Integrati o assimilati?

Fra pochi giorni sarà la festa di S.Nicola: Sinter Klaas, in olandese.

È la festa dei bambini—o almeno, così dovrebbe essere—ma tutti si scambiano regali e poesie pungenti, per ricordarsi a vicenda i propri difetti. Ma i regali e le poesie vengono sempre da Sinter Klaas.

È la festa dei bambini, ma tutti—anche la televisione di stato—partecipano al complotto per tenere i bambini al di sotto degli 8 anni all’oscuro di tutto.

Così al telegiornale delle otto si vede l’arrivo, in nave, di un uomo travestito da vecchio con la barba bianca e lunga e con la tiara in testa, accompagnato da degli olandesi dipinti di nero e vestiti da paggi medievali.

E quando il telegiornale parla degli aumenti dei prezzi, l’annunciatore dice che Sinter Klaas quest’anno dovrà spendere più del solito.

La cosa sarebbe anche simpatica—per uno straniero—se non fosse che tutti si aspettano da te che anche tu prenda sul serio questa buffonata.

L’altro giorno Edith e la figlia di 21 anni mi hanno preso a urla perché ho detto chi mi era toccato in sorte per fare il mio regalo: “Non si dice! È sinter Klaas che porta il regalo!

Erano sinceramente indignate.

E quanto più tu sei integrato, tanto più loro si aspettano che tu sia davvero e completamente come loro: un Olandese.

Il problema è che io Olandese non lo sono e non lo diventerò mai. Io non ho nessuna intenzione di lasciarmi assimilare: diventerei una specie di Olandese venuto male, sempre sotto stress per cercare di capire cosa ci si aspetta da me in quella data situazione.

Sembra una roba da poco, ma nel momento in cui scegli di avere una relazione con un’Olandese, la differenza tra l’essere integrato e l’essere assimilato può portarti a dover scegliere di passare il resto della tua vita da solo: passereste il resto degli anni che vi rimangono da vivere bevendo latte a pranzo? L’Olanda come malattia gastrointestinale!

Ecco a cosa mi hanno fatto pensare i commenti di “Tzizzu”.

“Tzizzu” è un’Italiano di sinistra—di Porto Torres o di Porto Azzurro, se ho capito bene—e non riesce a capacitarsi del fatto che io non voglia essere italiano come lui.

Non credo che “Tzizzu” sia davvero sardo e quindi mi riferisco oltre che ai suoi commenti, a quello che in questi anni ho sentito dire da amici e conoscenti italiani.

Rinunciare alla propria identità significa per un sardo condannarsi all’eterna rincorsa delle norme linguistiche, culturali e comportamentali sancite oltre il Tirreno. Molto peggio, quindi, di quello che io affronto in Olanda, visto che almeno io vivo circondato da quelle fonti normative.

Buona parte dell’eterno e proverbiale “complesso di inferiorità” dei Sardi—di quelli che ancora ce l’hanno—deriva da questa condizione oggettiva di dipendenza psicologia e di insicurezza che deriva dall’essere in balia di norme linguistiche, culturali e comportamentali che non conosce e non può conoscere bene.

Con la sua ricerca pubbicata nel 1983, Ines Loi Corvetto ha accertato che la borghesia sarda media e alta mostra gli stessi fenomeni di ipercorrettismo linguistico che Labov ha riscontrato presso la piccola borghesia di New York. L’ipercorrettismo è un segnale di insicurezza linguistica: nel timore di sbagliare, producendo forme che potrebbero provenire dal sardo, i Sardi acculturati eliminano tutte le forme che anche solo vagamente possono ricordare quella che dovrebbe essere la loro lingua. Se l’italiano standard offre la possibilità di scegliere tra “ginocchi” e “ginocchia”, l’Italiano di Sardegna conosce soltanto la seconda possibilità, visto che la prima—al maschile—potrebbe essere considerata un calco dal sardo “genugus”: ojammommía ‘ta arrori!

E pensate ai corsi di dizione che fioriscono a Cagliari: altro che depilazione!

A questi Sardi non basta essere integrati con l’Italia, vogliono assimilarsi completamente a qualcosa che in fondo non conoscono neppure.

Ripeto il succo di tutti i miei discorsi.

Ecco a cosa serve il sardo ai Sardi: a liberarci di una classe dirigente di tzeracus.

E scusate se è poco!

Perciò, cari amici italiani di sinistra, accontentatevi della nostra integrazione e non sentitevi minacciati dal fatto che noi diversi siamo e diversi vogliamo restare.

Rimane naturalmente la possibilità di estendere l’insegnamento del sardo a tutte le scuole d’Italia, così potreste assimilarvi voi a noi!

Che ne dite?

4 Comments to “Integrati o assimilati?”

  1. Caro Roberto se ti candidi, ti voto!!

  2. MAGARI!
    Caro Roberto, Ti dico che mi piacerebbe molto.
    Il mio problema e’ l’opposto del tuo. Sono toscano e vorrei essere sardo.
    Sto disperatamente cercando di imparare il sardo, ma non ci sono istituzioni o luoghi in cui questo sia possibile, ad eccezione della Sardegna ovviamente, ma io vivo in Toscana. In realta’ anche in Sardegna sarebbe cosa ardua dato che nessuno si sta realmente occupando di alfabetizzazione, la maggior parte del dibattito verte sul modo giusto di scrivere la versione di lingua parlata a cui si appartiene, o sul fatto che si debba o meno accettare di vedere la propria localissima identita’ linguistica stemperata in un contenitore idoneo a rappresentarle tutte. Funzionerebbe solo perche’ da qualche parte il sardo ancora si parla, si potrebbe dire un processo di tipo osmotico?
    Una cosa e’ certa pero’: la lingua e’ una delle espressioni identitarie piu’ significative e, conseguentemente, il grimaldello che consente l’apertura del gruppo di cui fai o, nel caso mio, vuoi far parte. Nella lingua si sono stratificati millenni di riconoscimenti di oggetti, situazioni, concetti. Io non sono uno specialista, di professione faccio l’agricoltore, e forse proprio per questa mia attivita’ certe definizioni del sardo mi sembrano particolarmente affascinanti. Un esempio per tutti e’ cognome, nom, family name (di altre lingue non posso dire), ma vogliamo mettere con la potenza di sambenau?
    Spero sinceramente che il recupero di lingua e identita’, o forse piu’ che di identita’ dovrei parlare di dignita’, da parte di tutti i sardi avvenga presto.

    L’integrazione e’ difficile perche’ gratta gratta, ognuno di noi si porta dentro il materiale da costruzione con cui e’ stato edificato; materiale che, passato al vaglio, va a costituire gli stereotipi con cui normalmente si etichettano le diverse nazionalita’, etnie, regionalita’ e offre appiglio per sciovinismo, fobia dei diversi ed altre perle di cui abbiamo abbondanza di esempi sotto gli occhi ogni giorno.
    A me non dispiacerebbe essere sardo anche solo a meta’. Sono consapevole, per i motivi di cui sopra, di non poterlo mai essere del tutto, ormai ho avuto un imprinting da toscano, ma porca miseria se mi brucia essere definito continentale!
    Ma la mia e’ una posizione privilegiata, non sto subendo un’imposizione, sto scegliendo di farmi sardo (e’ un po’ piu’ complesso di cosi’, ma facciamola semplice) e di acquisire una lingua, nessuno mi sta privando della mia.
    Ho seguito il dibattito con Tzizzu; non so se esista o meno. Quello che mi ha stupito del suo messaggio e’ che lui stesso abbia inserito il sardo fra le possibilita’ da prendere in considerazione per risentirsi poi quando gliela hai suggerita come soluzione.
    Forse e’ davvero un parlare per dare aria ai denti.
    Stammi bene e buon divertimento.

  3. Deo puru, ma petzi si ti càndidas in sa “manca olandesa”

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