Nuovamente sul concetto di letteratura nazionale

Limbara

Scrivo nella lingua degli oppressori, perché altre volte ho visto che anche loro si sono mostrati interessati a quello che dico sulla questione della letteratura nazionale.

Sul sito di ProGReS Massimeddu Cireddu mi chiede perché io escludo dalla definizione politica di “letteratura nazionale” le opere scritte in italiano da autori sardi.

Il discorso da fare è lungo e complesso e il quadratino che il sito di mette a disposizione per replicare è così piccolo che mi fa venire la claustrofobia.

Per capirci, dobbiamo partire dall’unica definizione di “nazione” che io accetto. La definizione l’ha fornita ZF Pintore alla fine della lunga discussione su FB, seguita alla mia nota  Nazione? :

“Siamo nazione, se vogliamo esserlo tutti assieme”.

Essere nazione comporta un atto di volontà.

Non si è nazione per via di un misterioso fenomeno naturale.

Non sono la lingua, né la storia, né il territorio a trasformarci in nazione.

È un insieme di queste cose che, se lo vogliamo, ci porta ad identificarci con gli altri che–almeno in parte–condividono quello che proviamo per la nostra lingua, la nostra storia, il nostro territorio.

Se lo vogliamo e soltanto se lo vogliamo.

Io–ma non sono il solo–non mi posso e non mi voglio identificare con la lingua dei nostri oppressori storici e attuali, con la lingua della dipendenza, con la lingua del colonialismo e del neocolonialismo.

Se vogliamo essere nazione, questa nazione dobbiamo costruirla a partire anche da alcune definizioni negative.

Dobbiamo definire ciò che non vogliamo essere.

Io non voglio appartenere alla nazione che ha espresso Umberto I, Mussolini, Cossiga e perfino Berlusconi.

Per lo stesso motivo non voglio definire la nostra letteratura nazionale anche sulla base della lingua che definisce quell’obbrobrio che chiamano “nazione italiana”.

Posso io porre dei limiti alla letteratura nazionale sarda? No, ovviamente! Ma posso proporli.

Un po’ opportunisticamente posso anche usare l’argomento che è soltanto normale definire le letterature nazionali sulla base della lingua usata.

A questo, Massimeddu mi ha risposto che allora mi ritrovo a definire come lettaratura sarda anche le opere in algherese, tabarchino e sardo-corso, le quali usando il criterio linguistico, si possono anche definire come catalane, liguri e corse.

Verissimo, ma soltanto da un punto di vista scientifico-classificatorio, punto di vista che lo stesso Massimeddu rifiuta.

Io propongo un criterio politico.

Ripeto per l’ennesima volta di non essere un indipendentista: sono perfettamente agnostico rispetto alla questione dell’indipendenza politica della Sardegna.

L’unica cosa che mi interessa è l’indipendenza culturale, intesa soprattutto come capacità di rielaborare autonomamente la cultura altrui.

Quando arriveremo a questo, arriverà l’indipendenza economica e l’indipendenza politica sarà un dato di fatto, qualunque forma le si voglia dare.

Ma passiamo a questioni più strettamente letterarie: perché la letteratura in italiano non è letteratura sarda.

Perché chi scrive in italiano si sta rivolgendo agli italiani (e ai Sardi italianizzati: come faccio io adesso) e non ai sardi.

Quindi chi lo fa, adatta automaticamente non solo la lingua, ma anche i contenuti di quello che scrive.

Per esempio, nel suo ultimo romanzo, Niffoi dice esplicitamente di dover tradurre quello che scrive in sardo perché i suoi lettori altrimenti non lo capirebbero.

Ora, a parte il fatto che il libro mi è piaciuto perché Niffoi si è liberato dai soliti temi turistico-deleddiani e ha scritto di una Sardegna che potrebbe essere anche l’Arizona, Niffoi qui dice onestamente che lui sta scrivendo per gli Italiani.

Niffoi vuole scrivere per loro? Benissimo!

La sua allora è letteratura italiana regionale e siamo tutti contenti!

Quello che bisogna evitare sono le operazioni ambigue, come quelle che Kelledda Murgia ha condotto con Accabadora.

Anche quella è letteratura italiana regionale ma, quanto a contenuti, turistico-deleddiana.

Dio mi guardi dal voler imporre a Kelledda quello che deve scrivere!

La letteratura deve essere frutto della libera elaborazione dell’autore: ci mancherebbe altro!

E se poi vince premi, diventa un tecnico e gira il mondo, sono contento come adesso che il Cagliari ha di nuovo sconfitto la Roma.

Ma la sua non è letteratura sarda. Non lo è per via della lingua e non lo è per via dei contenuti turistico-deleddiani.

E il mio non è purismo: traccio soltanto dei confini politici a quel progetto che condivido anche con Massimeddu e che porta all’indipendenza culturale della Sardegna.

Che non sono un purista, lo dimostra il fatto che secondo me è letteratura sarda anche Tzacca Stradoni, dove il sardo si alterna all’italiano regionale.

Ma Tzacca Stradoni è un libro scritto per i sardi, sia per quanto riguarda la lingua che per i contenuti.

E la lingua è due volte sarda: perché il sardo è molto presente e perché l’italiano non è ITALIANO, ma italiano regionale di Sardegna, lingua dei sardi, non degli Italiani.

Per concludere, trovo nell’intervento di Massimeddu ancora molta dell’ambiguità di fondo che un anno fa ho rimproverato all’IRS, rispetto al problema della lingua.

Il diritto alla lingua è un diritto collettivo e in quanto tale impone dei limiti ai diritti individuali.

Questo punto non mi sembra sia ancora penetrato nella cultura degli indipendentisti.

A loro probabilmente sembrerà una bestemmia, ma io ritengo che Murgia leda i miei diritti linguistici, rifiutandosi di scrivere in sardo.

Scrivendo in italiano contribuisce–e data la sua bravura e notorietà–in modo pesante a relegare il sardo nel ghetto della diglossia.

Ovviamente, da un punto di vista legale lei ha tutto il diritto di fare quello che vuole e io sarei il primo a opporsi se qualcuno volesse costringerla a scrivere in sardo.

Ma da un punto di vista morale e politico, non posso fare a meno di constatare che lei è soltanto un’italiana.

Io e lei non faremo mai parte della stessa nazione.

10 Comments to “Nuovamente sul concetto di letteratura nazionale”

  1. (Iscusa, in s’àteru cummentu mi nde at bogadu unos cantos arrogos….)

    Salude Roberto,

    tenes arresone, su logu pro iscrìere in custu giassu est meda prus mannu! T’at a fàghere praghere a ischire chi su giassu nou chi semus aprontende at a tènnere unu bellu logu pro pòdere iscrìere e at a èssere fintzas plurilìngue.

    Chirco de ti rispondere pro puntos, giai ca s’iscritu tuo est longu e cun medas cuntzetos, e non mi bògio iscarèssere de nudda.

    Primu. Tenes arresone cando naras ca sa natzione no est isceti limba, istòria, orìgine, territòriu (e carchi unu diat pòdere agiùnghere sàmbene…). Custu est pròpiu su non-natzionalismu nostru.

    Duncas chi partimus dae inoghe, no renesso a cumprendere comente lompes a su natzionalismu de nàrrere: “”Per lo stesso motivo non voglio definire la nostra letteratura nazionale anche sulla base della lingua che definisce quell’obbrobrio che chiamano “nazione italiana”.””

    Tue naras: “”Io–ma non sono il solo–non mi posso e non mi voglio identificare con la lingua dei nostri oppressori storici e attuali, con la lingua della dipendenza, con la lingua del colonialismo e del neocolonialismo.””, ma perunu ti ddu pedit! Sa Sardigna chi tenimus in conca est plurilìngue, e duncas si tue ti boles “identificare” isceti cun su sardu, dd’as a pòdere fàghere. Est craru chi si pedis custa libertade non dda podes bogare a chie, fèmina o òmine sardu, bolet impreare s’italianu.

    Pustis, mi paret de cumprèndere chi tue puru refudas sa classificatzione “scientifico-classificatorio”, ma nde impreas un’àtera “polìtica” in ue su critèriu est: “est unu romanzu cun temas turìsticos-deleddianos e duncas est iscritu pro is italianos, o est iscritu pro is sardos?”. Ponende chi siat aici, duncas unu romantzu iscritu in sardu chi sigat sa traditzione deleddiana diat pòdere èssere literadura italiana? O forsis diat pòdere èssere literadura “coloniale” sarda? E duncas no cumprendo pro ite non bi podet èssere literadura “natzionale” in italianu!

    Inoghe naras, chistionende de Kelleda Murgia: “”Ma la sua non è letteratura sarda. Non lo è per via della lingua e non lo è per via dei contenuti turistico-deleddiani.”” Torramus a su puntu! Si sa limba no est una discriminante (e duncas non ddu podet èssere pro tzertas limbas eja e pro àteras nono), abarrat su giudìtziu de is temas, ma cussu non podet che èssere personale, de cada unu, e mai unu giudìtziu polìticu. Bi diat mancare puru chi is partidos si pòngiant a fàghere crìtica literària!

    A s’agabbu naras: “”Il diritto alla lingua è un diritto collettivo e in quanto tale impone dei limiti ai diritti individuali.”” “”[Murgia] Scrivendo in italiano contribuisce–e data la sua bravura e notorietà–in modo pesante a relegare il sardo nel ghetto della diglossia.”” Eja, su diritu colletivu podet in carchi manera pònnere lìmites a is diritos individuales. Pro nàrrere, in sa iscola s’imparu obligatòriu de is limbas natzionales diat pòdere limitare su diritu a chie non ddu bolet pro is fìgios suos… aici comente su deretu colletivu de retzire is comunicatziones ufitziales e pùblicas, su diritu colletivu a is mèdios de comunicatzione, etc. Aici si podet essire dae sa diglossia! Deo creo, chi mancari siat una iscritora meda brava, Michela Murgia potzat fàghere pagu pro sa diglossia in Sardigna, sena chi bi siat una polìtica linguìstica, che est pustis cussa chi bolimus nois (e in is chidas chi ant a bènnere dd’as a pòdere lèghere). E pustis, si chistionamus de polìtica, una polìtica diat pòdere èssere cussa de favorèssere is bortaduras in sardu e in is àteras limbas natzionales de is romanzos prus bèndidos, craru non podet èssere una polìtica cussa de nàrrere a is autores in cale limba depent iscrìere!

    Pustis ti naro ca, de una manera o de s’àtera, e mancari non pragat a tue o a issa, tue e Michela seis in sa pròpiu natzione chi est cussa sarda. Una natzione chi podet tènnere fintzas contradditziones, comente totus, ma chi est prus rica e non prus pòbora gràtzias a custas diferèntzias.

    Sighi·si in is chidas chi benint, ca so seguru chi amus agatare fintzas cosas in ue semus de acordu.

    A si bìdere luego,
    Massimeddu

  2. Salve Prof. Bolognesi,
    sto seguendo su ProgResS i vari articoli che ogni lunedi vengono postati perchè interessato all’argomento (non faccio parte di ProgResS e non sono neppure un indipendentista). Di rimbalzo sono quindi approdato su questo suo articolo e le devo confessare che leggendo da un pò di tempo a questa parte articoli e notizie sul tema sono sempre più convinto che nel dibattito in corso non si stia parlando di letteratura, ma solo di nazione e politica.
    Ho pubblicato un post sul mio blog che tratta della questione:

    http://stroszek85.altervista.org/pseudosaggi-pamphlet/letteratura-sarda-%E2%80%93-con-la-%E2%80%9Cl%E2%80%9D-maiuscola-e-la-%E2%80%9Cs%E2%80%9D-minuscola/

    Potrebbe dirmi dove sbaglio?

    • Salute! Io non direi che tu (lei) sbagli. O forse soltanto che il mio pensiero è stato semplificato un po’ troppo. Letteratura sarda è per me quella che si rivolge ai sardi, ma anche linguisticamente (vedi Tzacca Stradoni, scritto in sardo e italiano regionale). Per il resto: nessuno ha il diritto di definire ciò che è letteratura (nel senso di poesia). Non i politici e, ma nemmeno i critici. La definizione di “letteratura nazionale” è però intrinsicamente politica. Io infatti non metto in discussione il valore letterario dei lavori di Murgia e Fois, ma soltanto la loro appartenenza alla letteratuira sarda, in base alla mia stessa definizione. E in effetti questo è soltanto un dibattito politico, non letterario. La letteratura mi interessa poco. Non so ( e in fondo non voglio sapere) perché certi lavori mi piacciono e altri no. Saludus

  3. Ciò che io intendevo è che la definizione di “letteratura nazionale” oltre ad essere intrinsecamente politica è esplicitamente letteraria (e quindi artistica). Insomma mi trovo spiazzato nel momento in cui trovo un post dal titolo “letteratura sarda” e poi mi scopro a leggere di politica e indipendentismo… vabbè era solo questo, la ringrazio per la risposta e provvederò a correggere il passaggio sull’articolo a proposito del suo pensiero…

    grazie e adiosu

  4. Parliamo di letteratura allora: è letteratura soltanto quella che non parla di politica? Non scherziamo. La letteratura può essere analizzata in tanti modi diversi. Se non fosse “aperta” non sarebbe letteratura. Una lettura possibile di un romanzo è quella politica. Possibile, ma meno che mai l’unica possibile.

  5. Beh, non credo di aver detto mai niente di simile… siamo d’accordo, anzi, è proprio per questo che non bisognerebbe fossilizzarsi su un solo canale di scolo, proprio perchè la letteratura è aperta. In questo senso intendevo approcciare in maniera diversa alla questione; credo sarebbe opportuno estendere il discorso al di là del dibattito politico…

  6. Anchio come liberalnazionalista mi sento insultato quando mi sento dire dai presunti non-nazionalisti che il nazionalismo tende alla ghettizzazione, peccato che lo confondano con lo sciovinismo. Se studiassero meglio al posto di perdere tempo in dogmi ne guadagneremmo tutti. Mai viste delle repubbliche nate dalla supponenza.
    E se fosse vero che per loro non esistono valori rigidi allora dovrebbero spiegarci come mai per anni pochi intellettuali (oggi ProgReS) sono persino arrivati ad attaccare la bandiera dei 4 Mori. Sarà stato gandhismo? O i muretti a secco di cui parla Fois?

    Speriamo che la si pianti di predicare bene e razzolare male. Se li si lascia fare ti direbbero pure che sono la reincarnazione di Gandhi e che hanno inventato tutto.

    Senza le critiche sulla lingua fatte anche da Bolognesi oggi il ProgReS non starebbe maturando una linea di politica linguistica ma starebbe ancora a dire che “non è necessaria perché in altre minoranze internazionali non lo è”.
    Ecco a cosa serve il dibattito e la critica: a far cambiare costruttivamente idea alla gente…
    Al contrario i monologhi allo specchio servono solo alla gloria personale dei conservatori…

  7. Senza scannarsi a vicenda. Apprezzo il lavoro di Progres come quello degli altri, Bolognesi compreso, che ravvivando il dibattito, come diceva Adriano, ha contribuito a raffinare le posizioni di Pregres. Dobbiamo imparare a contrapporci senza scontrarci per forza.

  8. Definire in generale gli italiani “oppressori” è da pazzi e da imbecilli…

    • Vero, ma vedendo come la democratica repubblica italiana–cioè i governi scelti dagli Italiani–si comporta con le minoranze, bisogna concludere che quelli che non sono oppressori sono stupidi abbastanza–o menefreghisti abbastanza–dal lasciar fare agli oppressori. Del resto il fatto che gli Italiani per bene non riescano a liberarsi da Berlusconi la dice lunga sulla loro intelligenza media o sul loro impegno.

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