Assessore Milia, quanto è unitario il sardo?

 

Gianfranco Pintore ha pubblicato la lieta novella sul suo blog: piano triennale limba-2011-2

La Giunta Regionale ha approvato il Piano Triennale, proposto dall’Osservatorio Regionale per la Limba e dall’Assessore Sergio Milia.

Fit ora!

Ancora non conosciamo i dettagli del piano, cioè, non sappiamo se il piano sia stato modificato rispetto alla proposta originale (piano triennale limba-2011), ma possiamo vedere che una delle voci riguarda gli “investimenti per le università”.

In proposito, mi azzardo a fare un suggerimento all’Assessore Milia.

Ora, visto che è chiaro a tutti che non è compito della R.A.S. quello di finanziare le università dello stato italiano, mi sembra ovvio che la Regione debba chiedere delle contropartite in cambio di questi finanziamenti. La prima contropartita–la cosa è talmente ovvia da risultare pedante–è che le università devono preparare i docenti di lingua sarda attraverso dei corsi di lingua e cultura sarde, nei quali il sardo sia, almeno nella metà dei casi, lingua veicolare, come stabilisce la proposta dello stesso Assessore.

Sarò di nuovo pedante, ma mi sembra opportuno ricordare la completa inutililità del tenere dei corsi sulle piante medicinali della Sardegna (universidades de sardinnia), a meno che questi non servano a sviluppare i registri tecnici della Botanica in sardo.

Ma ancora più utile mi sembra la possibilità di tagliare definitivamente la testa al toro rispetto alla questione dell’unitarietà del sardo.

La mia proposta all’Assessore, allora, è la seguente: visto che i profani non sono in grado di seguire le discussioni tecniche sulla questione se il sardo sia o meno una lingua unitaria–Oddío, a me non è capitato mai di trovare un pubblico di profani che non capisse!–l’intera questione può essere ridotta ad una domanda molto semplice: “I parlanti delle diverse varietà del sardo si capiscono a vicenda o no?”

Ecco, in cambio dei finanziamenti loro generosamente concessi da noi Sardi, le università italiane di Sardegna potrebbero condurre questa ricerca sulla mutua intelleggibilità dei dialetti sardi.

In gergo tecnico, la ricerca potrebbe chiamarsi: “L’unitarietà funzionale del sardo”.

Mi sembra chiaro che perfino un giornalista della Nuova Sardegna sia in grado di capire che, se un sardo di Iglesias e uno di Orune sono in grado di comprendersi a vicenda, quando parlano in sardo–Oddío, è vero che l’Orunese dell’agriturismo mi ha chiesto cosa volesse dire la parola “sceti”!–allora il sardo è davvero una famiglia di dialetti intercomprensibili.

E, se questo è vero, allora tutto il problema della lingua ufficiale e standard si riduce a una questione di come scrivere questa lingua in modo che tutti–o quasi tutti–ci possano riconoscere il proprio dialetto.

Ora, se si vuole superare la fase sperimentale aperta dall’Assessore Ballero e continuata prima dall’Assessore Onida e poi dal Presidente Soru–Oddío, quanta trasversalità!–tutto quello che resta da fare alla Regione Sarda, rispetto alla questione della lingua, è chiarire al pubblico se il sardo è una lingua, oppure un denominatore comune di lingue diverse.

La mia opinione in proposito è conosciuta–e i miei argomenti sarebbe ora che venissero conosciuti anche quelli!–così come sono conosciuti sia le opinioni che gli argomenti dei linguisti operanti nelle università italiane di Sardegna.

Forse è vero che non spetta ai politici risolvere questi diverbi tra comari–come mi ha detto, più o meno, Pasquale Onida a suo tempo–ma è anche vero che decidere quale sia lo standard di una lingua, e perchè lo standard debba essere quello, è una decisione politica.

Allora la domanda politica/scientifica da porsi è la seguente: “I Sardi si capiscono o no, quando parlano?”

Se la risposta sarà un NO, allora non avrebbe senso continuare sulla strada della ricerca di uno standard scritto: mi sembra inutile spiegare perché dobbiamo evitare di ripercorrere le strade dell’imperialismo linguistico italiano.

Ma se la risposta sarà un SI, allora sarà chiaro a tutti–meno che a quelli in malafede–che i nostri problemi linguistici vanno affrontati e risolti in modo diverso.

Allora, Assessore, quello che ci serve adesso è una ricerca sulla “Unitarietà funzionale del sardo”.

Se paghiamo le univeristà, che quei quattrini se li guadagnino!

Una ricerca basata su una serie di test sulla mutua intelliggibilità dei dialetti sardi, effettuati utilizzando parlanti esperti di questi dialetti, permetterebbe di fornire delle risposte a questa domanda facilmente comprensibili da parte del grande pubblico.

Mi rimane, però una perplessità.

In diverse occasioni ho avuto modo di sperimentare la disinvoltura, nel trattare i dati empirici, dei linguisti che operano nelle università italiane di Sardegna.

Allora, fermo restando che la ricerca deve essere finanziata con i finanziamenti di noi Sardi alle università italiane di Sardegna, per avere una garanzia di imparzialità, la supervisione della ricerca dovrebbe essere affidata a linguisti non Italiani.

Un team di linguisti internazionali, che comprenda anche uno psicolinguista, permetterebbe di accertare in modo verificabile quale sia la situazione della “unitarietà funzionale del sardo”.

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