Archive for January, 2011

January 31, 2011

Reflections on thin ice

Su mundu est cambiendi-si asuta de is peis.

Tra pagu facili chi eus a biri un’Italia chentza de Berlusconi.

Sa pregunta immoi est chi cust’Italia at essi diferenti meda de s’Italia chi seus biendi custas dis.

Ma Berlusconi non nd’at a arrui po nexi de su caddotzimini e de su fragu malu chi ndi bogat e ca immoi lompit fintzas a innoi e ni-mancu is predis satzagonis dd’aguantant prus.

Nd’at a arrui poita ca immoi issu est unu perigulu po totu su mundu.

At fatu che Piricocu (su nomingiu de Mussolini in Iglesias) e si dd’at posta a manigu de paracua (custa puru est tipica de Iglesias, ma mi parit crara po totus).

Sa diferentzia cun Piricocu est ca, insaras, funt sbarcaus is Alleaus in Sicilia, e immoi est sutzediu su casinu  a sud de sa Sicilia.

E cussu est casinu forsis prus mannu de su de su 1989: in Egitu funt fendi su tundinu–ma est tundinu diversu de su de Bersani–a Mubarak.

Arrutu Mubarak, bai e circa ita ndi essit de cussu corru de furca chi ddi nant Mesu Orienti: is carnitzeris israelianus funt giai agutzendi sa bomba atomica.

Chi nd’arruit Mubarak ddis tocat a stringi su tundinu a is Sionistas puru.

E intzandus si tocat a totus a timi e mali puru.

Berlusconi invecis est pensendi a atrus tundinus: su de sa “neta de Mubarak” e su suu.

Ita si ndi faint s’America e s’Europa de Berlusconi, immoi ca su mundu est cambiendi-si asuta de is peis a totus?

Nudda, e su fatu ca Berlusconi est pensendi sceti a si sarvai su tundinu cosa sua e a segai su tundinu de is piciocheddas non est prus una chistioni interna de s’Italia.

A is alleaus de s’Italia ddis serbit unu guvernu chi guvernit.

Insomma, tocat a essi prontus a ddu biri partendi: o a una manera o a s’atra.

Ma partíu issu, at a cambiai cosa?

Non m’abetu nudda e–nau sa beridadi–de su chi podit sutzedi a s’Italia pagu mi ndi importat e apu giai spiegau poita.

Ma mi ndi importat meda de su chi podit sutzedi a sa terra mia: unu poita ca s’Italia est ancora sa meri de sa Sardinnia; duus poita ca cantu prus passat su tempus, tanti prus pitica est sa diferentzia chi biu deu intra de Sardinnia e Italia.

E chi s’Italia si scuartarat–comenti at prevédiu Piero Ignazi–comenti dd’acabbaus nosu?

Prontus seus po detzidi a solus ita boleus?

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January 27, 2011

Reflections

Dall’Italia ho avuto un cognome, un diploma di perito chimico e un passaporto.

L’unica cosa che mi è servita nella vita è il passaporto.

Questo qui sopra è il laghetto che circonda quasi per intiero la scuola in cui lavoro.

Ieri sono venuti a trovarci due cigni: cigni selvatici, ovviamente.

Questa è una delle tante soddisfazioni che mi da il mio lavoro.

La mia scuola è una di quelle che qui chiamano “comunità scolastiche”, cioè nello stesso istituto si trovano gli istituti professionali, quello che si può paragonare agli istituti tecnici italiani e i corrispondenti dei licei classico e scientifico.

Il laghetto e il prato sono dal lato dell’ingresso delle professionali.

Vivo in un paese in cui si pagano le tasse e qui sopra potete vedere come vengono utilizzate.

Vivo in un paese in cui, per quanto piccolo, l’esistenza delle minoranze linguistiche non viene negata: soprattutto non viene negata da chi pretende di essere un democratico.

Vivo in un paese in cui non ho più bisogno di spiegare perché sono fiero di non essere Italiano.

January 20, 2011

Saranno famosi!

 

E dire che allora non aveva ancora vinto il Nobel, altrimenti chissà cosa sarebbe successo.

Lei era una studentessa tra i 22 e i 24 anni, non ricordo bene.

E non ricordo neppure cosa studiasse. Era andata ad intervistarlo e–com’è come non è–lui, il grande attore-regista, era riuscito a trombarsela, anche se avrebbe potuto quasi essere suo nonno.

Ma la cosa comica è che lei, appena tornata a casa, ha raccontato tutto al suo ragazzo.

Lui allora è andato dal grande attore-regista, incazzato nero, a dirgli che doveva vergognarsi di trombare con una che poteva quasi essere sua nipote.

Il grande attore-regista, invece di vergognarsi, l’ha raccontato a Frantz e gli ha anche detto: “Ma questa scema, perché ha raccontato tutto al suo ragazzo?”

Frantz l’ha raccontato a me, perché il grande attore-regista gli aveva detto che io so usare bene la voce e così Frantz cercava di convincermi a entrare nella sua compagnia di attori dilettanti per recitare i lavori del grande attore-regista-autore e spettegolava di lui in continuazione, proprio come una bagassa vecchia.

Franz–quando gli avevo detto che lo spettacolo del attore-regista-autore al teatro municipale era già tutto esaurito–mi ha detto: “Gli parlo io!’ e poi mi ha telefonato: “Puoi andare a sederti sul palco insieme agli altri giovani!”

Io ci sarei anche andato a sedermi sul palco–sono meno timido di quello che sembra–ma Linda: “Manco morta!”

E Linda aveva un viso che ricordava quello di Mia Farrow–ma meglio–e il resto era assolutamente meglio!

Prima dello spettacolo io e il grande attore-regista abbiamo parlato un po’, ma non sapevamo cosa dirci. Lui ha detto: “Abbiamo le stesse scarpe” e io “Si, ma le mie non sono di marca.” Poi abbiamo continuato a guardarci le scarpe.

Io e Linda ci siamo seduti su due sedie appena dentro le quinte (si dice così?) e abbiamo visto tutto di profilo.

Il grande attore-regista è stato magnifico e Franz si è dimostrato un’ottima spalla, traducendo l’altrimenti misterioso umorismo di lui, e io ho riso moltissimo, ma Linda–che non capiva una mazza di quello che faceva lui–ha detto che praticamente non ho fatto altro che piangere.

Quando la rappresentazione è finita, il grande attore-regista è scappato di corsa dal palcoscenico ed è venuto a fermarsi con il volto a dieci centimetri da quello di Linda.

Boh?!

Insomma, adesso che l’ho raccontato–anche se a quasi trent’anni di distanza–sono diventato un po’ famoso anch’io e anche un po’ cornuto.

January 17, 2011

Un Italiano di serie B

Sul sito dell’agenzia letteraria Kalama si legge: “

“Alessandro Aresu è nato a Cagliari nel 1983. Allievo di Enzo Bianchi, Massimo Cacciari e Guido Rossi si è laureato con una tesi sulle teorie filosofiche del capitalismo proprio con quest’ultimo.
Nel 2006 pubblica con Bompiani il saggio Filosofia della navigazione con la prefazione di Massimo Cacciari.
Scrive per La Nuova Sardegna e Limes ed è tra gli autori del sito lospaziodellapolitica.com.
Un suo saggio è in attesa di pubblicazione.”

Alessandro Aresu è anche l’autore dell’articolo Pocos, locos y mal unidos, pubblicato dalla rivista Limes, del quale ho pubblicato anche io il link in un post precedente.

L’articolo di Aresu si conclude nel modo seguente: “La Sardegna non è Singapore. I Sardi sono un piccolo popolo. Si aggirano per un mondo troppo vasto, un Mediterraneo troppo vasto e la loro curiosità s’arresta sulla domanda obbligata (“Ma la Sardegna?”) che rivolgono a tutti gli interlocutori. Abbiamo molta più paura degli indifferenti che dei conquistatori.”

Basterebbe questa conclusione a qualificarlo come l’eterno Sardo che ha venduto l’anima al padrone coloniale, nella speranza di ricavarne qualche vantaggio personale, ma è giovane e vuol far carriera, cerchiamo di capirlo.

Ma naturalmente le cose sono più complesse di così, e io mi chiedo se davvero i suoi due padroni (Caracciolo e De Benedetti) si accontentino della pappetta rimasticata che gli propina questo Arlecchino abituato a scrivere per il pubblico sassarese.

Limes non è ai livelli della Nuova Sardegna e non credo che i lettori della rivista siano rimasti impressionati dagli argomenti di Mariotto Segni (“L’uomo con un grande futuro alle spalle”) o che a loro sia capitato di incontrare soltanto Sardi che pongono loro la “domanda obbligata” di Aresu (“Ma la Sardegna?”).

Se proprio vogliono provare, provino con me. Io chiederei loro: “Ma sorris bonas tenis?”

Prima, però, è meglio che si informino sul reale significato della frase.

Scrivere sulla Nuova le cose che scrive Alessandrino Aresu è comprensibile e quasi doveroso: servono al notabilato sassarese ad esorcizzare lo spettro della perdita della propria egemonia sul livello locale della politica italiana. Le parole del figlio del presidente golpista—altro non è mai diventato—esprimono appunto il terrore dei notabili di Tatari Ggatzu di essere identificati per quello che sono: dei Sardi che parlano male l’italiano.

E—ahi loro!—da quando Pisanu ha scoperto di essere un uomo, prima ancora che un Sassarese, non c’è neanche più un ministro della Repubblica delle Banane che parli con quell’accento buffo.

Il sogno di Tatari Mannu è morto con Rovelli—l’avete voluto voi!—e con la Torres che non giocherà mai più nello stesso campionato del Casteddu.

Rassegnatevi e tornate a mangiare ziminu, ché vi fa solo bene: parvenus che non siete altro!

Ma in sardo suona meglio: “priogu arresuscitau!”

Aresu non sa niente di linguistica, né di sociolinguistica (cosa, quest’ultima, che perfino un filosofo come lui riuscirebbe a capire!) e liquida la questione sulla quale dovrebbe scrivere nel modo seguente: “Non interessa qui il punto di vista linguistico, che è stato autorevolmente discusso, ma, in un’ottica più generale, il risultato reale della contrattazione della Sardegna rispetto allo Stato: l’irrilevanza.”

Il nostro filosofo Alessandrino—indubbiamente, un sofista!—si lancia in una spericolata serie di analisi sulla cause e sui rimedi di questa irrilevanza—”Alla campagna sarda servirà forse un nuovo Cossiga e un nuovo Turriga!”—ma non fa un cenno sull’unica vera causa: il disprezzo dello stato italiano verso i deboli.

I Sardi sono troppo pochi—ma su questo punto Areddu, sia pure reticentemente, fa alcune ammissioni—per poter ricattare elettoralmente gli Italiani: devono accontentarsi delle perline colorate costituite dal ministro sassarese—unu e bo’ e non semper, mi!—e del ricordo dei presidenti sassaresi fuori di testa.

Tutto è vano, quindi, per i Sardi che vogliono essere Sardi (sembra di leggere Grazia Deledda!): “O Sardos, parade su culu e lassade-bos coddare!”

“E io, Alessandrino, speriamo che in questo modo me la cavo (traduco: spero di non dover mai andare a fare un lavoro vero!)”

Bellissimo il passaggio in cui esemplifica l’inutilità della lingua sarda per vincere le elezioni in Sardegna: “Durante la campagna elettorale, Renato Soru tenne alcuni comizi in sardo. Il suo avversario Ugo Cappellacci non parlò mai in sardo, ma i suoi comizi vedevano spesso la presenza di Silvio Berlusconi.”

Come si sa, Soru ha perso e Berlusconi ha vinto.

Perché? “Chiaro, perché Soru ha parlato in Sardo!”

Io direi che Cappellacci ha vinto perché Soru ha perso, sbagliando tutto quello che poteva sbagliare.

Oppure perché, per una volta, i Sardi sono stati stupidi quanto gli Italiani e si sono lasciati fottere.

Aresu ha dimenticato che Berlusconi ha sconfitto anche i suoi padroni italiani, i quali mai si sono sognati di pronunciare una parola in sardo—né, ignoranti come sono, saprebbero farlo—e che il berlusconismo oggi sta implodendo non per merito degli Italiani, ma semplicemente perché anche a Berlusconi c’è un limite.

Non mi risulta che siano state studiate le conseguenze a lungo termine del Viagra sul cervello umano. Probabilmente, questo è il primo caso accertato di demenza da abuso prolungato di Viagra.

Do un consiglio a Carletto De Benedetti: “O fro’, is tzeracus sciobera-ti-ddus mellus! Custu est sceti un’Italianu de seria B”

January 16, 2011

Articulu de Alfonso Stiglitz

Chi è l’ottentotto?

http://www.manifestosardo.org/?p=6475

January 14, 2011

Legide-bosi is tontidades de Alessandro Aresu

Sa revista Limes at agatadu sa persone adata a scrier su ki is Italianos kerent intender a subra de su sardu.

Gosade-bos-lu!

http://www.chiarelettere.it//allegatidef/1210_Limes68512.pdf

January 13, 2011

Pocos, locos y mal unidos, ma…

Il movimento per la limba ha tanti difetti e tante debolezze.

Il classico “Pocos, locos y mal unidos” ci viene, per esempio, rimproverato ancora una volta dal solito mercenario ingaggiato per l’occasione dalla rivista Limes per il suo Quaderno Speciale sulle lingue del mondo. Io non ho letto l’articolo, ma non ho dubbi sull’onestà, intellettuale e non, di chi mi ha inviato la recensione, che ho pubblicato in un post precedente.

Del resto il mercenario ha ragione: siamo effettivamente pocos, locos y mal unidos: altrimenti io non avrei bisogno di scrivere ancora una volta–e ogni volta è una di troppo!–in questa lingua bananiera.

Scrivo in italiano perché spero di potermi ancora rivolgere a chi in questa lingua si riconosce, sperando anche che dall’altra parte del Tirreno esista un numero sufficiente di persone ancora in grado di intendere e di volere.

Una delle cose più belle del nostro movimento–ma questo riguarda anche i nazionalisti e gli indipendentisti sardi–è l’assenza di odio per gli Italiani e per la loro lingua.

Il nostro non è mai stato un movimento CONTRO l’italiano o gli Italiani, ma a favore del sardo e della Sardegna.

Quello che ci muove è l’amore per ciò che siamo, non l’odio per ciò che non siamo.

Ho letto una volta da qualche parte la definizione che Adriano Sofri dava dell’identità: secondo lui a definirci sarebbe ciò che non siamo.

Questo varrà forse per lui, ma non vale certo per me.

Io sono sardo perché condivido con gli altri Sardi una lingua–ma è chiaro, in Sardegna ci sono più lingue sarde–e una storia.

Un’altra cosa che definisce la mia identità è l’essere di sinistra: la mia storia personale di figlio di operaio, e di operaio io stesso fino ai quaranta anni, non mi offre scelta.

Del resto preferire leggermente la giustizia sociale e la solidarietà alla libertà individuale mi sembra anche questa una scelta più positiva dell’approvazione dell’egoismo dei più dotati o fortunati.

Detto questo, dico anche che per la prima volta mi trovo a dubitare dei miei sentimenti verso gli Italiani.

Se riesco a convivere con l’indifferenza della sinistra italiana verso di noi e dei nostri problemi, non mi risulta facile non odiare chi sistematicamente e attivamente lavora per negare la dignità di lingua alla mia lingua e per falsificare la mia storia.

Il gruppo editoriale guidato da Carletto De Benedetti sta conducendo una campagna sistematica contro le lingue minoritarie–i suoi mercenari le definiscono “dialetti” e usano qualsiasi occasione per metterle in ridicolo–imitati dal Corriere della Serva e dall’EiaR-RAI.

Per di più, in questi giorni di fregola da anniversario, diverse tra le firme più prestigiose del Gruppo Espresso-La Repubblica ricorrono alla falsificazione della storia, pur di non far apparire la verità–in sé completamente innocua–dell’origine “sarda” dello stato italiano.

Francamente, non provo nessun affetto per il Regno di Sardegna: a comandarci erano Re stranieri e figli di puttana.

Ma me ne frega che la mia storia–quella bella e quella brutta–non venga distrutta, perché io–noi tutti–siamo la nostra storia.

Io ho sempre pensato di poter convivere con gli Italiani democratici, ma oggi sembra proprio che gli alfieri più vistosi di questo schieramento non vogliano altro che distruggere la mia identità.

Spero proprio che gli Italiani democratici non ci costringano a scegliere tra noi e loro.

January 9, 2011

Egua furistera

–Livio would fuck anything that creeps on earth!

–Comenti e tui–mi seu pensau, ma mi seu citíu.

Fiat una femina mannatza, prepotenti e sfacía–un’egua–ma portát unu piricocheddu strintu-strintu e totu suci.

Femu abarrau spantau.

Chi non mi femu imbriagau, cussu merì, mai em’essi scobertu su segretu cosa sua.

–Immoi tui e Livio seis “connaus de pillitu”, comenti si narát innoi.

Si fiat fata giai totu is contus: candu Livio iat a furriai de s’Italia, su merculis iat a crocai cun issu, ca cussu fiat su “noti libberu” de issu e o su martis o sa giobia–podemu scioberai deu–fiat po mei.

Totu issa fiat fendi.

Mi nc’iat tragau a unu restoranti spanniolu a pustis de m’essi fatu unu scandulu po s’acua chi ndi calát a domu sua de sa vasca de banniu segada.

Nci femu bessíu a sa porta totu sciustu e mesu spollincu e dd’emu bia a sa castiada ca fiat giai lingendi-si is murrus: si fiat carmada dereta.

Deu bivemu in domu de Livio, ca issu fiat torrau po ses mesis a Italia po sa circa cosa sua.

In cussa pariga de mesis non dd’emu atobiada ancora, ca deu a de di femu in’universidadi e a merì trabballendi.

Livio mi iat avértiu: “Abarra atentu a “la bisbetica domata”. Est abramía de minca!” Ma non m’iat contau ca issu puru si ndi satzát.

A mei mi nci scapát s’arrisu: cussa maca fiat cumbincia ca deu tenemu gana de m’incasinai in cudda manera.

–Tui ses aici arrilassau.

Pagu mi costát cun issa. Cussu merì mi femu cotu a binu spanniolu forti e mi nci femu lassau tragai a domu sua e issa fiat giai bisendi-si sa “poliandría”, comenti iat a nai Livio, chi fiat antropologu.

M’at arregalau unu bellu acendinu cun su logo de sa banca aundi trabballát issa: paríat arregalendi-mi s’aneddu de sposu.

Nd’apu bogau su logo e dd’apu torrau a arregalai.

Candu seu furriau de Porto Cervo, m’at biu cun un’atru acendinu e mi nd’at bogau su saludu.

Dd’apu torrada a fueddai a sa festa de su dotorau de Livio.

In giru de cuartu de ora si fiat imbriagada e Livio ndi teníat sa faci in terra cun is professoris.

Issa fiat totu s’ora circhendi de dd’afracai e de ddu basai.

Nd’est bénniu acché mei e m’at nau: “Piga-mi-nde-dda. Piga-mi-nde-dda!”

A mei mi nci scapát sceti s’arrisu.

January 7, 2011

Cattivi maestri

Una borta–una sceti!–seu arribbau acanta de bociri a un’omini.

Femu seghendi erba po is cunillus cun cussa fraci pitica, ma grussa, e apu intendiu ca ddoi fiat una pudda atzicada. Si connoscint a sa boxi chi faint candu timint.

E fiat dominigu: unu cani de cassa avatu de is puddas!

Fiat sutzediu giai duas cidas innanti. Emu agatau su callelleddu cun sa pudda in buca, dd’emu pigau e sbatiu a terra in is peis de su meri.

Su meri fiat biancu in faci e cussu m’iat fatu prexeri, ma a su callelleddu dd’apu atzopiau e cussu mi fiat dispraxu.

Custa borta a su cani non dd’emu a fai nudda.

Seu partiu currendi .

Su cani fiat a binti metrus de sa domu cun sa pudda in buca. Su meri non si bidíat.

Apu pigau su cani e de s’arrinegu ddu ponemu sa manu in buca: “Né, mussia a mei, cunnu de chi’ t’at nasciu!”

Su cassadori fiat a s’atra parti de sa cresura, prontu a sparai, a binti metrus de fillu miu.

Su sanguini m’est pesau a conca.

Tenemu su cani in una manu e sa fraci in s’atra.

Mancu mali ca connau miu at intendiu murigu e si nc’est acostau cussu puru.

–Ddi pagu sa pudda! Ddi pagu sa pudda!–tzerriát su cassadori.

–Ma ita catzu de pudda pagas, cunnu de mamma tua! Ita catzu nci fais acanta de domu mia, prontu a sparai?

–Ddi pagu sa pudda! Ddi pagu sa pudda!

–Sa udda ti segu, cunnu de mamma tua!

Portamu is manus insanguentadas, ma fiat sanguini de pudda e issu non ddu sciíat.

Connau miu ddu connoscíat, ca est cassadori issu puru.

–Tochit, paghi-ti-ddu sa pudda e bandis-si-ndi! E tui carma-ti su naturali!

E cuddu: “Tochit, neri-mi su chi ddi depu.”

–Cincuantamila francus!

At cambiau faci deretu: “Eh, ma fustei est arricatendi-mi!”

M’est torrau a pesai su sanguini a conca: “Crava-ti-nci in su cunnu! Bai-ti-ndi!”

Mi seu furriau po mi nd’andai.

–No! No! Abetit, lé!

E s’est postu sa manu a busciaca, nd’at bogau su portafolliu e fia boghendi-ndi su dinai.

Mi seu torrau a furriai e sa manu cun sa fraci si nd’est pesada a sola.

Connau miu m’at donau una collada.

–Crava-ti-nci in su cunnu!–dd’apu gridau.

M’at castiau a ogus trotus e mi fait: “Lé su chi fatzu!”

At sparau su cani a conca.

Mi seu arrinegau de prus puru.

Apu sighiu a ddi gridai de si nci cravai in su cunnu fintzas a candu non est sparessiu.

January 7, 2011

Sa cani

Nd’est arribbada e m’at basau.

Aici, chentza de mi nai nudda.

Deu femu fatu e non mi seu spantau. Mi seu sceti postu a arriri.

–T’apu biu cida passada forroghendi in mesu de is coscias de cudda piciochedda.

Deu dd’emu bia basendi a una niedda prus bella meda de issa, ma non dd’apu nada nudda.

In giru de cincu minutus mi nci at tragau a domu, ma–buginu!–m’at fatu pigai sa bicicleta a mei.

Issa s’est setzia a palas e–manna comenti fiat e deu pagu acostumau–mi beníat mali a dda portai.

In prus non tenemu idea de aundi femus andendi: femu in cussu logu de una pariga de mesis sceti.

Fiat fendi frius meda e deu femu giai scexendi e mi seu ghiaciau is manus: cussu giru in bicicleta m’at fatu passai totu s’arretumini chi tenemu.

Arribbaus a domu de issa, dd’apu domandada chi teníat cosa druci de papai e issa m’at donau unu pacu de biscoteddus e nc’est bessía a fai pisciai sa cani.

Candu est furriada, deu femu giai mesu indromiscau: gana de fai cosa non ndi tenemu propriu.

Si nc’est spollada e m’at spollau a mei puru.

Fiat manna, ma langia-langia: peus de mei.

Mi nc’est pesada a pitzus e at incumentzau a pistai su corpus suu a su miu: ossu cun ossu.

Bella maca mi femu agatau! Totu sa fantasia m’at fatu passai.

Est abarrada pista-pista unu bellu pagu de tempus e candu s’est arroscia m’at spintu sa conca in mesu a is coscias suas.

–Ge cagas!–mi seu pensau, ma issa sighíat a mi spingi sa conca.

Insaras mi seu postu ingenugau po dd’acuntentai a su mancu unu pagu e candu femu incumentzendi m’intendu una cosa callenti e sciusta in is nadias: fiat sa cani lingendi-mi su culu!

Mi seu furriau, dd’apu donada una bofetada e dd’apu fata: “Ma ti nci cravas in su cunnu?!”

Mi seu torrau a furriai a sa meri, ma issa iat serrau is coscias e si fiat totu incirdinada.

–Mi parit propriu ca ti nci bogu!–si fait.

E deu, pensendi a su frius e a su fatu ca non sciemu ni-mancu aundi femu: “E poita?”

–Cussa cani po mei est comenti una filla!–si fait.

–Giustu po cussu!–ddi fatzu deu–Dd’iast bolli a filla tua lingendi-mi su culu?

S’argumentu dd’est partu giustu.

M’at castiau e m’at nau: “Toca ca si nci dromeus.”

Dromideddu mi seu!