Contributo di Mikkelj Tzoroddu

 

 

Guerra fra poveri
A guardare la Storia della letteratura italiana di Francesco de Sanctis, ci si accorge come vengano presi in considerazione, quali facenti parte della “letteratura italiana”, dei componimenti i cui autori non si sarebbero mai sognati di definirsi scrittori o poeti di lingua italiana, da Ciullo d’Alcamo, a Jacopone da Todi e Guido Guinizelli, per non parlare dei più grandi. Il critico ed esteta campano, si era assunto il compito di andare a cercare nel passato di un territorio geografico appena divenuto territorio italiano, il seme di quella letteratura che solo da quel momento (con ardita risoluzione) egli avrebbe definito “letteratura italiana”. Certo, il compito che si era assunto era quello dell’educatore e pertanto tralasciò d’indicare nel titolo, che trattavasi in verità “della storia delle origini” della letteratura italiana. In effetti, egli si accinse alla stesura della sua opera più famosa, nel 1870, quando la neonata Italia (costituita come regno, solo grazie alla Sardegna) aveva appena nove anni. Pertanto, per rispettare l’assunto del suo titolo, egli avrebbe dovuto tracciare l’analisi degli scritti di quella ventina di autori suoi contemporanei, degni di assurgere al ruolo di vessilliferi declamatori dell’italico idioma, ma niente più. Niente fughe all’indietro, perché più indietro non era mai esistito nessuno stato italiano. In definitiva, il ministro De Sanctis, intese raccogliere materiale scritto in altra lingua, per creare una letteratura italiana, ma non si sognò di fare l’operazione inversa, ovvero raccogliere materiale scritto in italiano, per creare una letteratura di lingua diversa..
Per contro, in uno qualsiasi dei secoli che precedettero l’anno 1861, diciamo nel 1650, un De Sanctis di Sardegna, avrebbe potuto benissimo redigere una Storia della letteratura sarda, raccogliendo ed analizzando tutte le opere di prosatori e poeti che avessero usato la loro lingua sarda nei secoli. Ed essa sarebbe stata a tutti gli effetti, molto più coerentemente che non quella scritta dal De Sanctis, la Storia della letteratura sarda, perché scritta in sardo e tracciata e vissuta in una Sardegna statuale.
Ma, vediamo come si presenta la situazione ai nostri giorni.
La letteratura italiana è composta da opere scritte in lingua italiana, che è la lingua ufficiale dello stato. La letteratura sarda è composta di opere scritte in lingua sarda, che è lingua di una minoranza etnica.
Pertanto, nella letteratura che si genera nello stato italiano, può esservi posto per un libro scritto in lingua sarda, in quanto quel sottoinsieme culturale (pur con le sue specifiche connotazioni) ne è parte integrante. Di contro, nella letteratura sarda, che è precisamente l’originale espressione culturale di quella ben precisa minoranza etnica, non può esservi posto per un libro scritto in una lingua forestiera. E l’italiano, nel sottoinsieme culturale sardo che parla sardo, è lingua forestiera.
Ma, ogni pretesa, per quanto assurda, ha la sua precisa ragion d’essere. Infatti.
Intorno a quaranta anni addietro, anno più, anno meno, le mamme sarde impedirono ai loro figli di parlare la loro lingua sarda perché non era “zivile”: il futuro era l’italiano ed il sardo non sarebbe stato che d’impaccio nella vita e nella professione.
Purtroppo, quei bambini, dimenticarono o non impararono affatto il sardo; ma vissero e crebbero in un ambiente sardo, a Nuoro, Cagliari oppure Oristano, nulla conoscendo di un ambiente milanese o romano o fiorentino, dove la lingua comunemente usata da tutti, era quella italiana. Pertanto, diventati adulti, quei bambini permeati di cultura sarda a 24 carati, quando hanno sentito il desiderio di mettere in chiaro i loro sogni, non hanno avuto altro mezzo che la lingua italiana. Essi scrivono in italiano i loro racconti ambientati, non a Forcella o a Cà Granda o a Fiesole, ma propriamente nei paesi ove sono vissuti in Sardegna, frammischiandoli pure con miti e tradizioni del luogo, che vanno a farsi descrivere dalle vecchie del paese, perché essi nulla sanno. Costoro, consapevoli o no, tradirono la loro terra, voltando le spalle alla sua storia multimillenaria, per abbracciare il nulla che sembrava risolvere tutti i loro problemi. Ora si sono accorti che il nulla, nulla restituisce ed essi per avere una lontana parvenza di visibilità, debbono ricorrere alla terra da essi stessi ripudiata e derisa. Pertanto, il nulla li premia per aver messo in lingua italiana la vita e cultura sarda sì aborrita, ma impedisce loro d’esser classificati come appartenenti alla letteratura sarda. Detto banalmente, essi sono usciti dalla cultura sarda sbattendo violentemente la porta e vi vorrebbero rientrare dalla finestra. Ma anche la finestra è sbarrata.
Però, un metodo valido essi hanno chiarissimo davanti a sé: imparino a pensare in lingua sarda e la usino nei loro libri. Garantiamo che, se non gonfiati dall’editore, se non supportati da faziosa colorazione politica, ma realmente validi sotto ogni sfaccettatura, potranno, forse, col tempo, entrare nell’olimpo, che al momento è per essi inesorabilmente precluso.

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