Il sardo come lingua veicolare nella scuola: perché?

Dalla ricerca linguistica coordinata dalla professoressa Oppo (chirca sotziulinguistica: pag. 37) risulta che soltanto in 20,7% dei bambini sardi non parla e non capisce la nostra lingua.

Ecco, Cristina Lavinio si preoccupa di questi bambini monolingui in italiano, ma non degli altri.

Quanti degli altri bambini siano monolingui in sardo non lo sappiamo.

I ricercatori non erano interessati alla loro esistenza.

E non sappiamo neppure quanti dei bambini esclusivamente “italofoni” siano effettivamente italofoni, cioè parlanti dell’italiano standard e non dell’italiano regionale di Sardegna.

I ricercatori coordinati dalla Prof. Oppo non erano interessati neanche a questo.

Eppure questi due punti sono fondamentali per capire la situazione linguistica in Sardegna: esistono ancora in Sardegna dei bambini la cui dignità linguistica viene totalmente negata? Quanti sono i bambini linguisticamente superprivilegiati, gli unici ai quali la scuola italiana di Sardegna si rivolge?

La prof. Oppo e i suoi collaboratori non se lo sono chiesti.

Anche loro si sono limitati a riproporci la mistificazione dei “Sardi che parlano tutti l’italiano”, senza verificare se questo è vero e, soprattutto, se quello che loro chiamano italiano, si possa poi davvero considerare tale da un punto di vista delle strutture linguistiche.

Invece, ai fini di qualunque analisi seria della situazione sociolinguistica e delle sue conseguenze per i Sardi, è fondamentale sapere, per esempio, a quale porzione del continuum Sardo-italiano attingano i ragazzi che abbandonano gli studi senza un diploma per costruire il loro repertorio linguistico.

Si veda nuovamente la rappresentazione schematica del continuum:

Come nei–per loro–bei tempi andati in cui il sardo non era stato ancora riconosciuto come lingua minoritaria riconoscevano perfino i componenti del trio Agnelli, i Sardi sono convinti di parlare un’ottimo italiano, anche se questa convinzione è molto lontano dalla realtà (Angioni, G., Lavinio, C. & Lörenczi, M., (1983) “Sul Senso comune dei Sardi a proposito delle varietà linguistiche parlate in Sardegna”, in Linguistica e antropologia, Bulzoni, Lecce).

Stando alle mie osservazioni aneddotiche, non mi risulta che i Sardi abbiano in questi trent’anni smesso di dire cose come: “Capito mi hai?”, “Ho visto una donna camminando”, “Non voglio a sbattere la porta”.

Questi esempi, riportati in modo quasi identico dal trio Agnelli nel loro articolo, mostrano come il cosiddetto “italiano” parlato dallo maggior parte dei Sardi, non sia altro che un sardo rilessificato: cioè, una lingua ibrida nella quale  parole sarde sono state sostituite da parole italiane, ma inserite in strutture grammaticali sarde.

Come ovviare a questa situazione che, stando alle mie informazioni non solo aneddotiche, persiste a tutt’oggi?

Con l’insegnamento contrastivo di sardo e italiano, come ho già detto tante volte.

Una parte fondamentale dell’insegnamento del sardo, però, deve consistere nell’esporre i bambini ad un uso corretto, educato e fluente del sardo.

Cioè usando il sardo come lingua veicolare per l’insegnamento delle materie che più si prestano allo scopo: storia, geografia, biologia, ecc.

Ecco perché è necessario che anche gli insegnanti di sardo ricevano corsi in queste materie, con il sardo come lingua veicolare: dove protrebbero altrimenti apprendere i registri tecnici necessari?

Cristina Lavinio, che in tutti questi anni ha dedicato tutte le sue energie alla demonizzazione del sardo e dei suoi “partigiani”, dice che mancano gli insegnanti preparati a tenere questi corsi e propone allora, di pagare i suoi compari sassaresi per tenere in italiano i loro corsi di “Flora vegetale della Sardegna”.

Non sarebbe il caso invece che proponesse ai suoi compari di mettersi finalmente a lavorare? Hanno avuto tre anni per prepararsi, perché non l’hanno fatto?

E la nostra pulzella di Sarroch, visto che ha tanto a cuore le sorti del “campidanese”, perché non scrive un bel libro di storia sarda in quella varietà letteraria del sardo?

Il perché, ormai lo sappiamo bene: la missione di Cristina è quella di contrastare il sardo in tutti i modi possibili, soprattutto millantando il suo fantomatico sostegno al “plurilinguismo”.

Plurilinguismo, per lei e per il suo commissario politico Lupinu, Prof. Giovanni, vuol dire monolinguismo (isterico)  in italiano.

Tutto il resto è fumo negli occhi.

 

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