risultato di 385.000 riscontri: questo serve a dare un’idea di quanto sia importante per la fonologia il quadro teorico impiegato nella mia ricerca, e quanto il giudizio di Ingrassia e Blasco Ferrer sul mio lavoro sia fuorviante. Quanto al mio modestissimo contributo, si tenga presente che i fonologi sono dei teorici pochissimo interessati a specifiche lingue (http://en.wikipedia.org/wiki/Optimality_theory) e quindi il mio contributo, molto critico nei confronti della teoria standard, non ha avuto molto successo nell’ambiente. Infatti, se cercate nuovamente con Google, i riscontri per The Phonology of Campidanian Sardinian saranno soltanto 385, almeno un terzo dei quali probabilmente non riguarda il mio lavoro, ma l’argomento del mio studio: a occhio e croce mi pare che un terzo dei risconstri riguardino il campidanese in generale.

Ma la cosa più importante è che il mio modesto contributo alla linguistica sarda, al momento in cui l’assessorato mi ha affidato la ricerca non si limitava a quello citato dai nostri due autori e comprendeva, tra l’altro, anche <b>Sardegna fra tante lingue</b>, l’analisi sociologica, linguistica e computazionale del rapporto tra diversi dialetti sardi e le varie lingue dominanti che si sono succedute in Sardegna a partire dalla romanizzazione dell’isola.

Il libro, scritto con Wilbert Heeringa (10.300 riscontri con Google, se si ricerca la voce Wilbert Heeringa) è stato pubblicato da Condaghes nel 2005, mentre la ricerca che ha portato alla pubblicazione è stata presentata in un seminario inserito nel programma dell master di sardo tenuto alla Facoltà di Lettere di Cagliari nel 2005, oltre che, in diverse occasioni, all’università di Amsterdam, a quella di Groninga, alla Complutense di Madrid, all’Università di La Coruña e alla Freie Universität di Berlino.

Ancora più impressionante è però il fatto che la sezione del libro, dedicata all’analisi computazionale del rapporto fra il sardo e le lingue dominanti, presentata al congresso “Su sardu: Limba de Sardigna e limba de Europa. Atti del congresso di Berlino 30 novembre – 2 dicembre 2001,” è stata pubblicata proprio dalla CUEC, la stessa casa editrice che ha pubblicato il libro di Ingrassia e Blasco (http://www.cuec.eu/img/catalogo.pdf). Il contributo mio e di Heeringa si trova al titolo: Bolognesi R./ Heeringa, W. «L’influsso delle lingue dominanti sul lessico e la fonologia dei dialetti sardi», in Su sardu: Limba de Sardigna e limba de Europa. Atti del congresso di Berlino 30 novembre – 2 dicembre 2001, CUEC, Cagliari. (2004)

Come mai Ingrassia e Blasco Ferrer raccontano balle sull’esistenza di questi lavori, precedenti la mia ricerca sulla LSC?

Ovviamente, non ci è dato sapere cosa passi nelle loro menti, ed è chiaro che l’obiettivo principale è la LSC, ma un sospetto, un piccolo sospetto, che dietro cio sia qualcosa di più terra terra ce l’ho.

Il sospetto mi viene pensando a quello che ho scritto in quel libro rispetto alla “Sonorizzazione delle sorde intervocaliche”, attribuita da Blasco Ferrer, nel suo libro Storia linguistica della Sardegna, all’influsso del pisano sul sardo meridionale: “ La scelta di questo fenomeno per esemplificare l’influsso alloglotto sulla fonologia del sardo ci lascia perplessi, visto che esso non è affatto presente nel toscano (sardo: muδu, paγu, saβa ~ fiorentino: muΘo, poho, saΦa ~ italiano: muto, poco, sapa), mentre è attestato già nella Carta Volgare del Giudice Torchitorio (1070-1080), primo documento in sardo, antecedente alla dominazione pisana di circa due secoli. Il fenomeno che Blasco Ferrer etichetta come “sonorizzazione” consiste, in effetti, nei dialetti sardi in cui è presente, oltre che della sonorizzazione, anche nella spirantizzazione delle plosive sorde: il fenomeno si definisce tradizionalmente come lenizione. Come è noto, la spirantizzazione presente nel toscano moderno (Gorgia toscana) non prevede la sonorizzazione delle consonanti sorde. Inoltre, neanche la spirantizzazione del sardo può in alcun modo essere attribuita al contatto con il toscano. L’attestazione della rappresentazione grafica della Gorgia toscana (sec. XVI, si veda Izzo 1972:8) è di molto posteriore all’attestazione della “sonorizzazione” nel sardo e alla fine della dominazione pisana in Sardegna. A questo si aggiunga che nel pisano la Gorgia Toscana implica soltanto la spirantizzazione della /k/ a /h/, o la sua caduta (cfr. Izzo 1972:99), mentre nel sardo il fenomeno coinvolge tutte le occlusive sorde (plosive e spiranti). Quest’ultimo punto è cruciale anche perché indica che la Gorgia Toscana, a partire da Firenze, si è diffusa in modo diverso nei territori delle altre città toscane assoggettate nel corso dei secoli, raggiungendo parzialmente le zone più distanti, fra cui Pisa, e posteriormente al dominio pisano in Sardegna. Come sostenuto da Giannelli & Savoia (1979-80): «È verosimile che questo processo di adeguamento alla pronuncia della Toscana centrale si collochi nel quadro della “pax fiorentina” imposta alla regione dopo il 1559». A questo va poi aggiunto il fatto che lo stesso <b>Blasco Ferrer</b> (1984:24), per motivi completamente oscuri, classifica lo stesso fenomeno fra quelli arcaici, per attribuirlo poi al pisano, alla pagina seguente, appoggiandosi a Wagner (1941).”

Insomma, in linguaggio accademico-molto e molto prudentemente accademico-in questo passaggio metto in evidenza il fatto che le affermazioni di Blasco Ferrer sul fenomeno della “sonorizzazione” non concordano né con i dati storici e/o linguistici, né con quello che afferma lui stesso una pagina prima.

Signore e signori, quest’uomo ha un approccio talmente disinvolto nei confronti della realtà, che riesce a non essere d’accordo addirittura con se stesso!

Dunque, abbiamo accertato che, al momento in cui l’Assessorato alla cultura della RAS mi ha affidato la ricerca sul rapporto tra LSC e i dialetti sardi, il mio modesto contributo alla ricerca sul sardo non era limitato alla mia voluminosa tesi di dottorato, seguita alla mia ricerca fonologica sul sardo di Sestu, finanziata da NWO (il CNR olandese) e sfociata nel conseguimento del titolo di PhD presso l’Università di Amsterdam, ma comprendeva anche diversi articoli e un libro, pubblicati con un ricercatore di livello internazionale, nei quali viene presentata quella che al momento era l’unica ricerca dialettologica computazionale sull’area sarda.

E abbiamo anche accertato che Ingrassia e Blasco Ferrer non potevano non sapere dell’esistenza di questi lavori. Data la tenera età della Ingrassia, poi, possiamo per lei anche escludere che l’omissione di questi dati sia da attribuire al morbo di Alzheimer. Per quanto riguarda Blasco Ferrer, invece, questa esclusione è meno agevole, ma altrimenti possibile, se si tiene conto del fatto che già nel 1984 (data di pubblicazione di Storia linguistica della Sardegna) l’allora giovane Blasco dimostrava una precocissima capacità di sparare cazzate: un talento innato?.

Ma continuiamo pure. Sempre a pagina 263, Ingrassia e Blasco Ferrer scrivono: “L’autore sostiene di aver sottoposto a un calcolo dialettometrico le distanze esistenti nelle parlate scelte [sic! …]”.

Sembra una questione da poco, ma in effetti questa frase dimostra che i due autori non hanno capito molto di quello che dico nella mia relazione: infatti io non parlo mai di “calcolo dialettometrico” (non so neppure di cosa stiano parlando) e non parlo di “distanze esistenti nelle parlate scelte”, ma di distanze TRA varietà del sardo.

Penso che sia completamente superfluo spiegare perché, anche in questo secondo caso, non io non abbia la più pallida idea di cosa Ingrassia e Blasco Ferrer vogliano dire con “distanze esistenti nelle parlate scelte”. Rimando alla presentazione della metodologia impiegata nella mia ricerca (pag. 4 in “La LSC e le varietà tradizionali del sardo”, i paragrafi iniziali del cap. 7 di Sardegna fra tante lingue e i capp. 2,3,4,5,6 di Measuring Dialect Pronunciation Differences using Levenshtein Distance (Wilbert Heeringa, 2004, Rijksuniversiteit Groningen. http://www.let.rug.nl/~heeringa/dialectology/thesis/) .

Alla pagina seguente (pag. 264), Ingrassia e Blasco Ferrer fanno la seguente affermazione: “Basterebbe a questo punto rinviare il lettore-o meglio l’Autore di questo sciagurato scritto-alle carte, chiarissime, dell’AIS e dell’ALI, o anche alle interpretazioni delle stesse da parte di Wagner, affinché da solo apprenda da un cursorio confronto effettivo dei sistemi presi in esame che Abbasanta o Atzara rispetto a Buddusò od Ozieri mostrano differenze notevolissime, percepite nettamente dai rispettivi parlanti.”

Chiunque abbia un minimo di dimestichezza con il linguaggio accademico, sa che l’uso di termini emotivamente “carichi” viene interpretato come un sintomo della debolezza degli argomenti impiegati. Allora, ci si chiede, perché i due autori usano questo termine inauditamente emotivo (“sciagurato”) anziché cercare di convincere il lettore-al quale oltretutto si rivolgono direttamente, mendicandone la complicità-con la forza dei propri argomenti scientifici?

Chissà.

Fatto sta che in “LSC e varietà” affronto in diverse occasioni la questione delle differenze tra un approccio “qualitativo” (basato sull’uso di isoglosse per separare sulla base si singoli fenomeni aree dialettali diverse) e un approccio quantitativo (basato sulla misura delle distanze prodotte dai fenomeni, anche sul numero di occorrenze di questi nel campione, sottolineando che si tratta di due approcci complementari e non concorrentziali. Se poi è vero che non faccio riferimento all’AIS e all’ALI, faccio però riferimento al lavoro molto più dettagliato e attuale di Michel Contini (Etude de géographie phonétique et de phonétique instrumentale du sarde. Vol. I Texte, 611 p.; Vol. II Atlas et Album Phonétique (114 cartes, 98 planches, textes en transcription phonétique), Alessandria (Italie), 1987, Edizioni dell’Orso, Collezione Lingua, cultura, Territorio, n° 6”). Si veda la cartina riassuntiva di Etude de géographie Phoentique che ripropongo qui sotto. Nella cartina sono evidentissimi i fasci di isoglosse che separano le varietà di Atzara e Abbasanta da quelle di Ozieri e Buddusò.

Chi ignora cosa, rispetto al rapporto tra analisi qualitativa e analisi quantitativa?

Quello che Ingrassia e Blasco Ferrer non capiscono è che il numero di occorrenze di questi fenomeni nei dati è evidentemente insufficiente a determinare una grande distanza tra quei dialetti.

E non è vero nemmeno che io non faccia riferimento alle interpretazioni di Wagner: lo faccio appunto per metterne in luce la contraddittorietà. A pag. 22 di “LSC e varietà” scrivo: Del resto, lo stesso Max Leopold Wagner, che pure era un sostenitore del “bipolarismo linguistico Campidanese vs. Logudorese” ha dovuto ammettere che “di fronte al logudorese, il quale è spezzettato in tante varietà dialettali, il campidanese ha il vantaggio di una maggiore unità e uniformità” (Wagner, 1951:56). Cioè, qui Wagner si contraddice palesemente: da un lato parla di “Logudorese”, come se questo fosse una varietà ben definita, dall’altro poi ammette si tratta in effetti di “tante varietà dialettali”.

Un’altra balla, insomma…

Per quanto riguarda il rapporto tra analisi quantitativa delle differenze tra dialetti e la percezione di queste differenze da parte di parlanti di altri dialetti, rimando al cap. 7, pag. 34 di Measuring Dialect Pronunciation Differences using Levenshtein Distance, in cui Wilbert Heeringa mette in luce il rapporto tra distanze accertate quantitativamente e la loro percezione, nell’area dialettologica Norvegese, concludendo che “In the perceptual plot there is a rather sharp division between northern and southern varieties. In the computational plot the northern and southern varieties form a continuum. This may indicate that listeners perceive differences in a more categorical way than the Levenshtein distance suggests. This may also explain the other dierences. Since the differences between the plots are relatively small, we conclude that the Levenshtein distances reflect the perceptual distance a great deal.”

Per concludere questa già lunghissima recensione: “Questo caos impressionante scredita automaticamente l’operato qui recensito, che è privo di accorgimenti essenziali per chi desidera compiere con rigore un indagine dialettometrica. Ma a completare il quadro infido della ricerca di Bolognesi contribuiscono due deficit operativi interrelati: il mancato accertamento rigoroso dei dati e la mancata esplorazione personale delle aree subjudice. Entrambe queste manchevolezze emergono limpidamente, quando l’autore sostiene che i dialetti di Abbasanta e di Atzara rappresentano al meglio le soluzioni della LSC e esaudiscono il pium desiderium d’una norma mediana e perciò accettabile per Logudoresi e Campidanesi”.

Qui Ingrassia e <b>Blasco Ferrer</b> dimostrano molto bene due cose: (i) non capiscono niente di statistica e non riescono ad afferrare i vantaggi enormi offerti dalla selezione randomizzata dei dati utilizzata nella mia ricerca (ora dato che io non sono in grado di divulgare in modo adeguato tali implicazioni, mi limito a far presente che Heeringa è stato docente di Statistica al dipartimento di Linguistica Computazionale dell’Università di Groninga: http://www.let.rug.nl/~heeringa/statistics/); (ii) forti della loro esperienza personale nella gestione disinvolta dei dati, mi attribuiscono un comportamento uguale al loro e asseriscono che io mi sia inventato i dati. Vorrei proprio che avessero il coraggio di formulare la loro accusa in modo meno contorto.

Per concludere in modo degno dei due autori, sostenere che: “[…L’autore] sostiene che i dialetti di Abbasanta e di Atzara rappresentano al meglio le soluzioni della LSC e esaudiscono il pium desiderium d’una norma mediana e perciò accettabile per Logudoresi e Campidanesi” è semplicemente l’ennesima balla. Non lo affermo da nessuna parte.

Ma forse Blasco ha dimenticato di essere stato  lui stesso, durante i lavori della prima commissione per la limba, a proporre il sardo di Norbello come standard. Anzi la sua è stata la prima proposta di usare il sardo di Mesanía come sardo ufficiale.
Ora Abbasanta e Norbello sono a meno di un passo di distanza: questi due comuni formano con Ghilarza un unico agglomerato urbano. Anche ammettendo che vi siano delle differenze tra l’abbasantese e il norbellese, siamo lì. Anzi è possibile perfino che il sardo di Norbello sia leggermente più simile alla LSC di quello di Abbasanta.

Insomma, ancora una volta Blasco Ferrer non è d’accordo nemmeno con se stesso.

Che disinvoltura, signore e signori, e soprattutto che rabbia nei miei confronti!

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