Lingua, indipendenza politica e indipendenza statuale

Non sono l’unico ad avere grosse difficoltà con le posizioni linguistiche di ProgReS, e dell’IRS prima.

La loro smania di voler eleggere “l’italiano” e ( malgrado alcune ambiguità) addirittura l’italiano standard a lingua nazionale dei Sardi risulta incomprensibile a me e a tanti altri.

Fermo restando che l’italiano regionale di Sardegna (definito come da me nel post di ieri) appartiene alla realtà della nostra terra e della nostra gente, è evidente a tutti che l’italiano standard viene parlato soltanto da una élite ristrettissima.

Allora da dove viene questa voglia irresistibile di equiparare l’italiano standard al sardo e alle altre lingue autoctone della Sardegna?

Al di là di quelli che possono essere gli interessi personali di alcuni membri autorevoli di ProgReS–cosa in sé pochissimo interessante–mi sembra proprio che le differenze tra le nostre posizioni derivino dai diversi obiettivi politici che ci poniamo.

L’obiettivo di ProgReS è il raggiungimento dell’indipendenza statuale, cioè la sostituzione dell’attuale classe dirigente sarda e della burocrazia regionale con una nuova classe dirigente che andrebbe a costituire la nuova burocrazia statale. Da ex-sessantottino, riconosco in questo obiettivo–per il resto, non accompagnato dal alcun programma concreto: cioè, riformatore–la convinzione che basti che siamo “noi”–i buoni–a sostituirci a “loro”–i cattivi–e tutto si mette a posto da se.

Questo è l’idealismo galoppante che ho condiviso con tanti altri giovani e che allora non ha portato a niente.

Anzi, ha portato gli “integrati” ad abbracciare il berlusconismo e gli “apocalittici” ad un ritiro impotente dalla politica sfociato nella violenza o nel misticismo o nella fuga in campagna o nell’emigrazione (vedi il mio caso). Solo alcuni sono rimasti a testimoniare inutilmente la propria irriducibilità e l’implosione del berlusconismo non è certo merito loro.

È chiaro che se l’obiettivo è quello di instaurare un “governo dei buoni”–i quali, dato che sono buoni, faranno poi tutto nel migliore dei modi–allora tutti gli altri obiettivi sono secondari rispetto al raggiungimento di quella che–senza vergogna alcuna–ho sentito chiamare la “felicità”.

Non importa quindi quali Sardi raggiungeranno quello stato di beatitudine: cioè, quali lingue parlino, quali valori condividano, con quali strumenti economici si mantengano “felici”.

“Sarà la Repubblica di Sardegna a renderci felici!”

Mamma, ita fragu de stadu eticu!

Vi risparmio le mie considerazioni sul rapporto–probabilmente dovuto all’evoluzione–tra calo ormonale dovuto all’età e capacità di godersi la vita.

In altre parole: la mia felicità sono affari miei!

Quello che non sono affari miei è l’incapacità dei Sardi di darsi un’economia che permetta a tutti di vivere in modo dignitoso.

Quello che vorrei raggiungere–per me e per gli altri Sardi–è la non-dipendenza della Sardegna.

Ovvero, l’indipendenza politica della Sardegna, cioè la capacità dei Sardi di esprimere una classe dirigente nazionale che faccia–nel momento che fa i propri interessi–anche gli interessi del resto del popolo sardo. Come fanno i Catalani e come fanno gli Islandesi.

Non come hanno fatto gli Irlandesi, che da colonia Brittannica sono diventati una colonia di preti caddotzi e trucchisti.

Allora, se il mio obiettivo è quello di formare una classe dirigente non necessariamente costituita da “buoni”, ma da persone in grado–grazie all’insieme della loro cultura–di guidare un’economia sarda indipendente–nei margini consentiti dalla globalizzazione, è ovvio–non sarà affatto indifferente stabilire quale lingua/lingue debbano veicolare la cultura/visione del mondo dei Sardi.

All’interno di questa strategia, c’è posto per l’italiano regionale di Sardegna–un posto subordinato–ma non c’è posto per la letteratura sardignola in italiano standard: tanto per capirci!

Non c’è posto per queste ambiguità.

L’italiano–la lingua dei nostri colonizzatori–deve essere tollerato, per non ripetere gli errori e i misfatti compiuti dagli Italiani.

L’indipendenza politica–non necessariamente coincidente con l’indipendenza statuale–discende dall’indipendenza economica, la quale a sua volta discende dall’indipendenza culturale.

Alla scorciatoia costituita dal “governo dei buoni” e dalla “lotta per la felicità” non ci credo manco un po’.

La lotta per l’indipendenza politica non può che passare attraverso la lotta per l’egemonia linguistica: la cultura dei Sardi indipendenti può soltanto essere veicolata dalle lingue autoctone dei Sardi.

Noi non siamo i discendenti dei conquistadores (ni-mancu deu!), che si limitano a recidere il legame statuale con lo stato colonizzatore: studiatevela la storia del Sud America prima di spararle grosse sulla letteratura brasiliana in portoghese!

L’indipendenza politica passa attraverso l’indipendenza culturale, cioè attraverso l’indipendenza psicologica degli operatori culturali stessi.

Chi attribuisce all’italiano la stessa dignità di lingua dei Sardi che hanno il sardo, l’algherese, il sassarese-gallurese e il tabarkino accetta la subordinazione culturale dei Sardi.

L’indipendentismo di ProgRes, secondo me, è soltanto l’immagine speculare del dipendentismo: entrambi sono il frutto dell’incapacità di concepire una classe dirigente sarda non-dipendente, che tratta alla pari con lo stato italiano.

Fuggire, per paura di confrontarsi: questo mi sembra il loro obiettivo.

Chi può aver paura del popolo che ha eletto liberamente Silvio Berlusconi per ben tre volte?

Gli indipendentisti di ProgReS sono rimasti gli unici che prendono sul serio quel cesso chiamato Italia!

15 Comments to “Lingua, indipendenza politica e indipendenza statuale”

  1. Peccato, Robè… era un bellissimo articolo finché non ho letto la penultima frase “Chi può aver paura del popolo che ha eletto liberamente Silvio Berlusconi per ben tre volte?”… non dimentichiamoci mai che una grossissima fetta di Sardi, proprio Sardi veri come me e te, ha votato, vota e voterà per il vecchio sporcaccione e, cosa ancora peggiore, per i suoi sgherri locali (a tipu su tzeracu mudu, alias ugo-dì-qualcosa-anche-tu)… a proposito di classe dirigente dipendente: ecco la moderna borghesia compradora.
    Comunque devo ringraziarti per una cosa: non sono indipendentista, ma neanche uno strenuo difensore del ruolo della Sardegna in Italia… fino ad oggi non riuscivo mai ad esprimere quale per me dovesse essere l’obiettivo per il futuro della Sardegna. La NON-DIPENDENZA è quello che intendevo (della serie, certe volte dobbiamo solo imparare qual’è il nome giusto per le cose che ci circondano): ne abbiamo avuto un assaggio quando c’era Soru a governare la Regione.

  2. Ma è dello Sporcaccione che dobbiamo avere paura o di noi stessi? Meditate, gente…

  3. Est pròpiu pro nde essire dae su chi tue naras “Sarà la Repubblica di Sardegna a renderci felici!” chi est nàschidu Progetu Repùblica. Nois creimus ca s’indipendèntzia a sola no at a risòrvere is problemas nostros si non b’est un’idea e unu progetu a palas.

    Pro cussu amus cumintzadu a traballare e semus presentende (ùnicu partidu in Sardigna) unu progetu articuladu (e fintzas cumplessu sia in is bases teòricas chi in is aplicatziones pràticas) a pitzu de is polìticas linguìsticas pro sa Sardigna (ma tenimus progetos fintzas pro is trasportos, pro sa fiscalidade, pro s’economia, etc.)

    Semus partidos dae is arresonos chi in is ùrtimos 30 annos sunt istados fatos a pitzus de is limbas natzionales, in Sardigna e foras de Sardigna, e pustis de arresonos longos semus lòmpidos a una positzione chi est cussa chi si podet lèghere in su giassu nostru e chi at a essere presentada in manera pùblica luego.

    Si bi sunt positziones diversas nde podimus arresonare, e fintzas abarrare cun positziones diversas. Mi dispraghet però chi non si siat cumprèndidu cussu chi cherimus nàrrere. Deo creo chi non siat pro ite est iscritu in manera pagu crara, ma pro ite a pitzus de sa chistione linguìstica si sunt costruidas “ideologias” chi non permitent de bìdere is cosas pro cussas chi sunt.

    Pro ùrtimu, est beru chi nois non pensamus a “una classe dirigente sarda non-dipendente, che tratta alla pari con lo stato italiano”, pensamus a una classe dirigente indipendente chi chistionet a sa pare cun totus is istados.

    • O Massimeddu, deu seu circhendi de si cumprendi, ma custa cosa de s’Italianu che lingua natzionali propriu non mi nci bolit calai. E comnti dda presentas tui sa chistioni est una cosa, ma Onnis, Mura e atrus non nant su chi naras tui.

  4. Scusi Bolognesi, mi può per favore indicare dove ProgReS parla di italiano come lingua nazionale?? Grazie..

  5. Bolognesi, molte voci ma io la conoscevo poco.. Ma mi è bastato, glielo garantisco.. Sinistrato ed anche abbastanza mediocre..

  6. @Ste Soi: conosco Bolognesu, direi “non permetterti” e te lo dico in modo amichevole perchè conosco anche a te. Leggiti altro del suo materiale (anche quello più antico) e capirai che non hai a che fare con un “mediocre”.😛
    @Bolognesu: s’urtima fit istravanàda. Amsterdam t’at cuntagiau?😀

  7. ..Si vabbè.. Mediocre era l’articolo, poi può piacere o meno, ma sono sempre le solite accuse gratuite e sterili per giunta.. Che tu Free conosca me, mi sembra molto difficile, molto umilmente ho difficoltà a pensare che mi conosca la mia fidanzata, permettimi di dubitare.. Ripeto la domanda: dove si parla di italiano come lingua nazionale?? Poi tra “scimproteddus e non permetterti” confermate ne più ne meno quello che avevo già sospettato.. Poi continuate pure a raccontare degli indipendentisti cattivi e che non vi piacciono e dei Soru mancati.. Aria fritta..

  8. @ Free: A pag 8 Sedda ribadisce il senso del progetto linguistico ProgReS: http://www.sardegnaquotidiano.it/ .. Il resto è aria fritta, ed è anche mortificante..

    • Veramente Franciscu non affronta il tema di quali lingue vadano considerate lingue nazionali. Dice solo che a scuola va insegnato il sardo, l’italiano, l’inglese e un’altra lingua a scelta. Io sono d’accordo, anzi, le lingue mi sembrano poche. In olanda si tudiano anche francese e tedesco. Ai sardi servono il francese e lo spagnolo.

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