Il confine tra linguistica e politica (4)

 

Oggi sono prolifico–qualche Maestra Lauria dirà prolisso–ma non mi succede spesso di aver voglia di dire qualcosa e di avere anche il tempo di dirla.

Leggetevi questo magnifico esempio di presa di posizione politica effettuata ad uso e consumo dei suoi colleghi linguisti italiani da parte di Lupinu Professor Giovanni: “Accade così – e non è certamente un fatto isolato, né imprevisto – che a fronte di opinioni positive sulla necessità di rivitalizzare e promuovere le parlate locali perché «parte della nostra identità», al di là anche delle valutazioni estetiche positive sul dialetto, di per sé comunque eloquenti, le famiglie, soprattutto le giovani famiglie e ancor di più le giovani madri, preferiscano rivolgersi ai figli in italiano. Sono casi paradigmatici di questa tendenza quei dibattiti pubblici in cui si alzano impetuose le richieste alla scuola o all’università di intervento a difesa del dialetto, spesso proprio da parte di persone che, autodefinitesi dialettofone, confessano poi – a chi perfidamente lo domanda loro – di rivolgersi ai propri figli in italiano: segnali chiari, ci pare, che mostrano la difficoltà di realizzare interventi seri di politica linguistica, che agiscano realmente in profondità e vadano a incrementare la vitalità degli usi parlati, anziché concentrarsi sulla creazione di uno standard «in velleitaria competizione con la lingua italiana» (Toso, 2008: 169) e su usi burocratici tutti da inventare, lontani dalla concreta dimensione sociolinguistica della varietà minoritaria da tutelare.” (http://www.sardegnaeliberta.it/docs/limba.pdf)

Lupinu fa una diagnosi dello stato di salute del sardo e conclude che, si dai, non tiriamola per le lunghe, la responsabilità del declino del sardo non è della scuola o, meno che mai, dell’università, ma dei genitori che non usano il sardo con i figli.

Lupinu si presenta qui non tanto come il medico che vedendo il paziente morire dissanguato diagnostica: “Il paziente perde sangue!” e va a farsi la birra, ma come colui che dopo aver reciso la giugulare della sua vittima, dice: “Muore perché è stanco di vivere!”

Lo sappiamo tutti che una lingua si estingue quando si interrompe la trasmissione generazionale. Proprio non stavamo aspettando il Professore di  Tatari Mannu per scoprirlo. Quello che Lupinu si guarda bene dal dirci, invece, è come si sia arrivati a questa situazione in cui i genitori impongono ai propri figli una lingua straniera che conoscono in modo più o meno approssimativo. Io, invece, qualcosa in proposito l’ho detta (Sardegna fra tante lingue).

Fatta la diagnosi, un medico con un minimo di etica–un medico, quindi, moralmente  agli antipodi di un linguista italiano–cerca anche di salvare il suo paziente.

Lupinu si limita a constatare che la trasmissione generazionale del sardo si è praticamente interrotta e che questo è causato dall’interruzione della trasmissione generazionale.

Uno studio delle ricerche sociolinguistiche sulla Sardegna di una certa portata ( L’Italiano Regionale di Sardegna; Le lingue dei Sardi) rivela che la trasmissione generazionale del sardo si è quasi interrotta a partire dagli anni ’60, per le situazioni urbane, e dagli anni ’70 per quasi tutta la Sardegna.

A partire dagli anni immediatamente precedenti in Sardegna era cominciata quell’emigrazione di massa che avrebbe portato circa 600.000 Sardi ad espatriare verso l’Italia o il resto d’Europa: un terzo della popolazione.

Sono gli anni del tracollo dell’economia tradizionale della Sardegna e di tutto ciò che a quella cultura viene associato.

Spiegare come mai quella che era sempre stata una terra sottopopolata e meta di immigrazione, improvvisamente, perda un terzo dei suoi abitanti non spetta a un linguista. Io mi limito a constatare la contemporaneità di questo fenomeno con quello del collasso della trasmissione generazionale della nostra lingua.

Quello che è certo è che a partire da quel periodo il sardo viene identificato come “limba de su famine”. Si veda in proposito, tra le altre cose, il rapporto Euromosaico della Commissione Europea.

Per quanto riguarda le conseguenze di questa “italianizzazione ruspante” della Sardegna sui giovani che frequentano la scuola, rimando agli studi di Elisa Spanu Nivola. a quelli di Teresa Pinna Catte e alle statistiche ufficiali sulla dispersione scolastica in Sardegna.

Si può fare politica in molti modi: il mio è quello esplicito di uno che si guadagna da vivere onestamente e non ha quindi niente da nascondere. Poi c’è il modo di quelli che si guadagnano la sbobba facendo finta di non essere dei politici.

La standardizzazione del sardo e il suo utilizzo per usi ufficiali e prestigiosi sono degli strumenti non sufficienti, ma assolutamente indispensabili, per convincere le giovasni coppie sarde a usare il sardo tra di loro e, in seguito, con i loro figli: a proposito di “concreta dimensione sociolinguistica”. Per non parlare poi della sua introduzione come materia curricolare nelle scuole.

Che faccia tosta!

A proposito di politica sotto mentire spoglie: quando, durante una delle riunioni della prima commissione per la limba, ho detto che il sardo poteva diventare una lingua come l’inglese–scritta in un modo, ma pronunciata in tanti modi–il Prof. Paulis ha replicato: “Si, ma l’inglese ha una tradizione!”

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