prima che Melis ripulisca le tracce

Partigiano, certo, ma imperialista no
Una lingua ufficiale solo scritta
non minaccia le tante varietà del sardo

di Roberto Bolognesi

Ma come? Era tutto lí?

La polemica contro la LSC era cominciata con rulli di tamburi, squilli di tromba e il tono concitato delle grandi occasioni e dopo un paio interventi di precisazione sarebbe già tutto finito?

Francamente sono deluso, anche perché le precisazioni – sia la mia che quelle di Giacomo Ledda e Paolo Pillonca – non entravano nel merito delle obiezioni principali mosse alla LSC da Giulio Angioni e Giorgio Melis.

La LSC andrebbe contro «L’idea che il plurilinguismo non sia un male da sanare, ma un bene da proteggere, [che] di recente è stata riproposta anche nella forma della protesta e della rivendicazione del buon diritto alla valorizzazione di ogni varietà linguistica esistente oggi in Sardegna. È cresciuta l’idea che le varietà linguistiche non sono un guaio ma una risorsa, che la glottodiversità è tanto buona quanto la biodiversità.» (Giulio Angioni: L’Altra Voce, 3 maggio 2007)

Questa è una critica serissima e pesante, alla quale bisogna assolutamente dare una risposta altrettanto seria. Visto che io sono uno dei “padri” della LSC, mi sento tirato per i capelli da un’accusa simile: «sa limba comuna e unica è assurda violenza contro i sardi.» Questo era il titolo dell’intervento di Angioni. Balla! E ge non ses nudda!

Se l’accusa fosse fondata, dovremmo effettivamente aspettarci il “furor di popolo” invocato appassionatamente da Giorgio Melis il 4 maggio scorso: «Insomma, stiamo fabbricando Tziu Esperantu, che sarà ricusato a furor di popolo, purché dopo Giulio Angioni e il nostro giornale si sveglino i cittadini largamente ignari e magari l’informazione che pende dalle battute e dai sospiri del gossip politico.»

Aspettavo altri interventi a difesa del plurilinguismo, ma questi non sono arrivati. Sono invece arrivati attacchi ai “partigiani de sa limba” ai quali ho reagito.

A questo punto, perciò, tocca a me difenderlo, questo plurilinguismo. Anche perché, con amici come Angioni, il plurilinguismo non avrebbe più bisogno di nemici. Infatti io non credo che Angioni sia a favore della “glottodiversità”, ma semplicemente contrario qualsiasi forma ufficiale del sardo.

Bisogna rileggersi il suo intervento a favore dello status quo – ovvero, contro il sardo – su “L’Unione Sarda” 16.12.04 (disponibile in Internet nell’archivio e-mail in der Liste “sa-limba” 16.12.2004 19.27.40) per capire i suoi mal di pancia attuali, le sue convulsioni e il digrignar di denti. In quell’articolo Angioni mostrava come anche l’Università di Cagliari disponga della metodologia per leggere il pensiero altrui: «C’è chi è contro le parlare locali in nome di una penetrazione più profonda dell’italiano. E questa è la posizione meno dichiarata, meno sbandierata, che non gode affatto di buona stampa: i suoi sostenitori espliciti passano per tagliatori di lingue, traditori della patria sarda. Basterebbe definirli semplicemente ignoranti, anche se sono una silenziosa, e sorniona maggioranza, magari sempre disposta a fare dichiarazioni sardistiche, che tanto non costano niente, ci salvano l’anima e sono pure moda, come la proclamazione vuota che il sardo è una lingua e non un dialetto.»

Come si fa a conteggiare una maggioranza silenziosa? Provo a indovinare: si va in giro per le case della Sardegna e si chiede: «Lei è a favore della lingua sarda?» e contemporaneamente si fa l’occhiolino con aria sorniona. Tutti quelli che non rispondono, o – peggio ancora! – assentono, li conteggiamo come parte della maggioranza silenziosa e sorniona.

Secondo questa chiave di lettura i dati della ricerca sociolinguistica coordinata dalla prof.ssa Oppo vanno interpretati nel modo seguente: il 53% di intervistati che dichiarano di sentirsi maggiormente legato alla lingua locale che ad altre lingue va considerato sornione (quello che dichiarano non è vero!); il 10% che non sa/non risponde va considerato silenzioso (insieme questi gruppi formano la maggioranza sorniona e silenziosa), mentre il 35,7% che dichiara di sentersi maggiormente legato all’italiano va considerato maggioranza rumorosa. Rimane una minoranza dell’1% che dichiara di sentirsi legato a un’altra lingua e che possiamo trascurare.

Penso che, se di mestiere facessi l’antropologosardo, come Angioni, in questi giorni avrei anch’io un gran mal di pancia. I casi sarebbero due: gli intervistati mentirebbero (poco credibile) o io in tutti questi anni sarei stato in coma intellettuale. La LSC è una violenza contro i sardi e contro la glottodiversità? Boh?!

La LSC è ancora quella definita nelle “Norme linguistiche di riferimento a carattere sperimentale per la lingua scritta dell’Amministrazione regionale”: «Fermo restando che intende valorizzare, valorizza e sostiene tutte le varietà linguistiche parlate e scritte in uso nel territorio regionale, la Regione ha ravvisato la necessità, dopo discussioni e confronti sulla lingua sarda durati molti anni, di sperimentare l’uso del sardo per la pubblicazione di atti e documenti dell’Amministrazione regionale. L’oralità nel contatto con gli uffici è fatta salva in ogni varietà della lingua.»

Io faccio parte della “Commissione” di cui fa ancora parte anche Angioni e non mi risulta che la LSC stia per essere imposta agli altri enti locali o alle scuole o alle case editrici o, meno che mai, ai singoli parlanti sardi. Mi risulta invece che esista la volontà di ufficializzare la LSC, dopo averla resa ulteriormente “centrale” rispetto alle varietà tradizionali del sardo. Come ho mostrato a Paulilatino, esiste un divario tra LSC e varietà meridionali rispetto al quale si possono e si devono apportare dei miglioramenti.

Renato Soru a Paulilatino ha detto chiaro e tondo che «la LSC è una lingua esclusivamente scritta» e ha fatto sua la mia proposta di apportare i necessari miglioramenti, per avere una lingua ufficiale, a fianco delle varietà locali, che rappresenti tutti i sardi.

Ma allora chi accusa apertamente la LSC di “imperialismo”, di voler fagocitare le altre varietà del sardo? Angioni non lo dice. Si limita a suggerire che l’ufficializzazione della LSC porterà a questo. Infatti scrive: «Diversamente si rischia il fallimento già in fase progettuale, col rifiuto esplicito e risentito di ogni proposta fatta finora, e segnatamente l’adozione di una Limba Sarda Comuna fatta in modi che per molti sono ambigui e persino fraudolenti, non pubblici e condivisi. Non si tratta solo di rispettare tutte le varietà linguistiche dell’isola, ma, bisogna ribadire, di considerarle un patrimonio da valorizzare, una ricchezza da mettere a profitto in vari modi.»

Insomma, qui Angioni dice che “qualcuno” fa il processo alle intenzioni che attribuisce a “qualcun altro”. Boh?! Non si sa chi accusi chi di usare la LSC per distruggere la diversità linguistica in Sardegna. Qualcuno ci capisce qualcosa? È un giallo in cui non solo non si scopre l’assassino, ma non si capisce neppure se qualcuno poi sia stato ammazzato davvero. Gli sarà scappata la mano…

Lo scopo vero di questa cortina fumogena sembra comunque essere un altro, quello di condannare l’ufficializzazione del sardo: «Unificare e ufficializzare, dunque, non deve essere la sola cosa da fare e nemmeno la migliore e la più possibile. Nella prospettiva della pluralità linguistica come patrimonio, acquista una dimensione più realistica anche la questione di un uso ufficiale amministrativo del “sardo” da parte del governo regionale e delle amministrazioni locali, uso che non può proporsi al vecchio modo centralistico e normativo, ma rispettando e valorizzando invece proprio la pluralità in quanto risorsa, e senza trascurare che l’italiano svolge già questo ruolo (anche legale) di lingua ufficiale in Sardegna, mentre diventa sempre più necessaria la conoscenza dell’inglese».

In parole comprensibili questo vuol dire: «Non usiamo una forma unica del sardo per i documenti ufficiali della Regione – per questo c’è già l’italiano! Visto che il sardo ormai non si può più fermare, usiamolo per dividere i sardi, anziché per unirli. E calincunu scimprotu chi creit ca firmendi sa LSC unu podit imparai s’inglesu dd’agatas sempri!»

Ma vediamo di dare una mano al nostro giallista in crisi: mi propongo come colpevole!

Si, io sono uno di quelli che vorrebbero vedere l’uso della LSC esteso alla scuola e magari anche alla letteratura! Ma voglio anche la fine della diversità linguistica in Sardegna?

A questo punto bisogna anche precisare che qui sto parlando a titolo esclusivamente personale. Queste non sono le posizioni della “Commissione”, né di nessun altro al di fuori del sottoscritto.

Esattamente dieci anni fa, si svolgeva a Quartu il secondo incontro del “Grupu po sa lingua sarda”. Siamo riusciti allora a portare in Sardegna una buona parte dei linguisti che in Europa lavoravano sul sardo. In quell’occasione ho presentato per la prima volta in Sardegna la mia proposta di unificazione della grafia del sardo.

L’idea era semplice: sviluppare un’ortografia unitaria che permettesse diverse pronunce, mantenendo quindi inalterata la situazione del parlato. Il principio che ispirava la mia proposta era appunto quello del diritto di ciascun essere umano di parlare la propria varietà linguistica. Questo è uno dei diritti civili fondamentali e su questo terreno non accetto lezioni da nessuno.

Ecco perché trovo particolarmente fastidiose le accuse di “imperialismo linguistico” mosse alla LSC e a chi la sostiene.

Chi vuole saperne di più sulle motivazioni fonologiche delle mie posizioni deve solo cercare il mio nome in Internet con Google. In Internet esistono diverse mie pubblicazioni in cui sviluppo diverse proposte, tutte basate sull’idea di unificare l’ortografia, mantenendo diverse pronunce.

Ma prima di tutto bisogna rispondere alla domanda fondamentale: perché estendere l’uso della LSC alla scuola? Perché abbatterebbe i costi del materiale didattico. Tutto lí!

Ma, e la varietà locale?

Basterebbe unire al materiale didattico prodotto unitariamente un manualetto in cui al docente di sardo si spiega il rapporto tra le convenzioni grafiche della LSC – ricordiamo: lingua unicamente scritta! – e il dialetto locale. Il sardo insegnato sarebbe la varietà locale e i bambini dovrebbero imparare a scriverla seguendo le convenzioni grafiche unitarie.

Dove è l’imperialismo linguistico?

Gli scrittori: perché dovrebbero usare la LSC? Per nessun motivo particolare-ognuno deve poter scrivere come più gli garba-se non, forse, il volersi esprimere in una forma di sardo che superi il localismo del suo dialetto.

Di nuovo: dov’è l’imperialismo linguistico?

Le convenzioni ortografiche sono, appunto, convenzioni. Se le si accetta funzionano. Se le si rifiuta, non funzionano. Non c’è niente di naturale nel rapporto tra fonemi e grafemi. Ma non ho voglia di ripetere argomenti che ho già presentato tante volte. A questo punto, non mi resta che invitare il pubblico a una discussione sul tema: “È possibile avere una lingua ufficiale scritta e mantere intatta la ricchezza di varietà del sardo?”

Come si può vedere, la difesa del plurilinguismo – e del sardo meridionale – non è monopolio dei nemici della LSC.

Deu seu de Iglesias, fueddu in maurreddinu e scriu sempri in “campidanesu”: castiai in www.sotziulimbasarda.net.

Apu a scriri in LSC candu passant – chi passant – is emendamentus chi m’ant a permiti de scriri, in un’atra manera, sa lingua chi fueddu.

Poita emu a depi incumentzai a fueddai in Atzaresu?

P.S. Il mio intervento è stato spedito alcune ore prima che quello di Giulio Angioni venisse pubblicato.

Nel suo intervento Angioni collega l’ufficializzazione del sardo alla negazione della dignità delle sue varietà, senza spiegare il perché di questo collegamento.

Il “Manifesto” di Angioni conferma quello che io affermo nel mio intervento: «Angioni non è tanto a favore del plurilinguismo, quanto contrario all’ufficializzazione della lingua sarda».

qui sotto il link con l’articolo di Giulio Angioni: quello non è probabile che sparisca dall’archivio.

http://www.altravoce.net/oldsite/2007/05/26/manifesto.html

2 Comments to “prima che Melis ripulisca le tracce”

  1. Deus meus, ses peus de cussos padres chi girant su mundu aboghinende: “Frade, amenta chi depes mòrrere”. Giai pensaia de colare s’istade sena Melis, Angioni & C, e como benis tue a mi los ammentare. Malu e malu

  2. tando pensa a Troisi: “Aspetta ca mo, m’o scrive!”

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