Il fascismo linguistico dello stato italiano, dal “risorgimento” ai video della RAI

Il brano che segue è tratto da Sardegna fra tante lingue. Il contatto linguistico in Sardegna dal Medioevo a oggi. (Bolognesi & Heeringa, 2005)

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Come si può vedere, non c’è soluzione di continuità nella storia delle sopraffazioni linguistiche subite dalle popolazioni soggette allo stato italiano, dalle origini fino a oggi. Così come non c’è differenza tra il trattamento subito dai Sardi e dalle altre popolazioni.

A qualcuno i toni “ruvidi” che uso nel blog non piacciono e si indigna per “il dito che punta alla luna”.

Bene, qui sotto ribadisco gli stessi concetti, ma in tono “accademico”.

Buon divertimento!

 

De Mauro (1970) ha calcolato che nel 1861, data di proclamazione dell’Unità d’Italia, soltanto lo 0,8% della popolazione del Regno conoscesse effettivamente la lingua che si pretendeva fosse la loro, e solo in forma scritta. De Mauro è giunto a questa cifra ipotizzando che, al di fuori della Toscana e di Roma, l’italiano venisse appreso solamente a scuola e lo 0,8% costituisce la percentuale della popolazione che, nell’intero Regno, aveva frequentato le scuole a tale data. A sua volta, Pira (1978) ha calcolato che nel 1861 oltre il 90% della popolazione della Sardegna fosse costituita da analfabeti. Fino alla realizzazione effettiva dell’istruzione obbligatoria, intorno alla metà del secolo scorso, le lingue ufficiali dei dominatori stranieri erano rimaste fondamentalmente estranee alla vita dei sardi.1 I dialetti del sardo sono rimasti per molti secoli le lingue di piccole comunità arcaiche che vivevano nei loro villaggi, isolate le une dalle altre e dal mondo esterno.2

L’Unità d’Italia trovò i dialetti sardi in una posizione estremamente debole nei confronti dell’italiano, da quel momento lingua ufficiale del nuovo stato. A questo si unì l’atteggiamento delle autorita italiane nei confronti delle lingue non ufficiali presenti nel territorio dello stato. Gensini (1982:326) descrive quest’atteggiamento nel modo seguente: «La fobia antidialettale attechì ben presto nelle nostre scuole, nella mentalità del ceto insegnante, nell’atteggiamento generale verso la lingua di tutte le autorità dello stato. Era in fondo un’ideologia del potere: una forma, la più immediata e violenta. […] Vedremo nelle prossime pagine che l’odio per il dialetto, vissuto con assoluta ignoranza e isterico autoritarismo dai pubblici poteri, durerà e si approfondirà nel corso del nostro secolo. Arriverà fino a noi, alle nostre scuole, all’esperienza di ciascuno di noi. Tutt’oggi esso non è stato interamente sconfitto».

La pressione psicologica esercitata dalle istituzioni italiane nei confronti degli scolari non poteva non avere conseguenze devastanti per l’atteggiamento linguistico dei parlanti sardi nei confronti della loro lingua nativa. Il libro di Gavino Ledda Padre Padrone rappresenta bene l’enorme difficoltà incontrata ancora negli anni ‘40 dai bambini della Sardegna rurale (e non) ad accedere effettivamente alla pubblica istruzione.

Questi fattori ebbero conseguenze numericamente limitate fino alla seconda metà del ‘900, dato il numero ancora ristretto di bambini che avevano effettivamente accesso all’istruzione pubblica. Si tenga presente che nel 1921 circa il 50% della popolazione sarda era costituito da analfabeti, mentre nel 1951 ancora il 21% si trovava in quella condizione (De Mauro 1970:99-100).

Pira (1978:259), riferendosi implicitamente all’analfabetismo di ritorno, presenta l’argomento in termini leggermente diversi da quelli usati da Gavino Ledda nel suo libro: «Di segno totalmente opposto [alla vicenda degli istruiti] era la vicenda di chi, terminate o interrotte le scuole elementari, restava nel villaggio (abitato o agro).

Per lui la misura dell’esposizione alla cultura italiana si faceva sempre più scarsa sino a ridursi quasi a zero, con la sola eccezione della breve, improvvisa, traumatica parentesi dell’esposizione assoluta al servizio militare; che era però appunto una parentesi: due giorni dopo il ritorno (qui un ritorno c’era), il giovane pastore barbaricino aveva già ripreso a parlare il suo dialetto […]. Insomma, il viaggio del pastore non era irreversibile come quello del suo coetaneo «studiato», non approdava ad un altrove».

Il fenomeno dell’italianizzazione linguistica divenne invece generale dopo il raggiungimento dell’effettiva obbligatorietà dell’istruzione primaria e quando una parte consistente della popolazione cominciò a raggiungere un grado di istruzione superiore.

Per quanto riguarda l’atteggiamento dello stato verso le lingue non ufficiali, solo nel 1923 si ebbe una leggera inversione di tendenza, con l’introduzione di “un insegnamento iniziale sostanzialmente bilingue (dialetti-lingua dello stato)” (Atzori & Sanna 1995b:425). Il provvedimento, suggerito dal filosofo Giovanni Gentile, era mirato soltanto ad agevolare, rendendola meno traumatica, l’imposizione della lingua statale e, data una simile base ideologica, era anche destinato a non durare a lungo.

Nel 1934, quando il regime fascista proibì l’uso del “dialetto” nelle scuole, si verificò la svolta decisiva nella guerra combattuta dalle autorità italiane contro le lingue non ufficiali (De Mauro 1970:341). Il bambino monolingue in dialetto veniva a trovarsi brutalmente confrontato con una lingua a lui sconosciuta che, in perfetta malafede, si pretendeva fosse la sua. A questa violenza psicologica si univa spesso la violenza fisica. Le parole dello scrittore Franziscu Masala descrivono in modo tragicomicamente adeguato l’impatto dell’italianizzazione forzata sui bambini sardi durante il fascismo: «Intremus in prima elementare allirgos e abistos, nde bessemus tontos e tristos».

La guerra dello stato italiano contro la diversità linguistica era comunque generale ed era in corso da tempo. Undici anni prima il regime fascista aveva abolito le scuole bilingui per la popolazione tedesca del Sud Tirolo, per le popolazioni slovena e croata delle regioni nord-orientali e per la popolazione franco-provenzale della Val d’Aosta. Nello stesso anno, tutti i toponimi di queste terre di frontiera vennero italianizzati, mentre nel 1925 l’uso dell’italiano divenne obbligatorio in tutti i luoghi pubblici. Nel 1926, addirittura, i cognomi dei cittadini di etnia slava e tedesca vennero «restuiti in forma italiana» (Gensini 1982:362).

La guerra fascista contro le lingue non ufficiali venne proseguita dal seguente regime democristiano che, costretto da trattati internazionali a riconoscere come tali le minoranze linguistiche presenti anche negli stati confinanti di Francia, Austria e Jugoslavia, continuò comunque a negare gli stessi diritti alla grande maggioranza di cittadini parlanti nativi di un ‘dialetto’. Esemplare, in questo senso, è il seguente decreto del Presidente della Repubblica del 24 giugno 1955: «L’insegnante dia sempre buon esempio del corretto uso della lingua nazionale e, pur accogliendo le prime spontanee espressioni dialettali dell’alunno, si astenga dal rivolger loro la parola in dialetto».

1Si veda PIRA (1978) per un’analisi antropologica del rapporto eternamente conflittuale fra le comunità dei villaggi sardi e il mondo esterno.

2Questa è la situazione geografica e antropologica descritta da LE LANNOU (1979).

3 Comments to “Il fascismo linguistico dello stato italiano, dal “risorgimento” ai video della RAI”

  1. Bi semus torra rutos a cùcuru fighidu, deo in primis, in su de cunsiderare su fascismu un’ispètzia de ingiùria sambenosa: fascistas de dereta e fascista de manca, fascista sa Lega. E gasi, fascistas totus fascista nemos. Eiar Eiar alalà, amus iscritu in su blog tuo e in su meu, una paristòria pro brullare e s’arrejolare. Su fatu istat chi nen Rai 1, nen Rai 3, nen Rai 2 sunt fascistas mancari custas retzes de su servìtziu pùblicu, una a contu de sa dereta, una a contu de sa manca e s’àtera a contu suo, siant responsàbiles de cuddu ispot natzionalista grandu italianu.
    Sa cosa est meda meda pejus ca si tratat de una alliàntzia pre polìtica, culturale. Pagu importu tenet su de ischire si s’autore de cussa tontesa (chi mesturat limbas costitutzionalmente amparadas e “dialetti” a dolu mannu lassados a benefìtziu de Deus) in bugiaga tenet una tèssera o un’àtera. Sa violèntzia, ca custu est, est unu sinzale de debilesa de su chi li narant “sentimento nazionale”: a chie s’intendet apretadu in unu cuzone sena essida si cumportat gasi, pròpiu che a una gatu istrinta in un’angrone paris cun sos figigheddos.
    Proadu mai as a la cumbìnchere una gatu ispramada chi tocat de abarrare a sa sèria e de cunsiderare chi b’at àteros àidos pro si nch’essire chi non siat a afranchiare a unu disisperu su chi pensat chi siat unu perìculu? Li dias mai nàrrere a sa gatu chi s’est cumportende a sa fascista?

  2. A parti is brullas de unu cumentu miu chi po sballiu nc’ apu postu indunu post “beçu”, mi interessat meda e ita ndi pentzat su Professori de is chistionis chi nci fiant.
    Innantis comenti faint is de sa Rai a nci ponni fintzas a su toscanu, in su primu de is spotus? Intzandus nc’ iant potziu ponni a s’arromanu puru … Ma evidentementi s’arromanu ddu chistionant is de sa Rai e totu, e tandus totus ddu cumprendint. Chini scit poita?
    Su chi passat de custus spotus est ca s’itallianu fiat po totus una cosa scontada, naturalli comenti sa birdura, e sa bella est a ddu nai evochendi su pantasima de s’istoria.

    E a coa sa “Segundu Arromanizazioni”: e ita ndi ddi parit de custu fenomenu, o su Professori?
    Po mei custu fait comprendi e cantu est potenti po sa lingua su medium televisivu. Sighendi unu pagu sa chistioni de sa “literadura sarda” mi seu pregontau a cantu genti podiat tocai, ca totus no podeus essi literaus. Iat a essi sarcasticu (o sardonicu?) chi sa di chi totus is scritoris iant a scriri in sardu sa genti iat a fueddai arromanu.
    A sa fini fortzis est sa chistioni de s’indipendentzia mentali o culturali, de tenni unu centru comunicativu ca no serbat sceti a ndi arrembaltzai is modas prus lofias de continenti. Ma custu si podit realisticamenti pentzai de ddu fai abarrendi in Itallia?

  3. O ZPF, tenes resone ca non cumbenit a imperare sa definitziione “fascista”–ca est abusada–ma pro a mie est una definitzione curturale. Natzionalista grandu-italiana? Ma tue ses natzionalista, ma regonnosches puru a is “dialetos” sa dinnidade de limbas. Duncas deo non m’agato cun sa definitzione tua e creo ki “fascista” sia megius. Ma tennes resone, est abudada.
    Ma candu manigias su strumbu verbale, toca, bisongiat puru ki pungat.
    Po s’àteru so puru de acordiu: timent. Funt a su “Götterdammerung” e l’ischint.

    O Robertu, su ki times tue est a l’acabbare ke is Irlandesos: cun bator intelletuales ki imperant ancora sa limba.
    Deus non bollat!

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