Articulu de Joyce Mattu

Problemi di codificazione e considerazioni dal campo di ricerca: ite cherimos limba o limbàgios???

Custu est unu cantru de una chirca sotziolinguìstica fata annos faghet in sa bidda mia, la pùblico ca so semper prus cumbinta chi sa zente chi su sardu l’allegat, l’at semper allegadu e semper a pentzadu in sardu, nd’iscat prus de cada si siet pseudo intelletuale chi pistat galu in custa chistione chi su sardu no esistit e non si podet abènnere a una limba iscrita. Iscusade si est longu ma sa pròpria veridade tocat a la nàrrere semper e in totue, a parrer meu.

…….All’inizio del nostro lavoro, nella parte introduttiva, abbiamo parlato della differenza tra bilinguismo e diglossia. Abbiamo rilevato che in Sardegna, anche nelle parti cosiddette “più conservative” [1] della lingua, quali la Barbagia di Ollolai di cui Ovodda fa parte, non esiste il bilinguismo ma la diglossia, una diglossia, abbiamo aggiunto, con commutazione di codice, che i sociolinguisti reputano sia “l’anticamera della perdita della lingua” Il sardo è una lingua minoritaria attualmente riconosciuta dall’UE, dalla L. 482/99, dalla L. R. 26/97, politicamente e partiticamente sventolata ad ogni campagna elettorale; moralmente e civilmente, apparentemente riconosciuta dagli insegnanti, dagli amministratori, dalle istituzioni in genere. Eppure siamo in uno stato non di bilinguismo ma di diglossia con commutazione di codice. Eppure siamo di fronte ad uno stato della nostra L1, diventata L2b, cioè non solo seconda lingua, ma anche lingua di secondo o

basso livello, parlata solo nei contesti informali: la casa, la famiglia, la strada, il bar, i contesti amicali e familiari. Parlata, poi, si fa per dire poiché il sardo diventa ogni giorno di più italiano dal punto di vista lessicale e grammaticale, non portando all’evoluzione della lingua come il senso comune fa rilevare ma, come già ripetuto più volte, alla sua involuzione e perdita. Si dice che tutto questo avvenga per un problema di perdita di funzionalità della lingua, ossia non essendoci termini per definire le cose tecniche o no, si vedano, ad es., i termini computer o frigo, non è necessaria, non serve e quindi non vale la pena utilizzarla.

Si dice anche che questo dipenda dalla perdita di prestigio della lingua, legato al primo punto: se la lingua non serve in questa società contemporanea, allora significa che è poco prestigiosa e ci si deve esprimere con la lingua più funzionale (nel nostro caso l’italiano a sua volta alterato dall’inglese).

Si è detto anche che sono troppi i problemi di comunicazione in sardo: esistono tra genitori di diversi paesi rispetto al figlio (quale variante imparerà mio figlio? L’ovoddese o il fonnese?), troppa, si dice, che sia la differenza tra una variante e l’altra delle stesse micro varianti, ad es. il fonnese e il gavoese all’interno della variante barbaricina; figuramoci poi la differenza che può esistere tra nuorese e logudorese o, tra “campidanese” e “logudorese”.

Ho citato qui alcune delle considerazioni che arrivano dal campo di ricerca: sostanzialmente la gente è convinta che esistano davvero differenze insormontabili tra una variante e l’altra, che la propria variante sia migliore e speciale e assolutamente inimitabile e non omologabile con le altre.

Tutta questa divisione culturale e “linguistica” non fa altro che peggiorare la situazione e lo Stato di già grave diglossia della lingua sarda.

Essendo così convinta, molta gente comunica in italiano anziché in sardo, la lingua veicolare diventa sempre più e solo ed esclusivamente l’italiano e dal campo formale si passa a quello informale, più o meno esclusivo del sardo.

(campo esclusivo dell’italiano) si passa anche al campo informale (si veda la conversazione

Tutta questa confusione che non è ne linguistica ne culturale ma politica, non fa altro che alimentare e rendere pressoché impossibile la codificazione o normalizzazione o standardizzazione della lingua sarda.

Ora dal campo di ricerca si denota anche una totale disinformazione sulla questione lingua sarda. Non solo perché, a livello di senso comune, si crede che il sardo non sia effettivamente una lingua ma un dialetto, non solo perché altri ritengono che la propria variante sia sarda e le altre no, non solo perché dall’altra parte si ritiene che si debbano inventare documenti o chissà quali paternità per dimostrare la “purezza” di quel sardo più di quell’altro sardo (si veda “campidanese” contro “logudorese” e viceversa) ma, e questo sia a livello di senso comune che dei cosiddetti studiosi della lingua sarda, si è ancora convinti o si vuole far credere di essere tali, che vi siano effettive differenze tra una variante e l’altra, tra una micro variante e l’altra, baroniese contro barbaricino, contro mandrolisaese e via dicendo, campidanese contro logudorese etc., etc. etc.

Dicevamo che tutta questa confusione non fa chiarezza sulla situazione e l’unico risultato che si ottiene è quello di rendere ancora più difficile la standardizzazione della lingua, distogliendo i parlanti – utenti che dovrebbero essere i primi ad usufruire di tale ri-riconoscimento, dai veri problemi di una mancata codificazione della lingua L1.

Parliamo sempre del campo di ricerca da cui proveniamo ma, il caso Ovodda non rappresenta altro che un microcaso inteso come microcosmo, poiché i problemi che qui rileviamo riguardanti il centro barbaricino sono generalizzabili agli altri centri sardi. In primis, la popolazione, i parlanti utenti non hanno idea di che cosa sia la standardizzazione di una lingua. Gli esempi avuti in Sardegna fino a pochi anni fa non sono stati molto entusiasmanti e felici per riuscire a far capire ai parlanti utenti che per la circolazione della lingua, la standardizzazione è necessaria. La standardizzazione o codificazione è semplicemente un codice comune che possa unire ma non annullare, dividere o reprimere le singole varianti, anzi al contrario può aiutarle a salvaguardarle, ripristinarne lessico e grammatica, valorizzarle, potenziarle, restituirne funzionalità e quindi prestigio.

Affrontiamo una questione per volta.

Attualmente, e questa ricerca ne è un esempio a livello scolastico, amministrativo e politico (intendendo qui la polis o comunità), la diglossia con codeswiching rappresenta lo stato della lingua sarda. Vediamo quali sono le differenze che separano una situazione di bilinguismo da una situazione di diglossia con il seguente schema:

Bilinguismo perfetto : Totale parità orale e SCRITTA tra la lingua egemone e la lingua minoritaria (nel nostro caso Italiano e Sardo); Ciò significa:  SARDO                                                                     ITALIANO

1. Insegnamento nella scuola                              +                                                                                   +

2. Uso pubblico/ufficiale                                        +                                                                                  +

3. Uso in letteratura/mass-media                      +                                                                                   +

4. Accettazione generale                                       +                                                                                   +

5. Prestigio                                                                   +                                                                           +

6. Norma scritta                                                         +                                                                                   +

Come ben si sarà capito la Sardegna è ben lontana da una situazione di bilinguismo

perfetto e il nostro caso di studio ne è un esempio lampante:

1. esiste l’insegnamento dell’italiano e non del sardo;

2. l’uso pubblico ufficiale avviene in italiano e non in sardo; eccetto sportelli linguistici

3. l’uso in letteratura/mass-media avviene in italiano e non in sardo; salvo ancora troppo poche eccezioni

4. l’accettazione generale esiste relativamente ai campi informali e contestualmente al fatto che non esiste una norma generale di scrittura;

5. il prestigio è legato al quarto punto e alla sua funzionalità.

Il prestigio e, così tutti gli altri quattro punti, sono legati al 6° ma in realtà primo punto

e punto base, ossia all’assenza di una norma scritta.

Chiudiamo questa parte, accennando alla poca efficacia dei progetti finanziati dalle leggi 482/99 e 26/97 e, spiegando la funzionalità della norma scritta rispetto ad un effettivo bilinguismo, alla salvaguardia delle varianti, della lingua in generale e, alla sua circolazione, nonché la necessità di una legge regionale che regoli tutta la compagine della lingua sarda.

Come evinto anche da questa ricerca, i progetti delle leggi sulla salvaguardia della lingua minoritaria e della lingua e cultura sarda, hanno potuto garantire delle mini ricerche fatte a compartimenti stagno, delle mini ricerche spesso svolte in italiano sulla lingua e su cose “sarde”, delle mini ricerche su argomenti esclusivamente tradizionali che non sono riusciti ne a salvaguardare, ne a tutelare la lingua, ne a rinnovarla e tanto meno ad attualizzarla e potenziarla.

Questi progetti sono serviti però a riconoscere in qualche modo l’esistenza della lingua sarda e la sua importanza, soprattutto fra gli alunni. Dico soprattutto fra gli alunni riportando alcuni esempi di questa ricerca attraverso le seguenti testimonianze.

Durante le inchieste scolastiche sono state svolte delle attività in classe, provocatoriamente, per verificare il grado di prestigio e funzionalità che la lingua sarda poteva assumere.

Mentre gli alunni hanno reagito positivamente all’utilizzo e all’insegnamento della lingua, i docenti (maestri della scuola primaria e secondaria) hanno ancora atteggiamenti che denotano un rifiuto e un poco riconoscimento all’interno dell’attività scolastica ed ufficiale della lingua sarda.

Riportiamo a riguardo le seguenti testimonianze:

1) durante una “lezione” in classe, mentre la sottoscritta spiegava alcune regole grammaticali del sardo, un alunno esordisce dicendo: “professorè! Ma pu ite su sardu non s’imparat in iscola, a mene mi paret una limba ʔomente a s’italianu e a s’inglesu, tenet regulas puru prus “difficiles” e medas puru….”; altri ancora: “ma pu ite non lu haʔimos cada die su sardu est importante e est puru prus bellu de sas àteras materias….”.

Diversamente durante delle spiegazioni sulla poesia, ho chiesto alla maestra di rivolgersi ai bambini in sardo, visto che stavamo facendo sardo e lei mi ha risposto: “ no guarda che io lo parlo benissimo (il sardo), ma per spiegare questi contenuti non riesco ( non mi viene) ad utilizzare il sardo….”; altra insegnante durante una discussione sull’importanza del bilinguismo per i bambini, esordisce dicendo: “io sono convinta che i bambini che parlano in sardo poi non riescono ad imparare bene l’italiano, infatti sono quelli che hanno più difficoltà..nell’apprendimento dell’italiano…”. È ovvio che la docente, pur conoscendo il sardo, non ha idea del fatto che sta alla maestra curare le effettive potenzialità del bilinguismo e sta a lei spiegare,

ad esempio, che è verbo corrisponde a est verbo, mentre e congiunzione corrisponde a e congiunzione in italiano.

Ecco perché si diceva prima apparentemente riconosciuta dagli insegnanti, perché pur affermando che il sardo è importante, non riescono a staccarsi dalla psicologia del sardo diglossico. Cioè il sardo va bene a casa e in contesti informali, ma a scuola è bene utilizzare l’italiano e così succede a livello amministrativo come in qualsiasi altro contesto e dominio ufficiale.

Alla base di questi problemi della lingua, del suo riconoscimento, del suo prestigio, della sua funzionalità sta proprio la questione 6, ossia la mancanza di una norma scritta.

Con l’assenza di una norma scritta non si ha nessuna circolazione della lingua e se ne rischia la perdita. Con la mancanza di una norma scritta ognuno è legittimato a scrivere “dizionari”, “grammatiche”, “traduzioni”, “libri”, “testi”, “calendari”, nella propria variante con simboli spesso arbitrari ed inventati che non rispecchiano l’effettiva fonetica o l’effettivo “suono” della stessa variante voluta rappresentare e, per di

più risultano essere incomprensibili e illeggibili, non solo per gli altri paesi, le altre varianti, micro e macrovarianti, ma anche per gli stessi paesani e, il paese che stiamo qui analizzando ha avuto dei tristi esempi a riguardo, come visto più sopra.

Ora, la questione della norma scritta, rimane una questione politica e più precisamente di politica linguistica.

Come risulta da questa ricerca, i centenari ovoddesi, i poeti, i sardo-parlanti, quelli che veramente hanno ancora il sardo come prima lingua e come lingua 1, non hanno avuto e non hanno, ancora oggi, nessuna difficoltà a parlare e a scrivere per farsi capire da tutti. Una “koeinizzazione spontanea”, così continuo a definirla, nel paese analizzato in questa ricerca vi è sempre stata e continua ad esserci.

E, Ovodda è un paese in cui si preserva una variante particolarissima, tutta “barbaricina” ma non estranea a contaminazioni dall’esterno, che stando a quanto sostiene il senso comune (quando la gente non è informata) e certi intellettuali che si ostinano ad opporsi alla lingua sarda ufficiale, avrebbe dovuto essere uno dei paesi più restii alla standardizzazione della lingua.

La standardizzazione non è un metodo per annullare, ma per salvaguardare la lingua:

1) se vi è una codificazione comune si facilita la comunicazione linguistica anche nella

lingua minoritaria (nessuno avrà più il problema di dire: “custu non mi cumprendet

ca amus unu limbazu divertzu”);

2) se vi è un codice comune sarà possibile:

scrivere in letteratura, manuali, dizionari, grammatiche, sussidiari, testi scolastici per ogni ordine e grado e per tutte le materie/discipline, nei mass-media dal quotidiano al web, nei cartelli e insegne e in tutta la società che si tratti di contesti formali o informali; non ultimi cd rom e manuali per imparare il sardo (anche per gli stranieri) in modo da garantire, non la chiusura, come il senso comune e alcuni intellettuali vogliono far credere, ma la circolazione della lingua, il confronto e l’apertura verso l’esterno.

È chiaro che se il sardo rimane relegato ai contesti informali e non viene utilizzato e scritto nei contesti ufficiali e non se ne garantisce la circolazione rimarrà sempre una lingua non minoritaria ma minore, perchè parlata da sempre meno gente e perché sempre meno utile.

3) Se vi è un codice comune di comunicazione anche tutti i discorsi ufficiali, quali convegni, conferenze, comizi, si potranno tenere anche in sardo;

4) Con una codificazione comune saranno meno probabili le alterazioni/infiltrazioni dell’italiano, perché credo che uno che si metta a scrivere in sardo abbia qualche problema a scrivere “cola-mi sa buttiglia/ su stomaco/ serra-mi sa porta o ancora su tavolinu”, pensandoci sopra prima e, rendendosi conto che con un po’ di poltronite mentale in meno trova i termini ampulla, istògomo, jenna/zenna/janna, messighedda, mesigedda e via dicendo e non solo, man mano che si scrive e si comunica sempre di più in sardo si recupera il lessico e la grammatica, si riescono a creare dei neologismi e si riacquistano funzionalità e prestigio.

5) Anche per questo la standardizzazione non annulla le varietà locali ma le valorizza, perché aiuta a recuperare lessico e grammatica del posto.

Custas mancari sunt sas chistiones beras chi, chie remat contra a sa limba dae Maninchedda a sos professores universitàrios a totu cussos chi sighint a dividire e non a faeddare craru, non bogant a campu ca punghent e tzuntzullant su sardu a pèntzare e duncas a arresonare e duncas a no èssere colonizadu dae una classe dirigente e pòlitica autocolonizatrice chi no est italiana ma SARDA!!!

Tocat puru de nàrrere chi b’at zente chi cheret cumprèndere e àtera zente chi non c’arribat o mègius non cheret arribbare!


[1] Chi scrive non si associa a queste categorie

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