Archive for October, 2010

October 31, 2010

Lettera aperta a Maria Listru

Ti scrivo in italiano per farmi capire anche dai tuoi padroni torinesi. Tanto lo so che mi leggono anche loro.

Sono tornato ieri dalla mia Sardegna: quella che solo in parte è anche la tua.

E sono tornato con il tuo libro, sperando che mi piacesse per poterlo stroncare meglio, ma più che sperarlo lo sapevo già: sapevo già che scrivi molto bene nella lingua dei Torinesi.

E il libro mi è piaciuto molto, ma soltanto lì dove il libro è tuo e non dei Torinesi.

La prima parte e l’ultima—lì dove parli del tuo mondo di donna, perché lo conosci e lo vivi davvero—sono molto belle. In Sardegna, mi hanno detto che tu il libro volevi chiamarlo Filla de anima, o qualcosa del genere. Infatti, se non ci fosse quella parte centrale, quello sarebbe il titolo giusto di questo bell’esempio di letteratura femminile italiana. Penso che il premio te lo sia meritato e—se davvero vuoi sapere la verità—ne sono anche contento, ma allo stesso modo di quando il Cagliari ha fatto il culo ai Torinesi della Roma, anche se ci gioca un solo Sardo.

Il calcio e la letteratura mi divertono, ma di solito ho altre cose da fare.

Quello che non mi piace è la parte centrale del libro, quella in cui parli di cose da uomini.

È chiaro che parli di cose che non conosci. È chiaro che quella parte non c’entra niente con il resto.

L’hai messa lì—e le malelingue dicono che te l’hanno commissionato i Torinesi—ma non sai di cosa stai parlando. Tu la violenza—quella cosa da uomini di cui provi a parlare—non la conosci. Non sai cosa la scatena e non sai lungo quali sentieri si muova poi. E non sai niente della campagna, perché sei una donna sarda e le donne sarde in campagna non ci andavano.

Per capirci: l’uva da vino ha sempre gli acini piccoli: è quella da tavola—l’unica che evidentemente conosci—che ha gli acini grandi; costruire un muro a secco di 200 metri in tre giorni significa dover pagare—in un modo o nell’altro—una squadra consistente di professionisti e occorrerebbero decenni prima che 200 metri quadrati di terreno ti facciano guadagnare la spesa affrontata; 400 quintali di grano(?) varrebbero davvero la pena di spostare il muro di un metro, ma purtroppo 400 quintali di qualsiasi cosa che non sia piombo o uranio impoverito in 200 metri quadrati ci possono stare soltanto se lo metti dentro sacchi bene impilati; l’odore delle stoppie: appunto, quale? Il cane chiuso nel muro è una variazione sul tema del cane crocifisso che hai trovato in “Il giorno del giudizio”: insomma, un cliché letterario; la pazienza dei minatori—lo sai, io sono figlio di minatore e sono cresciuto in un rione di minatori—è quella di gente che lavora con la dinamite: a Iglesias si dice ancora “Genti de miniera, genti de galera” (forse questo lo capiscono anche i Torinesi); se devi sparare a uno che stai tenendo sotto tiro, lo fai PRIMA che dia fuoco al tuo grano, non dopo; non capisco perché non abbiano portato Nicola al CTO di Iglesias: è quasi sicuro che la gamba gliel’avrebbero salvata (a quei tempi forse si chiamava ancora I.N.A.I.L.); ho conosciuto al CTO di Iglesias un ragazzino di 16 anni che aveva perso una gamba cadendo dal cavallo e che aveva una voglia di vivere incredibile, come tutte le persone che ho conosciuto—o visto in televisione—in quelle condizioni; Bonaria non era un’acabbadora—si scrive così: la doppia B rappresenta la plosiva bilabiale sonora e la fricativa corrispondente (la B scempia) la trovi in catalano, non in sardo—perché le acabbadoras non sono mai esistite e tu lo sai: infatti Predi Pisu lascia in pace Bonaria (figurati un prete che cede il proprio monopolio su queste questioni!); leggiti “S’acabadora” di Toni Soggiu—a proposito, lo conosci?—e di ai tuoi padroni torinesi di andarsi a cercare altrove i loro baluba assetati di sangue.

Le malelingue dicono che questo svarione infelice sull’acabbadora te l’abbiano commissionato i tuoi padroni torinesi, per rubare un po’ di mercato ai sanguinacci salati di Niffoi con questo sanguinaccio dolce e pieno di pabassa.

Non farlo più, Mari’! Tu non lo sai, ma io per sei mesi ho diviso il letto con un’acabbadora vera, un’infermiera che una volta questa cosa l’ha fatta davvero, assieme al medico, molti anni fa.

Quello che mi ha raccontato lei varrebbe davvero la pena di essere raccontato, soprattutto a chi parla con tanta faciloneria di eutanasia.

Ma c’è una cosa che proprio non capisco: nei ringraziamenti ringrazi Marcello Fois per averti convinto ad usare “il tuo sardo”.

Vorresti spiegarmi dove l’hai usato?

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October 30, 2010

Dio forse esiste e Umberto Eco scrive fiction (intrigante), ma fiction.

S’elaboradore miu est campidanesu e kistionat sceti su campidanesu de mesu D.O.C. – Sa segunda parte (fortzis)

Naramus ca sa parte fatzili dda tenemus giai fata.

Custu elaboradore mancari kistionit sceti su campidanesu de mesu D.O.C. ddus at a deper imparare puru is verbos, non si podet kistionare sena de verbos.

E duncas sa frase de oe est :

Torramus a domo a chenare o abarramus innoxe? Abarrades innoxe!

Comente e semper si dda naro e pustis si dda fatzo partzire in faeddos.

sentence = ‘torramus a domo pro chenare ? abarrades innoxe’

sentence = sentence.split(‘ ‘)

Immoe s’elaboradore dda connoschet aici :

[‘torramus’, ‘a’, ‘domo’, ‘a’, ‘chenare’, ‘o’, ‘abarramus’, ‘innoxe’, ‘?’, ‘abarrades’, ‘innoxe’, ‘!’]

Comente e semper apronto su logu pro sa frase ki s’elaboradore mi nd’at a bogare a foras in campidanesu de mesu D.O.C. e ddi naro puru cale sunt is vocales

new_sentence = []

vowels = ‘aeiou’

Is regulas ki dd’apu naradu s’atera borta balent semper nde ddi depo sceti imparare atras.

E duncas ddi fatzo faxer unos cantos giros in is faeddos de sa frase mia.

for word in sentence :

Is verbos ki finint in AMUS bessint AUS in campidanesu (nde ruet sa M)

># AMUS always becomes AUS at the end of verbs

>if(word[-4:] == ‘amus’):

>>word = word.replace(‘amus’, ‘aus’)

Is verbos ki finint in ADES bessint AIS in campidanesu (nde ruet sa D e sa E bessit I)

># ADES always becomes AIS at the end of verbs

>if(word[-4:] == ‘ades’):

>>word = word.replace(‘ades’, ‘ais’)

E custu est su ki s’elaboradore miu (ca kistionat sceti campidanesu de mesu D.O.C.) arreneschet a leger :

print new_sentence

[‘torraus’, ‘a’, ‘domu’, ‘a’, ‘cenai’, ‘o’, ‘abarraus’, ‘innoi’, ‘?’, ‘abarrais’, ‘innoi’, ‘!’]

torraus a domu a cenai o abarraus innoi? abarrais innoi!

Non est tontu su sardu e mancu s’elaboradore cosa sua (e duas!) 😉

October 25, 2010

Rosa mutanda o mutanda rosa?

La società multi-culti comincia da un culo di donna e da un sigaro.

Oggi ho un mal di schiena che mi sta ammazzando. Quando ho finito la lezione di sardo, sono andato a sedermi sui gradini della facoltà. Molly–no, è un uomo e anche un nero e Joyce non c’entra una mazza!–è rimasto ancora un po’ a consolarmi, poi è andato al supermercato vicino a fare la spesa.

Io ho continuato a fumarmi il sigaro.

Sono arrivate due ragazze e si sono sedute sul gradino proprio sotto quello su cui ero seduto io. Una–bionda, bella–ha fatto un po’ finta di mettere la maglietta tra il suo culo e i miei occhi e così mi è arrivato subito il messaggio: qui c’è qualcosa da ammirare!

Il tanga rosa–ma non rosa mutanda (vedi “Sardegna come Alzheimer”)–spuntava con un triangolino e poi si immergeva tra le sue natiche: un bel culo, indubbiamente!

Io tra mal di schiena, la coscienza di appestare la loro aria con il mio sigaro e la coscienza che fare il guardone non mi dispiaceva affatto, ho cominciato a sentirmi a disagio.

Me ne sono andato.

Sono un vecchio con il mal di schiena e fumo il sigaro, ma lei aveva un bel culo.

Vabbé, me ne sono andato, ma vedere un bel culo di ragazza non mi è dispiaciuto affatto.

October 24, 2010

Banditi a Orgosolo e etnologi in manicomio.

Comente semus arribbados a bier a sa Sardinnia e sos Sardos che logos e gente chi non ischint cambiare? Proite b’est custa idea maladita chi nos est galu trunkende sas ancas e pratzende in Sardos in duos: is chi kerent aguantare s’identidade issoro e is Sardos ki non nde kerent intender. Comente amus fatu a nos ponner in conca su machine ca nois non semus che a totu is ateros populos? Proite non resessimus a bier ca nois amus depidu solu scontare sa grandu miseria materiale chi sa Sardinnia at connotu finas a pagu tempus faxet?

S’idea chi tenimus de sa Sardinnia est cussa chi nos ant dadu is colonizadores nostros. Cando tenía s’edade de chircare de cumprender su “banditismu”, tenía puru pagu de sceberare pro m’informare e apo comperadu “Banditi a Orgosolo”, de Francu Cagnetta.

Cagnetta est stadu unu de is amigos prus mannos de sa Sardinnia, a sa terra nostra l’at fata bene meda, ma fit puru unu de sos estetas macos chi beníant prenos de su ratzismu curturale issoro a chircare s’ateru, e l’agataiant in su Sardu.

In su surcu de cudd’ateru macu de manicomiu de Wagner at scritu tontesas gai mannas ca non faghet a lu creer, ma ancora custas tontesas sunt allokiende sa conca de sos sardos.

Abbaidade-bos-las:

http://www.sardegnacultura.it/documenti/7_49_20060420154811.pdf

Est ora de nos ischidare e fuliare a muntronargiu totu custa ideas macas e de fraigare sa curtura sarda-sarda, fata de Sardos pro serbire a nois e totu.

‘In contrasto con la pianura grigia e tutta uguale che si
attraversa – gigantesca piattaforma di granito sollevatasi sul
mare qualche milione di anni fa – quel grande monte, con la
catena retrostante, si impone come una montagna mitologica
– quale può essere, ad esempio, il Kilimangiaro in Africa.
Scomparendo e riapparendo di continuo, secondo i rilievi
che fiancheggiano la camionabile, dà l’impressione, sempre
più intensa, di un immobile, tetragono nume del luogo.’

[Orgosolo] ‘Esso compare all’improvviso,
misterioso, chiuso; visibile ed inconsapevole centro di una
vita non mutata da millenni, di una antica e superstite civiltà.
È la più arcaica città d’Italia, probabilmente di tutto il Mediterraneo.’

‘Le donne di Orgosolo, tra tutte quelle di Sardegna (per
chi abbia un poco d’esperienza) si possono riconoscere facilmente.
Hanno visi quasi sempre belli, scuri e delicati, seppur
rustici, con occhi neri, vellutati, che, per profondità, sembrano
avere come una doppia pupilla. Lo sguardo è cupo, intenso,
ardente: ha una forza strana, primitiva.’

‘Molti [vecchi] ricordano figure dell’Antico Testamento: con peli bianchi
che discendono da sopra gli occhi, dalle orecchie, dai
baffi, in una barba morbida e fluente, ben disposta in pieghe
ondulate, che scende sino a metà petto. Hanno in mano vincastri
contorti, maestosi. Un quadro di tremila anni fa!’

Deo naro solu: “Ma Cagnetta, a bi fit in Palestina 3000 annos a como?”

‘Passando dallo stato incandescente dell’uscita a quello successivo del
raffreddamento, tutta questa montagna si era spaccata in
enormi crepacci, in grandiose fratture. Erano cento milioni
di anni che il Supramonte stava là, arcano, immobile: la Sfinge
di Sardegna.’

De geología nde matzíat pagu, ma de simbología estetica meda!

‘È il Supramonte, nelle foreste, anche la tana dei mufloni e dei cinghiali: dei mufloni, i misteriosi ovini rossi dalle grandi corna, dal pelo corto e quasi senza coda, progenitori della pecora; e dei piccoli cinghiali neri, bianchi da vecchi, fortissimi, zannuti, progenitori del maiale. Corrono soli o in truppe guidate dal più forte, prosecutori di una vita zoologica già trasformata al piano e qui uguale, identica da millenni, depositari dell’antico segreto della trasformazione della specie. Qui tutto è estraneo, tetragono, insensibile ad ogni mondo di uomo: un Eden spaventevole! Questo è il Supramonte, il più isolato territorio di Sardegna, il cuore dell’Orgolese, tutto avvolto nel mondo minerale, vegetale, animale;  misterioso, oscuro come il territorio di un altro pianeta. In esso vive il pastore di Orgosolo. Quando inoltrandomi nel bosco avevo cercato i primi segni dell’uomo,   mi ero trovato di fronte a indizi di una estrema, incredibile primitività.’

‘Due uomini anziani, bassi, tozzi, assai robusti, con volti scuri, ricoperti da peli irsuti di barba che non vedeva il rasoio da molti giorni; con abiti di velluto scuro, sporco, incrostato di terra; con gambali enormi di cuoio nero ricoperto da truculente borchie di metallo.’

‘Ci avevano condotto in una capanna dall’interno estremamente
rozzo: con pietre adattate a sedili; a terra una caldaia
e pelli di pecora per letto; attaccati alle pareti bastoni,
funi, campane, borse di pecora, di fattura così rudimentale
che si sarebbero detti appartenere ad aborigeni.’

‘Mi avevano messo davanti tutto quello che avevano, in recipienti di sughero: pane, latte cagliato, formaggio, una borraccia di vino. «Mangiate!» gridava uno amabilmente minacciandomi col coltello. «Bevete! Mangiate!» gridavano tutti e  mi riempivano le mani. Era quasi un banchetto di tribù in cui l’ospite gode a veder mangiare il suo invitato, si sazia con la sua fame, poiché una volta accettato questo nuovo venuto nella tribù, costituisce con lui ormai un’unità comune, quasi un corpo solo.’

‘La pecora di Orgosolo, pecora di razza “sarda” acclimatata nell’isola, è un animale striminzito – per povertà di nutrimento, mancanza di coperture estive ed invernali, marce sfibranti – ma assai robusto e resistente, vero animale preistorico.’

‘Il pastore orgolese invece, in generale, è un individuo
più associativo, più individuale, fondamentalmente
guerriero ed aggressivo, insofferente, coraggioso, di intelligenza
astuta e crudele. Questi caratteri lo fanno assomigliare
ai popoli di un “ciclo” precedente a quello pastorale, al più
antico che si conosca in tutta la storia dell’Europa: il “ciclo
culturale” che l’etnologia chiama dei “cacciatori e raccoglitori
o delle “orde”.’

October 23, 2010

Sardegna come Alzheimer

“Sardegna come infanzia”: chi l’ha letto? Il titolo l’hanno pensato alla Mondadori–che evidentemente già si preparava all’arrivo di Berlusconi.

Il titolo originale–infatti non era originale abbastanza!–era “Viaggio in Sardegna’: Le solite coglionate sentimentali degli Italiani che scoprono i Baluba, ma senza rischiare di essere mangiati dai leoni.

Mi sono rimaste tre cose di quel libro: lo stupore di Vittorini per il Cinese che vendeva cravatte a Tempio –ovviamente, il Cinese oggi se la ride di brutto: chi ragiona in termini di 5.000 anni di storia sa quanto sei scemo tu a sorprenderti che sia stato lui a precederti; il vecchio seduto sulla sedia a sdraio sulla spiaggia di Torre Grande: cioè il suo stupore, perché ai miei tempi era ancora possibile essere gli unici esseri umani su una spiaggia; il “colore osceno” delle sughere galluresi appena scorticate.

Quel colore–da ragazzo–lo chiamavo “rosa mutanda”, perché c’erano delle vecchie che stendevano delle mutande di quel colore, anziché lo standard bianco. Penso che il nome tecnico del colore, nell’industria tessile,  sia “nudo”.

“Sardegna come infanzia” precede di poco “Banditi a Orgosolo” di Cagnetta e il magnifico film razzista, ma esilarante, “Una questione d’onore”.

Esilarante perché è così stupidamente razzista che bisognerebbe proiettarlo in tutte le scuole della Sardegna per curare i bambini Sardi da ogni sintomo di Italianità. La morale sarebbe: “Se pensavate che gli Italiani siano diventati razzisti solo dopo l’arrivo di Bossi, vi siete sbagliati di brutto!”

Tutte queste coglionate hanno in comune la visione razzista della Sardegna come terra ferma nel tempo.

I Sardi sono ancora talmente traumatizzati–in modo positivo o negativo–dall’imbecillità dei loro coglionizzatori che o credono alla coglionata o la ribaltano di 180 gradi.

Infatti–soprattutto dall’area iRS, ma non solo–vediamo proporci come alternativa alla Sardegna immaginata dall’imbecillità italiana, una Sardegna senza passato, senza lingua sua, senza cultura propria: una Sardegna immersa in un eterno presente, proprio come una una persona affetta dalla sindrome di Alzheimer.

Una Sardegna senza memoria di se, sarebbe ancora Sardegna?

Certamente!

Ma solo come espressione geografica.

Torniamo al mio articolo “https://bolognesu.wordpress.com/2010/07/19/due-identita-sarde-o-dialogo-tra-sordi/”: capite perché mi sono rotto i coglioni?

Io, l’unico prezzo che finora non ho pagato per arrivare a capire certe cose sono la galera e la pelle: insomma, mi avete rotto i coglioni!

Il problema è già definito in quell’articolo: la vostra identità sarda viene determinata dalla geografia o dalla cultura?

Forzando il discorso di Omar Onnis, nel suo post: “Saremo meno sardi per questo? Ovviamente no. Verrà compromesso il processo storico di emancipazione politica della Sardegna? Anche qui, direi proprio di no.” (http://sardegnamondo.blog.tiscali.it/2010/10/21/peli-sulla-lingua/) vediamo che, a quanto pare c’è chi pur di sfuggire alla “Sardegna come infanzia” (e quindi alla tutela dello stato italiano sulla regione minorenne) è disposto a fuggire in una “Sardegna come Alzheimer”.

Lunga è la strada, stretta è la via, dite la vostra che ho detto la mia.

P.S. Ho scritto in italiano per quei mutilati e reduci che non capiscono il sardo.

October 21, 2010

Ita catzu nde dd’importat a De Benedetti de sa literadura sarda?

Bolemu scriri de duas cosas serias, ma mi ndi seu arregordau ca bosatrus boleis totu a gratis e ca deu apu giurau de fai, po de badas, sceti cosa po mi spassiai deu.

Tandu: catzadas!

Ma, chi ligint beni, pastoris e scritoris ant a agatai, in custa catzadedda puru, cosa de si ponni a pensai.

Fiat in su 1969–in su mesi de cabudanni–e fiat sa festa de Serra Perdosa e deu-furriau de pagu de Torinu e cumbintu ca fradi miu mi pagát po cussu mesis de pintori in cussu logu de merda–femu prexau e mi femu postu sa camisa bella.

Femu a solu–tanti po cambiai–e femu artziau a Serra Perdosa ca depiant cantai–nientepopodimenoché–i famosi “I Barrittas”!

Insomma, una cosa a tipu: “Vorrei una seadas.”

E invece no!

Tonietto teníat su bassu a tres cordas–una nde dd’iat bogada issu e totu–e sonát chi non beníat beni!

E deu–de asuta de su palcu–dd’emu nau: “Ma come fai?

E issu: “È facile!”

A Tonietto dd’apu torrau a biri in su 1989, bendendi surgelaus. Deu femu cun Pieru Manuntza, ma Pieru cun is surgelaus s’est arricau e meda puru.

Benitu at contau su contu beciu de su cassadori, de s’ursu e de su trenu e a pustis ant sonau “Don’t  let me down” e Tonietto cantát mellus de John.

Ma ddoi fiat puru sa grefa de is Migaleddus de “Is Caddotzeddas”.

Insomma, gentixedda de “Is Caddotzeddas”.

Po si fai a biri, ant incumentzau a tirai perda a I BARRITTAS.

Perdixedda, labai, sceti po strobbai.

Mi seu arrosciu–oh, I BARRITTAS in Iglesias!–e a su capu de sa grefa dd’apu donau una genugada a culu, sperendi ca non ddu cumprendessit ca femu deu.

S’est furriau, m’at castiau in faci e at cumprendiu ca femu deu.

M’at pigau a colletu.

A mei m’at pigau cussa cosa chi is Gregus antigus ddi naránt “Hybris“.

Non ddu sciemu ni-mancu deu su chi femu fendi: apu cravau su bratzu asuta de su de issu, dd’apu aciapau a is pilus de a palas, dd’apu tirau sa conca a basciu e dd’apu donau tres buciconis a faci: unu a s’ogu; unu a su nasu e s’atru a su murru de susu.

Ma non cun sa parti de is ossus (in italianu: nocche)! Cun sa parti de sa petza de su buciconi!

S’est furriau a una mascara de sanguini.

I BARRITTAS ant lassau de sonai e Tonietto–o fiat Benitu?–candu iat biu su murigu–femus giustu-giustu asuta de su palcu– at nau: “Quanto avete finito voi, continuamo noi!”

Candu apu acabbau de arrangiai a cussu, apu pesau su bratzu e apu tzerriau: “Potete continuare!”

Bellu contu annó?

Domandai a Benitu e/o a Tonietto: saludus a totus de is duus! I still love you!

Ma su contu non est acabbau, ca sa fida non est comenti si dd’ant imbentada is scritoris!

Is Caddotzeddus funt torraus totus impari e su fradi de cudda mascara de sanguini fiat tzerriendi contras a mei: “Est fradi miu…!”

E su fradi mannu–su chi nd’iat pigau is corpus–at circau torra de m’aferrai.

Deu–s’hybris torra, ma cussa mala–mi seu fuliau a-coa e dd’apu partíu una puntera de pei a callonis.

Ma mi ndi femu stesiau tropu e non dd’apu fertu. Nci femu arruendi a-coa…

A mei m’ant aguantau de a palas e intra de mei e de sa grefa chi mi bolíat arropai si funt postus in medas.

E deu , a sa fini, apu sceti pérdiu unu butoni de sa camisa bella.

E Mamma mi dd’at torrau a ponni.

Totu berus, mancai non siat totu sa beridadi.

E immoi emu a bolli sciri ita catzu ddoi fait De Benedetti in sa cummissioni de su premiu “Grazia Deledda”.

October 20, 2010

Trint’annus

Deu seu brullanu e befulanu immoi a beciu, ma a piciocu femu macu pérdiu.

Ita cudda borta chi a Mura si dd’apu posta in manu?

Femus in su comudu de sa scola e deu femu piscendi. Mi furriu cun sa conca e biu a Mura fueddendi cun cudd’atru artu, chi immoi non m’arregordu, su Ceraxinu.

Fiant sempri cussus tres e ddus tzerriamus “Quarzo, Granito e Basalto”, ca fiant tostaus de conca.

Mura portát is manus a palas de sa schina, una manu aguantendi su brutzu de s’atra e cudd’atra manu dda teníat oberta.

Non ddu sciu ita m’at pigau, ma seu andau a palas de issu, citíu-citíu, e si dd’apu posta in manu.

Is atrus puru arriíant a scusi e Mura aprapuddendi “cussa cosa” chi si fiat agatau in sa manu.

Chistioni de unu o duus segundus e dd’at mollada e s’est furriau cun is ogus boghendi-ndi pampa de s’arrinegu.

Non sciu comenti at fatu a non m’arropai.

Mura fiat forti e beni postu.

Non mi timíat de siguru.

Forsis ca sa befa fiat bessida aici beni. Boh? Bai e circa.

A is trint’annus de su diploma ant organizau sa “riunione”.

Fiat in cussu ristoranti de Casteddu de sa filla de Serafinu.

In giru de cuartu de ora, fiat totu che trint’annus innantis: is Casteddaius a una parti, is biddunculus de acanta de Casteddu a un’atra, e is biddunculus de atesu a un’atra ancora.

Nosu femus is biddunculus de atesu e is atrus ni-mancu si nd’arregordánt ca a nosu non s’iant amitius a s’esami e ca si femus diplomaus s’annu infatu.

E fiat totu s’ora: “Ti nd’arregordas…?”

Piga non fiat cambiau nudda: in giru de cincu minutus fiat torra fendi-mi su ghinniu.

Ant incumentzau a girai is fotografias e Fiorella nd’at bogau una aundi nci fiat issa setzia asuta de una mata e deu cun sa conca in coa de issa.

—Non ricordavo che fossimo così intimi!

Ndi tenemu unu pagu brigungia puru, ca candu emus fatu cussa pichietada issa fiat giai cun su fascista.

Gesuinu su Desulesu iat cotu su proceddu e cussa tonta de Milanesa chi fiat fastigendi cun Piga nd’iat bogau “le tartine” de cussu pani sciapidu e atras tontesas.

Dd’eus mandada a cagai totus, fintzas is feminas!

Fiorella fiat una picioca bona e unu pagu mi ndi femu innamorau.

Su fascista fiat ancora fascista, ma a su mancu non fiat berlusconianu.

E nosus biddunculus de atesu crastulendi de issus.

Porcedda iat organizau s’atobiu e s’est posta a fai su discursu:

“Solo Bolognesi e Anna Demontis sono usciti dalla mediocrità. Bolognesi si è laureato e Anna si è sposata con un’ammiraglio americano.”

Non mi seu ofendiu ca, candu emu contau ca femu Ph.D.—e si dd’apu puru tradusiu in italianu—non sciíant nimancu de ita femu fueddendi. Ma non ddus apu contaus de is annus de is cagallonis de cani.

Serini, su Bugerraiu, at fatu una batuta a pitzus de “gli amori elastici di Bolognesi” e deu dd’apu nau ca cun una bambula de gomma ancora non emu provau.

Si fiant totus sistemaus in Sardinnia.

Tronci si fiat tintu is pilus e non dd’emu connotu.

Mura fiat s’unicu chi ammancát: fiat girendi su turnu in sa SARAS.

Mancu mali!

October 17, 2010

Nuovamente su lingua e letteratura sarda

Comincio subito murrungiando per il fatto che ancora una volta sono costretto a scrivere di “roba seria” in italiano. Il problema eterno è costituito dal fatto  che chi disquisisce di lingua e letteratura sarda lo fa esclusivamente in italiano. Vabbé, non moriremo neanche questa volta.

Prendo lo spunto dall’articolo serio e garbato di Alfonso Stiglitz, pubblicato sul Manifesto Sardo (http://www.manifestosardo.org/?p=5588), in cui l’autore si lamenta che “In alcune parti del dibattito [sull’attribuzione della “patente di sardità” alla letteratura scritta in italiano da parte di autori sardi] , l’aspetto duro da digerire per qualcuno, in un percorso che vogliamo definire identitario, è che l’italiano, a prescindere dal fatto della sua imposizione come lingua ufficiale e quindi dall’alfabetizzazione forzata, è oggi una nostra, dei sardi, lingua madre; in molti casi, ahimè, unica e in ancora molti, fortunatamente, affiancata al sardo, al gallurese, al sassarese, al tabarchino, al catalano, a tutte le lingue e varietà della nostra isola.”

Non so a chi si riferisca Stiglitz con quel “qualcuno”, ma avendo partecipato anche io a quel dibattito, faccio allegramente finta che si riferisca a me. E mi limito a dire che Stiglitz qui sta facendo una confusione della Madonna!

Confonde infatti la situazione del “parlato” con quella della letteratura. Ora, non credo che si possa attribuire a me o ai miei lettori la bieca ignoranza della reale situazione linguistica in Sardegna a cui allude Stiglitz. La seguente citazione proviene da Sardegna fra tante lingue (Bolognesi & Heeringa, 2005):

“Il risultato di una tale situazione è che fra sardo e italiano si è creato un continuum caratterizzato da vari gradi di commistione fra le due lingue, il quale rende molto difficile per un parlante medio stabilire chiaramente quali strutture linguistiche appartengono all’una o all’altra delle due lingue. Schematicamente, la situazione si può rappresentare nel modello seguente.

Figura 3-1: Continuum diglossico.
Questo modello illustra il fatto che i due sistemi originari vengono tenuti completamente distinti solo in situazioni estremamente controllate. In pratica, almeno nei contesti non decisamente formali (la lingua scritta), tutto il repertorio costituito dal continuum viene utilizzato. È chiaro, inoltre, che la posizione che il sardo italianizzato e l’Italiano Regionale di Sardegna occupano nel continuum diglossico non è così facilmente distinguibile come fa apparire lo schema. Il graduale passaggio dal rosso al giallo esprime molto meglio la
realtà della situazione.”

Stiglitz, perciò, non dice niente di nuovo nelle righe seguenti:

“Il rapporto tra sardo e italiano è, in sostanza, oggi, un rapporto tra lingue nostre e il nostro esprimerci ha senso solo se agiamo liberamente nell’uso dell’uno o dell’altro codice o di entrambi e se tra tutti i nostri codici avviene la contaminazione che è vitale per le lingue. D’altra parte, l’italiano è oggi l’unica lingua che unisce tutta l’isola, dai sardoparlanti ai tabarchini e oltre. Alla fin fine usare molte lingue non ha mai fatto male a nessuno e, a differenza di altri settori, qui non vale la “modica quantità” alla quale certi censori sembrano volerci inchiodare. Come i nostri antichi dicevano, saggiamente: meda limbazzos, sapientia.”

Ma il punto, caro Stiglitz, non è quello! Qui si tratta di definire un’opera scritta in italiano come appartenente o meno alla letteratura sarda: tutto un’altro ordine di questioni! E questa definizione, non può che essere–come ho già ripetuto ad nauseam–che una definizione politica, anche se non del tutto.

Anche il buon senso può aiutarci a capire. Mi chiedo se Stiglitz definirebbe come letteratura (o anche, più modestamente, come narrativa) italiana i miei raccontini in sardo. Per me la risposta non può che essere negativa, ma attendo una sua risposta.

Nel mentre, però, traggo da me la conclusione simmetrica che un romanzo scritto in italiano non faccia parte della letteratura sarda. Riconosco che i romanzi scritti in italiano da autori sardi facciano parte della cultura sarda, ma la letteratura sarda è quella scritta in sardo.

E qui ammetto che diventa impossibile accomunare tutta la letteratura sarda (cioè anche quella in tabarchino, gallurese, sassarese e algherese) in una definizione non-negativa. E allora il problema lo risolvo politicamente e do una definizione negativa della nostra letteratura come quella “non scritta in italiano, ma in una delle nostre lingue autoctone”.

E adesso voglio vedere se Michela Murgia avrà ancora il coraggio di attribuire soltanto a chi è d’accordo con lei il diploma di Onestà Intellettuale.

Io a lei ho già assegnato un’altro diploma.

October 14, 2010

Sa mulleri de su fillu de s’acconciacossu

Deu passamu donnia di, andendi a su cantieri in Serra Perdosa.

Issa fiat setzia asuta de cussa specia de lolla e mi castiát de atesu, sempri cun cuss’arisixeddu.

–Mmmm, axiu tenis! , mi pensamu, e tiramu deretu, giai tzopi-tzopi po curpa de s’ernia de su discu, ma ancora non ddu sciemu ita fiat. Sa camba m’increscíat unu pagu e ancora non femu andau aca est su dotori.

E tiramu deretu in cuss’arrogu de terrinu sbandonau, prenu de alliga, de gommas, de machinas de sciacuai, de arrogalla de donnia dimoniu de cosa.

Sa de issa fiat s’urtimu domu de Iglesias, fintzas a candu su cantieri aundi trabballamu non acabbát cussas palatzinas popolaris chi femus fraighendi.

E a giru de sa domu fiat su propriu muntronaxu chi ddoi est sempri in s’oru de una bidda sarda.

Domu de issa fiat pesada a trachita e non fiat ni-mancu intonacada–ma cussu ge fiat cosa normali. Perda mala, sa trachita, ndi suciat s’acua de su terrinu e nde dda bogat in su muru. Po cussu giai de s’acabbu de is annus sessanta iat lassau de dd’imperai. Cussa domu, insaras, podiat tenni una trintina de annus, ma paríat prus becia meda.

Cussa femina puru.

Si setzíat a pitzus de cussa carida becia, asuta de cussa soleta chi fadíat sa parti de sa lolla de una domu bera e mi castíat de atesu.

E mi fadíat cuss’arisixeddu e deu mi pensamu: “Tenis axiu!”

Aici cincu dis a sa cida.

A sa fini–“A chini est, a chini non est.”–nd’est bessíu ca fiat sa mulleri de su fillu de s’aconciacossu.

E su maridu fiat in su Bonucamminu ca iat sdorrobbau a unu beciteddu–un’omini de prus de setant’annus–e apustis si dd’iat coddau puru!

Su fatu est bessíu in su giornali e non sciemus chi depemus arriri o prangi.

Mai inténdia una cosa de aici: ma podit essi mali-pigau unu cristianu?!

A piciocheddu intendemu a su babbu de issu tzerriendi:                                            “Conciacossu! Concia chi ddu ‘ois!”

Bivíant in Santu Sarbadori–una pariga de domus de massajus becias e pesadas a ladri, a giru de sa cresiedda de su Santu: immoi sa cresiedda dd’ant arrangiada ca est una de is prus antigas de sa Sardinnia–impari a atra genti pobira meda e su babbu fiat s’urtimu acconciacossu de Iglesias.

“Conciacossu! Concia chi ddu ‘ois!”

E nosu bessemus de domu currendi.

Prus che a totu arrangiát paracuas e a bortas calincuna mariga po s’acua o calincuna broina po allogai s’olía cunfitada. Plastica ancora nci ndi fiat pagu, ma ge nci fiant cosas de lamiera smaltada a su postu de is scifeddas e zirius po s’ollu pagus e nudda nci ndi fiant. Sa genti prus chi a boddiri olía, si ndi andát a Torinu a guadangiai a cuatru bortas sa paga de s’olía e totu s’annu puru: fiat su tempus de s’olio di semi vari, a su mancu po nosu.

Is broinas e is marigas ancora aguantánt, ca s’olía po papai sa genti ge si dda fadíat ancora in domu e frigoriferus, po aguantai s’acua frisca in s’istari, pagu genti ndi teníat–in Cordilanna, sceti sa butega de su Brabaxinu, e fiat una specia de guardarrobba de linna.

Po is atrus fiat ancora chistioni de unu straciu sciustu a giru de sa mariga, e a dd’allogai in sa friscura.

Po arrangiai una mariga segada, teníat una berrina fata de una stanghixedda de paracua. Fadíat unus cantus stampus–a duus a duus–a is duas partis de sa segadura, nci poníat grafetas de filu de ferru, e serrát totu a cimentu.

A bortas teníat a is fillus agiudendi-ddu.

In pagus annus funt arribbaus plastica e frigoriferus e a comperai un paracua nou costát giai-giai su propriu tanti de ddu fai arrangiai de s’acconciacossu.

At aguantau ancora una pariga de annus e candu at smítiu–o s’est mortu–non s’nd’est acatau niscius: is de Santu Sarbadori fiant genti po contu issoru.

De is fillus non apu intendiu nudda fintzas a candu a cuddu caddaioni dd’ant postu in su giornali.

Una pariga de annus a pustis, candu femu trabballendi in su comunu, unu piciocheddu chi fiat sempri fuliau in is giardinetus m’at incumentzau a contai–totu pigau–de sa fancedda manna chi teníat.

At ai tentu 16 annus e trabballát in un’oficina e–conta oi e conta cras: a mei pagu mi ndi importát–m’at spiegau aundi bivíat custa femina.

E non fiat su mulleri de su fillu de s’acconciacossu!

October 11, 2010

Bááánditti!

–Ciao Roberto!

e m’at donau su volantinu, prexau.

Fiat Giorgi Perra, unu cumpangiu de scola de sa Media, chi non emu biu de diora.

Deu ddu bincemu un’annu, ma si festus amigaus sa borta chi fiat bénniu Cesco Baseggio a Iglesias e, po ddu fai guadangiai calincuna cosa–ca bessíat in televisioni–iant portau is scolas a ddu biri. A issu e a totu sa cumpangía.

Deu nci femu abarrau mali, ca fueddánt in Italianu e a mei Cesco Baseggio mi praxíat ca fueddát in venetzianu e mi fadíat pensai a is contus chi contánt Babbu e Mamma de is bixinus issoru in Fertilia.

Po nai, su contu de su cani chi si nci fiat papau su matzamini de su procu, ancora intreu e prontu a ddu sciacuai po ddu prenni de petza  de procu e fai su sartitzu.

Su cani si nce ddu fiat papau su matzamini, e cudd’omini anca si fiat arrinegau chi non beníat beni.

–Ostia! e Madonnas a scioberu.

A primu, a su cani dd’at donau una surra de fusti e a pustis anca dd’at nau: “Ti g’ha magnà e ora ti g’ha de cagà” o una cosa de aici.

Anca at a abetau in sa corti fintza a candu at biu su cani caghendi e candu dd’at biu caghendi su matzamini intreu, chentza de ddu digiriri, s’est postu a dd’arregolli, currendi-ddu infatu, e si ddu poníat a giru de su bratzu de manca.

Candu su cani at acabbau de cagai su matzamini, anca dd’ant sciacuau unu pagu e si funt postus a ddu preni de sa petza pronta po fai su sartitzu.

E anca su sartitzu a pustis fiat totu guastu.

Ma Cesco Baseggio mi praxíat puru ca in is commedias suas ddoi fiat sempri Arlecchino–o cosas de aici–e fadíat arriri e a una manera o s’atra deu sa cummedia dda cumprendemu.

Ma cudda borta nudda: totu in italianu fiat, e non fadíat arriri.

Is piciocheddus si fiant arroscius e si fiant postus a fai burdellu po contu issoru.

Cesco Baseggio, insaras, at firmau sa commedia e s’est postu a murrungiai e a minetai.

Perra insaras m’at cumbidau a aprapuddai a Rosina.

Rosina fiat in sa propriu classi de Perra e si lassát aprapuddai.

M’arregordu sceti ca apu tocau s’arrobba de su capotinu de issa. De sa cosa asuta de su capotinu non m’arregordu nudda.

Ant sighíu cun sa cummedia e ddoi fiat unu piciocheddu, pagu prus mannu de nosu, chi assimbillát a Gorky il ragazzo del circo e chi a pustis dd’apu biu, a issu puru, in televisioni puru.

Is volantinus de Perra fiant volantinus fascistas!

Fiant una protesta contras a sa cundenna de cussus dissidentis russus.

Fiat su mesi de nadali de su 1970, e pagus dis innantis, in Spannia, iat bocíu a a una pariga de cumpangius: garotaus o fusilaus, immoi non m’arregordu.

E mancai deu e Leo femus anarchicus e femus contras a is comunistas russus, ca iant mortu prus anarchiscus e comunistas issus de totus is fascistas postus impari, su mundu–e non su de nosus sceti!–fiat pratzíu in duus: nosus e is atrus!

Unu fascista non teníat su deretu de nai sa propriu cosa chi naramus nosu.
No! A dda nai nosu o a dda nai unu fascista, sa propriu casa non fiat sa propriu cosa!

–Un volantino solo non mi basta. Dammeli tutti!

Femus duus granghillonis contras a unu tzerpíu: at mollau deretu totu is volantinus.

Unu matziteddu d’eus straciau e is atrus fuliaus in terra.

Ni-mancu unu cuartu de ora a pustis est arribbau totu su “stato maggiore” de is fascistas de Iglesias. Nosus femus acotzaus a su muru, in Via Nuova, che a totu sa gioventudi sbriscia.

Cuddu “uomo di azione”–ca su Dotori fiat tropu intelletuali po custas cosas–un’impresariu de prus de trinta annu e beni postu, mi fait: “Tu hai preso i volantini di Perra e li hai stracciati!”

–No! Sono caduti per terra e si sono rotti! (domandai in Iglesias, calincunu chi si nd’arregordat nci depit essi ancora!)

S’Uomo d’azione at cumprendiu ca femu pighendi-ddu po culu e m’at pigau a colletu.

Unu piciocheddu de dixasseti annus de Cordillanna non teníat abbisongiu de letzionis de Aikido po sciri deretu su chi depíat fai.

Apu acumpangiau sa mossa sua e dd’apu partíu de conca a sa barra.

Est abarrau stontonau e, deretu, dd’est arribbada una puntera de pei a culu.

Amigus e cumpangius fiant sighendi cussa truma de caddaionis e  si funt postus in mesu.

M’at lassau andai e si biíat ca non ndi teníat prus gana de essi in Via Nuova.

A mei m’at pigau cussa hybris de atras bortas e dd’apu nau: “Ci rivedremo a Filippi!”

Una pariga de annus fait, in foras de s’hotel Artu, Albertu Pinna m’at nau: “O Robbe’, femus piciocheddus gioghendi a Bandidus!”