Cummentu de Giuliana Giusti a su seminariu miu in Cambridge

La bella conferenza di Roberto Bolognesi al CELC (il gruppo che si occupa di promuovere la ricerca sulle lingue a rischio di estinzione) ha mostrato uno dei possibili pericoli della standardizzazione.
E’ chiaro che una standardizzazione richiede uno sforzo di mediazione tra varietà diverse. E’ anche emerso dalla discussione che si è avvalsa della presenza di Michael Jones, autore di una fondamentale sintassi del Sardo, che la grammatica sarda è sostanzialmente omogenea, e che la standardizzazione in questo senso non è stata neanche necessaria.
L’unico aspetto di negoziazione ha riguardato la pronuncia e quindi l’ortografia.
Bolognesi ha mostrato in modo convincente sulla base di ricerche dialettometriche svolte presso l’istituto Meertens di Amsterdam che le proprietà della lingua sarda come sono sostanzialmente equidistanti dalla maggior parte delle varietà sarde. Questa caratteristica di equidistanza sembra aver nuociuto alla ricezione della proposta in misura della leggera deviazione rispetto alla varietà parlata dal maggior numero di parlanti (nella zona di Cagliari).
Viene da pensare che se invece di seguire principi di equidistanza linguistica si fosse cercato di “accontentare” la maggioranza dei parlanti, forse si sarebbe incorso in minori polemiche.

Ci si può certamente chiedere se una standardizzazione anche di tipo così poco invasivo come quella necessaria solo alla grafia del sardo (e si badi bene non alla sua grammatica) sia di aiuto allo sviluppo e al mantenimento in vita delle sue varietà. Ciò che non si deve perdere di vista è che il fenomeno lingua non è esclusivo (una varietà esclude l’altra) ma inclusivo (siamo tutti multilingui) avere pertanto una varietà comune non esclude anzi può sicuramente rafforzare le varietà locali. Oltre ovviamente a non escludere l’italiano che giustamente deve rimanere il canale di comunicazione con il resto d’italia. Io aggiungerei anche che un consolidato trilinguismo (Italiano, Sardo comune, Varietà locale) non esclude ma anzi potrebbe rafforzare se ben introdotto nella formazione fin dai primi anni di vita, la conoscenza di altre lingue internazioni (inglese, francese, spagnolo, altro) o lingue di immigrazione (figli di genitori non italiani, che hanno sempre un vantaggio ad avere come una delle loro madri-lingue la lingua o le lingue dei genitori).
Il grande vantaggio del multilinguismo si può ben apprezzare dal lavoro di ricerca e di disseminazione di Antonella Sorace (anche lei sarda di origine) nel sito
http://www.bilingualism-matters.org.uk/resources/bilingualism-and-home/

La mia opinione, da sintatticista, è che si debba sempre partire dalla formazione di una consapevolezza linguistica che compari le grandissime somiglianze interne al sistema sardo (in questo caso) per arrivare a somiglianze con l’italiano e le lingue romanze e poi oltre altre somigliano con le lingue naturali. Solo attraverso le somiglianze che sono sorprendentemente molte, si potranno apprezzare i valori delle differenze come possibilità aperte di variazione all’interno di principi generali comuni.
Questo è vero in tutti i livelli linguistici, quindi anche nella pronuncia e nella eventuale standardizzazione della scrittura, ma è più facile apprezzarlo nella sintassi.

Giuliana Giusti (Professore Associato, Ca’ Bembo, Università di Venezia)

 

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