Archive for September, 2011

September 30, 2011

Siamo uomini o Italiani?

 

Un paio di inteventi di amici di amici su FB mi hanno fatto girare le palle in modo sano e giusto.

Continuano a raccontare la menzogna del “tutti in Sardegna parlano l’italiano”.

Questa menzogna è tra l’altro propagata anche da alcuni amici–alcuni, ma molto influenti–di ProgReS: è il paradosso della Sardegna, in cui ci sono la sinistra che se ne fotte dei diseredati (linguistici) e gli indipendentisti che promuovono a lingua dell’identità la lingua dell’imperialismo culturale della democrazia più corrotta e ridicola del mondo, dalla quale vogliono staccarsi.

Ma basta! Siamo uomini o Italiani?

Eccolo qui di nuovo il vizio così tipicamente italiano di eleggere l’incoerenza e la disonestà intellettuale a virtù.

Visto che questi signorotti, interessati soltanto alla gestione del proprio feudo e dei propri interessi personali, continuano a raccontare balle, io continuo a rompergliele.

In Sardegna si parla un continuum di varietà che vanno dal sardo (o gallurese o sassarese o algherese o tabarkino)  all’italiano standard.

Non lo dico da oggi e non sono stato il primo a dirlo (si veda “L’italiano regionale di Sardegna, Loi Corvetto, 1983).

Nei miei lavori rappresento il continuum nel modo seguente:

Pretendere che tutti i Sardi attingano in modo uguale da questo continuum significa essere dei bugiardi spudorati: basta ascoltare come parla la gente per strada per sapere che non è vero.

Oppure significa che i nostri eroi evitano con cura di frequentare quei luoghi in cui la realtà linguistica della Sardegna risulta evidente.

E i nostri eroi sono di sinistra o indipendentisti!

Ai nostri eroi si è aggiunto la novella superstar della sinistra, il Sindigo di Cagliari.

Il Signor Sindigo non ha sentito la necessità di inserire tra i suoi programmi la valorizzazione del sardo.

Perché Signor Sindigo?

Perché?

Questa è tutta gente che vive di rendita sulla latitanza e reticenza dei linguisti italiani, i quali si guardano bene dal mettere in luce il rapporto tra dispersione scolastica e situazione linguistica.

La provincia di Cagliari era fino a poco tempo fa ai vertici della non invidiabile classifica.

Non so come stiano oggi le cose, né spetta a me fare tutto il lavoro.

Ripropongo allora un articolo che ho scritto un annetto fa.

Fra le righe si può leggere quello che i linguisti italiani non fanno.

Signor Sindigo, glielo devo spiegare io qual’è il rapporto tra il far appendere il cartello con la scritta STAMPAXI e la dispersione scolastica?

Mi faccia sapere!

E se fosse l’italiano a sparire?


September 29, 2011

Fisietto Pistis scrive a Massimo Zedda

O su Sindigu, io a lei già lo capisco, ma lei a me mi capisce?

Io tutto il suo programma di 45 pagine non me l’ho letto, ma già mi ho letto quello che ha scritto Vito Biolchini, che Vito già si fa capire anche da me.

A fustei dd’ant lassau unu bellu casinu de torrai a ponni a postu!

Un muntone di cose che vogliono fatte e un muntone di altre cose che tocca a sciusciarnele.

Una di quelle cose è la questione della cultura gestita in modo clientelare.

Ecco che cosa ne vuole fare della cultura?

A lei già lo sembrerà strano che sono proprio io a domandarglielo, ma forse che io non ci ho diritto anche io a farmi un poco di cultura?

Non seu Casteddaiu deu puru?

Cosa è? Solo is madamas a pelliccia ci hanno diritto?

Ma lei non è di quelli che sono alla parte di noi che la pelliccia ce l’abbiamo sceti di pelo nostro?

Eja, noi siamo quelli che i corsi di dizione per parlare l’italiano comenti chi fessint papendi pabassa non ce li possiamo pagare.

Noi siamo quelli che parliamo l’italiano come lo parliamo.

E cosa è? A noi sceti palloni?

Ma cosa ci volete a continuare a parlare italiano po manera de nai?

Se è vero che lei è alla parte nostra, perché nel suo programma non ci ha messo anche il sardo nelle scuole di Cagliari?

E miga sceti poita ca seus sardus, ma pure perché at essi ora de imparai a scioberai tra sardu e italiano, quando parliamo.

Voi che siete studiati ci dite che adesso parliamo tutti l’italiano: eja, ma s’italianu cosa mia miga est che su de bosatrus!

E come sarebbe?

Voi che dite che siete alla parte nostra, proprio non lo volete capire che quello che parliamo noi non è l’italiano che vuole la scuola e le maestre e i professori.

Che ai figli nostri li scrocorigano e così loro lasciano di studiare prima di prendersene un diploma: a duas bortas la media nazionale.

Noi ammisturiamo italiano e sardo, perché tutti ci dicono che quello che parliamo tutti è “italiano”, ma invece est totu faulas!

Se era italiano, perché i professori non vogliono a parlare e a scrivere così?

E allora, a figli nostri imparateli anche il sardo, così imparano che cosa è il sardo e che cosa è l’italiano.

Un’amico mi ha detto che si chiama “insegnamento contrastivo” o una cosa de aici.

Ah? Ita? I soldi di dove ne li bogate?

E provate a mandai a pasci dindus a quelli dell’Ente Lirico, ca si nci papant unu muntoni de dinai per fare mettere la pelliccia di animali morti alle loro amiche madamas!

Che ci sono problemi più importanti?

Ah, ma sceti candu tocat a bogai dinai po su sardu!

Po totu cussas tontesas su dinai ge dd’agatais!

No, adesso sono sbagliando!

Ero dicendo che lei è come tutti gli altri, soprattutto quelli che dico di essere di sinistra e poi–forroga-forroga–vogliono la cultura continentale e bo’, quella per gente studiata.

Quelli che non vogliono a mettere soldi per il sardo, ma già si fanno pagare bene per i musei del costume, là!

Quelli che dicono che la cosa sarda è tutta cosa vecchia, mì!

Ma, o su Sindigu, lei non è di quelli, annó?

Lei già è giovane e per lei il sardo non est prus sa lingua de su famini.

Sa lingua de su famini est s’italianu. E sa lingua de is imbrollionis puru!

Lei è giovane e già lo sa che uno più lingue parla meglio è.

E che sembra che a parlare più lingue serve anche po non s’arribbambiri!

Beh, o su Sindigu, se queste cose lei le sa, ita est abetendi po ponni su sardu in su programma?

Ah, dice che non tocca a lei a farlo nentrare nelle scuole?

Eja, ma già tocca a lei a fare tutte le altre cose–sportello linguistico, segnaletica in sardo, valorizzazione della lingua–che poi la gente capisce che è bello a parlare in sardo.

E cosa è meglio: a parlare bene in sardo e in italiano o a parlare come parlo io?

September 28, 2011

Il buon giorno si vede dal mattino: Zedda chentza de sardu

Su sindigu de Casteddu incumentzat scadescendi-si-ndi de su sardu

Il Sindaco di Cagliari “dimentica” la lingua sarda nelle dichiarazioni programmatiche

September 27, 2011

Farina del nostro sacco

Interventu de s’Assessore a sa curtura de sa Provintzia de Tatari, Bruno Farina, a su Premiu Otzieri

http://www.francopiga.it/francopiga/index.php/sos-filmados-de-sos-premios/87-ozieri2011/612-bruno-farina.html

September 26, 2011

Scienza e non-scienza


La settimana scorsa siamo stati confrontati con il modo in cui si comportano gli scienzati–anzi gli Scienzati, quelli veri–di fronte a un dato che contraddice le loro teorie. E non è neanche una teoria da poco, quella che è stata messa in discussione.

Si tratta addirittura della Teoria della Relatività, formulata da Albert Einstein, cioè da quello che per il grande pubblico è Il Genio per antonomasia: appena un po’ meno importante della Madonna di Fatima.

Uno degli assunti fontamentali della teoria di Einstein (“La velocità della luce non è superabile”) è stato apparentemente falsificato da una rilevazione effettuata sui neutrini prodotti nell’acceleratore del CERN di Ginevra.

La reazione degli scienziati è stata: “Se le misurazioni verranno confermata da studi indipendenti, bisognerà mettere in discussione tutta la Teoria della Relatività.”

Perché? Come può un dato apparentemente così insignificante–la differenza rilevata corrisponde a una distanza di circa 20 metri di su un totale di oltre 700 chilometri–far trabballare tutta la costruzione teorica del Genio?

Perché così funziona la scienza, quella vera.

La teoria di Einstein è basata su degli assunti chiari e univoci e fa delle previsioni chiare e univoche.

Uno di quegli assomi è che la velocità della luce non sia superabile e questo può essere soltanto vero o falso.

Non esistono vie di mezzo.

La teoria è dunque FALSIFICABILE e risponde ai requisiti di scientificità, così come stabilito da Popper.

Adesso, i dati sulla velocità dei neutrini sembrano falsificare l’assioma di Einstein.

In questi giorni, non ho sentito nessuno scienziato levarsi a difendere a tutti i costi la teoria di Einstein–cosa che costituirebbe di fatto la proposta di un dogma–né ho sentito degli scienziati che mettessero in discussione la grandezza di Einstein.

Del resto, nella scienza, queste cose sono all’ordine del giorno e infatti l’eccitazione più grande è stata quella dei media, che hanno visto il loro beniamino cadere dal piedistallo su cui loro stessi l’avevano posto. La reputazione di Einstein tra i fisici era diversa–Einstein ha preso tutta una serie di cantonate–e del resto si sapeva da sempre che la Teoria della Relatività  è incompatibile con l’altra colonna portante della fisica moderna: la Teoría dei Quanti.

La reazione degli scienziati è stata: “Se i dati sulla velocità dei neutrini vennanno confermati, ci sarà un sacco di lavoro da fare.”

Cosa c’entra tutto questo con gli argomenti soliti di questo blog?

Pensate all’atteggiamento dei filologi sassaresi di fronte al dato che io ho presentato sulla distanza tra la LSC e il sardo di Abbasanta.

Il dato è lì da quattro anni, in attesa di essere, eventualmente, falsificato.

Cosa ci sarebbe di più bello per questi nemici viscerali della LSC–ma non solo: io direi nemici del sardo–che poter dire: “Non è vero che il sardo di Abbasanta coincide per oltre il 90% con la LSC.

Invece si limitano a dire: “La LSC è di plastica!”; “La ricerca commissionata dalla Regione è scientificamente trabballante!”

Si noti come nessuna delle due affermazioni sia falsificabile: la prima è una–diciamo così–metafora senza alcun significato reale; la seconda è priva di tutti i correlati che ne permetterebbero la verifica. Mancano infatti il titolo della ricerca, il nome dell’autore, il luogo di pubblicazione. La calunnia di Lupinu è formulata artatamente in modo da non poter essere verificata e/o falsificata.

Il fatto che sia inserita in una pubblicazione “scientifica” dimostra che la linguistica italiana ha poco a che fare con la scienza.

Ma passiamo alla suddivisione del sardo in due varietà: il cosiddetto logudorese e il cosiddetto campidanese.

Fermo restando che il logudorese si parla effettivamente in Logudoro (per esempio a Ozieri) e il campidanese si parla in Campidano (per esempio a Sestu), rimane il fatto che gli studi di Contini (1987) e i miei (2005, 2007) mostrano l’esistenza di altre varietà del sardo e l’impossibilità di tracciare dei confini netti tra tutte queste varietà.

Cosa fanno i nostri filologi per controbattere a questi argomenti?

Li ignorano.

E continuano a dire che la LSC è una specie di Frankenstein, perché mostra elementi “sia del logudorese che del campidanese”, ignorando o facendo finta di ignorare che la maggior parte dei dialetti sardi non si possono definire né “logudoresi”, né “campidanesi”, come affermato dagli stessi parlanti del sardo e come alla fine ammesso anche da chi ha curato la ricerca sociolinguistica, quella sí, commissionata dalla Regione: “Evitando nel rapporto finale la presentazione di questi dati si è voluto procedere con delicatezza – ha fatto capire A. Oppo – nei confronti di queste risposte frammentate e un po’ deludenti, e dunque si è preferito non indicarle per il momento; infatti il rapporto presentato a Paulilàtino costituiva soltanto una prima versione, elaborata in tempi da record, e poteva essere corretta in un secondo tempo.” A Marinella è scappata una verità!

Cosa dice Santu Max–il patrono dei filologi sardi–in proposito?

“Di fronte al logudorese, il quale è spezzettato in tante varietà dialettali, il campidanese ha il vantaggio di una maggiore unità e uniformità” (Wagner, La lingua sarda, 1951:56).

Wagner afferma e nega contemporaneamente la suddivisione del sardo in due varietà. La sua affermazione non è perciò falsificabile e perciò non si può considerare scientifica: insomma, è perfettamente inutile.

Ora, qui vediamo come differisca il comportamento dei filologi sassaresi da quello degli Scienziati.

A voi la non ardua sentenza!

September 23, 2011

Video de importu mannu de Lisandru Mongile

Polìtica e biopolìtica in Sardigna [HQ]

September 22, 2011

Sa Foresa

Sa Foresa fiat sa bagassa prus becia e prus arrispetada de Iglesias.

Teníat prus de setanta annus e fiat ancora in servitziu.

Comenti fadíat a tenni ancora clientis non ddu cumprendíat nisciunus, ma totus fiant–femus–fierus de issa.

Non m’arrigordu una borta ca calincunu dd’at ammancada mai de arrispetu.

Arriemus, ma in cussu tempus femus sempri arriendi de totus.

Anca Dominigu, su nepodi stontonau de una famillia de panateris connotus, una borta si dd’iat carrigada de a palas e anca dda mussiát a conca a tipu gatu.

Ma issa non iat murrungiau: anca fiat trabballu cussu puru.

Po nosu fiat una specia de monumentu de Iglesias, a tipu Quintino Sella.

Si fiat comperada un’apartamentu in su palatziu de s’Upim e contánt custu contu: anca unu dotori chi teníat s’apartamentu a su costau de su de issa fiat andau a si lamentai: “Ma come, una prostituta in un palazzo di gente per bene!” E anca dd’iant arrespundiu: “Ma i soldi della signora mica puzzano più dei suoi!”

Bai e agata chi su contu fessit berus, ma sa genti ddu contát e arriíat de su dotori, non de issa.

Sa domu non fiat po issa.

Issa fiat abarrada in cussa domu becia in s’Arruga de is Paras.

Sa domu fiat po is nebodis.

A unu de is nebodis ddi fiat scopiau unu fuetu in sa manu e fiat abarrau a tres didus.

Is piciocheddus du tzerriánt “Martzianetu”.

Una borta femu pulendi is aiolas in Pratza Sella e fiat in s’istadi.

Femu incruau, boddendi su paperi e is cagallonis de cani.

A unu certu puntu m’intendu una manu intrendi-mi-nci asuta de sa malliedda e aprapuddendi-mi sa schina.

Mi ndi strantaxu, mi fúrriu e dda biu: fiat issa, Sa Foresa.

Mi castiát arriendi e paríat una piciochedda pibiruda.

–Bellixeddu!

Deu nci seu abarrau che unu tontu.

September 21, 2011

Articulu de Joyce Mattu

Problemi di codificazione e considerazioni dal campo di ricerca: ite cherimos limba o limbàgios???

Custu est unu cantru de una chirca sotziolinguìstica fata annos faghet in sa bidda mia, la pùblico ca so semper prus cumbinta chi sa zente chi su sardu l’allegat, l’at semper allegadu e semper a pentzadu in sardu, nd’iscat prus de cada si siet pseudo intelletuale chi pistat galu in custa chistione chi su sardu no esistit e non si podet abènnere a una limba iscrita. Iscusade si est longu ma sa pròpria veridade tocat a la nàrrere semper e in totue, a parrer meu.

…….All’inizio del nostro lavoro, nella parte introduttiva, abbiamo parlato della differenza tra bilinguismo e diglossia. Abbiamo rilevato che in Sardegna, anche nelle parti cosiddette “più conservative” [1] della lingua, quali la Barbagia di Ollolai di cui Ovodda fa parte, non esiste il bilinguismo ma la diglossia, una diglossia, abbiamo aggiunto, con commutazione di codice, che i sociolinguisti reputano sia “l’anticamera della perdita della lingua” Il sardo è una lingua minoritaria attualmente riconosciuta dall’UE, dalla L. 482/99, dalla L. R. 26/97, politicamente e partiticamente sventolata ad ogni campagna elettorale; moralmente e civilmente, apparentemente riconosciuta dagli insegnanti, dagli amministratori, dalle istituzioni in genere. Eppure siamo in uno stato non di bilinguismo ma di diglossia con commutazione di codice. Eppure siamo di fronte ad uno stato della nostra L1, diventata L2b, cioè non solo seconda lingua, ma anche lingua di secondo o

basso livello, parlata solo nei contesti informali: la casa, la famiglia, la strada, il bar, i contesti amicali e familiari. Parlata, poi, si fa per dire poiché il sardo diventa ogni giorno di più italiano dal punto di vista lessicale e grammaticale, non portando all’evoluzione della lingua come il senso comune fa rilevare ma, come già ripetuto più volte, alla sua involuzione e perdita. Si dice che tutto questo avvenga per un problema di perdita di funzionalità della lingua, ossia non essendoci termini per definire le cose tecniche o no, si vedano, ad es., i termini computer o frigo, non è necessaria, non serve e quindi non vale la pena utilizzarla.

Si dice anche che questo dipenda dalla perdita di prestigio della lingua, legato al primo punto: se la lingua non serve in questa società contemporanea, allora significa che è poco prestigiosa e ci si deve esprimere con la lingua più funzionale (nel nostro caso l’italiano a sua volta alterato dall’inglese).

Si è detto anche che sono troppi i problemi di comunicazione in sardo: esistono tra genitori di diversi paesi rispetto al figlio (quale variante imparerà mio figlio? L’ovoddese o il fonnese?), troppa, si dice, che sia la differenza tra una variante e l’altra delle stesse micro varianti, ad es. il fonnese e il gavoese all’interno della variante barbaricina; figuramoci poi la differenza che può esistere tra nuorese e logudorese o, tra “campidanese” e “logudorese”.

Ho citato qui alcune delle considerazioni che arrivano dal campo di ricerca: sostanzialmente la gente è convinta che esistano davvero differenze insormontabili tra una variante e l’altra, che la propria variante sia migliore e speciale e assolutamente inimitabile e non omologabile con le altre.

Tutta questa divisione culturale e “linguistica” non fa altro che peggiorare la situazione e lo Stato di già grave diglossia della lingua sarda.

Essendo così convinta, molta gente comunica in italiano anziché in sardo, la lingua veicolare diventa sempre più e solo ed esclusivamente l’italiano e dal campo formale si passa a quello informale, più o meno esclusivo del sardo.

(campo esclusivo dell’italiano) si passa anche al campo informale (si veda la conversazione

Tutta questa confusione che non è ne linguistica ne culturale ma politica, non fa altro che alimentare e rendere pressoché impossibile la codificazione o normalizzazione o standardizzazione della lingua sarda.

Ora dal campo di ricerca si denota anche una totale disinformazione sulla questione lingua sarda. Non solo perché, a livello di senso comune, si crede che il sardo non sia effettivamente una lingua ma un dialetto, non solo perché altri ritengono che la propria variante sia sarda e le altre no, non solo perché dall’altra parte si ritiene che si debbano inventare documenti o chissà quali paternità per dimostrare la “purezza” di quel sardo più di quell’altro sardo (si veda “campidanese” contro “logudorese” e viceversa) ma, e questo sia a livello di senso comune che dei cosiddetti studiosi della lingua sarda, si è ancora convinti o si vuole far credere di essere tali, che vi siano effettive differenze tra una variante e l’altra, tra una micro variante e l’altra, baroniese contro barbaricino, contro mandrolisaese e via dicendo, campidanese contro logudorese etc., etc. etc.

Dicevamo che tutta questa confusione non fa chiarezza sulla situazione e l’unico risultato che si ottiene è quello di rendere ancora più difficile la standardizzazione della lingua, distogliendo i parlanti – utenti che dovrebbero essere i primi ad usufruire di tale ri-riconoscimento, dai veri problemi di una mancata codificazione della lingua L1.

Parliamo sempre del campo di ricerca da cui proveniamo ma, il caso Ovodda non rappresenta altro che un microcaso inteso come microcosmo, poiché i problemi che qui rileviamo riguardanti il centro barbaricino sono generalizzabili agli altri centri sardi. In primis, la popolazione, i parlanti utenti non hanno idea di che cosa sia la standardizzazione di una lingua. Gli esempi avuti in Sardegna fino a pochi anni fa non sono stati molto entusiasmanti e felici per riuscire a far capire ai parlanti utenti che per la circolazione della lingua, la standardizzazione è necessaria. La standardizzazione o codificazione è semplicemente un codice comune che possa unire ma non annullare, dividere o reprimere le singole varianti, anzi al contrario può aiutarle a salvaguardarle, ripristinarne lessico e grammatica, valorizzarle, potenziarle, restituirne funzionalità e quindi prestigio.

Affrontiamo una questione per volta.

Attualmente, e questa ricerca ne è un esempio a livello scolastico, amministrativo e politico (intendendo qui la polis o comunità), la diglossia con codeswiching rappresenta lo stato della lingua sarda. Vediamo quali sono le differenze che separano una situazione di bilinguismo da una situazione di diglossia con il seguente schema:

Bilinguismo perfetto : Totale parità orale e SCRITTA tra la lingua egemone e la lingua minoritaria (nel nostro caso Italiano e Sardo); Ciò significa:  SARDO                                                                     ITALIANO

1. Insegnamento nella scuola                              +                                                                                   +

2. Uso pubblico/ufficiale                                        +                                                                                  +

3. Uso in letteratura/mass-media                      +                                                                                   +

4. Accettazione generale                                       +                                                                                   +

5. Prestigio                                                                   +                                                                           +

6. Norma scritta                                                         +                                                                                   +

Come ben si sarà capito la Sardegna è ben lontana da una situazione di bilinguismo

perfetto e il nostro caso di studio ne è un esempio lampante:

1. esiste l’insegnamento dell’italiano e non del sardo;

2. l’uso pubblico ufficiale avviene in italiano e non in sardo; eccetto sportelli linguistici

3. l’uso in letteratura/mass-media avviene in italiano e non in sardo; salvo ancora troppo poche eccezioni

4. l’accettazione generale esiste relativamente ai campi informali e contestualmente al fatto che non esiste una norma generale di scrittura;

5. il prestigio è legato al quarto punto e alla sua funzionalità.

Il prestigio e, così tutti gli altri quattro punti, sono legati al 6° ma in realtà primo punto

e punto base, ossia all’assenza di una norma scritta.

Chiudiamo questa parte, accennando alla poca efficacia dei progetti finanziati dalle leggi 482/99 e 26/97 e, spiegando la funzionalità della norma scritta rispetto ad un effettivo bilinguismo, alla salvaguardia delle varianti, della lingua in generale e, alla sua circolazione, nonché la necessità di una legge regionale che regoli tutta la compagine della lingua sarda.

Come evinto anche da questa ricerca, i progetti delle leggi sulla salvaguardia della lingua minoritaria e della lingua e cultura sarda, hanno potuto garantire delle mini ricerche fatte a compartimenti stagno, delle mini ricerche spesso svolte in italiano sulla lingua e su cose “sarde”, delle mini ricerche su argomenti esclusivamente tradizionali che non sono riusciti ne a salvaguardare, ne a tutelare la lingua, ne a rinnovarla e tanto meno ad attualizzarla e potenziarla.

Questi progetti sono serviti però a riconoscere in qualche modo l’esistenza della lingua sarda e la sua importanza, soprattutto fra gli alunni. Dico soprattutto fra gli alunni riportando alcuni esempi di questa ricerca attraverso le seguenti testimonianze.

Durante le inchieste scolastiche sono state svolte delle attività in classe, provocatoriamente, per verificare il grado di prestigio e funzionalità che la lingua sarda poteva assumere.

Mentre gli alunni hanno reagito positivamente all’utilizzo e all’insegnamento della lingua, i docenti (maestri della scuola primaria e secondaria) hanno ancora atteggiamenti che denotano un rifiuto e un poco riconoscimento all’interno dell’attività scolastica ed ufficiale della lingua sarda.

Riportiamo a riguardo le seguenti testimonianze:

1) durante una “lezione” in classe, mentre la sottoscritta spiegava alcune regole grammaticali del sardo, un alunno esordisce dicendo: “professorè! Ma pu ite su sardu non s’imparat in iscola, a mene mi paret una limba ʔomente a s’italianu e a s’inglesu, tenet regulas puru prus “difficiles” e medas puru….”; altri ancora: “ma pu ite non lu haʔimos cada die su sardu est importante e est puru prus bellu de sas àteras materias….”.

Diversamente durante delle spiegazioni sulla poesia, ho chiesto alla maestra di rivolgersi ai bambini in sardo, visto che stavamo facendo sardo e lei mi ha risposto: “ no guarda che io lo parlo benissimo (il sardo), ma per spiegare questi contenuti non riesco ( non mi viene) ad utilizzare il sardo….”; altra insegnante durante una discussione sull’importanza del bilinguismo per i bambini, esordisce dicendo: “io sono convinta che i bambini che parlano in sardo poi non riescono ad imparare bene l’italiano, infatti sono quelli che hanno più difficoltà..nell’apprendimento dell’italiano…”. È ovvio che la docente, pur conoscendo il sardo, non ha idea del fatto che sta alla maestra curare le effettive potenzialità del bilinguismo e sta a lei spiegare,

ad esempio, che è verbo corrisponde a est verbo, mentre e congiunzione corrisponde a e congiunzione in italiano.

Ecco perché si diceva prima apparentemente riconosciuta dagli insegnanti, perché pur affermando che il sardo è importante, non riescono a staccarsi dalla psicologia del sardo diglossico. Cioè il sardo va bene a casa e in contesti informali, ma a scuola è bene utilizzare l’italiano e così succede a livello amministrativo come in qualsiasi altro contesto e dominio ufficiale.

Alla base di questi problemi della lingua, del suo riconoscimento, del suo prestigio, della sua funzionalità sta proprio la questione 6, ossia la mancanza di una norma scritta.

Con l’assenza di una norma scritta non si ha nessuna circolazione della lingua e se ne rischia la perdita. Con la mancanza di una norma scritta ognuno è legittimato a scrivere “dizionari”, “grammatiche”, “traduzioni”, “libri”, “testi”, “calendari”, nella propria variante con simboli spesso arbitrari ed inventati che non rispecchiano l’effettiva fonetica o l’effettivo “suono” della stessa variante voluta rappresentare e, per di

più risultano essere incomprensibili e illeggibili, non solo per gli altri paesi, le altre varianti, micro e macrovarianti, ma anche per gli stessi paesani e, il paese che stiamo qui analizzando ha avuto dei tristi esempi a riguardo, come visto più sopra.

Ora, la questione della norma scritta, rimane una questione politica e più precisamente di politica linguistica.

Come risulta da questa ricerca, i centenari ovoddesi, i poeti, i sardo-parlanti, quelli che veramente hanno ancora il sardo come prima lingua e come lingua 1, non hanno avuto e non hanno, ancora oggi, nessuna difficoltà a parlare e a scrivere per farsi capire da tutti. Una “koeinizzazione spontanea”, così continuo a definirla, nel paese analizzato in questa ricerca vi è sempre stata e continua ad esserci.

E, Ovodda è un paese in cui si preserva una variante particolarissima, tutta “barbaricina” ma non estranea a contaminazioni dall’esterno, che stando a quanto sostiene il senso comune (quando la gente non è informata) e certi intellettuali che si ostinano ad opporsi alla lingua sarda ufficiale, avrebbe dovuto essere uno dei paesi più restii alla standardizzazione della lingua.

La standardizzazione non è un metodo per annullare, ma per salvaguardare la lingua:

1) se vi è una codificazione comune si facilita la comunicazione linguistica anche nella

lingua minoritaria (nessuno avrà più il problema di dire: “custu non mi cumprendet

ca amus unu limbazu divertzu”);

2) se vi è un codice comune sarà possibile:

scrivere in letteratura, manuali, dizionari, grammatiche, sussidiari, testi scolastici per ogni ordine e grado e per tutte le materie/discipline, nei mass-media dal quotidiano al web, nei cartelli e insegne e in tutta la società che si tratti di contesti formali o informali; non ultimi cd rom e manuali per imparare il sardo (anche per gli stranieri) in modo da garantire, non la chiusura, come il senso comune e alcuni intellettuali vogliono far credere, ma la circolazione della lingua, il confronto e l’apertura verso l’esterno.

È chiaro che se il sardo rimane relegato ai contesti informali e non viene utilizzato e scritto nei contesti ufficiali e non se ne garantisce la circolazione rimarrà sempre una lingua non minoritaria ma minore, perchè parlata da sempre meno gente e perché sempre meno utile.

3) Se vi è un codice comune di comunicazione anche tutti i discorsi ufficiali, quali convegni, conferenze, comizi, si potranno tenere anche in sardo;

4) Con una codificazione comune saranno meno probabili le alterazioni/infiltrazioni dell’italiano, perché credo che uno che si metta a scrivere in sardo abbia qualche problema a scrivere “cola-mi sa buttiglia/ su stomaco/ serra-mi sa porta o ancora su tavolinu”, pensandoci sopra prima e, rendendosi conto che con un po’ di poltronite mentale in meno trova i termini ampulla, istògomo, jenna/zenna/janna, messighedda, mesigedda e via dicendo e non solo, man mano che si scrive e si comunica sempre di più in sardo si recupera il lessico e la grammatica, si riescono a creare dei neologismi e si riacquistano funzionalità e prestigio.

5) Anche per questo la standardizzazione non annulla le varietà locali ma le valorizza, perché aiuta a recuperare lessico e grammatica del posto.

Custas mancari sunt sas chistiones beras chi, chie remat contra a sa limba dae Maninchedda a sos professores universitàrios a totu cussos chi sighint a dividire e non a faeddare craru, non bogant a campu ca punghent e tzuntzullant su sardu a pèntzare e duncas a arresonare e duncas a no èssere colonizadu dae una classe dirigente e pòlitica autocolonizatrice chi no est italiana ma SARDA!!!

Tocat puru de nàrrere chi b’at zente chi cheret cumprèndere e àtera zente chi non c’arribat o mègius non cheret arribbare!


[1] Chi scrive non si associa a queste categorie

September 21, 2011

La concezione della lingua durante il Jurassico

Un’araucaria a Luso. L’araucaria è una pianta caratteristica del periodo jurassico, dominato dai rettili giganti.

Dinosauro Manca (Manca, Prof. Dino per gli amici) è un altro di quegli ometti tutti di un pezzo che popolano l’università di Sassari.

http://www.francopiga.it/francopiga/index.php/uri-ss-arvada-2011/538-uri-2011-dino-manca-1.html

Dino possiede convinzioni arcaiche talmente solide che dice perfino “Ella”, quando si riferisce a Grazia Deledda.

Come ai tempi di Grazia Deledda, infatti, Dino non parla, ma legge quello che deve dire.

Giustamente, non si fida di quello che altrimenti gli potrebbe scappare di bocca.

Dino usa i passati remoti, come i toscani.

Dino dice: “Sarebbe impensabile non credere…”, perché sennò uno capisce bene che, appunto, non bisogna crederci.

Dino non parla come mangia.

Perché?

Qual’è il piatto preferito di Dino?

Dino dice: “Nella seconda metà del ‘400 si era compiuta, per altro, quella definitiva vittoria iberica che andó a interrompere, in forme diverse, il lento processo di formazione di una lingua nazionale, nella seconda metà del ‘400.”

Cioè, una lingua nazionale è soltanto una lingua statale standardizzata all’interno di uno stato unitario e indipendente (vedete pure le perle jurassiche prodotte precedentemente dal nostro dinosauro).

Buono a sapersi!

Ne possiamo dedurre, allora, che le nazioni sono soltanto quelle che esprimono stati indipendenti e sovrani.

Quindi, l’Italia non era una nazione prima del 1861 e l’italiano non era una lingua nazionale, ma semplicemente un codice burocratico-cancelleresco-letterario.

Ma allora io e Dino siamo d’accordo! L’Italia non è mai stata una nazione e adesso è soltanto una stato.

Per fortuna, però, il sardo non si è fermato al jurassico, malgrado tutti gli ometti e gli omissis prodotti dall’università di Sassari.

September 19, 2011

Quante varietà, Magnifico Rettore?

In sa scientzia est “omine” (omine abbile) chie podet motivare su ki narat.

Is áteros sunt omineddos de pagu.

Su Retore de s’universidade de Tatari (s’archeologu Attilio Mastino) at nadu in Uri ca su sardu est partzidu in tres bariedades: su campidanesu, su logudoresu e su nugoresu.

Tando deo lu sfido a nosi mostrare inue passant is lacanas de custas tres bariedades.

E lu sfido a dimostrare ca su trabballu miu e cussu de Michel Contini sunt “scientificamente trabballanti”, comente at nadu Giovanni Lupinu, chentza nen-mancu tenner s’atza de narrer proita custu trabballu diat esser “trabballante”, de chi est su trabballu, inue est pubblicadu.

Su trabballu miu e su de Contini mostrant ca lacanas intra de bariedades de su sardu non bi nd’at.

Is cartinas nostras (fatas in manera indipendente s’una dae s’átera: una basada a subra de is isoglossas, s’atera a subra de s’analisi computazionale) mostrant sa propriu cosa:

Cartina de Michel Contini (1987)

Cartina de Bolognesi (2007)

Custas cartina sunt diferentes e cumplementares: sa de Contini mostrat cales sunt is fenomenos de is dialetos sardos. Sa mia mostrat cale est su tretu intra de is dialetos, leende in cunsideru ca unu certu fenomenu “pesat” de prus si est presente in medas faeddos. Duncas s’isoglossa, pro esempru, ki separat sa pronuntzia de sa [e] o de sa [i] finales est presente una borta sceti in sa cartina de Contini, ma in sa cartina mia custa diferentzia est contada donni borta chi sa diferentzia cumparet in unu faeddu. E custu donat resurtados diferentes dae is de Contini est craru. Tando in sa cartina mia sa diferentzia, naramus tra [sole]  e [soli)  contat de prus ki non in sa cartina de Contini e s’acostat de prus a sa ki est sa pertzetzione ki is sardos tenent de custas diferentzias, proita ca is faeddos ki mostrant custa diferentzia sunt medas.

Tando, Attilio Mastino, si est un’omine de scientzia, immoe nosi depet narrer innue passant is lacanas intra de is TRES BARIEDADES  de su sardu.

E nosi depet narrer proite sa LSC est una limba de plastica, cando est uguale pro prus de su 90% a su sardu de Abbasanta.

E si issu creet ca deo apo imbrolliadu cun sa chirca mia (“scientificamente trabballante”) totu su chi depet faxer est a cuntrollare is datos: datos, cartinas e figuras

Si est omine…

“Ci sono uomini, mezzi uomini, ominicchi e quaquaraquà” (Leonardo Sciascia)