Indipendentisti all’amatriciana

L’Italia è un paese di merda.

L’ha detto la persona che per tre volte è stata eletta democraticamente a rappresentarla e governarla.

Giratela come volete, la “frittata”, ma non si scappa.

Del resto, quando gli esponenti dell’Italia per bene dicono che nel Bel Paese occorre una “rivoluzione culturale”, stanno dicendo la stessa cosa, ma educatamente.

E poi, come si può definire un paese che vede il suo territorio controllato per almeno un terzo dalla criminalità organizzata, che è in cima alle classifiche per la corruzione, che è ancora governata da un uomo inseguito dalla magistratura per reati che si possono definire tipici del “carattere nazionale” italiano e che all’estero viene apertamente considerato un pagliaccio malato in testa, un paese che a tutti gli effetti costituisce un protettorato di uno stato straniero guidato da uno sciamano accusato di favoreggiamento della pedofilia?

Gli Italiani per bene, ovviamente, esistono, ma sono una minoranza che conta come l’asso di picche.

Oggi è diventato un dovere essere anti-italiani. Il rifiuto della cultura antropologica italiana è un prerequisito anche per gli Italiani per bene.

Per un sardo indipendentista questo rifiuto dovrebbe essere scontato.

La Sardegna potrà essere indipendente soltanto se riuscirà a darsi una cultura non dipendente (si veda l’articolo di Marco Pitzalis per una definizione) e soprattutto una cultura radicalmente diversa da quella del dominatore (neo)coloniale.

Quale lingua deve veicolare questa cultura sarda antagonista della cultura (di merda) italiana?

Ovvio, no? Il sardo e le altrte lingue autoctone della Sardegna (in proposito si riveda il mio articolo: Sa limba de su famine? S’italianu! )

E invece no!

Omar Onnis, dirigente di ProgReS non la pensa così: “Tanto più che il dato storico con cui dobbiamo confrontarci è che l’italiano è oggi una lingua dei sardi più del sardo stesso (a dolu mannu nostru, podimus annanghere, si credes). Mettere il sardo alla pari con l’italiano, in questa condizione socio-linguistica di dilalia, significa recuperare il sardo a un livello decisamente più elevato di quanto non sia mai stato. Questa cosa è importante o no?”

Che dire?

Dobbiamo accettare l’esistente, come ci propone Onnis?

Ma allora dobbiamo accettare tutto l’esistente, compresa la diffusione della cultura di merda italiana, la presenza della mafia sulle coste e nell’eolico, la berlusconizzazione della Sardegna? Dobbiamo accettare la lingua e tutta la cultura di merda di cui questa lingua è veicolo.

Un anno fa, potevo ancora pensare che quella di Onnis fosse una “non visione” del problema, la sua incapacità di cogliere il rapporto, che, per quanto indiretto (si veda Quanto è grossa l’isoglossa? ), esiste tra lingua e cultura.

Ma ormai non è più possibile che sia così.

Onnis ha una visione del problema lingua (“italiano o sardo è indifferente, anzi l’italiano è più sardo del sardo”) che è contrapposta alla mia e a quella di moltissimi militanti del movimento per la limba.

Così Onnis nega l’importanza dello sviluppo di una letteratura nazionale per la costruzione di una cultura nazionale sarda: “Quanto alla letteratura, l’unica distinzione sensata in questo ambito è tra letteratura buona e letteratura cattiva. Presentare un criterio classificatorio biblioteconomico, di natura prettamente pratica, come un indice di appartenenza etnica o culturale è radicalmente sbagliato. Le letterature si definiscono eccome in base al territorio di riferimento. O non avremmo una letteratura brasiliana, né una nord-americana. E comunque cosa ci impedisce di considerare letteratura sarda quella scritta da sardi in qualsiasi lingua della Sardegna? Chi è che lo stabilisce? L’Italia? La letteratura sarda è ricca e vitale ed è una letteratura aperta al mondo e che al mondo si rivolge, partendo da noi. In questo senso è molto più indipendente di tanti che si definiscono sovranisti, o autonomisti forti e persino indipendentisti.”

Un giorno Onnis–che senza dubbio ha visto la Luce–si degnerà di spiegare al mondo cosa sia la “buona letteratura” o forse addirittura di illuminarci sulla natura della letteratura stessa.

Per ora si limita a definire la letteratura nazionale in base al territorio. Cioè adotta una definizione di identità sarda amorfa e indifferenziata, tenuta insieme soltanto dalle onde del Tirreno e del Mare di Sardegna (sullo scontro tra questa definizione e l’altra possibile, si veda Due identità sarde o dialogo tra sordi?).

Lasciando stare che questa definizione ridicola di letteratura nazionale si incaglia già al momento stesso che uno scrittore si trasferisce in un altro paese (i miei microracconti in sardo diventerebbero letteratura olandese e la letteratura di Marquez sarebbe in parte francese e in parte messicana!), dietro questa visione della letteratura nazionale, c’è una visione della nazione e dell’identità come contenitore vuoto.

Se a definire la sardità bastasse il territorio, che differenza ci sarebbe tra la Regione Autonoma della Sardegna e la Repubblica de Sardinnia?

Nessuna, e infatti tutto quello che vedo in questa proposta è quello di sostituire i burocrati regionali attuali con burocrati statali che già si sono autocandidati per questa funzione.

Italiano? No grazie!

Se un anno fa si poteva ancora pensare che a Onnis mancasse una visione dell’identità sarda, oggi si può tranquillamente dire che quel vuoto è l’essenza stessa della visione di Onnis.

A questo punto posso soltanto fare i miei auguri di pronta guarigione agli amici di ProgReS.

Auguri di cuore: ne avete davvero bisogno!

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