Archive for February, 2011

February 24, 2011

Lavori in corso (2)

No, non mi seu mortu.

Seu imbranchinendi sa domu!

Ma chini est Picasso?

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February 21, 2011

Sulla via di Damasco

 

February 20, 2011

La vergogna di essere italiano

Vista da lontano, l’Italia, si vede un po’ diversamente.

Si perdono i dettagli, ma si vede meglio l’insieme.

La buffonata di Benigni a Sanremo, con la sua ricostruzione della storia d’Italia, che nemmeno la maestra Lauría, a miei tempi, avrebbe avuto il coraggio di proporre, ha provocato le lodi sperticate di personaggi come Napolitano e Scalfari.

I miei amici Sardi si sono arrabbiati, forse giustamente, di questa esibizione di pornonazionalismo.

Ma io la vedo come il segno della vergogna che un Italiano prova oggi ad essere quello che è: una fuga in un passato fiabesco nel quale cercare un po’ di rispetto di sé.

Un “escape” reazionario dalla realtà.

Un rimedio, se possibile, peggiore del male.

Con questa sinistra italiana, noi sardi democratici non possiamo continuare a convivere: hanno rinunciato completamente alla cultura democratica e si sono identificati con la cultura risorgimental-fascista.

Mi costa ammetterlo, ma con questi fascisti non abbiamo più molto da spartire.

Come Berlusconi, stanno cercando di trascinare tutto e tutti nella loro fogna melmosa.

ABBASSO L’ITALIA!

February 17, 2011

Literadura sarda

Ma sa fotografía, cosa nc’intrat?

Innoi asuta agatais sa presentada chi apu fatu a su libbru de Gianni Mascia “Tzaca stradoni”, pubblicau de Condaghes.

«Tore Trattabbuccu, così allumingiato per il suo vizio ch’era quasi una malattia di pulirsi continuamente la bocca dopo aver bevuto o mangiato e persino, dicono, dopo aver baciato Annixedda, la ragazza con cui usciva da tempo e cornificava spesso con trasse strane ma che lei si beveva quando, a volte, a fine settimana veniva traviato da qualche amico, da uno in particolare, era un tippo togo.»

O frori, questa non è letteratura, custa est Casteddu!

Ma non è la Cagliari dei burocrati regionali o dei butegheris di via Manno o delle ragazze che fanno i corsi di dizione, sperando di potersi poi avvelinare parendi is narias in televisioni.

Non è la Cagliari in cui oggi attraccano le navi da crociera.

Mascia ci racconta la Cagliari degli esclusi, di quelli che sopravvivono ai margini, e a volte non sopravvivono neppure.

Mascia ci racconta una Cagliari che è forse di altri tempi, ma è soprattutto di altri luoghi.

È la Cagliari del Papa a S.Elias e degli scontri con la polizia.

La Cagliari dove noi biddunculus ci stupivamo di poter comprare i calamari fritti nelle friggitorie, a stracu baratu, in via Sardegna. La Cagliari de sa piola de Mraxani dove andavamo a mangiarci is calamaretus: “Mesu litru e una gazzosa in cuatru.”

Deu apu sturiau a s’industriali de Casteddu, in via Donizzetti.

La Cagliari di quelli che noi—impegnati in politica—chiamavamo “sottoproletari”.

È la Sardegna di confine—la Sardegna periferia dell’Italia e periferia di se stessa—che ci parla in due lingue a volte diverse e a volte fuse tra loro, con un’ammisturo a volte forzato e spesso esilarante.

Tecnicamente parlando, Mascia alterna sardo e italiano con un code-switching mozzafiato e solo a volte esagerato—ma esagerati sono anche i parlanti di quest’ammisturo—e spesso semplicemente spacciando per italiane—attraverso la pronuncia fasulla—parole e costruzioni sintattiche che sono solo sarde.

Attraverso questa lingua, Mascia ci racconta la Sardegna avvelenata—ma è meglio dire ammarvenata—da una modernità materiale mal distribuita che crea una povertà nuova negli esclusi.

La modernità costituita dal possesso delle cose moderne, ma irraggiungibili per i personaggi di Mascia, se non attraverso il furto e il malaffare.

La modernità costituita dal non appartenere a nessuno dei due mondi rappresentati da queste due lingue: l’italiano che rappresenta il mondo dell’avere e il sardo che rappresenta il mondo dell’essere.

È la Cagliari che non è quasi più Sardegna—ma Casteddu e is Casteddajus funt sempri stetius de aici: “Arieddas chi si donant”—narát  su bixinu miu in Iglesias—fintzas de capeddu si ponint!”—eppure non vuole o non riesce ad esser altro che Sardegna. Ma è quella Sardegna urbana e fuori dagli schemi che soltanto i Sardi di città conoscono.

È la città in cui i malandri e le bagasse de bonu coru convivono con chi non ruba e non si prostituirebbe mai, ma che non giudica chi fa queste cose per vivere.

Perché tutti sono intenti a sopravvivere in un mondo che non regala niente a nessuno.

Meno che a Sciaga’, su fillu de su Marchesu, metafora di una classe dirigente autoctona decaduta e ridotta al parassitismo chi circat de ti dda fai ponni a parti de palas, tanti po brullai.

Con una narrazione apparentemente senza pretese, Mascia dipinge un ritratto spietato della capitale dei Sardi. Solo nell’ultimo racconto è l’umanità dei personaggi a prevalere, ma neanche quello mi sembra poi un messaggio consolatorio: arratza de cunsolu a si nci papai unu burricu mortu agatau in s’arruga!

Fuori dagli schemi letterari—in tutti i sensi—Mascia ci propone uno specchio in cui possiamo tragicomicamente specchiarci meglio che in tutti i prodotti pseudo-sardi che oggi vanno per la maggiore altrove.

Mascia l’ha forse scritto per se stesso, ma il suo libro è pubblicato per noi, is Sardus.

Custa puru est literadura sarda!

February 15, 2011

Bellu Post de Lisandru Mongile

Lisandru Mongile at scritu custu bellu post a subra de sa fobia antiminoritaria de su grupu editoriale L´Espresso/Repubblica.

February 7, 2011

De Catullo et culurionibus

Certu, est cosa de pagu importu, ma mi parit bellu a ddu contai su propriu.

Is piciocus de sa cuinta m’iant nau: “Tziu Bolognesi, ma chi sa classi pigat a su mancu seti de media in su compitu de Catullu, si ddus fait is curruxonis?”

Est trabballu meda e ddus apu naus ca chi non m’agiundant a ddus fai, seti o dexi, stirant!

Ant nau deretu ca eja e sa media de classi–apu acabbau immoi de curregi is compitus–est de su 7,6.