E se fosse l’italiano a sparire?

La lingua è tante cose: tra l’altro, strumento di potere.

Costringi un bambino a frequentare una scuola in cui la sua lingua è vietata o, comunque, stigmatizzata, e quasi sicuramente l’avrai condannato alla marginalità sociale. Chi ha il potere di decidere quale lingua si deve usare nella scuola, esclude in questo modo in partenza quei gruppi etnici e/o sociali con i quali non vuole condividere il potere. E può farlo appellandosi alla meritocrazia: “Lo vedi? Li mandi a scuola, ma non imparano!”.

In Italia, questo metodo di discriminazione si è usato fin da prima che il Regno di Sardegna venisse ribattezzato come Regno d’Italia:  “A partire [dal 1760] i nuovi padroni dell’isola, i Savoia, divenuti re di Sardegna nel 1718, imposero l’italiano come lingua ufficiale nelle scuole sarde. Nel 1764, l’imposizione fu estesa a tutti i settori della vita pubblica. L’intenzione dei Piemontesi era probabilmente quella di deispanizzare la Sardegna, ma l’effetto più immediato fu quello di radicalizzare l’emarginazione sociale del sardo.” (Bolognesi & Heeringa, 2005, Sardegna fra tante lingue, pag. 25). Secondo F.C. CASULA (La storia di Sardegna, 1998:464-5): «Giambattista Lorenzo Bogino, nominato ministro per gli affari della Sardegna nel 1759, aveva subito predisposto un piano di studi per l’istruzione inferiore, purtroppo pochissimo attuato dai viceré dell’isola per disinteresse delle popolazioni indigene. [l’enfasi è la mia R.B.]»

Se qualcuno pensa che queste siano cose del passato, faccio presente che i dati drammatici della dispersione scolastica in Sardegna, ma anche, per esempio, a Napoli, mostrano che per vasti strati della popolazione, la situazione non è affatto cambiata.

Ho cercato su Internet degli studi sulla dispersione scolastica che mettessero in luce il rapporto tra la lingua effettivamente usata dai ragazzi napoletani e il loro abbandono degli studi, ma non ho trovato uno! Stessa cosa che mi è successa per la situazione della Sardegna. Vedete da voi una rassegna di interventi indubbiamente seri, di cui fornisco i link:

http://ospitiweb.indire.it/~natd0006/oltrelascuola/oltrelascuola%201-2007/articolo4.htm

http://www.pupia.tv/campania/notizie/0003203.html

http://www.emagister.it/corso_stategie_per_contrastare_la_dispersione_scolastica-ec2369397.htm

http://www.cilap.eu/index.php?Itemid=38&id=163&option=com_content&task=view

http://www.psicozoo.it/index.php/2009/08/11/dispersione-scolastica-un-problema-di-tutti/

http://psicologiascolastica.blogspot.com/2008/11/abbandono-e-dispersione-scolastica.html

http://www.agoramagazine.it/agora/spip.php?article8937

Ripeto: nessuno di questi studi fa riferimento ad un eventuale rapporto tra la lingua effettivamente usata dai ragazzi napoletani e la dispersione scolastica.

L’unica cosa che può aiutarci a capire è questo passaggio: “A Napoli e dintorni, c’è invece un’ampia zona diffusa, dai confini incerti sia quanto alle strutture che quanto agli usi, con una distinzione assai minore [rispetto a Torino] fra le varietà di lingua e varietà di dialetto, un tipico continuum con sovrapposizioni.” (Lingua e dialetto nell’Italia del Duemila (2006); http://www.archive.org/details/linguaedialetton00sobr; pag. 10).

Tradotto in termini più terra terra, il sociolinguista Gaetano Berruto qui ci dice quello che un po’ tutti sapevamo già: a Napoli si parla normalmente napoletano e una forma di “italiano” distante dallo standard. Qual’è il rapporto tra questa situazione linguistica e la dispersione scolastica?

Se esiste una qualche analisi che riconosce questo rapporto, io non l’ho mai incontrata. Questa assenza, comunque stabilita negli interventi che ho visto, dovrebbe suscitare almeno qualche perplessità. Che sull’argomento esista un tabú che nessuno ha il coraggio di violare?

In Italia esistono vasti strati di popolazione autoctona che non conoscono l’italiano, almeno non l’italiano che la scuola pretende che essi conoscano.

La cosa che si avvicina di più a un tale riconoscimento è la seguente: “la disoccupazione e l’ignoranza parentali” (http://www.psicozoo.it/index.php/2009/08/11/dispersione-scolastica-un-problema-di-tutti/). Naturalmente, il problema non è della scuola, ma dei genitori ignoranti.

Cosa succederebbe se si ammettesse questa semplice verità?

In un paese serio si svilupperebbe dei metodi di insegnamento dell’italiano come L2 e si farebbe abbondante uso della lingua locale come lingua veicolare.

Almeno una parte dei casi di dispersione scolastica verrebbe evitata.

Un’altra delle ammissioni parziali che ho trovato nello studio citato qui sopra è infatti la seguente: “l’assenza di adeguate strategie didattiche centrate sul soggetto”.

Credo che insegnare qualunque cosa a un bambino, in una lingua che non conosce, non costituisca esattamente “un’adeguata strategia didattica”.

Cosa succede in un paese poco serio come l’Italia in una situazione come questa?

Si continua a negare che il re è nudo (l’Italia, come tutti gli stati, è nata dalla violenza e dall’assogettamento di altri gruppi etnici e non da una fantasiosa e preesistente unità linguistica e culturale), ma siccome lo sanno tutti, lo stato italiano sta comunque finendo a pezzi.

Altrove ho attribuito all’egoismo delle categorie sociali privilegiate della Sardegna quel loro afferrarsi spudoratatamente a un’identità “italiana”, che permette loro di  mantenere il monopolio del potere ed escluderne chi è portatore di un’identità antagonista: antagonista nei loro confronti, è chiaro.

Non conosco l’Italia abbastanza da poter estendere il mio giudizio anche su quel paese.

Dico soltanto che anche tra gli Italiani che concepiscono la lingua come strumento di potere comincia a penetrare la coscienza del fatto che presto la loro lingua diventerà, al massimo, strumento di comunicazione e-oramamma!-di identità.

È chiaro che la conoscenza dell’italiano sarà sempre più insufficiente per ottenere successo economico in un mondo globalizzato e ora questo fatto viene riflesso anche nelle politiche linguistiche dell’UE: l’italiano prima o poi verrà escluso dal novero delle lingue che contano in Europa. Gli italiani protestano: http://www.ilvelino.it/articolo.php?Id=1165078

La funzione dell’italiano come strumento di potere viene gravemente intaccata da questa esclusione.

In un contesto europeo, sta succedendo anche alle classi dirigenti italiane quello che-molto più gravemente e ferocemente-loro hanno riservato ai ceti subalterni dello stato italiano.

Ho l’impressione che anche loro incomincino a intravvedere un mondo in cui si parla e scrive sardo e inglese, napoletano e inglese, veneto e inglese e l’italiano continua a essere insegnato nei licei classici.

Eus a biri/we shall see.

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One Comment to “E se fosse l’italiano a sparire?”

  1. Non riesco a dire neppure “Ben ti sta” ai governanti italiani che protestano per l’esclusione dell’italiano dalle lingue della Commissione. Semplicemente perché ai burocrati europei che l’hanno deciso è difficile concedere buon senso. A chi decreta la lunghezza dei preservativi e delle banane e la curvatura dei cetrioli non si può concedere alcunché.
    Però, un po’ gli sta bene, visto che nelle stesse ore, il ministro Fitto intima ai sudtirolesi di rimuovere le migliaia di cartelli in tedesco dai sentieri e dalle strade di montagna. Con una minaccia: se non lo fate voi, ci penserà il governo a farlo. Pare che i sudtirolesi siano tutti cagati per la minaccia.

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