Archive for May, 2010

May 30, 2010

cazzate d’alto bordo

«Il Sardo dei monti è un tipo del tutto diverso dal suo fratello della pianura. Mentre questo è di statura piccola, colorito pallido, carattere servile e tradisce chiaramente l’impronta spagnola, il Sardo delle montagne è alto, il sangue gli si gonfia e ribolle nelle vene. È attaccato alla sua vita libera e indomita a contatto con la natura selvaggia. Egli disprezza il Sardo del Meridione, il “Maureddu”, come nel Nuorese vengono chiamati gli abitanti della pianura. È fuori di dubbio che in queste montagne l’antica razza sarda si sia conservata molto più pura che nella pianura, continuamente sommersa dai nuovi invasori. Anche la lingua è la più bella e la più pura; è un dialetto armonioso e virile, con bei resti latini antichi ed una sintassi arcaica, quello che sopravvive in questi monti con sfumature varianti da un villaggio all’altro».  Si veda Das Nuorese. Ein Reisbild aus Sardinien, Globus XCIII, 1908, n. 16:245-246, citato da GIULIO PAULIS nel “Saggio Introduttivo” a La Vita Rustica, di M.L. WAGNER, Ilisso, Nuoro, 1996, traduzione a cura di G. PAULIS di Das ländische Leben Sardiniens im spiegel der Sprache. Kulturhistorisch-sprachlicheUntersuchungen, Worter und Sachen. Kulturhistorisches Zeitschrift für Sprach-und-Sachforschung, Beiheft 4, Carl Winter’s Universitätsbuchhandlung, Heidelberg, 1921).

esempio di dialetto virile

sintassi arcaica

sintassi moderna


May 28, 2010

Quanto è grossa l’isoglossa?

I profani di linguistica-cioè quasi tutti gli esseri umani-sono spesso convinti che, sí vabbé, senza esagerare, però che anche loro qualcosa di lingua la capiscono anche loro.

La cosa è anche vera: tutti sappiamo moltissime cose sulla lingua, ma purtroppo questo non vuol dire conoscere la linguistica.

Benvenuto Terracini (http://it.wikipedia.org/wiki/Benvenuto_Aronne_Terracini) si lamentava della cosa già negli anni ’40, quando si era rifugiato in Argentina a causa delle leggi razziali.

È tutto molto comprensibile-la Lingua permea tutto ed è oggetto di grandi passioni-ma anche molto faticoso per chi, come me, vuole farsi capire da un pubblico dei profani.

Una delle convinzioni più diffuse tra i profani è quella che la lingua di un popolo ne esprima anche la cultura. Pensate al titolo dell’opera di Max Leopold Wagner “La lingua sarda. Storia, spirito, forma”.

Che cazzo vorrà mai dire ”Spirito di una lingua”?

E pensate alla diffusissima stupidaggine delle 100 parole che esisterebbero in “esquimese” per chiamare la neve-già definire così le varie lingue dei vari popoli artici che noi chiamiamo “esquimesi” è sbagliatissimo.

L’idea che Lingua e Cultura sia strettamente collegate ha anche raggiunto la dignità di ipotesi scientifica (o semi-scientifica) con i due linguisti americani Eduard Sapir e Benjamin Lee Whorf.

Nel passaggio seguente, che ho saccheggiato da http://www.tesionline.com/intl/preview.jsp?idt=21421, potete leggere una definizione delle idee dei due americani:

“Nello studio dell’Uomo, a prescindere da quale punto di vista lo si osservi, è di fondamentale interesse un approccio che consideri come elemento primario il linguaggio. Nella storia dell’antropologia molti si sono occupati della capacità che ha l’uomo di esprimersi e delle modalità con cui riesce a farlo, focalizzando quindi l’attenzione sulla nascita del linguaggio, sulle sue modalità di funzionamento e sulle regole soggiacenti ad esso.
L’indagine che qui si presenta, prevede, come punto centrale, l’esplorazione della teoria elaborata nei primi del Novecento da, Eduard Sapir, allievo di Franz Boas, e Benjamin Lee Whorf, personaggio che, nonostante non fosse linguista di professione, ha fornito grandi apporti allo studio del linguaggio.
La cosiddetta ipotesi Sapir-Whorf (o ipotesi del determinismo o del relativismo linguistico), così denominata nel 1956 da John B. Carroll (curatore della fondamentale raccolta di saggi di Whorf Language, Thought and Reality) sostiene che il linguaggio, con le sue regole e la sua struttura, influenza il modo di vedere il mondo dei parlanti una data lingua; questo vuol dire che i parlanti di lingue diverse avranno un modo diverso di concepire la realtà. Il fulcro di tale ipotesi è riscontrabile dalle seguenti citazioni tratte dal saggio “La posizione della linguistica come scienza” di Sapir 1949 [1972] e dal saggio “Scienza e linguistica” di Whorf 1956 [1970]:
“Gli esseri umani non vivono soltanto nel mondo obiettivo, e neppure soltanto nel mondo dell’attività sociale comunemente intesa, ma si trovano in larga misura alla mercè di quella particolare lingua che è divenuta il mezzo di espressione della loro società. È proprio un errore di valutazione immaginare che una persona si adatti alla realtà essenzialmente senza l’uso della lingua e che la lingua sua solo un mezzo accidentale di risolvere specifici problemi di comunicazione o di pensiero. L’essenza della questione è che il <> viene costruito, in gran parte inconsciamente, sulle abitudini linguistiche del gruppo.” (Sapir 1949 [1972]:58)
“ Analizziamo la natura secondo linee tracciate dalle nostre lingue. Le categorie e i tipi che isoliamo dal mondo dei fenomeni non vengono scoperti perché colpiscono ogni osservatore; ma, al contrario, il mondo si presenta come un flusso caleidoscopico di impressioni che deve essere organizzato dalle nostre menti, il che vuol dire che deve essere organizzato in larga misura dal sistema linguistico delle nostre menti.” (Whorf 1956 [1970]:169)
Il nucleo teorico dell’ipotesi Sapir-Whorf viene anticipato un secolo prima dallo studioso tedesco Von Humboldt, nel 1836; egli aveva considerato la lingua come Weltanschaaung, proponendo già l’idea che le diverse lingue traccino zone di luce e zone d’ombra sul mondo, facendo sì che i parlanti, nell’apprendere una lingua diversa dalla propria, portino con sé inevitabilmente la propria visione del mondo, dettata dalla propria lingua natale.
Ritornando in ambiente americano, il fondatore della moderna antropologia statunitense può considerarsi l’antropologo Franz Boas che, grazie alla sua esperienza di ricerca tra gli esquimesi e gli indiani della Costa del Nordovest, fornisce un apporto generale allo studio del linguaggio, affermando che per lo studio di una cultura, analizzare con attenzione la lingua del gruppo umano cui essa appartiene si rivela fondamentale. In questo, anticipa quello che il suo allievo Sapir nel 1949 affermerà nel saggio “La posizione della linguistica come scienza” nel quale considererà la lingua come guida privilegiata allo studio della cultura, essendo il mondo reale costruito sulle abitudini linguistiche del gruppo.
Per Whorf 1956, la struttura di ogni lingua contiene una teoria sulla struttura dell’universo che egli definisce la “metafisica” della lingua. Per poter notare l’esistenza di questa metafisica è però necessario approcciarsi allo studio di lingue molto differenti dalla propria, essendo questo l’unico modo per poter esaminare le strutture che a suo avviso plasmano il mondo.”

Secondo me, queste cose possono essere concepite da persone serie soltanto se costoro ancora non hanno un’idea di quanto sia complesso il fenomeno Lingua.

Per un linguista, la Lingua è “un sistema di sistemi”.

Penso che questa definizione di Yishai Tobin dia un’idea di quanto sia complesso il problema. (http://www.humtec.rwth-aachen.de/files/cv.pdf)

Semplificando un po’, si può dire che la Lingua consiste di due componenti fondamentali: il Lessico (accessibile alla nostra coscienza e che contiene anche le espressioni idiomatiche) e la Grammatica (di cui abbiamo soltanto una conoscenza “tacita”-secondo la definizione di Noam Chomsky-per cui questo non è accessibile alla nostra coscienza.

Un’altra cosa accessibile alla nostra coscienza è la Pragmatica, cioè l’insieme di regole che guidano l’uso sociale appropriato della Lingua, e questa non va confusa con quella che è Lingua stessa.

In genere, però, quando un profano parla di lingua si riferisce, appunto, alla Pragmatica, cioè a quello che con la lingua si fa.

Ora, è chiaro che la Pragmatica è strettamente collegata alla cultura della comunità linguistica. Mi azzarderei perfino a dire che la Pragmatica è parte integrante della cultura.

Dire: “Ingegnere, non trova che faccia un po’ freddo?” o “Chiudi la finestra!” possono essere equivalenti soltanto in certe culture e in certe situazioni.

Per il Lessico, almeno fino a un certo punto, valgono considerazioni simili: è chiaro che nella lingua degli Inuit la parola saccaja (per i non Sardi: “pecora di un anno che non ha ancora figliato”) non può esistere. Ma anche gli Inuit hanno le stessa quantità di parole per il concetto di “neve” che esiste in inglese (http://en.wikipedia.org/wiki/Eskimo_words_for_snow#cite_note-Pullum.27s_explanation-0). E anche in sardo ne abbiamo due di queste parole, perfino nei posti dove praticamente non nevica mai (nie/niatzu).

In olandese-lingua parlata da un popolo praticamente anfibio-non esiste la parola per “toccare” (nel senso di “Vieni pure, Carletto, qui si tocca”).

Figuriamoci allora quale relazione la Grammatica potrebbe avere con la cultura.

Ma anziché speculare su quali sarebbero le conseguenze logiche di una Grammatica che ci colora il mondo, è molto più semplice usare degli esempi concreti.

Prendiamo il caso dei due suffissi del diminutivo che esistono nella maggior parte dei dialetti sardi.

Con i disillabi si usa il suffisso -ixeddu, mentre con le parole che contengono un numero maggiore di sillabe (in pratica trisillabi e alcune parole quadrisillabe) si usa il suffisso -eddu.

Esempi:

manu → manixedda

genugu → genugheddu

In entrambi i casi il risultato è una parola composta da 4 sillabe: 2 X 2.

In tutte le lingue del mondo si nota una preferenza quasi esclusiva per i sistemi accentuali binari. In questo caso gli accenti sono distribuiti nel modo seguente: mànixédda.

Il primo è un accento secondario seguito dall’accento primario (o di parola) e entrambe le sillabe toniche sono seguite da una sillaba atona.

Data la possibilità di scegliere tra due allomorfi, in sardo si sceglie per il diminutivo quello che ci permette di avere un output perfettamente binario: 2 sillabe binarie organizzate in un piede binario, seguite da un altro piede binario costituito da 2 sillabe binarie (costituite da 2 segmenti fonologici: scordatevi le convenzioni grafiche!).

Abbiamo insomma una ripetizione di 2 alla potenza: 2º = 1 parola; 2¹ = 2 piedi; 2² = 4 sillabe; 2³ = 8 segmenti fonologici.

Se avete dei dubbi, leggetevi “The Phonology of Campidanian Sardinian. A Unitary Account of a Self-organizing System”: sono solo 525 pagine.

La scelta dell’allomorfo è quindi determinata da meccanismi ritmici binari e universali: cosa c’entra qui la cultura dei Sardi?

Ma forse la cultura ha determinato il fatto che in un numero limitato di dialetti montagnini esiste soltanto il suffisso -eddu. Se fosse così, la cultura avrebbe soltanto influenzato il lessico di quei dialetti, limitando il numero di suffissi a uno. Chi non ha scelta si accontenta di quello che ha e allora niente ritmo binario!

Vabbé, questo era un po’uno scherzo, ma come stanno le cose rispetto alle quali un eventuale legame con la cultura dovrebbe essere evidente?

Prendiamo il caso della neutralizzazione di genere nei dialetti che sono entrati in contatto con il corso di Sardegna (Sassarese e Gallurese).

Nel sardo di Sennori la neutralizzazione di genere avviene nello stesso modo che nel sassarese: le parole maschili e femminili compaiono al ,plurale con il suffisso “maschile:.

Esempio: sa femina ~ sos feminos (da ri femmini)

Se l’ipotesi Sapir-Whorf fosse corretta, le donne di Sennori, qualora si ritrovassero in una situazione in cui le donne fossero più di una, dovrebbero essere percepite dai Sennoresi come-come minimo-meno femminili, se non addirittura come maschi tout court!

Ora io non ho nessuna esperienza con le Sennoresi, per cui passo volentieri al caso del sardo di Luras, nel quale avviene anche la neutralizzazione di genere, ma al contrario.

A Luras-isola sardofona in Gallura-succede che s’omine malu, per esempio, diventi al plurale sas omines malas!

Uno dei miei migliori amici è di Luras, ma non ho ancora vuto il coraggio di chiedergli se, quando è con i suoi compaesani di sesso maschile gli succede qualcosa di strano. A Luras ci sono molte cave di granito e i Luresi sono abituati a usare argomenti, diciamo pure, poco femminili per risolvere certe controversie.

Ma anche questo era un po´ uno scherzo.

Passiamo a una delle influenze plausibili che la cultura potrebbe avere sulla lingua-anche se Sapir e Whorf dicono il contrario, ma oggi sono generoso.

Può il conservatorismo culturale avere dei riflessi sulla lingua?

Argomento scottante, soprattutto in tempi di elezioni, visto che non solo diversi accademici sardi hanno costruito la loro carriera sulla risposta affermativa a questa domanda, ma anche alcuni politici-e aspiranti tali-cercano di restare a galla sulla base di questi argomenti: votate per me che noi siamo noi e loro sono loro!

Innanzitutto premetto che io non credo che la cultura di qualsiasi parte della Sardegna sia rimasta immobile da millenni (https://bolognesu.wordpress.com/?s=la+costante+resistenziale&submit=Search).

Ma giochiamo pure a questo gioco un po’ scemo e ammettiamo che il Nuorese sia la sede della ”Costante resistenziale sarda”, immobile e tetragono nella sua irriducibilità alla modernità. Allora dovremmo attenderci che lì si trovino anche gli esiti linguistici più conservatori.

Prendiamo allora la desinenza dell´imperfetto latino classico -ba- e vediamo come è distribuita la sua conservazione.

La conservazione della desinenza classica dell’imperfetto (-ba-) è effettivamente attestata, per la prima coniugazione, da Orune a…Cagliari, passando per Nuoro, Orgosolo, Gesturi, Samassi, Sestu, senza soluzione di continuità.

A partire già da Orgosolo (resistentissima, no?), però la B iniziale della desinenza scompare a causa della ”lenizione”: il risultato è una A accentata in una posizione che altrimenti non lo è mai. Il risultato della cancellazione della B è a tutti gli effetti una doppia A: circábat → circáat.

Quello che conta ai fini del nostro discorso è che l´innovazione costituita dalla desinza -ia-, peraltro attestata in tutte le varietà del sardo nelle altre coniugazioni non viene introdotta in tutta la serie di dialetti che, ininterrottamente, vanno da Cagliari a Orune.

E dove comincia a comparire l´innovazione costituita dalla desinenza –ia-?

A Bitti, ovviamente, il paese confinante con Orune a settentrione e continua per tutto il nord della Sardegna linguistica e poi va di nuovo a sud, lungo le vie di comunicazione delle pianure e altipiani occidentali. Si ferma a Seneghe-ultimo paese del Montiferru-e a Nurachi troviamo di nuovo la A accentata, accompagnata dalla conservazione della velare. Infatti: Nurachi!

A Orune, quindi, si dice ”chircábat” e a Bitti si dice ”chircaíat”.

Non credo che a qualcuno possa passare per la mente di trarre una quualsiasi conclusione da un fenomeno così banale. Qui vediamo soltanto che, visto che il mondo è bello perché è vario e le differenze esistono, un’isoglossa-cioè la linea ideale che indica la presenza o l´assenza di un dato fenomeno linguistico-deve pur passare da qualche parte. In questo caso-come nella quasi totalità dei casi-passa in un punto in cui nessuno si sognerebbe di ”scoprire” chissà quale profondo significato.

Insomma, mentre Wagner e i suoi nipotini hanno attribuito un significato enorme all’isoglossa che separa la conservazione della velare davanti alle vocali I e E-badando bene a non menzionare il fatto che l’isoglossa della palatalizzazione in questione passa proprio per la cima del Gennargentu, mentre sul versante nord della montagna non si hanno né palatali né velari, ma colpi di glottide-altre isoglosse non conterebbero nulla.

Allora, quanto è grossa un’isoglossa?

Insomma, quanto conta?

Conta quanto vogliamo farla contare.

Niente di più, niente di meno.

Allora non è tanto la lingua che influenza la cultura, quanto la politica che cerca di influenzare la linguistica: in Italia anche con grande successo.

May 24, 2010

todos caballeros linguisticos

purtroppo occorrono i fonts fonetici ipakyle per leggerlo correttamente

litaljanolunikaligwakesiskrivekomesipronuta

edatokenoitutisjamostatialfabetidzatinitaljano

akeilsardobizoaskriverlosegwendoilsistemaratsjonale

delakorispondentsae’zatatrafonemiegrafemi

May 15, 2010

E Tziu Paddori puru est ancora atuale

A pustis de Thiesi custa cosa puru faxet a dda torrare a leger

08/09/2008

In su 2001 seu andau a sa presentada de su ditzionariu de Mariu Puddu in una bidda de sa provincia de Oristanis.
A fai custa presentada iant postu a unu “erudito locale”, professori de latinu in unu liceu de Oristanis. Cust’omini pagu ndi cumprendíat de ditzionarius e prus pagu ancora de linguistica, ma fiat cumbintu e totu de essi un’omini de cultura e, fueddendi totu in italianu, si nc’est ammollau in un’analisi sociolinguistica de sa Sardinnia.
A unu certu puntu, po fai cumprendi ca po su sardu nci fiat pagu de fai e ca fintzas su trabballu de Mariu serbíat a pagu, at contau de genti chi iat atobiau cussas dis, maridu e mulleri giovunus e pagu studiaus, chi si fueddant a pari in italianu, e indinniau si fait: “Adesso anche gli ignoranti parlano in italiano!”
Deu non nci dd’apu fata a m’aguantai e mi nc’est bessíu: “Eja, immoi s’italianu est sa lingua de is inniorantis!”
Issu s’est calamau, su pubblicu at murrungiau unu pagu e fintzas Mariu Puddu at circau de ammoddiai sa bessida mia.
A parti ca sa batuta mia nci bolíat, deu apu nau puru una beridadi manna: su sardu at cambiau de ruolu in sa sociedadi sarda.
Ma cun sa bessida sua cussu professori iat nau puru una cosa interessanti meda. Cun sa batuta sua iat scoviau su motivu chi at portau is Sardus a si ponni a fueddai in italianu in cali-si-siat situatzioni chi siat, mancai unu pagheddeddu sceti, pubblica e duncas ddus at portaus a fueddai su sardu sempri prus pagu.
Comenti at scobertu su linguista americanu Labov, ddoi est est una gara linguistica eterna tra classis dominantis e classis dominadas. Is classis dominantis circant sempri de si ndi stesiai de sa manera de fueddai ( e de fai atras cosas puru) de is atrus: pensai a comenti fueddát e portát s’arrelogiu Gianni Agnelli.
Is classis dominadas—ma prus-che-a-totu sa burghesia pitica—circant de fai che is Agnellis (o Paris Hilton chi siat) in su fueddai e in s’atru puru: candu si ddu podint permiti, est craru!
E m’est capitau duas bortas de atobiai imprendidoreddus de Casteddu postus de arrelogiu de oru a pitzus de su brutzu de sa camisa. S’intendíant unu pagu Agnellis issus puru, chentza de sciri ca Agnelli ddu fadíat ca fiat allergicu a su metallu e si nd’afutíat de su chi pensánt is atrus.
Duncas custa gara non acabbat mai, poita ca is classis dominantis depint agatai sempri atra cosa po si distinghi, ma a sa fini is atrus incumentzant issus puru a ddu fai e tocat a torrai a incumentzai su giogu de un’atra parti.
E insaras poita fiat indinniau cussu professori de latinu?
Cussus maridu e mulleri “inniorantis” dd’iant sighíu in sa cursa sua po assimbillai a sa “genti chi contat”: insomma, a ita serbit a essi professori de latinu, chi duus “inniorantis” fueddant che a tui? Prexadeddu ddoi fiat!
S’italianu at tentu in Sardinnia sempri su ruolu de “lingua esclusiva”: sa burghesia sarda si nd’est apropriada po si si distinghi e escludi is classis dominadas de is logus—logus fisicus e culturalis—frequentaus de sa classi dominanti. Custu giogu “a escludere” est durau unu bellu pagu, cun sempri prus genti chi s’est fata meri de sa lingua de sa classi dominanti, fintzas a arribbai a sa situatzioni de immoi, aundi totus fueddant in italianu—a su mancu in pubblicu.
Ma intzandus, chi su modellu de Labov est giustu, immoi iat a tocai a biri ca sa gara eterna—“fui ca ti cassu!”—est torrada a incumentzai in un’atra manera.
E infatis, Alessandro Mongili, sociologu in s’universidadi de Casteddu, m’at contau ca immoi in Sardinnia nc’est su “boom” de is cursus de ditzioni.
E is contus torrant! Chi est berus ca a fueddai in italianu non bastat prus po ti distinghi sa genti “nobbili” de is “inniorantis”—is chi funt prus pobirus de tui—intzandus tocat a fueddai custa lingua cun s’acentu “giustu”: immoi non est prus sceti sa lingua sarda chi est sballiada po custa genti, ma fintzas s’acentu sardu fueddendi in italianu.
“Stichida de balla!”—ant ai pensau—“Bai ca, chi s’italianu si dd’imparant a gratis in scola e de sa televisioni, su cursu de ditzioni non si ddu podint pagai, no!”

Insaras, su chi nci at bogau su sardu a foras de sa sfera pubblica est stetiu custu giogu a “fui-ca-deu-ti-cassu” chi a sa fini dd’at acabbada includendi a totus in su sistema linguisticu italianu (de Sardinnia) e escludendi sceti sa lingua sarda de is interatzionis pubblicas.
Est cosa de importu mannu a cumprendi ca a nci cravai su sardu in sa sfera privada, e cussa puru una sfera sempri prus strinta, non est stetia una decisioni pigada de calincunu poderi centrali—insomma cumplotus non innoi ddoi nd’at!—ma una cosa chi eus fatu totus impari. Po non si ndi fai escludi de cussus logus—fisicus e culturalis—aundi unu non podit mancai in sa sociedadi, eus acetau s’italianu che unica lingua de s’interatzioni linguistica impersonali e pubblica.
Tocat a nai puru ca in Sardinnia totu est incumentzau candu su stadu nci at bogau su sardu de sa scola e de is uficius pubblicus, ma in atrus logus custu non est bastau a fai sparessi, po nai, su napoletanu o su venetu de is supermercaus o de sa comunicatzioni cun sa genti strangia in s’arruga. Ma chi castiaus a atras situatzionis aundi fueddant linguas de minoria (atra genti iat a nai “dialetus”) bieus ca non bastat ca una una lingua non siat uficiali po nce dda bogai de totu is logus pubblicus. E in Irlanda, s’irlandesu est lingua uficiali de su stadu, ma sa genti non ddu fueddat giai-giai prus, mancai ddu imparint fintzas in scola.
E tocat a nai puru ca po is “inniorantis” in custu giogu ddoi fiat puru una componenti “emancipatoria”: a unu certu puntu in sa storia nostra non at fatu prus a bivi una fida comenti si spetat chentza de fueddai s’italianu beni bastanti in una situatzioni pubblica. E beni eus fatu a imparai beni s’italianu!
Duncas, bellu a bellu, e forsis puru chentza de ddu bolli, su sardu s’est furriau a “lingua privada”: lingua de imperai in famiglia, cun is amigus e pagu atra genti, mancai sceti po fueddai de cosas privadas.
Sa situatzioni sociolinguistica in Sardinnia est unu “bilinguismu cun diglossia”: su sardu non est prus sa lingua “universali” de sa Sardinnia chi permitit cali-si-siat tipu de interatzioni linguistica, ma est sa lingua de is situatzionis informalis e privadas.
Su sardu non est prus “lingua pubblica”: una lingua bona po fai sa spesa in su supermercau, preguntai sa strada a genti disconnota, ordinai unu café in un bar o, peus ancora, fueddai in una situatzioni mancai unu pagheddeddu formali.
Custu si biri beni chi castiaus is datus de sa circa sociolinguistica coordinada de sa professoressa Anna Oppo:

1. Percentuale di persone che parlano luna lingua locale e che la usano nelle diverse
cerchie di conversazione extrafamiliare (come lingua prevalente o con l’italiano)

Con il parroco: 15,7%

Con il medico di famiglia: 18,4%

Con i colleghi di università: 20,5%

Con il ragazzo/a: 25,9%

Con gli estranei (sardi): 30,1%

Con i colleghi (fuori dal luogo di lavoro): 42,2%

Con i vicini di casa: 45,1%

Con i conoscenti: 47,6%

Con le amiche: 48,7%

Con i compagni di scuola (fuori dalla scuola): 49,6%

Con gli amici: 58,6%

2. Percentuale di persone che parlano una lingua locale e che la usano nei diversi
ambienti (come lingua prevalente o con l’italiano)

A scuola: 17,4%

Negli uffici del Comune: 17,8%

In chiesa, nei luoghi di culto: 19,4%

Nei negozi e al mercato: 33,7%

Sul luogo di lavoro: 35,0%

Nei Bar o caffè: 38,0%

Po cumprendi beni custus datus, ca parint chi siant unu pagu mellus de sa situatzioni che apu pintau deu, tocat a ponni in contu su fatu ca custas funt totus medias chi balint po totu sa Sardinnia e ghetant a pari is situatzionis de biddas piticas e de citadis.
A pustis de sa presentada de custus datus in sa circa sociolinguistica agataus custu cummentu: “Si può aggiungere che anche per quel che riguarda le interazioni extra-familiari nei piccoli centri l’uso del codice linguistico locale appare più frequente che nei centri maggiori o nelle città. Poiché i centri maggiori e quelli minori si differenziano per una diversa struttura demografica, una differente composizione della popolazione in termini di istruzione ed occupazioni abbiamo controllato l’uso dell’italiano, dell’idioma locale e di entrambi i codici in diverse situazioni comunicative secondo il titolo di studio degli intervistati e la dimensione demografica del comune (semplificata: fino a 20.000 abitanti/ oltre i 20.000 abitanti). I risultati di quest’analisi, nel confermare le forti differenze fra zone rurali e zone urbane, mostrano con chiarezza come in entrambe le due grandi aggregazioni demografiche l’uso dell’uno o dell’altro codice linguistico risponda alle dimensioni del formale/informale delle relazioni, due luoghi e delle interazioni comunicative. Si può aggiungere che nei comuni di più piccole dimensioni e fra la popolazione meno istruita degli stessi alcune relazioni e alcuni luoghi di segno simile possono avere un carattere più o meno formale. Con gli amici, con i vicini di casa, con i colleghi di lavoro o con gli stessi conoscenti i rapporti sociali si presentano con molta probabilità con un grado maggiore di familiarità che nelle città. Ugualmente, i “luoghi pubblici” dei paesi – il posto di lavoro, il mercato, il bar – sono in generale assai meno anonimi che nei centri maggiori. I luoghi e le interazioni “più formali” si confermano nella scuola, nella chiesa e negli uffici del comune così come l’uso più frequente dell’italiano lo si ritrova nelle comunicazioni col medico e col parroco.”

Duncas, s’analisi mia de su sardu che “lingua privada” est cunfirmada de custu cummentu.
A chini totu est intrau in unu bar de Casteddu podit cunfirmai ca non s’intendit su 38% de is clientis—e nimancu su 10%!—ordinendi su caffé in sardu, e prus pagu ancora su camareri fueddendi in sa lingua nostra, mancai, comenti fatzu deu, su clienti ddu fueddit in sardu e totu.
Su sardu, a pustis de essi tentu po tempus meda su ruolu pubblicu de “lingua de is inniorantis” (o de su famini, comenti at scritu Nanni Falconi), est intrau “in clandestinidadi”.
Insomma Tziu Paddori—su Sardu ca non fiat bonu a fueddai s’italianu—est furriau a domu e immoi chistionat sceti cun genti de famillia e cun is amigus. A su postu suu—fendi sa parti de s’innioranti in pubblicu—ddoi est un’atru personagiu: Fisietto, sutaproletariu casteddaiu chi fueddat in italianu (regionali) ammisturau cun un pagu de sardu (cun is sutatitulus in italianu po is inniorantis berus!).
Insomma, Tziu Paddori innantis de s’arretirai “a vita privata” s’est vindicau “incuinendi” sa lingua de Fisieto e lassendi-ddu in aréntzia su titulu de Innioranti Uficiali de Sardinnia.
Ma intzandus, sa batuta mia contras a cussu professori de latinu fiat de prus meda de una batuta. Fiat sa beridadi noa de sa sociolinguistica sarda: immoi est s’italianu (regionali) sa lingua de is “inniorantis”. E duncas immoi po podi arriri de Fisietto tocat a si fai deretu-deretu unu cursu de ditzioni po non fueddai prus che a issu!
Ma intzandus, cali est immoi sa positzioni de sa lingua sarda in su “immaginario collettivo” de is Sardus?
Chi s’analisi chi apu fatu fintzas a custu momentu est curreta, intzandus sa Sardinnia est acanta de intrai in una fasi sociolinguistica noa e, comenti apu a ammostrai, seus acanta de cussu ca in fisica si narat “puntu criticu”.

Candu passu de unu de is aeroportus de Londra—e mi sutzedit medas borta, benendi in Sardinnia—mi compru sempri totu su chi agatu de libbrus de divulgatzioni scientifica: is inglesus funt is prus bravus in custu trabballu e su mercau in sa lingua issoru est su prus mannu e duncas s’agatant medas cosas bonas. Aici potzu tenni un’idea de su chi sutzedit in is atras disciplinas scientificas e biri chi mi benint ideas noas.
S’urtimu libbru chi apu agatau si tzerriat “Critical Mass” (Massa critica) e ammostrat ca ddoi funt cosas de sa fisica statistica che podint serbiri a cumprendi certus fenomenus socialis puru.
Su cuncetu de “massa critica” non est una novidadi e meda genti dd’at imperau unu muntoni de bortas in manera metaforica, ma custu libbru non fueddat de custu cuncetu in custa manera.
S’autori, Philip Ball, fait a biri ca ddoi funt cumportamentus in sa materia e in sa sociedadi chi s’assimbillant in una manera chi non podit essi sceti una coincidentzia.
Non bollu fai una recensioni de su libbru e non bollu nimancu discuti de custas cosas innoi, ma una cosa est sigura: su cumportamentu de sa media de una massa manna de personis si podit paragonai po certas cosas e in manera non casuali a su cumportamentu mediu de is partixeddas de sa materia.
Duncas, candu nau ca in Sardinnia si seus acostaus a unu “puntu criticu”, non seu imperendi una figura retorica, una metafora, ma seu citendi deretu su cuncetu pigau de sa fisica.
Unu puntu criticu in fisica est, po esempru, su puntu aundi s’acua si podit furriai a ghiaciu (fasi solida) o podit abarrai licuida. Bastat a cambiai unu pagu sa temperadura o sa pressioni e s’acua passat totu a sa fasi liquida o totu a sa fasi solida.
Atesu de custu puntu criticu podeus acciungi o bogai calorias a s’acua, sa temperadura cambiat mancai meda, ma sa fasi de s’acua non cambiat. Asuta de 0° gradus s’acua abarrat solida e apitzus de cussa temperadura abarrat liquida (o mellus: fluida).
Duncas su chi contat po sa “transitzioni de fasi” de s’acua non funt totu is calorias chi serbint a portai unu chilu de ghiacciu de sa temperadura de -150° C a 0° C, ma su pagheddeddu chi serbit a passai de -0,1° C a +0,1° C. Duncas su “puntu criticu” de s’acua est sa temperadura intra de custas duas.
Intzandus, totu su trabballu chi unu fait po furriai s’acua de -150° C a -0,1° C non si biri e non serbit a nudda, chi non fais su pagheddeddu chi bastat a dda furriai a una temperadura de +0,1° C.

A dolu mannu nostru su trastu po mesurai sa temperadura sociolinguistica de sa Sardinnia non esistit, ma ge fait a mesurai una pariga de cosas chi ammostrant ca su sardu est acanta de passai de sa fasi de “lingua privada” a cussa de “lingua pubblica”.
Torraus a sa circa sociolinguistica. Is datus prus importantis funt custus:

(i) Parla una lingua locale: 68,4%

(ii) Non parla, ma capisce una lingua locale: 29,0%

(iii) Non parla né capisce alcuna lingua locale: 2,7%

Custus datus ammostrant ca, chi una personi domandat un’informatzioni in sardu in s’arruga a una personi disconnota, sa probbabbilidadi chi s’atru non ddu cumprendat est de su 2,7%. Lassendi a una parti su fatu ca unu podit fueddai unu dialetu diversu de su logu aundi domandat s’informatzioni—su probblema non est cussu—poita eus smítiu de domandai sa strada in sardu a genti chi non connosceus?

Forsis cun una pariga de aneddotus si podit cumprendi unu pagu ita est sutzediu a su sardu in custus urtimus trinta o coranta annus.
Una dexina de annus a oi, m’est capitau de intrai in unu bar de Biddermosa. Doi fiant un’omini e una femina de sa bidda—genti de s’edadi mia—fueddendi in sardu e insaras deu apu ordinau a buffai in sardu e mi seu postu a fueddai deu puru. S’omini m’at castiau unu pagu e a pustis m’at arrespundiu in sardu, ma sa femina—sa meri de su bar—m’at arrespundiu in italianu de s’inghitzu a sa fini e mi castiát mali totu s’ora.
Deu custa cosa non dd’apu cumpréndia e apu domandau a is feminas chi fiant fendi su cursu de linguistica cun mei in Ghilartza ita ndi pensant de cussa scena. S’arrespusta issoru fiat: “Cussa femina at pensau: ‘E ita est totu custa cunfiantzia?!’”
Chi custa analisi est giusta, a fueddai in sardu a unu chi non connoscis est unu pagu comenti a ddi nai de tui: s’usu de su sardu abasciat su livellu de formalidadi de s’interatzioni linguistica fintzas a unu puntu ca po cussa femina de Biddermosa non andát prus beni. Ca femu maleducau, issa non mi dd’at nau, ma ge mi dd’at fatu cumprendi.

Un’atra cosa ca m’est sutzédia unus dexi annus fait cunfirmat s’interpretatzioni de su sardu che lingua de sa cunfiantzia.
In s’oru de sa “Carlo Felice” apu biu a unu bendendi sindria e mi seu firmau. Mi seu postu a fueddai in sardu cun s’omini—su messaju?—chi bendíat sa sindria e issu m’arrespundíat in italianu. Deu apu sighíu in sardu e non ddu naramu ni de tui ni de fustei. Issu mi castiát sempri prus nervosu e si bidíat ca non sciíat comenti si depíat cumportai. A sa fini non at aguantau prus e m’at fueddau in sardu issu puru, ma … nendi-mi de tui!
Custu, chi nci pensais, est unu cumportamentu stranu, poita “non est de personi educada” a nai de tui a unu clienti disconnotu: non m’est sutzédiu mai in atru logu.
Deu fueddendi-ddu in sardu apu postu in cunflitu duas arregulas “pragmaticas” de s’interatzioni linguistica in Sardinnia: (i) s’interatzioni tra cummercianti e clienti disconnotu est impersonali; (ii) su sardu est sa lingua de sa “cunfiantzia”.
Po si cumprendi, sa “pragmatica” est cussa disciplina de sa linguistica chi studiat s’usu de sa lingua.
Issu iat potziu sighiri sa primu arregula fueddendi-mi in sardu e nendi-mi de fustei, ma a su chi parit sa segundu arregula fiat tropu forti po issu e m’at nau de tui.

Duus annus fait mi seu torrau a firmai a bufai in Biddermosa, ma in un’atru bar. Ddoi fiat una picioca de unus 25 annus trabballendi e deu apu ordinau a bufai in sardu. Custa borta custa picioca m’at arrespúndiu in sardu.
Custa cosa iat a podi sinnificai una pariga de cosas diversas e cumplementaris: (i) est normali po un’omini de s’edadi mia a nai de tui a una picioca de cuss’edadi e duncas a dda tratai cun “cunfiantzia”; (ii) su livellu de informalidadi chi cussa picioca acetat est prus basciu de su de s’atra femina; (iii) a fueddai in sardu po una picioca de cuss’edadi non est aici “intimu” e non tenit duncas su propriu sinnificau che po una femina prus manna; (iv) in dexi annus sa situatzioni sociolinguistica in Biddermosa est cambiada.
Deu pensu ca po cumprendi custa cosa sa solutzioni siat una combinatzioni de custas cuatru arrexonis e puru ca sa positzioni sociali de su sardu siat cambiendi po is generatzionis prus giovunas.

Custus aneddotus serbint a cumprendi is datus de sa circa sociolinguistica chi pertocant sa distribbutzioni pragmatica (“s’usu”) de su sardu:

Percentuale di persone che parlano la lingua locale e che la usano nelle diverse
situazioni comunicative (come lingua principale o con l’italiano)

Per pregare: 9,9%

Per fare i conti a mente: 19,0%

Per fare auguri e condoglianze: 24,5%

Per parlare di politica: 26,5%

Per salutare: 26,8%

Per raccontare storie, storielle e fiabe: 29,4%

Per pensare fra sé e sé: 33,6%

Per parlare al telefono: 35,3%

Per esprimere gioia e entusiasmo: 40,2%

Per raccontare fatti della vita quotidiana: 44,3%

Per sgridare e minacciare: 55,1%

Per imprecare: 59,3%

Per esprimere rabbia: 60,2%

Per fare dell’umorismo: 64,0%

Comenti si podeus abetai de una situatzioni de bilinguismu cun diglossia, su sardu non est sa “lingua de sa cunfiantzia” sceti po su chi pertocat is logus aundi dd’imperaus e sa genti cun chini ddu fueddaus, ma fintzas po is cosas chi feus in sardu. Intzandus su bendidori de sindria s’est agatau in unu cunflitu intra de sa lingua de su trabballu e sa lingua de sa cunfiantzia e at scioberau po sa cunfiantzia. Sa primu barrista de Biddermosa, invecis, at scioberau chentza de duditai po sa lingua de su trabballu.
Una borta un’amigu sestesu, fueddendi de mei cun un’atru amigu, at nau: “Fueddat in sardu fintzas in su telefonu!”, ammostrendi de aici ca issu puru fiat parti de cussu 65% de Sardus chi non imperant su sardu telefonendi. Po una parti manna de is sardus, duncas, fintzas su de telefonai cumportat unu livellu de formalidadi tropu artu po ddu podi fai in sardu.

Segundu mei s’unica cosa chi ancora non permitit a su sardu de essi “lingua pubblica” est custa segundu arregula “pragmatica”: “su sardu est sa lingua de sa cunfiantzia”.
Seu nendi innoi ca su sardu at pérdiu in custus urtimus dexi annus po sa prus parti de is sardus cali-si-siat “connotazione negativa”: non est prus sa lingua de is inniorantis o de su famini.
Pensendi-nci non nc’est nudda de si spantai: totus si ndi seus acataus ca Tziu Paddori at lassau su postu a Fisietto (“Toca intra prima tui ca a mei mi nci scapat s’arrisu!” dd’at ai nau); su sardu est lingua de minoría arregonota de sa lei regionali 26 e de sa lei 482 de su stadu e custu at fatu aberri is ogus a genti meda; funt bessíus in is urtimus 30 annus unus 180 romanzus in sardu e, mancai pagu genti ddus comperit, medas scint ca esistint; a su mancu in Internet su sardu scritu est una cosa normali e est associau a su mesu de comunicatzioni prus modernu; po is giovunus su sardu non est prus associau a sa miseria materiali e culturali, comenti fiat po is babbus e mammas issoru; genti meda si nd’est acatada ca su modellu culturali italianu est unu fallimentu.
Esagerendi seu?
Bastat torra a castiai is datus de sa circa sociolinguistica. Citu a mei e totu: “I dati della ricerca sociolinguistica coordinata dalla Professoressa Oppo dicono che soltanto il 32,0% degli intervistati non è per niente favorevole all’uso della lingua locale negli uffici pubblici. […] Come stanno le cose rispetto alla scuola? Il 57,3% degli intervistati si dichiara del tutto favorevole all’utilizzo, accanto all’italiano, del sardo nella scuola. Il 27,4% si dichiara parzialmente favorevole. […] Una percentuale enorme degli intervistati nella ricerca sociolinguistica (81,9%) dichiara di essere molto d’accordo sul fatto che il bambino impari l’italiano, una lingua straniera e la lingua locale.”
Intzandus, non seu esagerendi.

Ita tocat a fai immoi po passai de -0,1° C a +0,1° C, superai su puntu criticu e arribbai a biri su sardu “lingua pubblica”?
Chi est berus chi seus acanta meda a su “puntu criticu”, immoi bastat pagu: duas cosas!
Sa primu est ca su sardu depit intrai in sa scola, ma custu non dipendit de nosu e duncas s’unica cosa chi podeus fai est a sighiri a nai in donnia manera: “SU SARDU DEPIT INTRAI IN SA SCOLA!”
E de custu tocat puru a si nd’arregordai candu andaus a votai.
De su momentu ca su sardu intrat in sa scola, dd’acabbat de essi sa lingua de sa “cunfiantzia” po is pipius. Innoi nc’est pagu de spiegai.

S’atra cosa dipendit de nosu e … de nosu sceti!
Fintzas a candu nisciunus ddu fait—o tropu pagu genti—no at essi mai una cosa normali a ordinai unu café in sardu in unu bar de via Roma in Casteddu.
Nisciunus ddu fait, poita ca non ddu fait nisciunus!
Cali est sa frecuentzia chi nosu cunsideraus “normali” po unu certu cumportamentu?
Cantus bortas depit sutzedi una cosa po dda cunsiderai normali?
Bai e circa! Ma in prus pagu de dexi annus mi seu accostumau fintzas deu a is piciocheddas chi ammostrant is mudandas bessendi-ndi de is cratzonis!
In cussu libbru chi apu nau (“Critical mass”), s’autori narat una cosa de importu mannu: “Sa genti chi in is annus ’70 fiat contras a is pilus longus, teníat is proprius motivus de sa genti chi in su 1600 fiat contras a is pilus curtzus.”
Duncas non est de custa genti chi si depeus preocupai: issus ant a sighiri a is atrus, comenti ant sempri fatu.
Si depeus preocupai invecis de comenti mai nosu e totu eus acetau a si nci fai bogai de is logus pubblicus!
Donniunu de nosu si depit domandai poita est ca, chi po issu o issa su sardu est una lingua normali, at acetau su ghetu de sa diglossia.
Custa est una cosa chi feus nosus e totu, donniunu de nosu, e donniunu de nosu est responsabili de sa ghetizatzioni de su sardu.
Su de fai de su sardu una lingua pubblica est unu deretu e unu poderi chi donniunu de nosu tenit. Ita ndi feus de custu poderi? Ita si costat a dd’imperai?
Unu pagu de “imbarazzo” is primus bortas, fintzas a candu agatas sa manera giusta—giusta po tui e totu—de ddu fai. Fintzas a candu cumprendis ca non est chistioni de fai proselitismu, de cumbinci a is atrus a fueddai in sardu, ma sceti de fai una cosa chi po tui est sceti normali. In su momentu e totu chi ddu fais, as fatu de su sardu una lingua normali: cussa “lingua pubblica” chi fintzas a immoi femus abetendi a arribbai de susu, de su poderi politicu.
Candu una “massa critica” de Sardus at a fai custa cosa simpri, su sardu at essi po totus una “lingua pubblica”.
Cantu est manna custa “massa critica”? Bai e agata! Sciu sceti ca chentza de mei e de sa genti chi ligit Diariulimba—is personis prus interessadas a sa lingua sarda—non nc’eus a arribbai mai.
E mi bastat a pensai ca chi is chi ligint Diariulimba (500 personis?) si ponint a fueddai in sardu 10 bortas a sa di a genti disconnota, custu fait 150.000 interatzionis linguisticas pubblicas in sardu a su mesi. In un’annu funt prus de 1.800.000 interatzionis: deu m’emu a acuntentai e emu a nai ca a custu puntu su sardu est una “lingua pubblica”. Una parti manna de is sardus iat ai tentu parti in una de custas interatzionis e s’iat essi acatada ca sempri prus genti in s’arruga e in is butegas fueddat in sardu. E custu chentza de pigai in cunsideru su fatu ca atra genti, sighendi s’esempru de is letoris de Diariulimba, iat a podi cumprendi ca a fueddai in sardu a sa genti disconnota est una cosa normali e incumentzai a fai sa propriu cosa.
Una cosa de importu mannu est a non s’abetai ca, chi fueddas in sardu a unu chi non connoscis, custu t’arrespundat in sardu. S’esperientzia mia est ca is prus bortas custu non sutzedit.
Ma su chi contat non est su chi s’atru fait cun tui, ma su chi ddi sutzedit in conca.
Fueddendi-ddu in sardu tui as fatu una cosa “stramba”: ses andau contras a sa regula pragmatica chi narat ca “su sardu est sa lingua de sa cunfiantzia”.
Issu s’at a domandai poita e facili chi ndi fueddit cun atra genti. Chi totu is 500 letoris de DL fadiant custa cosa, in pagu tempus sa personi chi as fueddau in sardu at a intendi a calincun’atru nendi: “Eja, est sutzediu a un’amigu miu puru!”
Chi ddu torrat a sutzedi una cosa de aici, custa personi non dd’at a agatai prus aici stranu e forsis at a arreagiri in manera diversa. Ma torra, su chi contat non est su chi fait issu, ma su de agatai normali ca calincunu fueddit in sardu a unu strangiu. Ddoi est sempri un’inertzia manna po donniunu candu si tratat de cambiai una cosa chi ses acostumau a fai a una certa manera. Su primu passu, e forsis su passu prus malu a fai, est cussu de acetai ca po atra genti est normali a fai is cosas in un’atra manera.

Cali est sa probbabbilidadi ca calincunu contit a custa personi chi eus fueddau in sardu ca a un’amigu suu puru una personi disconnota dd’at fueddau in sardu? Manna meda e de siguru prus manna de cussus chi eus fueddau deretu nosu e totu!
Tocat a tenni contu de su fatu ca, passendi de una personi connota a s’atra 6 bortas, totus podeus intrai in cuntatu cun totus e, a su chi parit, in totu su mundu.
Mi spiegu: deu bollu arribbai a Efis de Pompu, ma non ddu connosciu. Domandu a Bachis, ca sciu ca issu connoscit a genti meda, de agatai a calincunu chi connoscit a genti de Pompu. Bachis domandat a Antiogu ca trabballat in sa zona de Pompu. Antiogu domandat a Licu, ca bivit in un’atra bidda, ma est coiau in Pompu. Licu domandat a sa mulleri. Sa mulleri de Licu domandat a sa gomai, ca issa tenit su propriu sangunau de Efis e issa mi fait arribbai su numeru de telefonu de Efis.
Unu sociologu americanu at fatu custu esperimentu: at donau a unu bellu pagu de genti s’incarrigu de mandai una e-mail a una personi disconnota in un’atru continenti, sciendi de custa personi sceti su nomini, su mestieri e sa citadi. Donniunu depiat mandai sa mail a una personi connota chi issu pensát ca ddu podiat agiudai a arribbai a cudd’atru, domandendi-ddu de fai sa propriu cosa cun calincunu chi connoscíat e chi ddu podíat aggiudai.
Genti meda s’est arretirada, ma is chi chi ant provau funt arrenescius a fai arribbai sa mail a sa personi giusta in un media de 6 passagius.
Su propriu esperimentu, ma cun unu pacu postali e limitada a s’America, dd’ant fatu in is annus ‘70 e, su propriu, nci funt bofius una media de 6 passagius po fai arribbai su pacu a sa personi giusta. Custa borta non s’est arretirau nisciunus e sa media est cussa de de totu sa genti chi ant domandau a partecipai.
In Sardinnia, pensu, de custus passagius nd’iant a serbiri prus pagus meda.
Duncas est facili ca, in pagu tempus, una parti manna meda de is sardus apant intendiu ca ddoi est genti chi fueddat in sardu in s’arruga a genti chi non connoscit e duncas ca ddoi est genti ca chi non acetat s’arregula pragmatica: “su sardu est sa lingua de sa cunfiantzia”.
Sa cosa prus importanti e prus mala a fai in custu momentu est propriu cussu de ndi bogai su sardu de sa sfera privada. Ma est una cosa chi non costa ni dinai, ni studiu, ni tempus, ni organizatzioni. Chi propriu bandat mali ti costat unu pagu de brigungia (“imbarazzo”).
Duncas chi incumentzaus a ddu fai, una parti manna meda de is sardus at a sciri in pagu tempus ca ddoi est genti chi dd’agatat normali a fueddai su sardu cun genti strangia.
Arribbaus a custu puntu su sardu iat essi torra lingua pubblica e fintzas sa scola e sa politica iant a depi sighiri, e a marolla puru!

Tutto bene, tutto OK, intzandus?
Miga meda! Sa chistioni de su “puntu criticu” non est sceti una cosa positiva.
Comenti s’acua abarrat ghiaciu candu non superat su puntu criticu, su sardu at abarrai lingua privada chi nosu non si detzideus a dd’imperai in is logus pubblicus.
Mancai bengat sa lei noa po sa lingua e mancai su sardu si furrit a lingua uficiali, mancai puru su sardu intrit in sa scola, non est siguru po nudda ca sa situatzioni at a cambiai. In Irlanda totus custas cosas non ant cambiau nudda.
Sa lei noa e su sardu in sa scola funt “condizioni necessarie, ma non sufficienti”.
Su sardu in sa scola serbit a fai cussu chi is babbus e mammas non faint prus: a imparai su sardus a is pipius e a ddus fai cumprendi ca su sardu est una lingua normali. Ma non serbit a cumbinci a unu piciocu a fastigiai a una picioca in sardu. Po arribbai a custu, e duncas a una famillia aundi sa lingua normali est torra su sardu, serbit una situatzioni generali aundi su sardu est sa lingua normali po totu is interatzionis linguisticas.
E custa est cosa chi tocat a nosu a dda fai e a nosu sceti.
Deu una lei chi mi imponit de fueddai in sardu in is butegas e in s’arruga non dd’emu a bolli.

May 13, 2010

diglossía 2.0

Moti Angioini, Sala Sassu, Thiesi

Una chida a oe, s’Istitutu cumprensivu de Thiesi, su de duos circulos didaticos de Otzieri, s’Istitutu cumprensivu de Frorinas e su de ses circulos didaticos de Tatari ant organizadu-cun dinari pagu e intelligentzia meda-una Die de sa Limba.

Sa sala Sassu de Thiesi fit prena a tres cuartos de maistras e maistros de scola e de atera gente.

Totu amus faeddadu in sardu foras de una persone chi su sardu propriu non lu podíat ischire e chi s’est scusada.

Totu amus faeddadu su sardu nostru e nosi semus cumpresos a pari, mancari deo apo imperadu male su microfonu, ca non so acostumadu.

Thiesi e sas ateras biddas sunt in Logudoro e duncas is ateros chi ant faeddadu l’ant fatu in logororesu-logudoresu e non in logudoresu-non-logudoresu-ma-chi-ddu-narant-logudoresu-mancari-logudoresu-non siat. In logudoresu-logudoresu, ca de pois est su chi faeddaíat Mamma, b’at unu sonu chi esistit sceti innias, in Gallesu e in is limbas derivadas dae sa de is Mayas.

Custu sonu est una L surda. Bolet narrer, una L pronuntziada chentza de faxer vibbrare is cordas vocales. Pro ddu faxer depes ponner sa limba in su propriu logu de sa L e depes sulare unu pagu, ma chentza de mover s’orguena.

Est su sonu chi dias deper pronunciare candu liges su nomene de sa cumpangia de assiguratziones Lloyd.

Est unu sonu “esoticu” meda, chi benit de su cuntatu tra una S e una T.

Sonu “identitariu” meda pro is logudoresos de Logudoro.

Nemos s’est postu a prangher pro su fatu ca sa LSC non lu representat: l’ant sighidu a pronuntziare ebbía.

Il Logudoro, custas maistras e custos maistros sunt faxende meda, cun pagu mesos e intellighentzia meda. In Logudoro su sardu est torrende a intrare in sa scola e est torrende a esser una limba normale.

In ateros logos puru sunt faxende su matessi. Is scolas si sunt organizende pro ponner impari esperientzias e is pagas risorsas finantziarias.

Su chi sunt faxende custas scolas e maistros est in cussu momentu casi s’unica cosa chi est sutzedende a inghíriu de su sardu.

Is istitutziones sunt  latitantes-est totu firmu-e latitantes sunt cussos intelletuales chi si nche schidant solu candu is cosas bandant bene pro su sardu, tzerriende ca tocat a defender sa diversidade linguistica de sa Sardinnia dae s’imperialismu de sa limba standard.

Custos sunt is intelletuales chi bolent defender sa diversidade linguistica in Sardinnia dae su sardu, faeddende e scriende solu in italianu.

Mi benit a conca unu slogan patzifista: “To fight for peace is like to fuck for virginity!”

Acabbadu s’atobiu deo e Mitza semus partidos cara  a Gaddura e a unu certu puntu , in machina, issa mi faxet: “Intra de issas faeddaíant in italianu, ma candu arribbaías tue si poníant a faeddare in sardu”.

Sa situatzione de diglossía dd’amus furriada a fundu a susu: immoe, si non faeddas in sardu in pubblicu, bi faxes sa figura de s’inniorante.

A faeddare in italianu in custas ocasiones “is simply not done!”

Su sardu non est prus “sa limba de su famine”.

E custu dd’amus fatu in pagu prus de dexe annos.

May 10, 2010

Lingua potere quattrini

Ma guarda un po’, dopo tre anni è ancora più attuale di prima!

Provate a immaginare una Sardegna in cui la classe dirigente non consideri la sua terra periferia di Milano o Roma, ma centro del Mediterraneo occidentale.

Questa classe dirigente avrebbe rapporti culturali ed economici con Marsiglia, Barcellona, Algeri e Tunisi, oltre che con Milano e Roma.

Domanda retorica: quella Sardegna ipotetica sarebbe più ricca o più povera rispetto a quella attuale?

Ho investigato questa ipotesi in un articolo in sardo pubblicato su Diariulimba (http://www.sotziulimbasarda.net/ottobre2006/Sa%20limba%20de%20su%20famine.pdf) e ho ovviamente concluso, fornendo le dovute motivazioni, che quella Sardegna sarebbe molto più ricca.

Chi si considera periferia si rivolge automaticamente all’unico centro che riconosce e, nei suoi rapporti con questo, accetta le condizioni che il centro gli detta.

Chi si considera centro, invece, si guarda attorno e sceglie di interagire nel modo più conveniente con chi gli sta attorno.

Ma da dove proviene la differenza fra il considerarsi centro o periferia?

Geograficamente, noi siamo più vicini a Marsiglia che non a Genova, e a Barcellona che non a Milano; politicamente tutte queste città sono all’interno dell’Unione Europea e la Sardegna è al centro di quest’area di libero traffico di merci e di persone; linguisticamente le uniche barriere che esistono sono quelle prodotte dal monolinguismo isterico che affligge gli italiani: basterebbe imparare francese e catalano (o almeno spagnolo: per noi sarebbe uno scherzo! E oltretutto, gli algheresi dove li lasciamo?).

Ma allora, perché siamo ancora soltanto periferia dell’Italia?

Provo a fare un esempio quasi concreto.

Un’industria catalana che volesse piazzare i suoi prodotti in Sardegna —e i Catalani sanno bene dove’è la Sardegna con il suo mercato di oltre 1.600.000 consumatori—dovrebbe necessariamente passare per Milano: lì hanno sede le grandi imprese di distribuzione che operano nel territorio dello stato italiano. Oggi come oggi, chi vuole arrivare in Sardegna deve passare per Milano.

Questo danneggerebbe un po’ l’industria catalana, che diventerebbe meno competitiva nei nostri confronti, ma soprattutto noi consumatori sardi, che pagheremmo il trasporto delle merci su una distanza quasi tripla rispetto a quella tra Barcellona e Porto Torres (solo 514 km di trasporto via mare!): Barcellona-Milano (740 km: via terra! ) + Milano-Porto Torres (530 via terra e via mare) = 1270 km. Ma il trasporto di merci via terra è ovviamente molto più caro. A questo andrebbe aggiunto il fatto che i profitti della distribuzione dei prodotti catalani in Sardegna verrebbero reinvestiti a Milano e non in Sardegna.

Le uniche a guadagnare da questa situazione sarebbero dunque le imprese di distribuzione con sede a Milano. Queste però trovano probabilmente più redditizio distribuire prodotti provenienti da aree più vicine alle loro sedi, ma più lontane dalla Sardegna.

Non a caso, allora, non ho mai visto in Sardegna quei prodotti catalani e/o spagnoli che in Olanda—dove vivo—si vendono a prezzi molto competitivi. In ogni caso, quindi, a parità di prodotto, noi sardi paghiamo più del dovuto i prodotti importati dall’Italia (o che passano per l’Italia).

Perché allora i Sardi, che hanno tutto da guadagnare da una razionalizzazione del mercato, non vanno a comprarsi quei prodotti direttamente in Catalogna? O a Marsiglia? O perfino a Londra, visto che in termini di costi dei voli, l’Inghilterra è molto più vicina dell’Italia?

I Sardi che potrebbero fare questo salto—la nostra classe dirigente—continuano a comportarsi come se, qualunque cosa succeda, si debba passare per forza per Milano o per Roma. I nostri eroi pensano che per arrivare a Barcellona—uno dei centri economici europei—si debba passare da Milano: il loro punto di riferimento.

Essere periferia vuol dire allora questo: non pensare in modo autonomo; pensare che sia naturale pagare più del dovuto, pur di non mettere in discussione il rapporto di dipendenza con quello che si considera il proprio punto di riferimento. La palla al piede dei Sardi è proprio la dipendenza psicologica—cioè politica, culturale ed economica— che questa gente ha nei confronti dei centri di potere dell’Italia. Questo è il fattore che riproduce in eterno il sottosviluppo e la dipendenza della Sardegna.

La mentalità dipendente di questi Sardi fa molto comodo agli imprenditori milanesi, che cosí non vedono i loro profitti in Sardegna minacciati dalla concorrenza—per esempio—catalana, ma al resto dei Sardi questa costa solo un sacco di quattrini. Anni fa la Sardegna importava almeno l’80% dei prodotti di consumo. E oggi?

Lo stesso ragionamento vale per i (pochi) prodotti che la Sardegna offre sui mercati esterni.

So che esistono eccezioni a questa regola, ma sono, appunto, eccezioni.

Con questo, però, non voglio suggerire che il comportamento della classe dirigente sarda sia irrazionale: finora tutto questo, per la classe dirigente sarda, ha pagato e loro sono rimasti in sella. Al contrario, irrazionale è il comportamento del resto dei Sardi, i quali pagano il prezzo delle scelte culturali ed economiche effettuate dall’attuale élite, senza averne una controparte. Irrazionale—si legga: “stupido”—è chi si tiene sulla groppa un ceto parassitario che ancora si autolegittima come intermediario tra i Sardi e i centri di potere italiani, mentre ormai gli attori sulla scena economica e culturale sono, come minimo, il resto dei paesi europei e, ormai, tutti i protagonisti della globalizzazione in atto: in via Sardegna, a Cagliari, oggi ci sono i Cinesi al posto dei Napoletani. Un buon intermediario oggi non parla italiano: parla soprattutto inglese (e possibilmente cinese!) e … sardo.

Perché il sardo?

La storia ci ha dimostrato che una classe dirigente incapace di comprendere la propria terra, la porta alla rovina. E per capire la Sardegna bisogna pensare in sardo.

La Sardegna che pensava in sardo ha prodotto Deledda, Lussu e Gramsci. La Sardegna che pensa in italiano ha prodotto Segni, Cossiga e—ma c’entra?—Berlinguer. Chi è stato meglio? Meglio per noi? Meglio per il resto del mondo?A noi posteri la non ardua sentenza .

La ragione d’essere di una classe dirigente in una società civile e democratica proviene dalla capacità di conciliare i propri interessi—ci mancherebbe altro!—con quelli della collettività. Chi non ha questa capacità, prima o poi viene spazzato via—pardon! sostituito.

La classe dirigente sarda—definita da Michelangelo Pira “borghesia compradora”—si è formata e ha stabilizzato il proprio ruolo intorno alla fine dell’800.

Il compito dei “printzipales” cooptati al potere metropolitano era quello di rendere governabile la Sardegna (soprattutto il Nuorese: la “zona delinquente!” ) da parte del potere metropolitano.

Il loro compenso consisteva nel rendere stabili i privilegi che fino ad allora ciascuna generazione di printzipales doveva conquistarsi per conto suo in ciascuna delle “libere repubbliche montanare” costituite dai villaggi sardi (sempre secondo Pira).

Il banditismo—cioè il modo tradizionale di redistribuire la ricchezza—impediva la cristallizzazione dei privilegi dei neo-borghesi/ex-balentes e metteva in discussione il monopolio statale della violenza. Ex abigeatari di successo e potere metropolitano—il garante dello status quo—si trovarono quindi alleati nella volontà di fermare i nuovi arrampicatori sociali.

L’opera di Grazia Deledda, all’incirca contemporanea a quegli avvenimenti, si può leggere come il resoconto letterario della nascita della “borghesia compradora”. Per capire il collegamento tra i romanzi deleddiani e la realtà della Sardegna di fine ‘800, basta leggerli parallelamente a “La rivolta dell’oggetto” di Pira e a “Banditi a Orgosolo” di Franco Cagnetta.

Anche per la “borghesia compradora” nel suo insieme vale allora quello che Alberto Cirese in “Intellettuali, folkore, istinto di classe” ha scritto di Grazia Deledda: “Ed eccola presa necessariamente nella tensione tra “civiltà” e “barbarie”: non può rifiutare la prima se non compremettendo l’opera di mediazione e di integrazione che intende svolgere; non può rinunciare alla seconda se non rinunciando al suo stesso ruolo.” E l’opera di Grazia Deledda non si può comprendere appieno se si ignora che il fratello maggiore (definito “il suo idolo maggiore” in “Cosima”, l’ultimo romanzo largamente autobiografico) era finito in galera per abigeato.

Come Grazia Deledda ne aveva bisogno per avere qualcosa di cui scrivere per il pubblico “continentale” a cui si rivolgeva, la classe dirigente sarda aveva bisogno del “banditosardo” per poterlo tradire e vendere al potere metropolitano, e quindi legittimare di fronte allo stato la propria posizione localmente egemone. I printzipales dovevano però tradire non solo i banditi loro contemporanei, ma anche la memoria dei propri padri e nonni: la cultura che li aveva espressi come primi inter pares (si veda di nuovo Pira).

A legittimarli di fronte al resto dei Sardi c’era poi la cultura superiore (“la civiltà”) dei “continentali” che loro ormai rappresentavano indirettamente attraverso i loro figli “studiati” (sempre Pira).

I frutti dell’abigeato (recente o antico) venivano perciò investiti nell’acculturamento, in modo da porre i propri figli al di fuori delle dinamiche della cultura tradizionale, secondo le quali i privilegi di un printzipale duravano quanto durava la sua capacità di saperseli garantire. Altrimenti la ricchezza accumulata veniva inesorabilmente redistribuita.

Da quel momento in poi sarebbe stata la scuola, soprattutto attraverso il filtro spietato della lingua, a selezionare la futura classe dirigente. Solo i più diligenti nell’appropriarsi della lingua e dei valori “nazionali” potevano sperare di accedere ai posti di comando.

Storie di ordinaria follia coloniale, raccontate in modo tragicomicamente adeguato da Cicitu Masala…

Questa ricetta di suddivisione dei ruoli tra potere centrale e locale ha funzionato per molto tempo, anche nel periodo postcoloniale. Neanche il primo sardismo (neanche Lussu!) ha mai messo in discussione la superiorità della cultura e della lingua del potere centrale. Per tutti, la lingua e la cultura che erano alla base de “l’iniqua disparità di partecipazione al processo della costruzione capitalistica” (Cirese, op. cit.) erano considerati da tutti “Lingua e Cultura tout court”.

Ci sono voluti il ’68—figlio anche della decolonizzazione e del terzomondismo—e soprattutto il risveglio dalla sbronza petrolchimica, perché i Sardi cominciassero a mettere in discussione la cultura italiana. Il delirante modello di sviluppo imposto dalla classe dirigente sarda—praticamente tutta la classe dirigente sarda!—ha fatto comprendere che la loro subalternità culturale aveva danneggiato i Sardi in modo gravissimo e proprio economicamente.

Accecati dal proprio complesso di inferiorità, i Sardi si erano messi a fare i Milanesi e i Milanesi—ogni riferimento a fatti o persone reali è puramente casuale—li avevano fregati! A parti quelli rubati, quanti quattrini sono stati buttati a mare, quanti soldi non sono stati investiti in uno sviluppo possibile e gestibile…

E ancora oggi: inquinano in Sardegna, ma pagano le tasse a Milano. O forse sta cambiando qualcosa?

Il monumento alla cultura sarda pubblicato nel 1978 da Michelangelo Pira con il titolo eloquentissimo di “La rivolta dell’oggetto” segna il momento più alto della presa di coscienza da parte di una nuova élite di intellettuali sardi. Il lavoro di Pira, largamente ispirato dal profeta della globalizzazione McLuhan, ha anche anticipato moltissimi degli sviluppi successivi del dibattito culturale in Sardegna e ha a sua volta ispirato una nuova generazione di intellettuali non più—o non solo—“sardisti”, ma, come Pira, soprattutto sardofoni e sardografi. Il neosardismo deve molto di più a Gramsci che non a Lussu—uomo d’azione, quest’ultimo, e non di riflessione.

Le nuove avanguardie culturali dei Sardi hanno cominciato cosí a scrivere la propria antropologia, la propria linguistica e la propria letteratura senza la mediazione soffocante e inquinante della cultura e dell’università italiane e guardando direttamente alla cultura internazionale. Il resto è cronaca…

Dopo il riconoscimento del sardo da parte della legge regionale 26/97 e, da parte dello stato italiano, con la legge 248/99 gli eventi hanno subito un’accelerazione. Oggi la maggioranza dei Sardi afferma di sentirsi maggiormente legato al sardo che non all’italiano e vuole che il sardo entri nella scuola e acquisisca uno status ufficiale nell’amministrazione pubblica.

Le domanda e l’offerta di sardo sono cresciuti in modo esponenziale negli ultimi anni. La crescita dello status del sardo ha comportato una crescita immediata del corpus (l’insieme del materiale linguistico prodotto): negli ultimi trenta anni sono stati pubblicati circa 150 romanzi in sardo e perfino Giulio Angioni ha ammesso che esistono delle buone opere letterarie in sardo; esistono da quasi dieci anni siti Internet in cui si scrive in sardo degli argomenti più disparati; i Sardi che leggono e scrivono in sardo non sono più una pattuglia sparuta e una nuova élite intellettuale ormai usa il sardo anche in situazioni altamente formali (conferenze, libri e articoli più o meno tecnici), rompendo con gli schemi tradizionali (la diglossia) che volevano il sardo relegato alle situazioni informali e amicali/famigliari o alla poesia, riservando all’italiano le occasioni “serie” .

Ma dove deve portarci “la riscoperta” della lingua sarda?

L’obiettivo che dobbiamo proporci è in fondo di una semplicità disarmante: dobbiamo riportare il sardo alla sua primitiva condizione di lingua “normale”, una lingua in cui si può fare tutto quello che si fa in qualunque altra lingua e cultura, cioè vivere.

Per la maggior parte dei sardi, la diglossia, cioè il fatto di vivere parte della propria vita in una lingua e parte in un’altra, con differenze gerarchiche (di adeguatezza) nell’uso di una lingua o dell’altra, a seconda della situazione, è un fenomeno non più vecchio di una cinquantina di anni. Lo studio di Ines Loi Corvetto, pubblicato nel 1983 (“L’italiano regionale di Sardegna”), mostra che ancora negli anni Settanta in gran parte della Sardegna non esistevano differenze gerarchiche nell’uso dell’italiano e del sardo. L’uso di una lingua o dell’altra non implicava un giudizio sulla posizione sociale dell’interlocutore.

Interpretando senza forzature le affermazioni della studiosa, si può dire che l’uso di una lingua o dell’altra era dettato dalla disponibilità di un lessico adeguato alla situazione: la disponibilità di parole per parlare di un certo argomento dettava la scelta della lingua e quindi si parlava di lavoro e faccende quotidiane in sardo, e di argomenti “allenus” come i documenti del catasto o il Festival di Sanremo (in parte) in italiano. La situazione sociolinguistica in gran parte della Sardegna già allora confinava con la diglossia—ma esistono diverse definizioni di diglossia —ma poteva definirsi ancora come una situazione di bilinguismo “imperfetto”.

A un certo punto, il sardo—come ha scritto Nanni Falconi—è diventato “sa limba de su famine”. Parlare in sardo è diventato segno di inferiorità sociale.

Oggi, diversamente che in passato, “vivere in sardo” non è del tutto possibile, ma per un motivo semplicissimo: gli intellettuali sardi finora non hanno usato la nostra lingua per esercitare la loro attività. Nella vita attuale esistono attività e situazioni per le quali il sardo ancora non possiede parole adeguate. Ed esprimersi in modo inadeguato comporta sempre una forte stigmatizzazione sociale.

La colpa—se di colpa si tratta—è tutta degli intellettuali, perché, nei decenni tumultuosi seguiti all’ingresso della Sardegna nell’era industriale, non hanno provveduto ad aggiornare il lessico del sardo. I registri alti e quelli tecnici di una lingua vengono sviluppati dalle élite intellettuali che usano la lingua nelle loro attività, e lamentarsi, per esempio, che in sardo non si possa parlare di chimica è solo un altro modo di dire che ai chimici sardi non è mai stata data la possibilità, o il diritto, di parlare di chimica in sardo. Oppure che loro si sono vergognati di sviluppare in sardo il registro tecnico della chimica.

Perfino gli intellettuali devono mangiare e fino ad oggi a dar da mangiare agli intellettuali sardi sono stati—cerco di rimanere neutrale—gli altri…

Dopo il franchismo, i chimici catalani hanno sviluppato in poco tempo il proprio registro tecnico in catalano. Sarà che l’industria chimica era catalana e non . milanese?

E a questo punto arriva la domanda cruciale: si deve dire che non si può parlare di chimica in sardo, perché non esiste la Chimica Sarda, oppure è il caso di porsi la domanda opposta e dire che non esiste la Chimica Sarda perché non si parla di chimica in sardo?

La Catalogna parla catalano perché è ricca? O è ricca perché parla, scrive e pensa in catalano?

In altri termini: è vero che “la cultura è sovrastruttura”? Oppure il rapporto tra cultura e economia è più complesso e fondamentalmene paritario?

Non è mia intenzione ribaltare completamente il dogma marxiano: è difficile trovare delle società avanzate culturalmentee, ma materialmente povere. Contemporaneamente, però, non conoscono una singola situazione in cui la ricchezza materiale non sia accompagnata da una cultura elevata.

E abbiamo tutti sotto gli occhi gli esempi di culture millenarie—Cina e India—che si riaffacciano prepotentemente sulla scena economica dopo una—in tempi storici—breve parentesi di grande poverta materiale.

E allora: “Siamo poveri perché siamo sardi”, come dissero a Gramsci quei soldati/minatori di Iglesias che presidiavano gli impianti della FIAT . O siamo invece poveri perché non siamo sardi abbastanza?

La (non)risposta l’ha data Gramsci stesso: “un popolo che si pone il problema della lingua, in realtà pone il problema della sua identità sociale ed economica”.

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Forse si tratta di un’altra illusione, ma il messaggio che arriva dalla ricerca sociolinguistica curata dalla Prof.ssa Oppo per me è chiaro: la stragrande maggioranza dei sardi “si pone il problema della lingua”, cioè il problema della propria identità.

Allora a cosa serve il sardo ufficiale, diffuso, normale, tornato a riempire la vita dei sardi in tutti i suoi aspetti: dalla scuola all’ufficio pubblico, dal lavoro al rapporto tra un uomo e una donna?

Dico una cosa banale: il sardo serve prima a scoprire e poi a ribadire la normalità dell’essere sardi. Qualcosa, quindi, di cui forse non è molto sensato essere fieri, ma certamente niente di cui vergognarsi. L’essere sardo è la condizione normale di chi in Sardegna è nato e/o cresciuto e normale è la sua specificità e diversità rispetto ai non sardi.

Non ci sono grandi discorsi da fare, ma nessuno deve neanche permettersi di negare la nostra specificità.

Eppure questo nostro diritto viene ancora negato, almeno dalla parte “non eletta” della nostra classe dirigente: dalla scuola, dalla chiesa, dai giornalisti, dagli intellettuali da esportazione, soprattutto quei giallisti che continuano a scrivere di sardi pelosi e violenti—il banditosardo vende ancora, perché innovarsi?—e ci ricordano ad ogni loro uscita quanto sono diversi da Sciascia, che usava i gialli per costruire coscienza civile.

Sono loro i più assatanati nel condannare la possibilità di avere anche per il sardo degli operatori che lavorano a tempo pieno, dei professionisti della lingua e della cultura.

Smesso ormai il tono saccente e la superiorità ostentata, accusano rabbiosamente i “partigiani della limba” di volere quello che loro hanno già: un ruolo definito all’interno della società sarda e la possibilità di occuparsi di sardo in modo professionale.

Le lingue minoritarie devono fare meglio delle lingue dominanti, se non vogliono sparire. Loro propongono che noi si continui con il volontariato: “Per fortuna però ciò che è fattibile da noi nel nostro piccolo si fa, a partire almeno da Vincenzo Porru e da Giovanni Spano (o dall’Arquer e dal Fara già nel Cinquecento), anche senza iniezioni di orgoglio etnico sotto forma di finanziamenti pubblici.” (Giulio Angioni, in L’Unione Sarda del 16.12.04).
Nel loro furore di conservatori (dei propri privilegi) ricorrono a tutto il repertorio classico degli insulti usati da sempre contro i “sovversivi”: mancano ancora le Madonne Lacrimanti e l’accusa di mangiare i bambini. Diamogli tempo…
Figuriamoci cosa riuscirebbero a fare i “partigiani” se potessero dedicarsi a tempo pieno alla lingua sarda. Con il volontariato e con i pochi mezzi messi a disposizione da università estere sono già riusciti a colmare gran parte del vuoto culturale e scientifico in cui il sardo era immerso.
Il monopolio wagneriano sulla linguistica sarda è stato spezzato. Wagner si è dimostrato grande soltanto in confronto a chi l’ha seguito. L’intera idea del sardo come lingua arcaica—idea funzionale alla dipendenza dei Sardi: la nostra lingua è la lingua del banditosardo e della “barbarie” deleddiana—è crollata. L’unica cosa di arcaico in questa storia è risultata la linguistica praticata nelle università sarde, che non hanno mai messo in discussione le cantonate prese dal linguista tedesco. Ma in certi casi si può anche parlare di “idealizzazioni radicali”…
Oggi del sardo esistono descrizioni sincroniche adeguate ai tempi—quasi tutte finanziate da università estere—e non solo rimasticazioni di un manuale di linguistica storica che già al momento della sua pubblicazione, nel 1941, rifletteva un approccio alla lingua superato da decenni.

Occorre adesso estendere le descrizioni esistenti delle strutture della lingua sarda, per poter realizzare quel materiale didattico senza il quale non si può introdurre il sardo nelle scuole. E per realizzare un corpus (ripeto: l’insieme del materiale linguistico) adeguato al nuovo status del sardo. Sto dicendo, appunto, che occorre praticare ancora di più quella linguistica moderna che permette di tradurre in azioni concrete le conoscenze scientifiche, e quindi che occorre finanziare in modo organico la ricerca scientifica sul sardo.

Sto dicendo anche che, accanto ai professionisti della ricerca, occorrono dei professionisti dell’applicazione dei risultati di queste ricerche: traduttori, funzionari pubblici, giornalisti, scrittori, formatori. E sto dicendo che occorre un esercito di insegnanti, adeguatamente preparati, che insegnino il sardo nelle scuole.

Come si può vedere chi ci attacca ha perfettamente ragione: siamo effettivamente pericolosissimi (per loro!). Vogliamo per il sardo niente di meno di quello che si fa per l’italiano. Vogliamo che la “pari dignità tra sardo e italiano” non rimanga sulla carta.

E quando l’avremo ottenuto, sarà molto difficile per loro continuare a vivere di rendita: i privilegi dovranno guadagnarseli in un mercato della cultura finalmente liberato dal monopolio italiano.

Adesso abbiamo bisogno del sardo perché abbiamo bisogno di una classe dirigente che ci fornisca i mezzi per acquisire un’identità sociale ed economica di cui non ci si debba vergognare. Duecento anni di colonizzazione linguistica, culturale ed economica non ce l’hanno data: è ora di cambiare.

Se parliamo in sardo, siamo sardi di serie A, cittadini di uno dei centri possibili—futuri?—del Mediterraneo, ma quando parliamo italiano (di Sardegna) siamo italiani di serie C, abitanti della periferia remota di uno dei paesi più corrotti e politicamente inaffidabili del mondo, un paese in cui la criminalità organizzata gestisce almeno un terzo del territorio e dove a dettare effettivamente legge è uno sciamano più preoccupato di negare i diritti civili agli omosessuali che di punire i suoi dipendenti pedofili: lasciatevelo dire da uno che da oltre 20 anni vive molto volentieri in uno dei paesi più civili del mondo. Come forse avete capito, non ho una grande ammirazione per l’Italia.

La differenza di prezzo tra i voli per Barcellona e quelli per Roma e Milano è allora, oltre che concreta, anche la metafora di quanto ci costa il “privilegio” di essere periferia del Bel Paese: il prezzo politico pagato per i biglietti aerei “con la continuità territoriale” è più alto di quello che dovrebbe essere il prezzo di mercato. Il mercato, nel caso dei voli tra Sardegna e Italia, è drogato dall’eccesso di domanda, cioè dalla dipendenza politica, culturale ed economica dei Sardi.

E sí, ci costa meno rivolgerci altrove. Io l’ho fatto e ne sono rimasto molto soddisfatto.

May 1, 2010

S.Efis m’at fatu sa gratzia!

Il primo maggio sono andato a Stampace, la mattina presto, e mi sono appostato.

Quella storia del G8 all’Aquila proprio non me ne scendeva.
Lampu, tutti quei turisti dirottati dalla loro destinazione naturale e tutti quei soldi che toccano di diritto ai Sardi, che siamo i padroni di casa di Berlusconi e adesso anche fedeli elettori.
Ma ita seus, cullionendi?
Il voto di scambio è una cosa seria: io ti do una cosa a te…tu mi dai una cosa a me.
Noi, a Cappellacci, votato l’abbiamo, lampu!
E allora il G8 ci toccava!
Colpa nostra è, se da noi terremoti non ne vengono?
E allora me l’ho pensata bene: “mi serve un accotzo più grande di Cappellacci”.
Che quello conta come l’asso di bastoni.
E chi c’è in Sardegna più grande degli altri?
S.Efis!
S.Efis est su mellus!
E allora io sono andato ad aspettarlo a Stampace: “S.Efis miu stimau”-pregavo-“manda-si unu tsunameddu, antzis, unu mega-tsunami!”
Uno tsunami da, almeno, 10.000 morti.
Così ne arrivavano tutte le televisioni del mondo, e il G8 e una mecca de dinai!
Altro che quel terremotino stiracchiato, che se gli Abruzzesi non fossero così scoffoni da vivere in Italia, solo un paio di case vecchie ne sarebbero cadute.
Così, quando S.Efis ne è uscito dalla chiesa, e l’hanno caricato in macchina, ho saltato la transenna, sventolando un biglietto da 50 euro, e gli sono corso incontro.
Quegli uomini bistius a pinguinus mi hanno detto che non faceva a andare così dal Santo, senza prenotare, ma io ne ho tolto un altro biglietto da 50 euro e mi hanno lasciato.
“Santu Efis, fai-mi sa gratzia!”, gli ho detto e gli ho messo i soldi nel gippone.
E balla, in pochi giorni, altro che tsunami, altro che G8!
S.Efis deve aver parlato con lo Spirito Santo medesimo.
Lá, tutti i giornali del mondo parlando della Sardegna!
Le fotografie sono in tutti i giornali: ville, cantanti, ballerine, tette e culi nudi!
E mica un paio di giorni come con il G8: settimane, ci sono!
Tocai, che tra poco tutti i bagasseris del mondo, invece di andarsene a Bangkok o in Brasile a coddai a baratu, se ne verranno da noi a coddare di lusso!
Milla a quella, dinareddu s’at a fai!
Altro che call centers, il futuro delle donne sarde è quello di call girls!
Ma cali crisi? Tutti Paperoni!
S.Efis m’at fatu sa gratzia, e a baratu puru!
Nella vita, fede ci vuole!