L’invenzione del banditosardo nell’opera di Grazia Deledda

 

Vi propongo, in un paio di post, un’analisi della figura del bandito sardo nell’opera di Grazia Deledda. Ho scritto questa analisi quando ero uno studentello di 35 anni, al secondo anno di università. L’ho lasciata così come era, sia perché la ritengo ancora valida, sia perché le ingenuità che pure contiene sono frutto di un certo periodo storico e di una certa visione politica.

Un particolare piccante: solo dopo molti anni ho scoperto che il fratello maggiore di Grazia Deledda era stato incarcerato per abigeato.

A me, questa piccola ricerca è servita a staccarmi una volta per tutte da quella visione romantica della Sardegna che, come tutti, avevo coltivato fino a quel momento, almeno in parte. Forse servirà anche all’amico toscano Stefano Baldi a capire che la Sardegna in cui lui si identifica è solo UNA delle Sardegna possibili ed esistenti, ma soprattutto una Sardegna molto letteraria e un po’  turistica. E forse servirà al Sardu Pillitu a riservare i suoi insulti per qualcun’altro.

Introduzione

In Intellettuali, folclore, istinto di classe (Einaudi, Torino, 1971), l’antropologo “sardo” Alberto Cirese pone il problema del riconoscimento della natura dell’ideologia deleddiana nell’opera della scrittrice sarda: “E va anche detto con altrettanta franchezza che in ogni caso le proclamazioni circa la genuinità e l’autenticità “sarde” del mondo rappresentato nell’opera deleddiana dimenticano che tra quelle rappresentazioni e l’isola esistono necessariamente i tramiti e i diaframmi delle intenzioni e delle concezioni delIa scrittrice: c’e in mezzo insomma la sua ideologia, e il compito vero di chi sia seriamente impegnato in una azione di rivendicazione e di riscatto culturale è precisamente quello di riconoscerne la natura e il peso (Intellettuali, folclore, istinto di classe:36).

Se per l’antropologo l’individuazione dell’ideologia è necessaria per riuscire a stabilire il grado di “genuinità e autenticità” di quelle rappresentazioni, dal punta di vista della critica letteraria, questa individuazione è necessaria per stabilire quali siano gli “scopi” e gli strumenti narrativi dell’autrice.

Nella presentazione dei risultati delIa ricerca demologica, effettuata a Nuoro, che appare sulla Rivista delle tradizioni popolari italiane (Anno II-fascicolo I, 1894 ), “la giovane nuorese da subito di sé stessa l’immagine come portavoce e alfiere del mondo isolano (Intellettuali, folclore, istinto di classe:39) e delIa sua citta scrive: “E’ il cuore delIa Sardegna, e la Sardegna stessa con tutte le sue manifestazioni. È il campo aperto dove la civiltà incipiente combatte una lotta silenziosa con la strana barbarie sarda, cosi esagerata oltremare. È il campo aperto dove la civiltà incipiente combatte una lotta silenziosa con la strana barbarie sarda, cosi esagerata oltremare. A torto le popolazioni del nuorese godono una triste fama, più degli altri popoli sardi, e son temute anche dagli altri abitanti dell’isola. Noi qui non vogliamo tesserne il panegirico; solo diciamo che il Nuorese non e più selvaggio di qualsiasi altro popolo dimenticato e abbandonato a se stesso.”

In che misura l’opera narrativa successiva della Deledda è influenzata dall’esigenza ideologica di dimostrare che la triste fama dei nuoresi e immeritata? E in che misura il palese interclassismo dell’autrice (“le popolazioni” indifferenziatamente riunite sotto il comune denominatore di “Sardi”) servirà anche nell’opera successiva a nascondere a se stessa ed al pubblico “l’iniqua disparità di partecipazione al processo stesso della costruzione capitalistica (Intellettuali, folclore, istinto di classe:40) che proprio in quegli anni si stava affermando in Sardegna?

L’iniquità era aggravata dal fatto che, soprattutto nel Nuorese per la prima volta si verifica la divisione della societa in classi sociali intese nel senso moderno del termine e che questa divisione (e soprattutto qui sta la “modernità”) diveniva stabile, garantita da un potere esterno (il governo italiano can le sue truppe coloniali) e garante nei confronti di questo potere dell’inesorabilità dell’altro processo in corso: la “civilizzazione” delle popolazioni sarde. Riunendo le due domande in una, ci si chiede: in che misura, nella sua opera, Grazia Deledda e stata influenzata da (e ha contribuito alla formazione di) l’immagine di sé che aveva la nuovissima borghesia nuorese (e sarda, più in generale) e cioè la classe sociale a vantaggio della quale andava “l’iniqua disparità di partecipazione” al processo di costruzione del capitalismo?

Grazia Deledda è stata, in misura maggiore di quanto non si pensi, “intellettuale organico” alla sua classe e ha disseminato la sua opera di “miti di fondazione” incentrati su un eroe che è contemporaneamente “fondatore” e “sacrificale” e che è sempre contrassegnato dalla caratteristica “+ ancestrale” (animale selvatico o “selvaggio”, pastore, “vecchio”) e raggiunge il massimo della sua caratterizzazione nel bandito, anzi, nel banditosardo, luogo comune letterario che l’Autrice ha contribuito in modo determinante a costruire.

Tutta l’opera deleddiana è incentrata sul rapporto dialettico fra il personaggio (denotato come “+ ancestrale”) e il protagonista (denotato sempre con il segno “-ancestrale”). Di quest’opera si puo dire quello che Cirese dice della sua autrice: “Ed eccola presa necessariamente nella tensione fra “civiltà” e “barbarie” : non può rifiutare la prima se non compromettendo l’opera di mediazione e di integrazione che intende svolgere; non puo rinunciare alla seconda se non rinunciando al suo stesso ruolo.” ((Intellettuali, folclore, istinto di classe:41). Questa è anche la tensione della neonata borghesia di Barbagia, divisa fra la “civilta” che le permette di rendere stabili i propri privilegi e la “barbarie” che l’aveva espressa come prima inter pares delle “Libere repubbliche montanare” di cui parla Ferdinand Braudel in Civiltà e imperi del Mediterraneo nell’eta di Filippo II.

La breve biografia contenuta nell’introduzione all’edizione “Oscar Mondadori” dei romanzi di Grazia Deledda recita : “Grazia nacque a Nuoro nel 1871, da famiglia benestante”.

Per qualunque altro scrittore europeo, questo non significherebbe praticamente nulla, ma nel caso di Grazia Deledda, questo particolare, gettato lì con noncuranza, acquista un importanza drammatica per l’analisi tematica delIa sua opera, una volta che si scopre in che modo si diventava benestanti nella Barbagia di quei tempi. L’etnologo Franco Cagnetta afferma: “Si può dire che la grande e media proprietà della Barbagia si è formata generalmente nel XIX secolo in seguito a furti e rapine.” (Banditi a Orgosolo:145).

Questo puo stupire il borghese europeo, abituato ad attribuire simili atti delittuosi alle classi subalterne, ma in Sardegna, e in particolare in Barbagia, la borghesia “moderna” si è formata proprio attraverso tali mezzi, come è stato ribadito anche da Michelangelo Pira, antropologo barbaricino: “Nel secolo XIX e agli inizi del XX l’abigeato era praticato da due categorie sociali ben distinte, e dunque con scopi sociali diversi. C’era chi (il pastore) lo praticava per tenere il passo con i tempi e mantenersi al livello degli altri pastori. L’altra categoria risiedeva in città, a Sassari e a Nuoro: non si dava carico del furto materiale del bestiame: il suo compito era di concentrare il bestiame rubato in zone non sospette e non lontane da porti […] per spedirlo nella penisola. L’origine di non poca borghesia agraria e poi urbana è da cercare su questa terreno.” (La rivolta dell’oggetto, Giuffré, Milano, 1978:363).

Pira continua: “A poco a poco emerse una categoria di famiglie che l’abigeato l’avevano sì praticato e ne avevano tratto profitto, ma che non erano più legittimate a praticarlo ulteriormente in quanto avevano già raggiunto una posizione aldilà delIa quale non era più lecito spingersi, almena attraverso l’abigeato, senza turbare l’equilibrio locale.” (La rivolta dell’oggetto:365). Questa “categoria di famiglie”, che in quegli anni si accinge a definirsi come classe sociale moderna, ha quindi in comune il fatto di avere come fondatore (l’eroe culturale) un pastore più abile degli altri nel furto di bestiame: quello che in Barbagia si chiama “balente” e in Italia si chiama “bandito”.

Quanto la famiglia della Deledda fosse direttamente coinvolta in queste imprese, ovviamente, è impossibile a dirsi, ma il coinvolgimento culturale è ammesso dalla stessa Grazia nell’ultimo romanzo, largamente autobiografico, Cosima, nel quale l’io narrante svela, a decenni di distanza, quali fossero le fonti di “quelle fantasie barbariche” che avevano impregnato la sua opera di scrittrice : “[…] erano gli stessi servi e gli altri paesani che frequentavano la casa, e spesso anche i borghesi, i parenti e gli amici del babbo, gli ospiti che venivano dai (paesi, dei monti e delle valli, a seminare nei fanciulli curiosi e sensibili coi racconti delle avventure brigantesche che allora fiorivano come residuo di imprese e guerriglie medievali, in un raggio di chilometri e chilometri intorno.”

L’io narrante pone nel remoto e mitico passato della sua infanzia “imprese” che Grazia avrebbe usato nei suoi romanzi delIa maturità e avvenute appena pochi anni prima che lei ne scrivesse.

A questa tentativo di allontanare nel tempo queste imprese (e già è evidente l’imbarazzo che deriva dall’ammissione della loro vicinanza fisica) si aggiunge poi il tentativo quasi comico di attribuire ad esse un valore pedagogico che risultasse accettabile alIa cultura putativa dell’ autrice : “Con questi fermenti però i ragazzi venivano su anche coraggiosi, pronti a combattere coi malviventi (sic!) e le ragazze, anche se piccole come Cosima, si sentivano gia istinti di amazzoni.” Si noti l’ambiguita del sintagma “pronti a combattere coi malviventi”. Se si tiene conto del fatto che Grazia Deledda morì prima di aver “riveduto e corretto” il testo, non mi sembra che attribuire tale ambiguità ad un lapsus, interpretarla come sintomo delIa “tensione fra civilta e barbarie”, costituisca una speculazione eccessiva. La “fantasia barbarica”, specifica della piccola Cosima lascia del resto poco spazio all’interpretazione “civile” e pedagogica del sintagma : “[…] pensò che sarebbe anche lei stata buona, come sentiva raccontare dai servi quando ritornavano di campagna, a commettere un furto, un abigeato, e a farne sparire le tracce in modo che nessuno avrebbe mai sospettato del vero colpevole.”

Coi malviventi” dobbiamo interpretarlo proprio letteralmente. Significa “assieme ai malviventi” e non “contro i malviventi”.

Non lascia adito a dubbi la descrizione del fratello Andrea (“il suo idolo maggiore”) : “La sua mentalita è davvero da ricco pastore, che fa una vita rude ma ha bestiame, terre e denaro: e soprattutto libertà di azione, tanto per il bene come per il male.”

È comprensibile, quindi, poco più avanti, l’urgenza dell’io narrante di specificare che “il capo della famiglia, il signor Antonio, era l’uomo più mite e giusto della regione.”

L’atteggiamento conflittuale, “doppio” (e non a caso la figura del ricco pastore, il “balente”, viene pure sdoppiata) dell’io narrante di Cosima è quello che la scrittrice tiene per tutta la sua opera, sempre in bilico fra le sue “fantasie” (ma io direi memorie) barbariche e il traboccante sentimentalismo che ne costituisce l’immagine speculare. Il “balente”, per poter essere venerato come “eroe fondatore”, deve essere rimosso dal presente, sacrificato, e come vedremo, questo in effetti è ciò che avvenne, in modo tutt’altro che metaforico, all’immediata vigilia “della miglior stagione creativa della Deledda”.

Il tema dell’opera deleddiana non è, quindi, il “sacrificio di sé”, più o meno cristiano, ma il vera e proprio sacrificio umano il versamento del sangue altrui che la nascente borghesia barbaricina dovette effettuare sull’altare del Baal coloniale, sacrificando letteralmente il proprio primogenito il balente, il banditosardo.

E’ da questo battesimo di sangue che nasce alla “vita civile” la borghesia coloniale sarda, che da quel momento in poi scioglie ogni ambiguità, si schiera una volta per tutte dalla parte del potere metropolitano e ne diventa il docile strumento di penetrazione e sfruttamento coloniali.

II tradimento, la delazione, la “vendita”, l’uccisione del proprio eroe fondatore sono il vero peccato originale che i protagonisti dei romanzi di Grazia Deledda devono espiare e non la metafisica “colpa di essere nati” di cui scrive Salvatore Satta, altro scrittore nuorese e “deleddiano”, discendente dalla stessa schiatta, sull’ultima pagina de “Il giorno del giudizio”.

Benchè la figura di “banditosardo” che nell’ opera deleddiana meglio si configura come “eroe sacrificale” sia quella di Simone Sole, il bandito innocente, amante della protagonista in Marianna Sirca, mi è sembrato più interessante analizzare la stilizzazione dell’archetipo che la scrittrice effettua con un breve racconto incastonato in Cenere. Cenere è stato scritto “a caldo” (è pubblicato nel 1903), a poca distanza di tempo dai drammatici avvenimenti del 1899 e il personaggio è inserito in una vicenda che è la mera rielaborazione di un fatto di cronaca avvenuto pochi anni prima. Confrontando la cronaca dell’episodio riportata in Banditi a Orgosolo di Franco Cagnetta col racconto deleddiano si puo risalire alle operazioni narrative e ideologiche messe in atto dalla scrittrice.

 

La situazione sociale nel Nuorese all’epoca di Deledda

La situazione nella .Sardegna di quegli anni, era caotica: ” Orgosolo (e almeno tutto il resto della Barbagia) si presenta in quel finire del XIX secolo come un paese o mercato ancora vergine: relativamente ricco, non ancora sfruttato a fondo. Il problema della sua conquista pacifica, economica, si pone inanzitutto come problema di eliminare la turbolenza e il brigantaggio. La nuova crisi di trasformazione del mondo pastorale sardo ha avuto il suo contraccolpo in Orgosolo—data la struttura e la storia particolare del paese—con un aumento specifico della criminalita: 200 bande di briganti scorazzano nel territorio. È proprio da quel primo contatto della borghesia industriale “continentale” con il paese di Orgosolo che lo stato italiano scatena una prima campagna “coloniale vera e propria”. Un insieme di misure repressive che gli italiani impiegheranno più tardi soltanto con le popolazioni delle colonie, in Libia e in Etiopia.” (Banditi a Orgosolo:150)

Dal 1870 al 1899 ben 79 membri dell’arma erano caduti in conflitto”. (Banditi a Orgosolo:170)

Come si vede la “semina di fantasie barbariche” è proseguita ben oltre gli anni dell’infanzia di Cosima/Grazia. La bardana alla quale si ispira il racconto di Cenere è del 1894, e Grazia, che aveva “la tenera età” di 23 anni si dedicava già alla “raccolta delle tradizioni popolari di Nuoro e si preoccupava di mitigare la “triste fama di cui godono Ie popolazione del Nuorese”.

In Cenere l’autrice, in una nota a pié di pagina, definisce la bardana come: “un’impresa brigantesca per la quale si radunavano in gran numero malfattori armati che andavano cosi uniti ad assaltare una casa, un ovile.” Cagnetta distingue fra bardana dei poveri e bardana dei ricchi. Quest’ultima che è il tipo di bardana descritto sia nella cronaca che nelracconto, ed “è organizzata per aumentare il proprio patrimonio aIle spalle di un altro ricco (e) avviene per arruolamento” (Banditi a Orgosolo:99) […] L’organizzazione di rapine da parte dei ricchi è la bardana abituale, si può dire che la bardana sia ad Orgosolo la via maestra della formazione della proprietà (Banditi a Orgosolo: 99).

Eccoci dunque, alla descrizione di una di quelle “imprese e guerriglie medievali” dalle quali è sorta l’“aristocrazia ladrona” di Barbagia: “ll saccheggio di tutte le case di un vicino paese, è uno dei fenomeni più impressionanti dell’antica storia di Sardegna. Per dare un esempio, ne citerò uno assai celebre, compiuto in Tortolì il 13 Novembre 1894, che contiene tutti gli elementi di questa forma classica di bardana. A mezzanotte circa, cinquecento grassatori orgolesi a cavallo, armati di moschetti, erano penetrati, silenziosi, in quel paese. Circondata la caserma dei carabinieri, e disposti nelle vie in modo di poter controllare tutte le case, avevano cominciato a sparare contro le finestre cacciando per intimidazione urla accutissime. Della caserma dei carabinieri avevano risposto al fuoco con due o tre fucilate e, allora, un gruppo di Orgolesi, entrato con la forza, aveva massacrato i pochi uomini di guarnigione. Numerosi grassatori, sfondate con asce e mazze le porte, erano entrati in ogni casa svagligiando e operando ferimenti e uccisioni. Solo le donne venivano rispettate. […] compiuto il furto i grassatori erano scomparsi, come per incanto, dal paese. Il sindaco di Tortolì e altri due o tre uomini usciti dalle case erano scesi nelle campagne e qui avevano rinvenuto il cadavere di un grassatore morto: aveva fattezze signorili, mani bianche e fini, era completamente nudo e con la testa staccata e asportata dal busto, che i suoi compagni avevano portato con loro per evitare il riconoscimento. Nessuno dei grassatori è mai stato identificato. (Banditi a Orgosolo:102-103)

La bardana fruttò un bottino ingentissimo: 2500 lire in oro, 1500 monete russe, 1250 monete di Venezia, 20 sterline, calici d’oro, oggetti di chiesa, gioelli, argenterie, orologi e armi.

Si puo facilmente immaginare quale scalpore abbia suscitato la bardana orgolese fra la borghesia italiana, le cui truppe coloniali, pochi anni prima, avevano tentato unn bardana ai danni dell’Etiopia del Negus Menelik ed erano state, a differenza dei barbaricini, massacrate.

In Italia numerosi scienziati si erano occupati delIa speciale delinquenza del Nuorese. Promotore se n’era fatto il prof. Alfredo Niceforo con una serie di studi che vanno da La delinquenza in Sardegna a L’ Italia barbara contemporanea. Le teorie del Niceforo si basavano sullo studio di crani sardi raccolti e inviati in continente. […] Scriveva il Niceforo—il prof. Sergi ci disse: “Mettete in fila tutti questi crani sardi delIa collezione e avrete un’intera fila di crani degenerati. Nella poplazione sarda c’è veramcnte della patologia.” (Banditi a Orgosolo:170)”

L’atmosfera attorno alla “categoria di famiglie” che in quegli anni aveva fatto impunemente il doppio gioco, aprofittando dei privilegi che le derivavano dall’essere contemporaneamente “aristocrazia delle libere repubbliche montanare” e tramite delIa penetrazione coloniale italiana si fa molto pesante. II potere metropolitano comincia a dare segni di stanchezza e di insofferenza. I prinzipales cercano di correre ai ripari e per la prima volta rinnegano le leggi non scritte della propria cultura e si schierano dalla parte della “Giustizia”: “Spaventati da una repressione che cominciava a colpirli per la prima volta direttamente e dai danni che ne subivano, i proprietari della regione che avevano sino allora incoraggiato e organizzato il brigantaggio cominciarono da quel momento un’azione generale di delazione dei briganti, di convinzione dei latitanti (Banditi a Orgosolo:180)

II primo ad essere venduto (e non poteva essere diversamente) è Giovanni Corbeddu Salis, il “re della macchia”, che quasi un secolo dopo sarebbe stato usato dal regista olandese Louis van Gasteren per riproporre il mito del buon selvaggio.

[…] il capitano Mauro—contando sui fondi rimessigli per compensare l’opera degli informatori di polizia, intervenendo direttamente con il consiglio e con l’intimidazione presso gli agiati proprietari noti come organizzatori del brigantaggio—aveva trovato il modo di cominciare a disporre le trappole al vecchio brigante in disarmo, Corbeddu di Oliena, il “re delIa macchia”. È voce comune che questi fosse stato abbandonato dai proprietari di Oliena, posti di fronte a gravi minacce, come un rudere ormai inutilizzahile” (Banditi a Orgosolo:172)

Poi è la volta del secondo in carica: “II 4 Aprile 1899 in territorio di Ozieri alcuni propietari locali, unitamente al brigadiere Sulals Antonio, in abito civile, dopa avergli garantito un pacifico incontro, prendevano a fucilate e assassinavano il vecchio Salvatorangelo Dettori, il “vice-re delIa macchia”. Cadeva dopo Corbeddu il più annoso dei briganti sardi. I proprietari che proteggevano i banditi, se questi divenivano dei cani vecchi e inutili, non avevano nessuna difficoltà a sparare loro addosso.” (Banditi a Orgosolo:174) Ma ormai è tardi anche per i prinzipales o almeno per quella parte di essi che ha tirato troppo la corda.

Il piano generale di sterminio del brigantaggio [era stato presentato al re] ed Umberto I , il Buono, presane rapida visione, aveva approvato la distruzione del brigantaggio a ferro e fuoco.” (Banditi a Orgosolo:175) “La consegna era semplice e formale: arrestare tutti, i sospetti e i sospettabili, senza mandato di cattura. A regolarizzare le cose si sarebbe provveduto dopo. Figuravano fra gli arrestati il sindaco di Orgosolo, Manca ; il sindaco di Orune, Sannio; il sindaco di Lula, Goddi; il sindaco di Osidda, Deroma-Lai; il segretario comunale di 0liena, Puligheddu-Musiu; il segretario comunale di Fonni, Cualbu; il segretario comunale di Sarule, Porcu. (Banditi a Orgosolo:176)

A molti “ricchi pastori” saranno, in quei giorni, fischiate le orecchie.

Grazia viveva ancora a Nuoro. L’anno successivo vedrà il suo trasferimento a Roma e l’inizio “della migliore stagione creativa” con la pubblicazione di Elias Portolu, e l’inizio dell’edificazione del mito del banditosardo.

 

In Intellettuali, folclore, istinto di classe (Einaudi, Torino, 1971), l’antropologo “sardo” Alberto Cirese pone il problema del riconoscimento della natura dell’ideologia deleddiana nell’opera della scrittrice sarda: “E va anche detto con altrettanta franchezza che in ogni caso le proclamazioni circa la genuinità e l’autenticità “sarde” del mondo rappresentato nell’opera deleddiana dimenticano che tra quelle rappresentazioni e l’isola esistono necessariamente i tramiti e i diaframmi delle intenzioni e delle concezioni delIa scrittrice: c’e in mezzo insomma la sua ideologia, e il compito vero di chi sia seriamente impegnato in una azione di rivendicazione e di riscatto culturale è precisamente quello di riconoscerne la natura e il peso (Intellettuali, folclore, istinto di classe:36).

Se per l’antropologo l’individuazione dell’ideologia è necessaria per riuscire a stabilire il grado di “genuinità e autenticità” di quelle rappresentazioni, dal punta di vista della critica letteraria, questa individuazione è necessaria per stabilire quali siano gli “scopi” e gli strumenti narrativi dell’autrice.

Nella presentazione dei risultati delIa ricerca demologica, effettuata a Nuoro, che appare sulla Rivista delle tradizioni popolari italiane (Anno II-fascicolo I, 1894 ), “la giovane nuorese da subito di sé stessa l’immagine come portavoce e alfiere del mondo isolano Intellettuali, folclore, istinto di classe:39) e delIa sua citta scrive: “E’ il cuore delIa Sardegna, e la Sardegna stessa con tutte le sue manifestazioni. È il campo aperto dove la civiltà incipiente combatte una lotta silenziosa con la strana barbarie sarda, cosi esagerata oltremare. È il campo aperto dove la civiltà incipiente combatte una lotta silenziosa con la strana barbarie sarda, cosi esagerata oltremare. A torto le popolazioni del nuorese godono una triste fama, più degli altri popoli sardi, e son temute anche dagli altri abitanti dell’isola. Noi qui non vogliamo tesserne il panegirico; solo diciamo che il Nuorese non e più selvaggio di qualsiasi altro popolo dimenticato e abbandonato a se stesso.”

In che misura l’opera narrativa successiva della Deledda è influenzata dall’esigenza ideologica di dimostrare che la triste fama dei nuoresi e immeritata? E in che misura il palese interclassismo dell’autrice (“le popolazioni” indifferenziatamente riunite sotto il comune denominatore di “Sardi”) servirà anche nell’opera successiva a nascondere a se stessa ed al pubblico “l’iniqua disparità di partecipazione al processo stesso della costruzione capitalistica (Intellettuali, folclore, istinto di classe:40) che proprio in quegli anni si stava affermando in Sardegna?

L’iniquità era aggravata dal fatto che, soprattutto nel Nuorese per la prima volta si verifica la divisione della societa in classi sociali intese nel senso moderno del termine e che questa divisione (e soprattutto qui sta la “modernità”) diveniva stabile, garantita da un potere esterno (il governo italiano can le sue truppe coloniali) egarante nei confronti di questo potere dell’inesorabilità dell’altro processo in corso: la “civilizzazione” delle popolazioni sarde. Riunendo le due domande in una, ci si chiede: in che misura, nella sua opera, Grazia Deledda e stata influenzata da (e ha contribuito alla formazione di) l’immagine di sé che aveva la nuovissima borghesia nuorese (e sarda, più in generale) e cioè la classe sociale a vantaggio della quale andava “l’iniqua disparità di partecipazione” al processo di costruzione del capitalismo?

Grazia Deledda è stata, in misura maggiore di quanto non si pensi, “intellettuale organico” alla sua classe e ha disseminato la sua opera di “miti di fondazione” incentrati su un eroe che è contemporaneamente “fondatore” e “sacrificale” e che è sempre contrassegnato dalla caratteristica “+ ancestrale” (animale selvatico o “selvaggio”, pastore, “vecchio”) e raggiunge il massimo della sua caratterizzazione nel bandito, anzi, nel “banditosardo”, luogo comune letterario che l’Autrice ha contribuito in modo determinante a costruire.

Tutta l’opera deleddiana è incentrata sul rapporto dialettico fra il personaggio (denotato come “+ ancestrale”) e il protagonista (denotato sempre con il segno “-ancestrale”). Di quest’opera si puo dire quello che Cirese dice della sua autrice: “Ed eccola presa necessariamente nella tensione fra “civiltà” e “barbarie” : non può rifiutare la prima se non compromettendo l’opera di mediazione e di integrazione che intende svolgere; non puo rinunciare alla seconda se non rinunciando al suo stesso ruolo.” ((Intellettuali, folclore, istinto di classe:41). Questa è anche la tensione della neonata borghesia di Barbagia, divisa fra la “civilta” che le permette di rendere stabili i propri privilegi e la “barbarie” che l’aveva espressa come prima inter pares delle “Libere repubbliche montanare” di cui parla Ferdinand Braudel in Civiltà e imperi del Mediterraneo nell’eta di Filippo II.

La breve biografia contenuta nell’introduzione all’edizione “Oscar Mondadori” dei romanzi di Grazia Deledda recita : “Grazia nacque a Nuoro nel 1871, da famiglia benestante”

Per qualunque altro scrittore europeo, questo non si~nificherebbe praticamente nulla, ma nel caso di Grazia Deledda, questo particolare, gettato lì con noncuranza, acquista un importanza drammatica per l’analisi tematica delIa sua opera, una volta che si scopre in che modo si diventava benestanti nella Barbagia di quei tempi. L’etnologo Franco Cagnetta afferma: “Si può dire che la grande e media proprietà della Barbagia si è formata generalmente nel XIX secolo in seguito a furti e rapine.” (Banditi a Orgosolo:145).

Questo puo stupire il borghese europeo, abituato ad attribuire simili atti delittuosi alle classi subalterne, ma in Sardegna, e in particolare in Barbagia, la borghesia “moderna” si è formata proprio attraverso tali mezzi, come è stato ribadito anche da Michelangelo Pira, antropologo barbaricino: “Nel secolo XIX e agli inizi del XX l’abigeato era praticato da due categorie sociali ben distinte, e dunque con scopi sociali diversi. C’era chi (il pastore) lo praticava per tenere il passo con i tempi e mantenersi al livello degli altri pastori. L’altra categoria risiedeva in città, a Sassari e a Nuoro: non si dava carico del furto materiale del bestiame: il suo compito era di concentrare il bestiame rubato in zone non sospette e non lontane da porti […] per spedirlo nella penisola. L’origine di non poca borghesia agraria e poi urbana è da cercare su questa terreno.” (La rivolta dell’oggetto, Giuffré, Milano, 1978:363).

Pira continua: “A poco a poco emerse una categoria di famiglie che l’abigeato l’avevano sì praticato e ne avevano tratto profitto, ma che non erano più legittimate a praticarlo ulteriormente in quanto avevano già raggiunto una posizione aldilà delIa quale non era più lecito spingersi, almena attraverso l’abigeato, senza turbare l’equilibrio locale.” (La rivolta dell’oggetto:365). Questa “categoria di famiglie”, che in quegli anni si accinge a definirsi come classe sociale moderna, ha quindi in comune il fatto di avere come fondatore (l’eroe culturale) un pastore più abile degli altri nel furto di bestiame: quello che in Barbagia si chiama “balente” e in Italia si chiama “bandito”.

Quanto la famiglia della Deledda fosse direttamente coinvolta in queste imprese, ovviamente, è impossibile a dirsi, ma il coinvolgimento culturale è ammesso dalla stessa Grazia nell’ultimo romanzo, largamente autobiografico, Cosima, nel quale l’io narrante svela, a decenni di distanza, quali fossero le fonti di “quelle fantasie barbariche” che avevano impregnato la sua opera di scrittrice : “[…] erano gli stessi servi e gli altri paesani che frequentavano la casa, e spesso anche i borghesi, i parenti e gli amici del babbo, gli ospiti che venivano dai (paesi, dei monti e delle valli, a seminare nei fanciulli curiosi e sensibili coi racconti delle avventure brigantesche che allora fiorivano come residuo di imprese e guerriglie medievali, in un raggio di chilometri e chilometri intorno.”

L’io narrante pone nel remoto e mitico passato della sua infanzia “imprese” che Grazia avrebbe usato nei suoi romanzi delIa maturità e avvenute appena pochi anni prima che lei ne scrivesse.

A questa tentativo di allontanare nel tempo queste imprese (e già è evidente l’imbarazzo che deriva dall’ammissione della loro vicinanza fisica) si aggiunge poi il tentativo quasi comico di attribuire ad esse un valore pedagogico che risultasse accettabile alIa cultura putativa dell’ autrice : “Con questi fermenti però i ragazzi venivano su anche coraggiosi, pronti a combattere coi malviventi (sic!) e le ragazze, anche se piccole come Cosima, si sentivano gia istinti di amazzoni.” Si noti l’ambiguita del sintagma “pronti a combattere coi malviventi”. Se si tiene conto del fatto che Grazia Deledda morì prima di aver “riveduto e corretto” il testo, non mi sembra che attribuire tale ambiguità ad un lapsus, interpretarla come sintomo delIa “tensione fra civilta e barbarie”, costituisca una speculazione eccessiva. La “fantasia barbarica”, specifica della piccola Cosima lascia del resto poco spazio all’interpretazione “civile” e pedagogica del sintagma : “[…] pensò che sarebbe anche lei stata buona, come sentiva raccontare dai servi quando ritornavano di campagna, a commettere un furto, un abigeato, e a farne sparire le tracce in modo che nessuno avrebbe mai sospettato del vero colpevole.”

Coi malviventi” dobbiamo interpretarlo proprio letteralmente. Significa “assieme ai malviventi” e non “contro i malviventi”.

Non lascia adito a dubbi la descrizione del fratello Andrea (“il suo idolo maggiore”) : “La sua mentalita è davvero da ricco pastore, che fa una vita rude ma ha bestiame, terre e denaro : e soprattutto libertà di azione, tanto per il bene come per il male.”

È comprensibile, quindi, poco più avanti, l’urgenza dell’io narrante di specificare che “il capo della famiglia, il signor Antonio, era l’uomo più mite e giusto della regione.”

L’atteggiamento conflittuale, “doppio” (e non a caso la figura del ricco pastore, il “balente”, viene pure sdoppiata) dell’io narrante di Cosima è quello che la scrittrice tiene per tutta la sua opera, sempre in bilico fra le sue “fantasie” (ma io direi memorie) barbariche e il traboccante sentimentalismo che ne costituisce l’immagine speculare. Il “balente”, per poter essere venerato come “eroe fondatore”, deve essere rimosso dal presente, sacrificato, e come vedremo, questo in effetti è ciò che avvenne, in modo tutt’altro che metaforico, all’immediata vigilia “della miglior stagione creativa della Deledda”.

Il tema dell’opera deleddiana non è, quindi, il “sacrificio di sé”, più o meno cristiano, ma il vera e proprio sacrificio umano il versamento del sangue altrui che la nascente borghesia barbaricina dovette effettuare sull’altare del Baal coloniale, sacrificando letteralmente il proprio primogenito il balente, il banditosardo.

E’ da questo battesimo di sangue che nasce alla “vita civile” la borghesia clooniale sarda, che da quel momento in poi scioglie ogni ambiguità, si schiera una volta per tutte dalla parte del potere metropolitano e ne diventa il docile strumento di penetrazione e sfruttamento coloniali.

I1 tradimento, la delazione, 1a “vendita”, l’uccisione del proprio eroe fondatore sono il vero peccato originale che i protagonisti dei romanzi di Grazia Deledda devono espiare e non la metafisica “colpa di essere nati” di cui scrive Salvatore Satta, altro scrittore nuorese e “deleddiano”, discendente dalla stessa schiatta, sull ‘ultimo pagina di “Il giorno del giudizio”.

Benchè la figura di “banditosardo” che nell’ opera deleddiana meglio si configura come “eroe sacrificale” sia quella di Simone Sole, il bandito innocente, amante della protagonista in Marianna Sirca, mi è sembrato più interessante analizzare la stilizzazione dell’archetipo che la scrittrice effettua con un breve racconto incastonato in Cenere. Cenere è stato scritto “a caldo” (è pubblicato nel 1903), a poca distanza di tempo dai drammatici avvenimenti del 1899 e il personaggio è inserito in una vicenda che è la mera rielaborazione di un fatto di cronaca avvenuto pochi anni prima. Confrontando la cronaca dell’episodio riportata in Banditi a Orgosolo di Franco Cagnetta col racconto deleddiano si puo risalire alle operazioni narrative e ideologiche messe in atto dalla scrittrice.

 

2

La situazione nella .Sardegna di quegli anni, era caotica :

” Orgosolo (e almeno tutto il resto della Barbagia) si presenta in quel finire del XIX secolo come un paese o mercato ancora vergine : relativamente ricco, non ancora sfruttato a fondo. Il problema della sua conquista pacifica, economica, si pone inanzitutto come problema di eliminare

la turbolenza e il brigantaggio. La nuova crisi di trasformazione del mondo pastorale sardo ha avuto il suo contraccolpo in Orgosolo—data la struttura e la storia particolare del paese—con un aumento specifico della criminalita: 200 bande di briganti scorazzano nel territorio.

È proprio da quel primo contatto della borghesia industriale “continentale” con il paese di Orgosolo che 1o stato italiano scatena una prima campagna “coloniale vera e propria”. Un insieme di misure repressive che gli italiani impiegheranno più tardi soltanto con le popolazioni delle colonie, in Libia e in Etiopia.” (Banditi a Orgosolo:150)

Dal 1870 al 1899 ben 79 membri dell’arma erano caduti in conflitto”. (Banditi a Orgosolo:170)

Come si vede la “semina di fantasie barbariche” è proseguita ben oltre gli anni dell’infanzia di Cosima/Grazia. La bardana alla quale si ispira il racconto di Cenere è del 1894, e Grazia, che aveva “la tenera età” di 23 anni si dedicava già alla “raccolta delle tradizioni popolari di Nuoro e si preoccupava di mitigare la “triste fama di cui godono Ie popolazione del Nuorese”.

In Cenere l’autrice, in una nota a pié di pagina, definisce la bardana come: “un’impresa brigantesca per la quale si radunavano in gran numero malfattori armati che andavano cosi uniti ad assaltare una casa, un ovile.” Cagnetta distingue fra bardana dei poveri e bardana dei ricchi. Quest’ultima che è il tipo di bardana descritto sia nella cronaca che nelracconto, ed “è organizzata per aumentare il proprio patrimonio aIle spal1e di un altro ricco (e) avviene per arruolamento” (Banditi a Orgosolo:99) […] L’organizzazione di rapine da parte dei ricchi è la bardana abituale, si può dire che la bardana sia ad Orgosolo la via maestra della formazione della proprietà (Banditi a Orgosolo: 99).

Eccoci dunque, alla descrizione di una di quelle “imprese e guerriglie medievali” dalle quali è sorta l’“aristocrazia ladrona” di Barbagia: “ll saccheggio di tutte le case di un vicino paese, è uno dei fenomeni più impressionanti dell’antica storia di Sardegna. Per dare un esempio, ne citerò uno assai celebre, compiuto in Tortolì il 13 Novembre 1894, che contiene tutti gli elementi di questa forma classica di bardana. A mezzanotte circa, cinquecento grassatori orgolesi a cavallo, armati di moschetti, erano penetrati, silenziosi, in quel paese. Circondata la caserma dei carabinieri, e disposti nelle vie in modo di poter controllare tutte le case, avevano cominciato a sparare contro le finestre cacciando per intimidazione urla accutissime. Della caserma dei carabinieri avevano risposto al fuoco con due o tre fucilate e, allora, un gruppo di Orgolesi, entrato con la forza, aveva massacrato i pochi uomini di guarnigione. Numerosi grassatori, sfondate con asce e mazze le porte, erano entrati in ogni casa svagligiando e operando ferimenti e uccisioni. Solo le donne venivano rispettate. […] compiuto il furto i grassatori erano scomparsi, come per incanto, dal paese. I1 sindaco di Tortolì e altri due o tre uomini usciti dalle case erano scesi nelle campagne e qui avevano rinvenuto il cadavere di un grassatore morto: aveva fattezze signorili, mani bianche e fini, era completamente nudo e con la testa staccata e asportata dal busto, che i suoi compagni avevano portato con 1oro per evitare il riconoscimento. Nessuno dei grassatori è mai stato identificato. (Banditi a Orgosolo:102-103)

La bardana fruttò un bottino ingentissimo: 2500 lire in oro, 1500 monete russe, 1250 monete di Venezia, 20 sterline, calici d’oro, oggetti di chiesa, gioelli, argenterie, orologi e armi.

Si puo facilmente immaginare quale scalpore abbia suscitato la bardana orgolese fra la borghesia italiana, le cui truppe coloniali, pochi anni prima, avevano tentato unn bardana ai danni dell’Etiopia del Negus Menelik ed erano state, a differenza dei barbaricini, massacrate.

In Italia numerosi scienziati si erano occupati delIa speciale delinquenza del Nuorese. Promotore se n’era fatto il prof. Alfredo Niceforo can una serie di studi che vanno da La delinquenza in Sardegna a L’ Italia barbara contemporanea. Le teorie del Niceforo si basavano sullo studio di crani sardi raccolti e inviati in continente. […] Scriveva il Niceforo—il prof. Sergi ci disse: “Mettete in fila tutti questi crani sardi delIa collezione e avrete un’intera fila di crani degenerati. Nella poplazione sarda c’è veramcnte della patologia.” (Banditi a Orgosolo:170)”

L’atmosfera attorno alla “categoria di famiglie” che in quegli anni aveva fatto impunemente il doppio gioco, aprofittando dei privilegi che le derivavano dall’enssere contemporaneamente “aristocrazia delle libere repubbliche montanare” e tramite delIa penetrazione coloniale italiana si fa molto pesante. II potere metropolitano comincia a dare segni di stanchezza e di insofferenza. I prinzipales cercano di correre ai ripari e per la prima volta rinnegano le leggi non scritte della propria cultura e si schierano dalla parte della “Giustizia”: “Spaventati da una repressione che cominciava a colpirli per la prima volta direttamente e dai danni che ne subivano, i proprietari della regione che avevano sino allora incoraggiato e organizzato il brigantaggio cominciarono da quel momento un’azione generale di delazione dei briganti, di convinzione dei latitanti (Banditi a Orgosolo:180)

II primo ad essere venduto (e non poteva essere diversamente) è Giovanni Corbeddu Salis, il “re della macchia”, che quasi un secolo dopo sarebbe stato usato dal regista Louis van Gasteren per riproporre il mito del buon selvaggio.

[…] il capitano Mauro—contando sui fondi rimessigli per compensare l’opera degli informatori di polizia, intervenendo direttamente con il consiglio e con l’intimidazione presso gli agiati proprietari noti come organizzatori del brigantaggio—aveva trovato il modo di cominciare a disporre le trappole al vecchio brigante in disarmo, Corbeddu di Oliena, il “re delIa macchia”. È voce comune che questi fosse stato abbandonato dai proprietari di Oliena, posti di fronte a gravi minacce, come un rudere ormai inutilizzahile” (Banditi a Orgosolo:172)

Poi è la volta del secondo in carica: “II 4 Aprile 1899 in territorio di Ozieri alcuni propietari locali, unitamente al brigadiere Sulals Antonio, in abito civile, dopa avergli garantito un pacifico incontro, prendevano a fucilate e assassinavano il vecchio Salvatorangelo Dettori, il “vice-re delIa macchia”. Cadeva dopo Corbeddu il più annoso dei briganti sardi. I proprietari che proteggevano i banditi, se questi divenivano dei cani vecchi e inutili, non avevano nessuna difficoltà a sparare loro addosso.” (Banditi a Orgosolo:174) Ma ormai è tardi anche per i prinzipales o almeno per quella parte di essi che ha tirato troppo la corda.

I1 piano generale di sterminio del brigantaggio [era stato presentato al re] ed Umberto I , il Buono, presane rapida visione, aveva approvato la distruzione del brigantaggio a ferro e fuoco.” (Banditi a Orgosolo:175) “La consegna era semplice e formale: arrestare tutti, i sospetti e i sospettabili, senza mandato di cattura. A regolarizzare le cose si sarebbe provveduto dopo. Figuravano fra gli arrestati il sindaco di Orgosolo, Manca ; il sindaco di Orune, Sannio; il sindaco di Lula, Goddi; il sindaco di Osidda, Deroma-Lai; il segretario comunale di 0liena, Puligheddu-Musiu; il segretario comunale di Fonni, Cualbu; il segretario comunale di Sarule, Porcu.(Banditi a Orgosolo:176)

A molti “ricchi pastori” saranno, in quei giorni fischiate le orecchie.

 

 

Grazia viveva ancora a Nuoro. L’anno successivo vedrà il suo trasferimento a Roma e l’inizio “della migliore stagione creativa” con la pubblicazione di Elias Portolu, e l’inizio dell’edificazione del mito del banditosardo.

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out /  Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out /  Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out /  Change )

Connecting to %s

%d bloggers like this: