Nuovamente su lingua e letteratura sarda

Comincio subito murrungiando per il fatto che ancora una volta sono costretto a scrivere di “roba seria” in italiano. Il problema eterno è costituito dal fatto  che chi disquisisce di lingua e letteratura sarda lo fa esclusivamente in italiano. Vabbé, non moriremo neanche questa volta.

Prendo lo spunto dall’articolo serio e garbato di Alfonso Stiglitz, pubblicato sul Manifesto Sardo (http://www.manifestosardo.org/?p=5588), in cui l’autore si lamenta che “In alcune parti del dibattito [sull’attribuzione della “patente di sardità” alla letteratura scritta in italiano da parte di autori sardi] , l’aspetto duro da digerire per qualcuno, in un percorso che vogliamo definire identitario, è che l’italiano, a prescindere dal fatto della sua imposizione come lingua ufficiale e quindi dall’alfabetizzazione forzata, è oggi una nostra, dei sardi, lingua madre; in molti casi, ahimè, unica e in ancora molti, fortunatamente, affiancata al sardo, al gallurese, al sassarese, al tabarchino, al catalano, a tutte le lingue e varietà della nostra isola.”

Non so a chi si riferisca Stiglitz con quel “qualcuno”, ma avendo partecipato anche io a quel dibattito, faccio allegramente finta che si riferisca a me. E mi limito a dire che Stiglitz qui sta facendo una confusione della Madonna!

Confonde infatti la situazione del “parlato” con quella della letteratura. Ora, non credo che si possa attribuire a me o ai miei lettori la bieca ignoranza della reale situazione linguistica in Sardegna a cui allude Stiglitz. La seguente citazione proviene da Sardegna fra tante lingue (Bolognesi & Heeringa, 2005):

“Il risultato di una tale situazione è che fra sardo e italiano si è creato un continuum caratterizzato da vari gradi di commistione fra le due lingue, il quale rende molto difficile per un parlante medio stabilire chiaramente quali strutture linguistiche appartengono all’una o all’altra delle due lingue. Schematicamente, la situazione si può rappresentare nel modello seguente.

Figura 3-1: Continuum diglossico.
Questo modello illustra il fatto che i due sistemi originari vengono tenuti completamente distinti solo in situazioni estremamente controllate. In pratica, almeno nei contesti non decisamente formali (la lingua scritta), tutto il repertorio costituito dal continuum viene utilizzato. È chiaro, inoltre, che la posizione che il sardo italianizzato e l’Italiano Regionale di Sardegna occupano nel continuum diglossico non è così facilmente distinguibile come fa apparire lo schema. Il graduale passaggio dal rosso al giallo esprime molto meglio la
realtà della situazione.”

Stiglitz, perciò, non dice niente di nuovo nelle righe seguenti:

“Il rapporto tra sardo e italiano è, in sostanza, oggi, un rapporto tra lingue nostre e il nostro esprimerci ha senso solo se agiamo liberamente nell’uso dell’uno o dell’altro codice o di entrambi e se tra tutti i nostri codici avviene la contaminazione che è vitale per le lingue. D’altra parte, l’italiano è oggi l’unica lingua che unisce tutta l’isola, dai sardoparlanti ai tabarchini e oltre. Alla fin fine usare molte lingue non ha mai fatto male a nessuno e, a differenza di altri settori, qui non vale la “modica quantità” alla quale certi censori sembrano volerci inchiodare. Come i nostri antichi dicevano, saggiamente: meda limbazzos, sapientia.”

Ma il punto, caro Stiglitz, non è quello! Qui si tratta di definire un’opera scritta in italiano come appartenente o meno alla letteratura sarda: tutto un’altro ordine di questioni! E questa definizione, non può che essere–come ho già ripetuto ad nauseam–che una definizione politica, anche se non del tutto.

Anche il buon senso può aiutarci a capire. Mi chiedo se Stiglitz definirebbe come letteratura (o anche, più modestamente, come narrativa) italiana i miei raccontini in sardo. Per me la risposta non può che essere negativa, ma attendo una sua risposta.

Nel mentre, però, traggo da me la conclusione simmetrica che un romanzo scritto in italiano non faccia parte della letteratura sarda. Riconosco che i romanzi scritti in italiano da autori sardi facciano parte della cultura sarda, ma la letteratura sarda è quella scritta in sardo.

E qui ammetto che diventa impossibile accomunare tutta la letteratura sarda (cioè anche quella in tabarchino, gallurese, sassarese e algherese) in una definizione non-negativa. E allora il problema lo risolvo politicamente e do una definizione negativa della nostra letteratura come quella “non scritta in italiano, ma in una delle nostre lingue autoctone”.

E adesso voglio vedere se Michela Murgia avrà ancora il coraggio di attribuire soltanto a chi è d’accordo con lei il diploma di Onestà Intellettuale.

Io a lei ho già assegnato un’altro diploma.

26 Responses to “Nuovamente su lingua e letteratura sarda”

  1. cummentzasa de ammengianu:)……….chi scridi in sardu ddu faidi po su sardu;chi scridi me italianu ddu faid po s’italliau..a mei mi parridi aicci.

  2. Deu seu chitzanu. s’ora mia est cussa 🙂

  3. Bene. Tutto molto bene.
    Vorrei però che si tenesse conto – almeno un poco – dell’inevitabile realtà.
    La lingua sarda scomparirà certamente: è ineluttabile.
    La Cultura Sarda lo sta già facendo da molte generazioni (anche se più lentamente che in altre regioni, grazie al forte tradizionalismo isolano): si pensi a come quasi nessuno più ricordi i rituali dell’Argia, oppure il motivo per cui ancora – qualche volta – mangi carne cruda, etc…
    Ebbene: io credo che la Cultura Sarda meriti di essere conservata e ricordata (quindi – a rigore e di necessità oggi – studiata dalle nuove generazioni).
    Per la lingua (che pure è uno degli aspetti specifici di detta Cultura) vedo invece molti più problemi, visti i difformi e litigiosissimi pareri dei sardi stessi al riguardo. Ma c’è un altro motivo per essere pessimisti.
    Attualmente, la perdita di linguaggi originali è un fenomeno mondiale. 15.000 linguaggi erano parlati – nel mondo – nel 1500 d.C. (nell’età delle grandi esplorazioni: solo 500 anni fa). Oggi, restano in uso solamente 6000 lingue: gli esperti prevedono la scomparsa del 90% di esse per la fine del secolo. L’Australia ha messo in atto un programma per salvare gli idiomi degli aborigeni: non ho dubbi circa la loro efficienza tutta anglosassone (nel ’50 riuscirono a salvare il Koala dall’estinzione, in fondo), ma qualcuno già teme per il greco, che è parlato da più di 10 milioni di abitanti.
    Quindi, torniamo a noi…
    Da quanti abitanti sono realmente conosciute e parlate le diverse lingue sarde?
    Quanti lavori originali in lingua sarda sono prodotti ogni anno nelle varie branche del sapere umano?
    Perché – suvvia – non si tratta solo di letteratura: una lingua può essere considerata VIVA ed autonoma solo se produce lavori scientifici originali in tutti i campi dello scibile umano.
    Non mi sembra affatto che lo stato di salute delle diverse varianti linguistiche sarde corrisponda già a quello di una lingua morta, ma mi sembra inelluttabile la loro fine, prima o poi.
    Questo è il nocciolo, il vero problema; ed è così – secondo me – va coscientemente affrontato. Altrimenti, si costruiranno soltanto volenterose ma inefficienti dighe rispetto all’entità della piena…

  4. Bella pensada cussa chi non s’iscrient tratados iscentìficos in limba, cando ischimus chi sos “iscentziados” ant fatu in manera de no aparitzare sa limba pro los pòdere iscrìere.
    A onzi modu non b’intrat nudda cun su “etichetare” una literatura cun una eticheta fartza; bona, mala, pobera o in agonia chi siat. E cantu custa etichetadura fartza fatat male a sa limba e sa sa literatura sarda, lu podimus puru averiguare andende a chircare ” leteratura sarda” in google.

  5. Che non ti sia piaciuto il commento è evidente.
    Ma che tu – per questo – non lo prenda in considerazione ed usi il tuo molto malposto sarcasmo è triste.
    Divertiti, nei prossimi miliardi di anni.
    Vista l’accoglienza, benevola ed erudita, scompaio subito anche da qui: addio.

  6. Carissimo Maurizio, non abbiamo certo bisogno di profeti tristi come te. Ma se vuoi leggerti un paio di articolo scientifici in sardo (divulgativi) accomodati pure nell’archivio del blog. Penso però che avrai problemi a capirli, e non solo per via del sardo. Sono0 decenni che l’argomento princip[ale dei nemici del sardo sono quelli che usi tu. Nel mentre, siamo “still alive and kicking!”
    200 romanzi in sardo negli ultimi 15 anni e alcuni decisamente buoni. 68% di parlanti e oltre il 90% di persone che almeno lo capiscono. I bambini che lo apprendono, malgrado a casa non lo si usi più come prima lingua. Una vitalità incredibile se pensi al fatto che il clima culturale dell’iTALIA È ANCORA QUELLO RISORGIMENTAL-FASCISTA.

  7. I dati che ho riportato sono mondiali, APOLITICI e – soprattutto – reali. Speravo che fosse chiaro e comprensibile.
    Ma non c’è peggior sordo di chi non ascolta e male interpreta anche lo scritto.
    Allora scusa, Bolognesi , se Vi ho disturbato: me ne vado definitivamente, anche se non sono un nemico del Sardo e dei sardi, tutt’altro! (e questo la dice lunga su quanto bene interpreti ed ascolti).
    Tu continua pure a cantartela e a suonartela con i tuoi slogan politici, se vuoi, insieme ai tuoi amici.
    Cum salude.

  8. Chiedo scusa-senza ironia-per averti involontariamente associato ai nemici del sardo. Volevo solo dire -e ho detto- che questi argomenti sono stati usati da loro.
    Quanto alle previsioni che si fanno sul futuro delle lingue minoritarie, ti invito a leggere il mio artico “Isaac Onnis e il ritorno al futuro del sardo”. Come vedrai, la mia è una polemica molto più metodologica che politica. Comunque, hai ragione: mi piace essere polemico.

  9. Caro Roberto
    Che vuoi che ti dica, certo niente di nuovo, sono cose che ripeto da tempo, non corro dietro alla ricerca spasmodica di novità a ogni costo, con il rischio di perdere il senso di orientamento. Né penso a una bieca ignoranza tua, conosco i tuoi lavori, o di altri. Il fatto è che ci sono concezioni diverse sulla letteratura e su questo mi trovo su posizioni distinte dalle tue, su altro no.
    Confesso di non capire la tua affermazione per cui per definire a quale letteratura appartenga uno scritto bisogna rifarsi a una definizione politica. Mi sfugge, veramente. Sarà perché sono un operatore culturale e non mastico politica, se non quella di un comune cittadino, e sarà perché nel lavoro (quello che mi dà la pagnotta) tra le varie incombenze ho quella di dirigere una biblioteca e ragiono in termini diversi. Nella biblioteca Accabadora di Michela Murgia sta nello scaffale della letteratura sarda non distante dalle poesie di Montanaru e da quelle di Baingiu Pes; sta lì non per un ordine di servizio all’operatore di biblioteca che si occupa di catalogare i libri, lo inseriscono lì naturaliter. Bisognerà che redarguirli per aver osato, nel catalogare, usare la cultura del bibliotecario e non quella del politico? E i romanzi del nostro comune amico, Gianfranco Pintore, dove li metteresti? Quelli in sardo negli scaffali della letteratura sarda e quelli in italiano negli scaffali italiani? La Biblioteca finirebbe per somigliare a quella del Nome della Rosa, fatta a posta per sviare chiunque volesse utilizzarla.
    Così come non ti seguo nel momento in cui distingui tra una cultura sarda e una letteratura sarda; francamente è troppo per le mie pur complicate meningi.
    Credo che a un certo punto anche tu ti sia reso conto della sostanziale insostenibilità della posizione quando ti blocchi, e giustamente, davanti al problema del tabarchino, catalano ecc. La tua logica ti porterebbe a escluderli dalla letteratura sarda, se vogliamo essere coerenti. Anche perché se li inglobi a quel punto diventa insostenibile l’eclusione dei testi in italiano, lingua nostra come le altre.
    Per il resto è ovvio che dissento da Maurizio Feo, ma una domanda mi sorge spontanea: è necessario nel dissentire utilizzare un tono aggressivo, forte? E perché quelle espressioni veramente pesanti con Michela Murgia? Confesso che mi trovo a disagio nelle discussioni in questi termini. Avere diverse opinioni, anche su tutto, non significa vedere nemici ovunque.
    Cordialmente
    Alfonso Stiglitz

  10. Comincio dalla coda: nemici? Se uno-sia pure indirettamente-mi mette nella categoria degli “intellettualmente disonesti”, sí, questo è un mio nemico.
    Per il resto, il compito del polemista è quello di scatenare la discussione: bene, ci sono riuscito ancora una volta. Il prezzo che pago è per me modestissimo: una reputazione non mirata ad alcuna carriera (e parlo unicamente di me: con i miei legami in Olanda che, comunque, non mi permetterebbero alcuna carriera in Sardegna).
    Quanto a de Feo: ammesso che lui abbia ragione, tu a un moribondo glielo urleresti in faccia che creperà? Siamo seri.
    I contenuti durissimi confezionati in modo formalmente corretto sono esattamente quello che ribalto con la mia, ebbene sì, ironia, la quale spesso fa più male dei cazzotti. Ma la sostanza è quella che è: il sardo vivrà ancora almeno per una generazione, grazie a noi che lottiamo. Perché nelle scienze sociali, umane, è il fattore umano che viene in continuazione trascurato dagli pseudo-scienziati che venerano il determinismo: ormai un ferrovecchio perfino nelle scienze naturali.
    Le categorie degli scrittori: secondo te le categorie usate dai bibliotecari non sarebbero categorie politiche, soltanto perché nessuno le ha apertamente proclamate tali?
    Ma–di nuovo–siamo seri!
    Cheratzu, l’editore, mi ha fatto notare che nelle librerie sarde, i libri “sardi” si trovano tutti nello stesso scaffale: guide turistiche, libri di cucina, romanzi in sardo e romanzi in italiano, libri di archeologia e di botanica. Tutti etichettati come “sardi”.
    Nelle biblioteche sarde si catalogano i libri per autore? È una scelta vostra, arbitraria e, quindi, politica–in senso neanche molto generale.
    Quando pubblicherò i miei racconti, li metterete a fianco dei miei libri di linguistica?
    Qualunque scelta farete, sarà una vostra scelta che dovrete motivare.
    Perciò ti invito a spiegarmi perché mettete assieme i libri in sardo e quelli in italiano. Per ora mi hai solo detto che questo è quello che fate.
    Anche seguire una tradizione, è una scelta politica.
    In Italia fino al 1946 le donne non potevano votare–non avevamo mai votato–ma poi si è presa una decisione politica e oggi le donne hanno i nostri stessi diritti. Scusa l’ironia.

  11. Deo aia un’amigu corale e si naraiat Edouard Vincent, chi colaiat una pàia de meses in Grenoble e s’àteru tempus in Brebì e in Orgosolo; non fiat naschidu in Sardigna ma s’intentiat sardu. L’aggradaiat a machine ca, naraiat, inoghe non b’at gente ma pòpulu. Cando nos capitaiat de nos addoviare mi naraiat Janfrancò, non faeddaiat si non carchi paràula de sardu. At iscritu in contu de Sardigna duos de sos libros prus bellos chi mi siat capitadu de lèghere supra sa Sardigna: Le pays e Les terres de l’interieur. Los ant bortados finas in italianu.
    Ma fiat e, sciovinista frantzesu comente si cunsideraiat, s’intendiat unu iscritore frantzesu. Diat èssere a nde abutinare s’amentu a pònnere in sa libreria mea sos romanzos “sardos” suos paris cun sos de Nanni Falconi, Antonimaria Pala, Paola Alcioni e meos. Sunt, de fatis, paris cun sos frantzesos. Fintzas si faeddant belle totus de Sardigna.

  12. Semus binchende, frade caru, semus binchende! Ca sos malos sunt pagos. Sunt sos mandrones chi sunt medas!

  13. Saludos a totu. Bell’abberu su blog, sos cumprimentos o Roberto.

    Sa kistione est ispinosa meda. Mi paret ki su critériu prus economicu siet su tuo: sa limba faghet làcana. Forsis si podet usare literatura italo-sarda, comente si usat a bortas cramare “anglo-irish literature” sa literatura de sos iscritores irlandesos chi iscrient in inglesu. Però si usat puru “irish writing” e “irish culture”, chi ghirat kin su tuo cultura sarda. Ma “Irish literature” sunt solu sas operas in irlandesu (e non sunt pacas). A su mancu gai venit imparada in sos college, de Irlanda puru. Pessamus a su contrariu, un’iscritu in irlandesu chi faeddat de Inghilterra e de Inglesos (ponende chi esistat) est literatura inglesa? Secundu mene nono e secundu issos puru. E un’iscritu in sardu chi faeddat de Inghilterra e de Inglesos? Nono su matessi, a su massimu podet appartener a sa “english culture”.

    Una dimanda, tantu pro ghettare una perda. Grazia Deledda est unu nobel de sa literatura sarda o italiana? O ambas?

    As rejone, sa kistione a sa fine est propriu politica, ma puru semantica si bi pessas.

    @Maurizio Feo: Irballo o sos datos benint dae su situ http://www.ethnologue.com/ ?
    Est beru ki medas limbas a dolu mannu sunt morinde, solu ki non est su Grecu, ma su Grecu-Romani su ki est mancande in Grecia
    http://www.ethnologue.com/show_language.asp?code=rge

    Fabrizio

  14. Grazie, Fabrizio, per avere preso in considerazione ciò che ho proposto, anche se non sei d’accordo, mentre Bolognesi (da ottimo ospite e proprietario del blog) ritiene più giusto storpiare il mio cognome e riferire che urlo “morte” a un malato terminale.
    Non mi sembrava di avere urlato direttamente a lui, che tra l’altro non è affatto terminale, malgrado alcuni sintomi preoccupanti. Parlavo di Lingua e di Cultura Sarda. E non urlavo affatto, bensì mettevo in guardia verso un processo che tutti i litiganti sardi non hanno mai messo a fuoco fin qui…
    La consapevolezza dell’esistenza e della gravità di una patologia è l’unica via che può portare ad una cura. Anche essendo pessimisti come lo sono io (visto che negli ultimi 500 anni sono scomparse in media 18 lingue all’anno!), è comprensibile ed accettabile che misure CONDIVISE da tutti (i sardi) ed APPLICATE immediatamente, possono certamente almeno rallentare un processo definito (non solo da me) come ineluttabile.
    Le lingue cambiano, oltre a scomparire.
    Dal Latino sono derivate le lingue che noi chiamiamo romanze. Influenzate dall’Inglese stanno nascendo – con meccanismo del tutto analogo – lo “Spanglish”, il “Singlish” ed i vari “Pidgin English” in giro per il mondo.
    L’Italiano sta accoglendo in modo acritico numerosissime espressioni inglesi, relegando in soffitta quelle originali, spesso molto più belle.
    Questo sta naturalmente accadendo anche al Sardo: non mi piace sentire chiamare “finestrinu” dell’auto quello che – se proprio vogliamo chiamarlo in sardo – dovrebbe semmai essere “ventanedda”.
    Cum salude.

  15. Andat bene Maurizio, ma tue de custa pelea supra sa literatura ite nde pessas? Ca apo intesu sas ateras partes, ma sa tua nono. Non debo esser jeo a ti narrer chi ses Off Topic, ma si ti lu narat Roberto, orammai la pigas ke una briga personale.

    Ma forsis resessimus a torrare a s’arrejonu. Secundu tene comente si diat fagher a mantenner sa cultura sarda? Postu chi pro cultura sarda intendemas sa matessi cosa (semantica-politica). Ca non diapo cherrer chi pro te siet solu cosas antigas ke su ballu ‘e s’arja . A dies de oje, si ti punghet un arja non si faghet prus su ballu ca “la medicina dell’uomo bianco” est prus potente.

    E nessune s’ammentat (o s’ammentaiat?) de sas accabbadoras. A dolu mannu de sos turistas, chi dae como in susu ant a arrivare cumbintos de poter videre un’eutanasia a sa sarda. Oh, si “Buana” pagat, canno colat a si bagnare sas croccas, potimus puru fraigare sos marteddos de linna e accabare carchi vetzu, macari ballande su ballu tundu.

    Est in su sentidu de sas paraulas (kistione meda politica), chi si gherrat custa pelea. Ca a sa intellighentzia italiana non l’est mai partu male de iscassare sa tula de sa siéntzia uve cheret colare su tràinu de su natzionalismu. Pruite Dubliners l’acato in “English literature”?

    Sa dimanda de Juanne Frantziscu in su blog suo (un ateru chi sigo kin piaghere), est primarja pro mene. Cale est s’anneu de un’iscritore sardu, chi iscriet in italianu, a esser postu in sa literatura italiana? Ite s’abitzat chi li venit a mancu?

    Fabrizio

  16. Fabrizio, scusami, ma non so scrivere in Sardo: ci metterei troppo tempo! spero quindi ti vada bene una risposta in Italiano.
    Come conservare la propria Cultura è il primo problema di ciascuna minoranza etnica. Lo studio da parte delle nuove generazioni è assolutamente mandatorio. Ad esempio: il rituale dell’Argia non era solamente medicina! Era anche volontaria e valida partecipazione di tutti i componenti della Comunità rurale al ripristino dello stato di benessere generale del singolo componente, momentaneamente infermo. Era una potente asserzione, di grandissimo valore antropologico e sociale: “Tu ci appartieni! Come noi apparteniamo a te. Siamo un tutt’uno, in cui ognuno è importante e prezioso”. Ci testimonia l’esistenza di valori profondi ed autentici, in una comunità povera ma unita, estremamente chiusa e rigorosa, ma che sapeva diventare permissiva (quasi al limite del licenzioso) nel momento in cui era necessario uno sfogo. E’ a questa Comunità, (con Tradizioni, Storie, Miti, Credenze e tutto il FolkLore caratteristico), che purtroppo sta svanendo da molti decenni, che io mi riferisco. La Lingua è solo uno dei numerosissimi aspetti. La Letteratura, solamente un’altro ancora.
    Io non ho alcuna difficoltà a considerare letteratura sarda uno scritto in italiano, se l’autore è sardo. Ho in mente la Deledda, va da sé. Ma la Deledda vinse un Nobel all’Italia (per la rabbia imperitura di Pirandello, che credeva di meritarlo di più di lei), ufficialmente, non alla Sardegna; ma è anche un Nobel sardo, è ovvio.
    Lo avrebbe vinto egualmente, se avesse scritto in Sardo? Io non credo: quanti la avrebbero letta? Di fatto, con il suo grande sforzo di scrivere in Italiano (traducendo meravigliosamente bene alcune espressioni sarde) Grazia è anche stata una grande ambasciatrice della Sardegna in Italia, presentandola magistralmente a gente che la conosceva poco o niente. Ha fatto un gran bene ai Sardi ed all’Isola.
    Però comprendo benissimo la (sottile) distinzione che si vuole fare qui tra Cultura e Letteratura Sarde e rispetto questa posizione, anche se non la condivido del tutto. Ma il problema – desidero aggiungere – è complesso, molto più di quanto non si possa esprimere qui in poche righe. Il fatto stesso che si sia sentito il bisogno di portare ad esempio un’altra apparente minoranza etnica (gli Irlandesi) lo dimostra appieno. E non ce n’era affatto bisogno: i Sardi sono davvero una minoranza etnica, geneticamente diversissimi da tutti gli altri, che si affaccino sul Mediterraneo oppure no, e parlano più lingue, differenti da quella dello Stato Italiano.
    Nelle isole britanniche si stanno ancora odiando (e si sono ammazzati per decenni fra loro) in forza di PRESUNTE differenze che la Genetica di Popolazione ha negato per la quasi totalità: i vari gruppi di Celti, Gallesi, Scozzesi, Iralndesi ed Inglesi, pur avendo differenti lingue possiedono un patrimonio genetico pressocché identico (fatto scientificamente provato, anche se politicamente controverso).
    Michela Murgia è una scrittrice giovane, sarda, che scrive in Italiano. E’ ancora presto per usare al suo riguardo la parola Letteratura (dopo solamente due libri, di tono così diseguale), ma ho fiducia nel fatto che continuerà a scrivere e prima o poi produrrà qualche cosa che meriterà quella parola. Il tema dell’Accabbadora è stato tentato da molti autori sardi, con scarso successo: mi sembra che lei ci metta un certo garbo femminile e sappia sfumare le scene al momento giusto. Esattamente il contrario di quello che invece fa nella realtà, dove mi sembra che si butti a capofitto nella lotta e nella polemica, in colori e dimensioni reali. “Il Mondo deve sapere” non è un’opera sarda in alcun modo, ad esempio, ma l’autrice sì. Ed è molto determinata e – mi sembra – politicizzata.
    Ecco la mia posizione, quindi: non vorrei che la cosa diventasse troppo artatamente politica, perché quello significherebbe strumentalizzare (in malo modo) le grandi e significative differenze che indubbiamente esistono ancora tra il genoma sardo e tutti gli altri.
    E non staremmo più veramente parlando né di Letteratura né di Cultura, credo.
    Ma – appunto – solamente di Politica, che non è la mia materia. E che sarebbe molto più “Off Topic” di quello che ho scritto io, abusando della pazienza di tutti….

  17. Caro Maurizio, perché non scrivi un post tutto tuo su queste cose? Te lo pubblicherei volentieri e ti risponderei seriamente-ma sempre a modo mio ;-).
    Non sono cattivo, come vedi, sono solo ferocemente democratico!

  18. Maurizio, paret ki su sardu lu cumprendas bene e tanno podimus sighire a arrejonare in duas limbas. Semper pedinde sa pasada su mere ‘e domo. Est craru ki, kin sa modernidade, sa cultura betza cambiat e parte si nde perdet in caminu (e cosas nobas s’agatant). Ma no apo cumpresu si s’anneu tuo est ca mancat su recordu o ca non sunt prus presentes kin su sentidu de unu tempus. Jeo non pesso ki b’apat logos in Sardigna ue si faghet galu su ballu ‘e s’arja, naro comente si faghiat unu tempus e no a livellu de opera teatrale. Isco peroe, ca a bidda bi ghiro de frecuente e bi esso (ma non podet esser meda diferente in sas ateras biddas), ki meda cosas si mantenent bivas e presentes ca sa zente at piaghere a las sighire a faghere. Ma tando diventant cosas modernas, ki pigant baloria, s’annaghent puru cosas nobas e si lis dat nobos sentidos, e sa comunidade abbarrat sa mantessi. Su perìgulu de sas biddas minores e de sa cultura sarda de iscumparire in su tràinu de sa modernidade est mannu. Ma sa matessi modernidade nos dat ainas nobas pro sa defesa. Ateras cosas morint ca mancat sa rejone de las pissighire. Dae cara, non so nande ki debent morrer a forza, ma ki morint canno non b’at prus nessune ki las cuntepizat. Su ritu contras a s’ogru malu, ki nos faghiat cando fimus pitzinnos minores una tzia mea, kin abba, sale e otzu ‘e olia, est mortu kin issa. Zertu podet aer unu balore antropoligicu: fiant ritos paganos intritzidos in una trama cristiana (e no isco cantu tzia mea si nde esseret sapida). Si podent ammentare kin piaghere, ma in domo non b’at prus nemo ki los faghet e gai tantas ateras cosas.

  19. Gratzia Deledda est unu nobel a sa literadura italiana, ca at iscrittu in italianu. Ma restat sarda e totu e sarda fit sa cultura ki contaiat in sos libros suos. Nessi cussu non no l’ant a furare. Peroe custu ki apat pensadu sas operas suas in sardu bortandenchelas in un’atera limba, kenza pubricare su testu primitiu, est cosa ki a mie faghet galu prus fele. Comente mi faghet fele leghere carki passu de Atzeni, ki est evidente no esseret pessadu in italianu, e no aer sa possibilidade de legher s’orizinale. Sas bortaduras podent esser bene fattas cantu keres, ma s’opera iscritta in limba sua est semper un’atera cosa.

    Ki poi b’apant ateras kistiones sotziales, politicas e umanas semus de acordu. Ki s’artista podat iscriere comente paret a isse est naturale. Ma ite rivolutzione fiat istada pro sa literadura sarda a b’aer sos libros de Deledda iscritos in sardu a dies de tando, e non comente una simpre bortadura comente los agatas oje. Ca in cussa limba fiant pessados. Mistral est unu nobel de sa literadura occitana e podiat iscriere in frantzesu, Rabindranath Tagore de sa bengali e podiat iscriere in inglesu, e gai ateros. Deledda podiat bincher su nobel iscriende in sardu? E proite no!

    Lassande de sos iscritores passados, pighemas sos iscritores de oje, de su rinnaschimentu sardu, gai li narant. Cantos de issos pessant in sardu canno iscrient e apustis bortant in italianu? E tando proite no iscrient deretu in sardu? Macari a pustis bortandechelu in italianu, ca est una cosa ki faghent gai e totu in conca issoro. Proite non faghent creschere puru sa literadura sarda e non solu s’italiana?

    Ca tando diventat una kistione politica ti rispondent, e nois semus literados e sa politica allargu passet. E tzertu! Ca imbetzes como politica non nde sunt faghende su matessi, antzias!

    Fabrizio

  20. O Fabritziu, scrie unu post tou! O faghe-ti unu blog tou. Tue tenes cosa de narrer.

  21. Il “ballo” dell’Argia (in tutte le sue variazioni e con tutti gli altri vari e numerosi elementi del rito) credo sia un buon esempio. Nel sud dell’Italia è stata conservata la parte coreografica di qualche cosa che – in origine – era simile, se non identico. La Taranta puglese, ad esempio, è una grande attrazione (so ormai che Bolognesi si esprimerebbe in termini molto diversi) e comporta un introito interessante, grazie al grande afflusso di turisti e anche alla vendita di souvenir di artigianato che arrivano ad essere anche molto costosi (basti pensare a quanto costa un tamburo della taranta). Non credo sia rimasto alcunché dei contenuti originali: è solo businness, credo. In Sardegna invece è tutto scomparso, forma e sostanza: si è ormai quasi del tutto persa la memoria. Credo che la condanna della Chiesa, per qualche cosa che poteva essere visto come un potente pericolo pagano, profondamente sentito dalla popolazione, possa avere qualche cosa a che fare con questa scomparsa. Non pretendo di conoscere la verità, ma tendo a credere ad un fenomeno simile. Altri esempi sono di minore validità, naturalmente, perché in essi la componente di interattività sociale e antropologica è minore e quindi è più facile rinvenirvi quasi unicamente l’arcaicità e l’arretratezza. “Progresso”, purtroppo non significa solamente migliorare, anzi! Si tratta di un processo assolutamente inarrestabile e continuo, che prese velocità quando iniziò la produzione di cibo in Mesopotamia 11-15.000 anni fa. Porta con sé danni talvolta irreparabili . Si pensi anche solo alla continua deforestazione (per produrre metalli e leghe, intonaci, calore, costruire navi e case, etc) che ha modificato il clima stesso di tutti i paesi che hanno ospitato le antiche civiltà. La Mesopotamia era boscosa, oggi è un deserto. Il clima della stessa Sardegna era differente. Le coste si sono modificate per la dilavazione continua del territorio (lo abbiamo osservato durante le ultime alluvioni!), oramai privato degli alberi e molti antichi porti furono insabbiati e si crearono zone paludose e malariche, per questo motivo. L’esplosione demografica ha determinato un aumento delle richieste di cibo ed ha peggiorato ed accelerato questo processo: in Sardegna nel passaggio tra Neolitico e Bronzo Antico, la popolazione era (con massima verosimiglianza) circa 50.000 abitanti, destinati a crescere con il meraviglioso boom economico della società “Nuragica”. Il conservatorismo tipico dei Sardi (isolati, tradizionalisti, orgogliosi, permalosi, caratterialmente forti, schietti ed ostinati, semplici e talvolta ingenui: come gli Inglesi e tutte le altre popolazioni isolane ed isolate a lungo) ha fatto sì che il FolkLore si conservasse più a lungo e meglio che altrove. Altre popolazioni avevano maschere e costumi di esseri simili ad alberi ed animali, con miti, danze e riti legati a queste creature magiche ed apotropaiche: persino nell’asettica Svizzera! Ma dove il passaggio di influenze esterne è stato più frequente, tutto è scomparso. Ecco perché può stupire che l’Argia sia scomparsa del tutto, proprio in Sardegna, laddove Taranta e Tarantella sono conservate anche se superficialmente e formalmente. Ma il Progresso porta anche all’abbandono di pratiche utili che non è bene abbandonare. In quei “paesini assurdi della Baronia”, come li chiamava il Satta, è scomparsa (o estremamente ridotta ormai) l’attività agricola e la viticoltura. perché come mi ha detto un anziano: “I giovani vogliono lavorare dietro ad una scrivania e la terra è troppo in basso, si deve piegare la schiena”. Sono ormai paesi per vecchi, semi disabitati, in cui la maggior parte delle case è cadente, oppure si tratta di “seconde case” di sardi emigrati. Inutili i programmi dei comuni per acquisirle (al prezzo di catasto!) per destinarle ad edilizia popolare. Le istanze sociali ed economiche sono tante e gravi, alcune croniche ed altre acute e recenti. Il malcontento ha sempre portato a pensieri ed ideologie centrifughi. Ma le conclusioni finali debbono essere responsabili e razionali: se un compromesso è necessario tra la durissima realtà e l’idealismo puro e astratto – quando in gioco è la sopravvivenza stessa, non il benessere sociale – il compromesso si fa! Si deve fare.
    Al giorno di oggi, le cose sarde si trovano tutte in una situazione analoga: “domos mezzu sciusciade”, in cui l’intervento di riparazione e restauro costa di più che costruire una casa del tutto nuova. Mi riferisco a lingua, letteratura, agricoltura, economia, etc: ognuna in fasi diverse di abbandono, o degradazione, o difficoltà di gestione. I motivi per l’insoddisfazione sono gravi e molteplici. E pochissimi sono quelli che propongono – in ciascun campo – una soluzione percorribile.
    Ecco perché si scrive in Italiano: per essere letti. Io sono Italiano: in particolare (può far sorridere, qui) sono Bolognese. Non credi che io faccia una fatica d’inferno per leggere (e rileggere) ogni frase in sardo per poterla infine capire? Quanti Italiani credi che facciano come me?
    Ti lu naru deu: nemu. Vedono una lingua straniera e lasciano stare, passando oltre. Sono arcisicuro che Deledda non avrebbe vinto neanche un premietto letterario piccolo piccolo, se avesse scritto in sardo. Invece è significativo che abbia vinto, in un periodo in cui una DONNA non poteva e non doveva vincere alcunché!
    Il che – ripeto – non intende affatto sostenere che non si debbano preservare e trasmettere alle future generazioni tutti gli elementi distintivi di una Cultura di ragguardevole intensità ed interesse e di lunghissima tradizione. E la lingua è proprio uno di quegli elementi.

  22. Gratzias Robertu, bi fiat giae pensande 😉 So manizande kin wordpress pro mi fagher su logu meu ue iscriere. Ma si pessas ki su blog tuo si siet iscrotocande ki sos cummentos nostros, narannollu.

    Maurizio, como apo cumpresu s’arrejonu tuo a supra de su ballu ‘e s’arja (iscusa sa lentesa ‘e mente) e m’agradat. No apo una resposta, ma est una kistione meda interessante, apo a dimandare.

    Supra de sa Deledda non b’at kistione, at iscritu comente si sentiat issa e a su tempus forsis at fattu bene. B’at de narrer ki tando non b’aiat perunu logu ue pubricare in sardu. Custu amus e custu nos mantenimus, e no est pagu, antzias.

    Ma como, si permitis, est diferente. Ca amus aìnas e possibilidades meda prus mannas de prima. E jeo custu problema de sa limba sigo a non lu bidere. Bi sunt sas bortaduras. A legher unu libru in limba oritzinale est un’atera cosa, ca podes intrare abberu intro de unu mundu. Ed est propriu custu su kerjo narrer. Leghende su biatu de Atzeni, non ti brincat a conca ki a bortas est usande una limba anzena? Cando iscriet “lo cercavano come l’erba lucida”, a tie podet parrer “una meravigliosa traduzione di un’espressione sarda”, a mie mi nde paret una espressione in una limba mutza. Prova a bortare letteralmente sas espressiones italianas in inglesu o a su contrariu e forsis t’abbizas de ite effettu li podet fagher a unu sardu.

    E tando sos iscritores sardofonos ki pensant in sardu e iscrient in italianu, non ti paret sigant a si mutzare sa limba, insoro prima ‘e totu, e sient privande sos sardos de si poder ispricare e cumprendere menzus s’animu insoro? Imbetzes b’at ateros ki pissighint a iscriere in sardu e a pustis bortant in italianu e in ateras limbas. Ed est unu piaghere a los leghere.

    No ti paret una kistione antropologica de interessu custa puru?

    In bonas,
    Fabritziu

  23. Sì: credo tu abbia ragione. Adesso si può fare letteratura in due lingue, sardo ed italiano. Gianfranco Pintore lo ha fatto, ad esempio: ho ambedue le versioni di “Sa losa de Osana”, ma non sono riuscito a leggere quella in sardo. (E non ho un alto giudizio del contenuto e della forma di quella in italiano: mi sembra sia – in fondo – solo un’accozzaglia di luoghi comuni tendenziosi, molto di moda in Sardegna in questi ultimi tempi, ma del tutto ignoti nel resto del Paese e del Mondo: non certamente abbastanza per meritargli qualche premio). Ho la versione in LSC di “Morte de unu presidente “, ma non sono riuscito a continuare la sua lettura. E – come ti ho già detto (sperando di essere creduto) – io non sono il comune italiano del tutto indifferente alle cose sarde ed interessato solo alla vita sulle spiagge nei giorni d’estate e nei locali alla moda di notte. Credo che scrivere in sardo sia doveroso: su questo sono già d’accordo con te.
    Ma prima e a monte di questo, deve esserci lo studio, da parte delle nuove generazioni, del prezioso bagaglio di FolkLore Sardo, tutto intero. Con alla base, come motivazione, il convincimento di essere gli eredi e depositari (e custodi, soprattutto) di un patrimonio unico ed irrinunciabile. Conosco sardi che si vergognano di essere sardi, perché considerano il proprio ambiente di origine come arretrato e ne prendono le debite distanze. Altyri sono orgogliosi della propria “sardità” ma propagano miti e leggende non scientifiche riguardo al passato della Sardegna. In passato, troppo scarsa importanza fu data al vero ruolo interpretato dalla Sardegna nel Mediterraneo Antico. La reazione a questo, da parte di alcuni sardi appassionati è oggi persino eccessiva: essi moltiplicano i miti e le favole e si renderanno – alla fine – certamente ridicoli (già lo sono, nei circoli scientifici).
    Invece, un serio programma di conservazione della Cultura sarebbe utilissimo ed è assolutamente inattaccabile.
    Chiedo scusa, se sposto sempre su questo – che considero il problema centrale – l’attenzione, anche se originariamente essa era focalizzata solo e principalmente sulla letteratura sarda. Ma ritengo si tratti di un argomento fondamentale, strettamente connesso con quello del post.
    Saluti.

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