Pensare in italiano rincoglionisce

L’articolo che segue è un classico esempio della follia collettiva che coglie i Sardi quando si parla di lavoro.

www.sardegna24.net

Mai nessuno che dica che la classe dirigente sarda che ha voluto il polo dell’alluminio a Portovesme era costituita da irresponsabili, totalmente incapaci di concepire uno sviluppo dell’economia che partisse dalla realtà sarda.

L’idea di produrre alluminio in Sardegna, importando la bauxite dall’Australia e producendo l’elettricità necessaria–una quantità enorme!–con la lignite del Sulcis oggi appare in tutta la sua assurdità.

Chi si è mai trovato nella zona di Portovesme in un periodo in cui nella centrale si usava la lignite, sa che continuare a usarla avrebbe significato condannare la popolazione a una morte precoce.

Senza lignite e con la fine del petrolio a prezzi stracciati, nei primi anni ’70, produrre alluminio a Portovesme è diventato antieconomico.

Prima o poi le fabbriche dovevano chiudere.

Stiamo parlando di circa 40 anni fa.

Con la crisi petrolifera seguita alla guerra del Yom Kippur è finita anche la grande allucinazione petrolchimica della Sardegna.

Una classe dirigente di scemi convinti che dovessimo imitare la Lombardia–in effetti ne stavamo diventando la pattumiera, mettendoci a produrre l’inquinamento che loro non potevano più permettersi–ha sperperato un mare di soldi.

Una classe dirigente capace di guardarsi attorno avrebbe puntato alla razionalizzazione dell’economia già esistente e alla realizzazione di un’industria agroalimentare competitiva. E naturalmente a risolvere il problema dei trasporti.

Ma era una classe dirigente che disprezzava la propria cultura–cominciando dalla propria lingua–e mai avrebbe immaginato di poter esportare, per esempio, vini e formaggi di qualità e addirittura licore de murta.

Era una classe dirigente incapace di rendersi conto che l’Italia costituiva un modello arretratissimo di modernità, un modello provinciale.

Non capivano che passare dal sardo all’italiano costituiva una chiusura nei confronti del mondo, non un’apertura.

Ma ancora oggi, i “realisti” ci dicono che parlare di lingua e cultura costituisce una perdita di tempi e che bisogna parlare della disoccupazione, del lavoro e dell’economia.

Per loro questi 40 anni sono passati inutilmente.

I giovani sardi continuano a emigrare, grazie a questa classe dirigente che ha fatto della propria ignoranza una bandiera.

Questi scemi/delinquenti sono fieri di non conoscere la propria lingua, la propria cultura, la realtà che li circonda e continuano a sognare di soluzioni da importare dall’Italia che, miracolosamente, eliminino la disoccupazione dei Sardi.

Eppure basterebbe guardare alle cifre della disoccupazione giovanile in Italia per capire che lì non abbiamo niente da cercare.

Basterebbe guardarsi attorno per capire che il destino della Sardegna è quello di essere centro del Mediterraneo occidentale e non periferia dell’Italia.

Già, ma per capirlo bisogna pensare in sardo.

È chiarissimo ormai che pensare in italiano rincoglionisce: guardate come è ridotta l’Italia!

Sa limba de su famine? S’italianu!

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