Palpavamo la passeggera leggeri

Uscendo dalle tenebre di Kras, apparivamo improvvisi sulla scalinata illuminata. Ancora pieni dei sogni appena interrotti, giovani guerrieri dalla testa di Uccello (Kon-ke-katz, nella nostra lingua antica) ci arrampicavamo sul carro-di-fuoco che ci avrebbe condotto al Castello, come ogni giorno.
I cavalli che tiravano il carro-di-fuoco erano neri come la notte stessa e nessuno poteva vederli. Nella notte, intonavamo i nostri canti bellicosi e suonavamo i sacri tamburi di legno che avevamo di fronte. E così impedivamo anche che qualche blasfemo ci si sedesse su.
Pochi avevano il coraggio di avvicinarsi.
Il carro-di-fuoco partiva molto lentamente, sputando fumo nero. I cavalli barrivano nel buio.
Poi il carro-di-fuoco acquistava velocità e noi cantavamo e suonavamo i nostri tamburi parlanti.
Dopo poche ore il carro-di-fuoco si fermava a metà strada tra due villaggi: Case Nuove e Massakra.
Nessuno dei due villaggi aveva voluto che il carro-di-fuoco passasse per i suoi terreni di caccia e così questo si fermava lungo la frontiera sanguinosa che separava i territori dei due villaggi.
Mentre i cavalli invisibili venivano sostituiti da altri cavalli invisibili, altri passeggeri salivano sul carro-di-fuoco, ma solo i nostri alleati potevano sedersi accanto a noi, sui nostri tamburi sacri.
Il carro-di-fuoco ripartiva verso l’alba e attraversava lande spopolate dove si diceva che, dopo le grandi piogge del mese-di-letame, branchi enormi di strani esseri dalle corna retrattili emergessero dalle viscere della terra. Nella nostra lingua antica li chiamavamo Tzitz-tzitz-korr.
E c’era chi raccontava che in quei luoghi crescessero di funghi di carne del peso di centoventi libbre.
Le ore passavano e noi cominciavamo a diventare nervosi e impazienti. Alcuni di noi cominciavano a minacciare gli altri, imponendo che il tamburo che avevano di fronte restasse libero.
Finalmente il carro-di-fuoco arrivava a Sili-Quodha.
Noi guardavamo ansiosi i passeggeri che salivano.
Lei, Margò, arrivava immancabilmente e si sedeva su uno dei pochi tamburi che avevamo lasciati liberi.
Si parlava un po’, poi quello di noi che sedeva di fonte a lei-o anche tutti e due contemporaneamente-cominciava a toccarle le gambe. Centimetro per centimetro, le falangi del desiderio cominciavano l’esplorazione di quel mondo misterioso che si trovava sotto la sua gonna.

Margò teneva le gambe ben strette, perciò l’esplorazione era necessariamente limitata all’esterno delle cosce. Ma lì, piano piano, un centimetro alla volta, i polpastrelli potevare arrivare leggeri anche oltre le calze velate.
E dopo quel confine c’era il mondo dolce della sua pelle morbidissima.
Margò era assolutamente, come dire, brutta, ma la morbidezza della sua pelle te lo faceva dimenticare.
E nel mentre si continuava a parlare del più e del meno e lei parlava con quello che la palpeggiava o con qualcun altro e non l’abbiamo mai vista cambiare espressione.
Lei non ha mai fatto un gesto di protesta e non le abbiamo mai chiesto se le piacesse o no.
Andava così e basta in quel piccolo mondo antico.
Prima di arrivare al Castello, uno alla volta ci ritiravamo per immaginare quello che mai avremmo avuto il coraggio di fare davvero.
Eravamo giovani guerrieri dalla testa di Uccello: Kon-ke-katz, nella nostra lingua antica.

7 Comments to “Palpavamo la passeggera leggeri”

  1. tantu cantu sos iscritores chi chircant de la pintare cun s’immaginatzione cando non li bastat sa reartade de su chi bivent.

  2. vivere o scrivere?
    Deo apo sceberadu dae ora.
    Ma est unu sceberu fatzile puru: de su scrier non ti campas!

    • berus! ma non si campat solu pro campare. Bisonzat puru de la pienare sa bida. Est solu una de sas tantas maneras de s’istraviare e de segare sa matza.

  3. ah, ma su de segare sa matza est bida, dimo’!

  4. non so scrivere in sardo perchè sono palermitato ma ti faccio mille e mille complimenti per come ti esprimi e nella tua sempicità (così ti definisci) riesci tranquillamente a rti capire da tutti. complimenti non mollare e continua così.

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