Articulu in Sardegna 24

Articulu cosa mia pubblicadu oe in Sardegna 24

Ancora una decina di anni fa la provincia di Cagliari era in testa alle classifiche della dispersione scolastica.  Da un documento dell’EURISPES del 2002 risulta che “La Sardegna detiene il primato nella classifica nazionale del maggior numero di bocciati, con una percentuale del 15,2%; seguono la Valle d’Aosta con il 9,8%, la Liguria con il 9,2%, poi il Lazio e la Sicilia con l’8,8%.” (http://www.funzioniobiettivo.it/News/eurispes_sulla_dispersione.htm)

Non conosco la situazione attuale, ma un documento dell’ufficio stampa del Comune di Cagliari riporta, per il 2009: “Risultati positivi: recupero scolastico di ben 33 ragazzi.” (http://www.ufficiostampacagliari.it/news.php?pagina=1430).

Umorismo involontario?

Cagliari—ma tutta la Sardegna—ha grandi problemi materiali e uno di questi problemi è quello della dispersione scolastica.

La cosa che mi “affascina” di più è la mancanza di curiosità dei linguisti “sardi” verso il rapporto esistente tra lingua e dispersione scolastica: che lingua parlano i ragazzi che abbandonano la scuola senza un diploma? Qual’è il rapporto tra il loro fallimento scolastico e la loro lingua?

Se esistono degli studi recenti in proposito, non li conosco. Non ho mai incontrato niente dopo i lavori di Elisa Spanu Nivola e Maria Teresa Pinna Catte, che mettono in luce come questo rapporto esista.

Elisa e Teresa indicavano l’alienazione linguistica come una delle cause principali della dispersione scolastica. E in modo particolare per i ragazzi delle periferie urbane, dove la lingua usata è quasi esclusivamente quell’ibrido indicato con il nome di Italiano Regionale di Sardegna.

Nel dibattito sulla limba si può notare come I linguisti che operano nelle università isolane facciano tutti—o quasi—riferimento all’italiano come alla lingua condivisa da tutti i Sardi. Con leggerezza, assimilano il loro italiano standard, all’ibrido sardo-italiano usato dalla grande maggioranza dei Sardi.

Eppure, sono stati dei docenti dell’università di Cagliari a chiarire che i Sardi sono convinti di parlare un’ottimo italiano, ma che questa convinzione è lontana dalla realtà (Angioni, Lavinio, & Lörenczi, (1983) “Sul Senso comune dei Sardi a proposito delle varietà linguistiche parlate in Sardegna”).

Stando alle mie osservazioni, non risulta che i Sardi abbiano smesso di dire cose come: “Capito mi hai?”, “Ho visto una donna camminando”, “Non voglio a sbattere la porta”. Questi esempi  mostrano che l’“italiano” parlato dallo maggior parte dei Sardi, è poco più di un sardo rilessificato: una lingua ibrida nella quale  parole sarde sono state sostituite da lemmi italiani, ma inseriti in strutture grammaticali sarde.  E la scuola stigmatizza queste strutture come scorrette.

La rinuncia dei Sardi alla loro lingua, non ha comportato l’emancipazione agognata: la loro lingua viene ancora stigmatizzata, anche se loro adesso sono convinti di parlare in italiano.

Come constatato a loro tempo da Spanu Nivola e Pinna Catte, questo stigma ha conseguenze devastanti sull’atteggiamento scolastico dei ragazzi.

Questa constatazione è assente dagli studi italiani sulla dispersione scolastica che ho avuto modo di vedere. Sarà un mio limite, ma, se questi studi esistono, si può dire che non siano molto diffusi.

L’unica cosa che ho trovato e che si avvicina ad un’ammissione dell’esistenza di questo rapporto, come causa della dispersione, è la seguente:  “la disoccupazione e l’ignoranza parentali” (http://www.psicozoo.it/index.php/2009/08/11/dispersione-scolastica-un-problema-di-tutti/).

Che lingua parlano questi “ignoranti”?

La situazione sarda non è stata più analizzata dal 1983 (Ines Loi Corvetto, L’Italiano Regionale di Sardegna) e dobbiamo rivolgerci a studi compiuti altrove da altri: “A Napoli e dintorni, c’è invece un’ampia zona diffusa, dai confini incerti sia quanto alle strutture che quanto agli usi, con una distinzione assai minore [rispetto a Torino] fra le varietà di lingua e varietà di dialetto, un tipico continuum con sovrapposizioni.” (Gaetano Berruto, Lingua e dialetto nell’Italia del Duemila (2006);  (http://www.archive.org/details/linguaedialetton00sobr; pag. 10).

La situazione di Cagliari assomiglia di più a quella di Torino o a quella di Napoli? A nessuno interessa saperlo?

Il nuovo sindaco di Cagliari non ha inserito nel suo programma una sola parola sul sardo e sulla situazione linguistica della città. In fondo non è colpa sua: forse Massimo Zedda non sa che quello linguistico è uno dei “gravi problemi materiali” che affliggono Cagliari.

Ma come pensa il nuovo sindaco di affrontare il problema della dispersione scolastica? E cosa pensa di fare rispetto al problema, connesso al primo, dell’alienazione linguistica della capitale dei Sardi?

Faccio presente che, tra tutte le soluzioni, quella di mandare tutti i Cagliaritani a fare un corso di dizione per migliorare il loro italiano sarebbe la più cara.

Sarebbe proprio il caso di ammettere finalmente che anche Cagliari è una città bilingue e comportarsi di conseguenza.

3 Comments to “Articulu in Sardegna 24”

  1. A mei est praxiu mera. Ma poitta fustei ddari iscrittu in italianu?!

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