Tra frattali e frattaglie

Visti da vicino, i campi di tulipani “sono bestie schifose anche loro”.

È uno spettacolo bizzarro vedere il leader di un partito schierato per l’indipendenza della Sardegna andare al traino di un accademico nazionalista italiano.

L’On. Maninchedda si è riscoperto Prof. Paolo e ha ceduto al richiamo della foresta accademica, riconoscendovi il primato del nazionalismo italiano in campo linguistico.

Dal canto suo l’On. Giovanni Lupinu ha smesso i panni dell’agnello filologo e ha assunto quelli, più consoni al suo nome, di commissario politico dell’università italiana di Sardegna.

Parlare in termini vaghi di indipendenza fa molto chique, ma mettere in pratica l’indipendenza culturale–e farlo a partire da se stessi–è una cosa molto più prosaica, che può anche avere conseguenze gravi per la carriera, n’est pas?

E così il Prof. Paolo rinuncia alla primogenitura e si accoda al Lupinu.

E visto che nessuno dei due filologi ha raccolto il mio guanto di sfida–entrambi hanno ignorato il mio invito a mettere apertamente in discussione la correttezza del mio studio sul rapporto tra LSC e varietà tradizionali del sardo: calunniare è un conto, confrontarsi apertamente è un altro!–continuo io a mettere a nudo la campagna politica antisarda portata avanti dall’On. Lupinu e sottoscritta dal Prof. Maninchedda.

A pagina 12 del suo articolo, riesumato da Maninchedda (articolo), Giovanni Lupinu sostiene che va evitato di introdurre uno standard del sardo “in velleitaria competizione con la lingua italiana”.  Questa frase è la chiave di interpretazione di tutta l’arringa anti LSC dell’On. Lupinu: il mantenimento dello status quo.

Per Lupinu gli interventi a favore del sardo vanno limitati a incrementare “la vitalità degli usi parlati”, evitando di intervenire sullo status del sardo (attraverso l’introduzione di uno standard (scritto) e lo sviluppo dei registri alti e formali della lingua). L’On. Lupinu chiede esplicitamente di mantenere il sardo in uno stato di subalternità rispetto all’italiano.

Ora, la sua richiesta è politicamente più che lecita: Lupinu è un nazionalista italiano e infatti definisce l’italiano come lingua nazionale e ha tutto il diritto di voler mantenere il sardo in una posizione subordinata.

Ma questo non cambia niente al fatto che il nostro difensore dei forti qui stia parlando da politico e non da linguista.

Paolo Maninchedda, sottoscrivendo le tesi di quest’articolo in cui viene teorizzato–se ancora ce ne fosse bisogno–l’imperialismo linguistico granditaliano, dimostra di essere succube di quest’imperialismo.

Insomma Maninchedda, da che parte stai?

E guarda che ti conviene rispondermi, perché se anche tu e l’On. Lupinu mi ignorate, sperando di evitare il confronto tecnico, ci sono molte persone che seguono questo dibattito a distanza: finora 123 persone hanno cliccato sul mio articolo, tralasciando le centinaia che hanno cliccato sul sito e l’hanno letto senza cliccarci su. Anzi,  per la cronaca: mentre il tuo blog è–almeno per me–irraggiungibile, alla ore 9.25 di venerdì 29 aprile, il mio blog è stati visitato già da 219 persone. C’è una canzone olandese che si chiama Vluchten kan niet meer! (Fuggire non è più possibile).

Passiamo quindi al lato tecnico della discussione.

Lupinu dice nel suo articolo che la LSC non è una “varietà naturale del sardo” e che quindi, introducendola prima che si conoscessero i risultati della ricerca sociolinguistica, l’amministrazione regionale ha operato una forzatura, influenzando gli intervistati da un lato e non attenendosi alle loro richiesta dall’altro.

Lupinu ha chiaramente dei grossi problemi con la logica elementare: da un lato accusa Soru di aver influenzato gli intervistati–per quanto assurda sia questa accusa: il politico Soru aveva tutto il diritto di farlo–e dall’altro ammette che Soru non è riuscito ad influenzarli, visto che la maggior parte ha indicato di preferire “varietà naturale del sardo” come standard!

O Maninchedda, mi ca sa prus parte de sos chi mi leghent sos problemas de Lupinu non los tenent!

Per quanto riguarda la vicinanza della LSC alla “varietà naturale” di Abbasanta–che dimostra che il lavoro compiuto sulla LSC è andato esattamente nella direzione di quello che i commissari sapevano vivesse tra i sardi–mi limito a invitare ancora una volta Lupinu e anche te a dimostrare che effettivamente “la paradossale ricerca di legittimazione a posteriori – talora attuata pure invocando il sostegno di traballanti argomentazioni “scientifiche”, messe in campo all’uopo ” riguarda il mio lavoro.

Calunniare senza fare il nome del calunniato è troppo facile: provate a fare anche voi quello che hanno fatto il Baldo Blasco e la sua Ciccia Ingrassia!

Fate nomi e cognomi!

Muovete accuse verificabili!

Lupinu ha vita facile nel mondo della linguistica nazionalista e statalista italiana: i “linguisti” italiani sono, esattamente come l’On. Lupinu, dei politici stipendiati per sorreggere l’imperialismo culturale dello stato italiano.

Maninchedda invece, se non vuole rinunciare alla politica, deve anche confrontarsi con i Sardi

4 Comments to “Tra frattali e frattaglie”

  1. Questo è il post che volevo leggere oggi da te Prof. Robertu Bolognesi.

    In una nazione normale Manichedda avrebbe dovuto chiedere scusa per le sue posizioni.

  2. Giusto per svelenire il clima: questo è il mio post in risposta all’ On. Lupinu non pubblicato ieri sul blog Sardegnaelibertà. Per fortuna è mia abitudine salvare sul PC prima dell’ invio.

    “Ahi ahi ahi signor Lupinu, pare proprio che a lei faccia comodo capire ciò che più le conviene nel tentativo di buttarla di in caciara.
    Io ho semplicemente parlato di ‘innovazione’, non di obbligo o di pretesa, rilegga attentamente.
    Nel concetto stesso di innovazione la libera scelta è implicita e piuttosto che scagliare accuse ridicole e paradossali di ‘fascismo’ avrebbe potuto rispondere con estrema tranquillità:

    – Mi piacerebbe farlo ma non so parlare il sardo
    – Mi piacerebbe farlo, so parlare il sardo ma il lessico non lo consente.
    – Mi piacerebbe farlo, so parlare il sardo, ma preferisco utilizzare l’ italiano in quanto correrei il rischio di non essere capito da una parte dei corsisti.
    – Preferisco utilizzare l’ italiano perchè mi piace di più
    – Ho in mente di farlo e prossimamente lo farò.

    La sua reazione scomposta è abbastanza sintomatica di una certa tendenza a non sopportare alcun tipo di critica o suggerimento.

    Quanto all’ uso del sassarese, per me non ci sarebbe alcun problema, dipende soltanto da cosa si intenda per ‘Glottologia e linguistica della Sardegna’, se questo insegnamento comprenda o meno le lingue alloglotte che ad oggi vengono parlate in Sardegna. Se per questo si intende soltanto lingua sarda allora la scelta migliore credo sia quella di svolgerlo utilizzando veicolarmente quella lingua. Allo stesso modo sarebbe per me assolutamente gradito un corso equivalente riguardante la lingua sardo-corsa utilizzando il sassarese, castellanese o gallurese.
    Qualora, in maniera del tutto inappropriata, così non fosse allora le propongo ugualmente di innovare utilizzando il sassarese come lingua veicolare. E’ una PROPOSTA, si badi, non una pretesa…la PRETESA ci sarà quando in Sardegna avremo una classe politica all’ altezza del compito che impone la tutela del nostro patrimonio linguistico.

    P.S. Quasi dimenticavo…io continuo ad attendere fiducioso l’ esposizione della sua proposta di politica linguistica…”

  3. Tue, che a mie e a una minoria ideologicamente connotata, ses unu “lingua invasato”. Comente podes pensare chi duos acadèmicos, primas pandelas de sa Dea Resone e deistas issos puru si incurvient a faeddare cun tegus? E cun àteros de sa matessi rèpula tua?
    Ma a tie non t’ammentat carchi un’àteru custa indipendèntzia sena limba, custa soverania che podet fàghere a mancu de sa limba?

  4. a mie paret chi totu sos partidos de area autonomista e indipendentista / identitaria non suntis totus interessados a sa chistione de sa limba, ma custa cosa de s’on Manichedda est peus de no esserer interessadu.

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