Informare è fare politica? Il caso delle vocali finali

Tutti conosciamo la seguente famosa illusione ottica.

È un vaso o sono due visi visti di profilo?

Nessuna delle due cose ovviamente-sono solo delle macchie di colore!-ma possiamo percepirle entrambe se scegliamo di farlo. La cosa più interessante, però, è che non possiamo scegliere di “vedere” entrambe le immagini contemporaneamente. Bisogna scegliere, alternativamente, per l’una o per l’altra.

Il percepire l’una cosa o l’altra è il risultato di un atto di volontà.

E adesso guardate la riga seguente.

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OOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOO

Cosa vi colpisce di più: il fatto che le lettere siano tutte delle O maiuscole, o il fatto che 3 delle O siano rosse?

Non sono uno psicologo e di psicologia so molto poco, ma scommetto che la cosa che si percepisce di più è il colore di quell e 3  O rosse.

Oppure che, come nel caso precedente, dobbiate scegliere ora per l’una, ora per l’altra percezione.

Per esperienza, sono portato a credere che il nostro cervello sia fatto per percepire meglio le differenze che non le similitudini. Pensate per esempio a quando si spegne il quadrante del telefonino che avete messo a fianco di quello che state leggendo. Quel cambiamento viene percepito immediatamente-con la coda dell’occhio-anche se in effetti non si tratta di nientaltro che della scomparsa di uno stimolo visivo che fino a quel momento non notavate nemmeno.

Si tratta di un cambiamento, e questo viene subito percepito, mentre la presenza dello stimolo al quale siamo abituati viene tranquillamente ignorata.

Adesso-tanto sempre di quello parlo!-passiamo alla lingua sarda e alle sue varianti e, per collegare i due temi, cito di nuovo una cosa che ha scritto Maurizio Virdis nel suo commento a un mio post: Perou is protòtipus abarrant cravaus in sa concas de is “parlanti”.”

Su questo argomento, dato che le implicazioni di questa frase sono talmente tante, sto scrivendo un libro. Qui mi limito a fare un breve elenco di alcune cose che vanno affrontate per rispondere adeguatamente all’obiezione di Virdis: (i) quanti e quali parlanti hanno in testa questi “prototipi”?; (ii) come ci sono finiti questi “prototipi” nella loro testa? (iii) quanto corrispondono alla realtà linguistica questi “prototipi”?; (iv) ammesso che esistano, dobbiamo limitarci a constatarne l’esistenza o possiamo/dobbiamo informare i parlanti del sardo sulla realtà “extrapsicologica” di questi “prototipi”?

È chiaro che scegliere in informare il pubblico di profani è una scelta politica.

Ma è altrettanto chiaro che la scelta di non informarli è almeno altrettanto politica.

Ora, dato che questo è un post in un blog e non un libro, bisogna restringere le cose da trattare.

Parliamo allora soltanto della pronuncia della E finale nel cosiddetto “campidanese” e nel cosiddetto “logudorese”. Penso che tutti siamo d’accordo che questo è uno dei fenomeni considerati cruciali per distinguere le due varietà in cui il sardo sarebbe diviso.

Dai miei dati risulta che il 18% delle parole del campione utilizzato contiene una E finale, pronunciata come [i] nei dialetti meridionali: e questo spiega come la mia analisi quantitativa e basata sulla selezione randomizzata dei dati rifletta anche bene la percezione dei diversi fenomeni da parte di parlanti di altri dialetti. Maggiore è la frequenza di un dato fenomeno, maggiore anche risulta la sua incidenza psicologica nel distinguere due varietà.

Secondo alcuni la differenza tra le pronunce  “melOne” e “melOni” sarebbe maggiore di quella tra “melOni” e  “maβÕi”, per via della [i] finale.

Non ripropongo qui tutti gli argomenti che ho indicato già oltre 12 anni fa, per cui se nei dialetti meridionali la E finale di una parola si pronuncia [i], essa in effetti è ancora una E a un livello più astratto (http://www.sardegnadigitallibrary.it/index.php?xsl=626&s=17&v=9&c=4463&id=296933: pag 27), e scriverla come E agevola la pronuncia di parole come “mele” (anziché “mèli”), evitando quindi la metafonesi (che darebbe “méli”).

In questo post mi voglio limitare a mostrare quanto sia piccola la differenza tra la pronuncia di una [e] e quella di una [i].

Date un’occhiata all’illustrazione seguente:

Questa è la rapprentazione del cosiddetto “triangolo vocalico”. La O “aperta”, qui è rappresentata da quella specie di timone, al di sotto della O “chiusa”.

Come si può apprezzare anche visivamente, la distanza tra la [i] e la [e] è analoga a quella che esiste tra la [E] aperta e la [e] chiusa. In italiano standard, la [i], la [e] e la [E] costituiscono fonemi diversi, mentre in sardo questo non sempre è il caso.

In sardo-e nell’italiano di Sardegna-la presenza della [E] o della [e] dipende dalla qualità della vocale che segue: le [e] precede sempre una vocale alta, mentre la [E] compare in tutti gli altri casi. E nei dialetti meridionali la E finale viene pronunciata come [i], ma continua a funzionare come se fosse una [E]: se non capite, pazienza, il fonologo sono io!

Nel loro italiano, i Sardi ignorano tranquillamente una differenza tra vocali che in italiano standard distingue parole diverse, strafottendosene delle convenzioni grafiche dell’italiano. Eppure la differenza tra la [E] aperta e la [e] chiusa è almeno altrettando grande che quella tra la [e] e la [i].

Il passaggio dalla [E] alla [e] e alla [i] comporta semplicemente un maggiore innalzamento della lingua e un minore allargamento delle labbra: mettetevi davanti allo specchio e provate!

Nel caso della pronuncia, quindi, abbiamo a che fare con un sistema di produzione “analogico” e non “digitale”: rimando i più ambiziosi tra i lettori al libro profetico di Marshall McLuhan “Understanding Media”, dove esattamente lo stesso concetto di “analogico”, rispetto rappresentazione psicologica delle parole, viene definito come “guthemberghiano”, cioè prodotto dal fatto che la stampa con le sue lettere separate crea l’illusione che i suoni siano anche essi entità perfettamente distinte le une dalle altre, ed era il 1964!

Il sistema di percezione della pronuncia è, se possibile, ancora più “analogico” di quello di produzione. È accertato che, in una conversazione normale, circa un terzo di quello che viene effettivamente enunciato, viene anche percepito correttamente: il resto viene ricostruito in base alle aspettative di chi ascolta: insomma, quiello che diciamo è meno importante di quello che l’altro crede di sentire!

Ora, visto che, chi propone una qualche unificazione della lingua sarda, propone anche di lasciare la pronuncia delle E finali completamente libera, diventa interessante sapere quale sia la pronuncia effettiva delle I e E nel sardo del villaggio campidanese di S.Sperate.

Purtroppo non sono ancora riuscito a ricopiare l’immagine in questione, e quindi vi devo rimandare di nuovo al libro già citato (http://www.sardegnadigitallibrary.it/index.php?xsl=626&s=17&v=9&c=4463&id=296933).

A pag. 153 potete trovare il “triangolo vocalico” del sardo di S. Sperate, come accertato strumentalmente nella ricerca fonetica di laboratorio effettuata nel 1997 da Maria Giuseppa Cossu, per fini completamente estranei alla standardizzazione del sardo.

Come potete vedere le “formanti” (le diverse frequenze sonore) che indentificano le vocali si sovrappongono: insomma, tra la [i] e la [e] non c’è un confine netto; e nemmeno tra la [e] e la [E].

E la situazione per le pronunce di U e O è ancora più confusa: la zona in cui le vocale posteriori ([u], [o] e [O] si sovrappongono è ancora più estesa.

Insomma, nella realtà, la pronuncia delle vocali è approssimativa, ma nel contesto di quella parola, chi ascolta percepisce-quasi sempre-quello che il parlante intendeva pronunciare.

Per quanto riguarda le vocali finali vere e proprie, poi, a pagina 157, possiamo vedere che nel campidanese di S.Sperate la situazione è veramente fluida: la corrispondenza stretta tra fonemi e grafemi esiste solo nella fantasia di alcune persone. Chiunque abbia mai effettuato degli studi strumentali sulla parlata spontanea sa che in nessuna lingua la gente parla come scrive.

Insomma, chi propone di rappresentare nella grafia la pronuncia reale del sardo meridionale o non sa di cosa sta parlando o …  fate voi: già siete bambini grandi, già.

Per concludere e per tornare alle “illusioni ottiche” con cui ho cominciato: dalle mie misurazioni risulta che un qualsiasi dialetto sardo mostra una distanza del 20% dalla media di tutti gli altri dialetti. Ma la cosa che ci colpisce non è il fatto che l’80% delle strutture linguistiche di questi dialetti sia uguale.

In parte questo è il risultato di come funziona il nostro cervello. E in parte è il risultato del fatto che vi siete  informati poco e male.

Io adesso vi ho fornito delle informazioni e ho fatto politica: traete le vostre conclusioni.

7 Comments to “Informare è fare politica? Il caso delle vocali finali”

  1. La cosa che mi ha colpito di più riguardo alla questione delle I/E (e non solo) e alla quale non avevo mai pensato, l’ho letta da te nel blog di Pintore : il meccanismo di pronuncia è assolutamente insito nel parlante, basta pensare a come vengono “sardizzate” dai campidanesi parole come ad esempio “mirabolante”, “agghiacciante”…
    Un altro problema risolto insomma.
    What’s the next? 😉

  2. Bonu cust’articulu e scritu cun craresa manna!
    toca, sighi de aici e fai a lestru scriendi cussu libbru, ca teneus abbisongiu de politiga fata beni.
    (Innui si cracat po ponni is facixeddas?)

  3. A parri miu, a parti is chistionis esteticas, culturalis e stòricas, est a nai de identidadi, podint essi acetàbilis totu is sostitutzionis chi si podint fai de manera mecànica (ctrl+F) , est a nai sen’e depi bogai a campu su livellu sintàticu o semànticu. In àturus fueddus, totus cussus grafemas chi tenint una currispondèntzia possibilmenti 1 a 1 cun unu fonema (de una fueddada).
    In custu sentidu andant beni fin’e totu is grafemas finalis chi no introdusint ambiguidadi: -e -o -et -er;
    -are est giai acanta a su liminàrgiu, ca nc’est su fueddu “mare”
    Su “gi” de sa LSC invècias no andat beni po nudda, ca unu campidanesu no nd’aciapat a sa primu oghiada si si depat ligi “ll” o “gi”, ca dipendit de su fueddu: dz, a sa slava, podiat essi una solutzioni ma ingunis intrat sa chistioni identitària.
    Dda serru innoi ca no seu chistionendi cun su primu arribau (ma sa chistioni no balit a pari) e si seus cumprèndius siguramenti

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