Alla fiera dei geni incompresi

Nel blog di Michela Murgia si può trovare una collezione di interpretazioni geniali della pubblicità della Volkswagen in sardo.

www.michelamurgia.com

A incominciare la gara a chi ci azzecca meglio è stata la stessa Murgia, con la sua interpretazione del messaggio pubblicitario in questione, come formulato in un “linguaggio mimetico”: “Dietro il linguaggio mimetico c’è uno che vuole che tu abbassi le difese, e quindi è altamente probabile che ti voglia anche fottere.”

Insomma qui Michela Murgia mostra quanto siano grandi  la sua intelligenza e il suo attaccamento ai Sardi: “State in campana–ci dice–è altamente probabile che la VW, con questo messaggio in sardo, stia cercando di vendervi una macchina!”

La metà degli interventi è costituito da persone che confermano di essere state salvate in estremis dalla verità rivelata da Michela Murgia: solo all’ultimo momento si sono rese conto che fare pubblicità in sardo è tipico dei fabbricanti disonesti di auto inaffidabili e hanno deciso di comprare una Fiat–casa automobilistica di Torino, come l’Einaudi–che fa onestissime pubblicità esclusivamente nella lingua in cui esclusivamente scrive la Murgia, per vendere i propri prodotti all’avanguardia.

Insomma, al di là degli scherzi, questa gente pensa che esista la possibilità di interpretare un messaggio per definizione ambiguo, come quelli pubblicitari, in modo univoco. Siamo al delirio di onnipotenza che afligge psicanalisti e semiologi fai-da-te: “La mia e soltanto la mia è l’interpretazione vera e giusta!”

Tornando a quello che è successo realmente: la Volkswagen, realizzando il manifesto in sardo, ha violato una delle regole pragmatiche della comunità linguistica sarda e ha rotto lo status quo diglossico, usando il sardo in una situazione pubblica e ufficiale.

Non è la prima volta che la pubblicità compie operazioni del genere e non sarà neanche l’ultima.

Se i pubblicitari della VW volevano fare scandalo, a quanto pare ci sono riusciti. Ma non è quello l’obiettivo di una campagna pubblicitaria? Far parlare di se?

Quanto all’analisi della posizione del sardo nella società e di quello che si potrebbe/dovrebbe fare per superare la situazione attuale di diglossia, che vede il sardo relegato nel ghetto delle relazioni amicali/famigliari, questi apprendisti semiologi potrebbero anche leggersi quello che io ho scritto in proposito già qualche hanno fa.

Ma vi avverto, anche questo articolo di sociolinguistica è scritto in sardo e “quindi è altamente probabile che vi voglia anche fottere.”

sa vindita de Tziu Paddori

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14 Comments to “Alla fiera dei geni incompresi”

  1. ti ‘ongu arrexoni… a mei sa publicidari de sa WV m’est praxa meda… totus is cosa chi at scritu Murgia in su blog mi parit ca no picigant mancu a…

  2. sa pubblicidade de sa Ww est una bella filera de paràulas iscritas a c…u de cane.Cun una grammatica de analfabetas. E custu cheret solu nàrrere chi chie l’at fata si nd’afutit de sa limba sarda e no nd’at perunu rispetu. La tratat che una cosa folcloristica gasi comente totu cuddos chi non ischende iscriere si sentint in dovere de l’impitare comente lis paret,chene nemmancu nd’àere istudiadu s’alfabeto; siant issos iscritores o paneteris.
    Cheres impitare una limba in una pubblicidade? bene meda, e diat èssere puru a nde la bogare dae s’agorru in ue nche l’ant isferchida, ma faghelu in una manera giusta, ca sa paràula iscrita est solu una cunventzione e comente totu sas cunventziones cherent su pius possibile semper de sa matessi manera.
    In paràulas diversas: s’impitant espertos de sa limba in cale si siat limba, francu in sardu.

  3. Beh, o Nanni, non l’as bidu ca sa cosa est sponsorizada dae sa Provincia di Castello? Ant consultadu sos epertos issoro: Blasco non l’ant postu a consulente? 😉

  4. est sgrammaticada fintzas in campidanesu, mi paret.

  5. Mi ddu seu torradu a abbaidare, su manifestu: a mie m’essit simpatico. Funt strangios–e strangios funt–chi scrient in sardu. Ite b’at de male?

  6. Ho letto l’articolo, estremamente interessante.
    Non è lontano dal commento che ho accennato ieri a mezzanotte e anche io ho avuto l’impressione (a pelle, sinceramente, non mi sono documentato da un punto di vista sociolinguistico) che il sardo fosse una lingua da intimità culturale (accennavo a Herzfeld e ai suoi studi in Grecia sull’uso della katharevousa e sul demotico).
    Mi sembra interessante anche il commento sul superamento della massa critica. Mi chiedo solo – qui parlo più strettamente da psicologo sociale – se sia una questione solo di uso della lingua o anche di ricostruzione di una propria storia (qui concordo con chi parla di scegliere a chi e a quale storia-nazione appartenere, io l’ho sentito dire a Michela quindi penso a lei). La lingua così troverebbe una dimensione di senso a cui appoggiarsi e non sarebbe più una lingua di gente subalterna.
    Certo le due cose non si escludono e penso si possano co-costruire a vicenda.
    Una nota a margine sullo stile. Non capisco perché senti la necessità di sputtanare l’avversario: del prof. di latino citi solo una frase (ma immagino avesse delle argomentazioni), lo chiami tra virgolette “erudito locale” a indicare, con le virgolette, che non lo era, eccetera. A una prima lettura della prima parte del testo ho avuto, a pelle, l’impressione che tu fossi una persona un po’ frustrata, con una cultura un po’ autodidatta, che sentisse la necessità di sputtanare gli altri per sentirsi qualcuno. Impressione che ha iniziato a svanire a Labov in poi e definitivamente scomparsa alla fine dell’articolo. Poi, dopo aver letto l’articolo, ho letto il tuo profilo su questo blog e decisamente è stata confermata l’impressione positiva derivante dalla lettura del tuo contributo in sardo.
    Visto che comunque sei avvezzo all’uso pragmatico della lingua immagino che questo livore abbia una funzione pragmatica. Ma quale?

  7. Tu-da psicologo-ti metti a psicologizzare ;-), ma forse non c’è molto da capire, tranne il fatto che se devi esprimere concetti complessi a un grande pubblico e devi farlo in poche righe, è meglio usare un linguaggio emotivo. Nei miei libri, in cui ho tutto lo spazio che voglio–e il lettore anche–scrivo in modo accademico.
    E poi, non dimenticare che questa è una “guerra” politica, non un confronto tra “colleghi”. E i mezzi a disposizione sono impari.
    Quell’erudito locale, poi, era una persona di un’ignoranza/arroganza insopportabili e denigrava gli “ignoranti”, cioè coloro a cui la propria ignoranza poteva sembrare cultura. Sono stato operaio fino ai 40 anni e sono rimasto allergico ai palloni gonfiati di qualsiasi specie. Insomma, non mi sono lasciato assimilare dalla casta degli “intellettuali” che usano un linguaggio forbito, ma violentissimo nei contenuti.
    Quanto allo stato-nazione dell’iRS e di Murgia, quello è il loro “sol dell’avvenire”: la scusa per rimandare tutto a quel magnifico giorno e progressivo. Nel mentre propagano l’italianizzazione linguistica e culturale dei Sardi.

  8. Hai usato un linguaggio emotivo e, più che “psicologizzare” ti ho raccontato le mie emozioni, sarebbe un peccato aprire una diatriba personale e tralasciare i contenuti.
    In che senso secondo te “nel mentre propagano l’italianizzazione linguistica e culturale dei Sardi” (fermo restando che a me l’italiano non dispiace ovviamente, io terrei tutte le lingue che posso)?

  9. Niente diatribe personali! Ne ho già abbastanza da meritarmi qualche secolo di immortalità!
    Anche io mi tengo volentiere tute le lingue che posso, ma oggi è l’italiano a minacciare gravemente il sardo e molti dell’area iRS sembrano non curarsene, o meglio non dolersene affatto. si tratta di due posizioni praticamente inconciliabili. La polemicanei loro confronti viene da lí: fratelli che sbagliano fanno più male dei nemici.

  10. Sì non parlavo di aprire io diatribe personali (più che altro perché litigare è faticoso e preferisco usare le energie altrove), ma degli altri che ti leggono.
    Ho capito la tua posizione (anche se a me sembra più interessante una nuova narrazione, ma qui sto davvero psicologizzando).
    Intanto grazie e alla prossima 🙂

  11. fratelli che sbagliano fanno più male dei nemici” cess-cess Bolognè e ite diaulu asseliadi pagu-pagu e calande dae sa mesa, ma chie ti·che las ponet custas bideas in conca?
    Mirade chi sa de WV no est sa prima propaganda il limba regionale italiana, ca de custu si tratat e non de ateru, amentandemi deo ant reclamizadu fintzas in sa telebisione biscotos, pasta, casos, bagna de prumata in sos varios limbazos italianos medas bortas istrochindelos no cumprendo it’est custa novidade.
    Po cantu riguardat a iRS, secundo me b’at unu pagu de malafide cando si narat chi est contr’a sa limba sarda. Apo partecipadu e partecipo a paritzas riuniones insoro e donzunu at semper chistionadu coment’at crefidu, chie in sardu, chie in campidanesu e chie no ischit sa limba at chistionadu in italianu, in totale libertade de espressione.
    Fortzis ses tue Robertu, frade istimadu chi non faddis, chi dias cherrere sa dittatura de una limba supra sas ateras.
    Epuru, propriamente tue aias iscritu una cosa meda sabia chi fortzis oe disconnosches, ma mi piaghet a ti l’amentare:

    Fermo restando che non convinceremo mai la gente in malafede, dobbiamo fare ancora molto per far capire ai ceti istruiti della Sardegna che noi semplicemente rappresentiamo la libertà di sciegliere la propria identità, anche per coloro che il sardo non lo vogliono parlare.

  12. Ti torro gratzias pro custa critica sentzera–bi nde keríant de prus de custas–e t’apo a respunder,mancari cras e totu cun unu post. Su ki naras minescet prus spatziu e prus tempus pro bi pensare.

  13. Non bio s’ora i bos arrespondedas. Deo su tenìo ‘e narre che l’appo nau, omo mi tzizzo unu pa^u e vos bardio un d’una tassa ‘e vinu (a sa salude vostra!) 🙂

  14. Deo mi lu cherìa fintzas lèzere cust’articulu, ma si pones “sighi a lègere” di buscas una tropa de tzinesos vendende ismaltos!

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