Lettera aperta a Maria Listru

Ti scrivo in italiano per farmi capire anche dai tuoi padroni torinesi. Tanto lo so che mi leggono anche loro.

Sono tornato ieri dalla mia Sardegna: quella che solo in parte è anche la tua.

E sono tornato con il tuo libro, sperando che mi piacesse per poterlo stroncare meglio, ma più che sperarlo lo sapevo già: sapevo già che scrivi molto bene nella lingua dei Torinesi.

E il libro mi è piaciuto molto, ma soltanto lì dove il libro è tuo e non dei Torinesi.

La prima parte e l’ultima—lì dove parli del tuo mondo di donna, perché lo conosci e lo vivi davvero—sono molto belle. In Sardegna, mi hanno detto che tu il libro volevi chiamarlo Filla de anima, o qualcosa del genere. Infatti, se non ci fosse quella parte centrale, quello sarebbe il titolo giusto di questo bell’esempio di letteratura femminile italiana. Penso che il premio te lo sia meritato e—se davvero vuoi sapere la verità—ne sono anche contento, ma allo stesso modo di quando il Cagliari ha fatto il culo ai Torinesi della Roma, anche se ci gioca un solo Sardo.

Il calcio e la letteratura mi divertono, ma di solito ho altre cose da fare.

Quello che non mi piace è la parte centrale del libro, quella in cui parli di cose da uomini.

È chiaro che parli di cose che non conosci. È chiaro che quella parte non c’entra niente con il resto.

L’hai messa lì—e le malelingue dicono che te l’hanno commissionato i Torinesi—ma non sai di cosa stai parlando. Tu la violenza—quella cosa da uomini di cui provi a parlare—non la conosci. Non sai cosa la scatena e non sai lungo quali sentieri si muova poi. E non sai niente della campagna, perché sei una donna sarda e le donne sarde in campagna non ci andavano.

Per capirci: l’uva da vino ha sempre gli acini piccoli: è quella da tavola—l’unica che evidentemente conosci—che ha gli acini grandi; costruire un muro a secco di 200 metri in tre giorni significa dover pagare—in un modo o nell’altro—una squadra consistente di professionisti e occorrerebbero decenni prima che 200 metri quadrati di terreno ti facciano guadagnare la spesa affrontata; 400 quintali di grano(?) varrebbero davvero la pena di spostare il muro di un metro, ma purtroppo 400 quintali di qualsiasi cosa che non sia piombo o uranio impoverito in 200 metri quadrati ci possono stare soltanto se lo metti dentro sacchi bene impilati; l’odore delle stoppie: appunto, quale? Il cane chiuso nel muro è una variazione sul tema del cane crocifisso che hai trovato in “Il giorno del giudizio”: insomma, un cliché letterario; la pazienza dei minatori—lo sai, io sono figlio di minatore e sono cresciuto in un rione di minatori—è quella di gente che lavora con la dinamite: a Iglesias si dice ancora “Genti de miniera, genti de galera” (forse questo lo capiscono anche i Torinesi); se devi sparare a uno che stai tenendo sotto tiro, lo fai PRIMA che dia fuoco al tuo grano, non dopo; non capisco perché non abbiano portato Nicola al CTO di Iglesias: è quasi sicuro che la gamba gliel’avrebbero salvata (a quei tempi forse si chiamava ancora I.N.A.I.L.); ho conosciuto al CTO di Iglesias un ragazzino di 16 anni che aveva perso una gamba cadendo dal cavallo e che aveva una voglia di vivere incredibile, come tutte le persone che ho conosciuto—o visto in televisione—in quelle condizioni; Bonaria non era un’acabbadora—si scrive così: la doppia B rappresenta la plosiva bilabiale sonora e la fricativa corrispondente (la B scempia) la trovi in catalano, non in sardo—perché le acabbadoras non sono mai esistite e tu lo sai: infatti Predi Pisu lascia in pace Bonaria (figurati un prete che cede il proprio monopolio su queste questioni!); leggiti “S’acabadora” di Toni Soggiu—a proposito, lo conosci?—e di ai tuoi padroni torinesi di andarsi a cercare altrove i loro baluba assetati di sangue.

Le malelingue dicono che questo svarione infelice sull’acabbadora te l’abbiano commissionato i tuoi padroni torinesi, per rubare un po’ di mercato ai sanguinacci salati di Niffoi con questo sanguinaccio dolce e pieno di pabassa.

Non farlo più, Mari’! Tu non lo sai, ma io per sei mesi ho diviso il letto con un’acabbadora vera, un’infermiera che una volta questa cosa l’ha fatta davvero, assieme al medico, molti anni fa.

Quello che mi ha raccontato lei varrebbe davvero la pena di essere raccontato, soprattutto a chi parla con tanta faciloneria di eutanasia.

Ma c’è una cosa che proprio non capisco: nei ringraziamenti ringrazi Marcello Fois per averti convinto ad usare “il tuo sardo”.

Vorresti spiegarmi dove l’hai usato?

4 Responses to “Lettera aperta a Maria Listru”

  1. Sa paristòria de Maria Listru est sa de… Opss, giai chi nois chistionamus in sardu, mi stava sfuggendo il tuo invito implicito a chi volesse interloquire con te e con la Maria.
    La tua sulla signora Listru è la metafora di parte almeno della letteratura regionale italiana con argomento la Sardegna. Una letteratura, quella italiana, che ha scoperto, e con successo, il filone esotico e lo sfrutta con soddisfazione, ovvia di chi lo produce e comprensibile di chi, in Italia e in Europa, avendo in mente stereotipi sui sardi e sulla Sardegna premia chi è in grado di confermarglieli. Chi ha in mente una società arcaica, primitiva e barbarica è poco disposto a mettere in discussione le sue “cognizioni”. Leggeresti mai un romanzo, che so?, sugli aborigeni australiani che dipingesse una società complessa, anziché una bella società arcaica, fatta di curiosi usi e costumi, arcaici e, perché no?, denso di contraddizioni politiche e culturali?
    Sai che palle per chi non volesse scappare dalla comodità degli stereotipi. E’ anche per questo che Kipling ha avuto molto più successo di Aimé Césaire.

  2. Soi de accordiu cun tottu, feti una cosa… Sa femmina ogliastrina est sempri andada a trabagliai a su sartu. Andada a s’olia, a sa ‘innenna, a messai, e ndi torrada cun su fasciu de sa linna po su forru. Nannai mia tenit 96 annus e issa commenti is atras femminas de sa ‘idda trabagliada prus de is omminis, a domu e in su sartu. Feti is pubiddas de su podestà, de su maistu, e de is possidentis de sa ‘idda abarrant a domu insoru. (Deu soi de Tertenìa, ma po cussu chi appu sempri ‘ittu in tott’Ogliastra est sa propriu cosa… podit essiri diversu in atrus logus, ma no est aici in Ogliastra).

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