Umberto Eco non è un intellettuale di regime. È proprio scemo!

In occasione delle celebrazioni del regime italiota–a governo berlusconiano–del 150 anniversario della mutazione spontanea della denominazione del loro stato da quella di “Regno di Sardegna” a quella di “Regno di Taglia” (La lingua italiana fattore portante dell’identità nazionale www.quirinale.it), Umberto Eco ha scritto la seguente sequenza di coglionate:

Umberto Eco
L’italiano di domani
Il 17 marzo 1861 Camillo Benso conte di Cavour scriveva a Massimo d’Azeglio esultando per la raggiunta unità, e la sua lettera diceva: «Dès ce jour, l’Italie affirme hautement en face du monde sa propre existence». Così diceva. In buon francese.
Vorrei partire da questa situazione paradossale per chiedermi che cosa sia stato l’italiano e ieri e che cosa potrebbe diventare domani, anche se non possiamo sapere come sarà l’italiano di domani perché nei fatti di lingua si può prevedere solo ciò che è già avvenuto. Le lingue sono strani organismi che obbediscono a leggi proprie indipendenti dalla volontà di chi le parla.
Quali sono e sono stati rapporti tra l’Italia e la sua lingua, e tra la lingua italiana quale oggi è parlata e l’idea dell’unità nazionale? Perché è inutile ignorare che – se oggi ci si trova di fronte, da molte parti, al rifiuto di celebrare il 17 marzo o perlomeno a forme di disinteresse nei confronti di questo sesquicentenario dell’Unità, al punto di giudicare l’idea ottocentesca di unità nazionale come totalmente estranea alle masse popolari.
Le lingue evolvono – È cosa risaputa, che se date a un francese da leggere un testo di Rabelais, che era più o meno contemporaneo del nostro Ariosto, il francese fa una certa fatica a capirlo e si perde se è persona di scarsa o nulla cultura letteraria. Mentre se date da leggere a un italiano, anche se ha fatto solo le elementari, «Le dame i cavalier l’arme gli amori / Le cortesie le audaci imprese io canto», costui capirà benissimo che cosa gli viene detto. Parimenti un inglese non riesce praticamente a leggere i Canterbury Tales di Chaucer, tanto che per il lettore comune circolano versioni in inglese moderno, mentre un italiano (e persino l’extracomunitario che vende caldarroste all’angolo della strada) capiscono benissimo che cosa vuole dire «Nel mezzo del cammin di nostra vita / mi ritrovai per una selva oscura / ché la diritta via era smarrita». Eppure Dante scriveva questi versi più di sessant’anni prima di Chaucer.
Dobbiamo dunque dirci fortunati perché i nostri ragazzi a scuola hanno fatto e fanno meno fatica a comprendere i grandi scrittori del passato? Il guaio è che francesi o inglesi non capiscono la loro lingua di molti secoli fa perché – parlata per secoli da mercanti, guerrieri e popolani – questa lingua sia è via via trasformata, mentre l’italiano da Dante ai giorni nostri è stato parlato eminentemente da scrittori che si passavano per così dire la fiaccola di una lingua originaria senza ardire trasformarla più di tanto. Crederebbe uno straniero (o un ragazzo della prima 1
media) che tra «Ahi serva Italia, di dolore ostello, / nave sanza nocchiere in gran tempesta, / non donna di province, ma bordello!» e «O patria mia, vedo le mura e gli archi / E le colonne e i simulacri e l’erme / Torri degli avi nostri, / Ma la gloria non vedo» passano circa cinque secoli e mezzo? Francamente, a prima vista parrebbe più arcaico Leopardi…
L’italiano come unico segno di italianità
Ci troviamo dunque di fronte a una prima contraddizione: Da un lato l’unico elemento costante di italianità, nel corso di più di un millennio, nell’assenza di una unità statale e di un patrimonio di valori che fosse più forte delle varie identità regionali, è stata la lingua. L’Italia, potremmo dire, esiste solo dai tempi di «Sao ko kelle terre, per kelle fini que ki contene, trenta anni le possette parte Sancti Benedicti». Prima di questo primo documento della lingua italiana l’Italia era solo, come avrebbe detto Metternich, una pura espressione geografica.
I dialetti
Ma d’altro lato l’italiano, non esistendo un popolo che lo parlasse, è rimasto segno di unità e identità solo per i pochi che sapevano leggere e scrivere. Cavour scriveva in francese a d’Azeglio e quando Vittorio Emanuele II si irrita con lui gli dice, in torinese, «chiel, chiel l’è ’n birichin!’».
D’altra parte quando negli anni Settanta con Tullio De Mauro si è fatto un programma televisivo sulla lingua degli italiani, il nostro regista, Piero Nelli, ha messo in scena la vicenda dei due plotoni italiani, uno di lombardi e l’altro di siciliani, che – nel corso della Prima guerra mondiale – incontrandosi per opposti camminamenti, stavano per spararsi addosso perché ciascun gruppo credeva che l’altro parlasse tedesco.
Lingua e identità nazionale
Ma davvero la lingua può essere causa di identità nazionale? Sappiamo che esistono lingue che permettono diverse forme di identità nazionale, come il francese di Francia, della Vallonia e della Svizzera, o il tedesco degli svizzeri, dei tedeschi e degli austriaci. Dunque l’italiano potrebbe diventare benissimo la lingua franca di due o tre Italie separate. Eppure, ed ecco un altro paradosso, gli unici che ritengono l’italiano come la base stessa di un senso di identità nazionale sono proprio coloro a cui l’idea di una Italia postrisorgimentale dà noia. E infatti che altro non sono le tentazioni striscianti di tornare al dialetto negli atti pubblici, nelle targhe stradali, nell’insegnamento scolastico, se non la volontà di minare il potere di quella lingua che appare evidentemente come la garanzia di permanenza del senso di identità nazionale?
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Basic Italian
L’Italia era disunita quando la maggioranza degli italiani parlava solo il proprio dialetto. Il primo fenomeno di italianizzazione delle masse ineducate avviene con la leva militare e la Grande guerra; il secondo con la migrazione interna. Ma la migrazione interna è facilitata a metà secolo scorso dalla televisione. Può essere una battuta dire che, senza volerlo, Mike Bongiorno ha fatto per l’unità d’Italia più che Giuseppe Mazzini, ma certamente, prendendolo a simbolo e sintomo della diffusione televisiva, ecco che ogni italiano acquista un basic Italian, sia pure povero di congiuntivi e timido nelle subordinate.
La vittoria del basic Italian sconfigge i dialetti: via via certe città del nord ospitano ben presto percentuali altissime di meridionali, costoro parlano ormai il basic Italian e il basic Italian debbono parlare con loro i locali: ed ecco che i dialetti perdono forza, e non sono più parlati dai giovani. Nella mia città, Alessandria, tutti gli anni a Natale si rappresenta il Gelindo, commedia sacro-profana dove si immagina una terra che è per metà terrasanta e per metà l’alessandrino, con Betlemme che sorge poco lontano dal Tanaro, e tutti i pastori parlano il vecchio dialetto locale, con effetti comici travolgenti specie quando, senza pudore (ma con l’approvazione divertita del vescovo) trattano in dialetto e i fatti della storia sacra e i problemi cristologici, mescolandoli a osservazioni sulla realtà attuale (tanto per capirci, nell’ultima edizione già si diceva che nella reggia di Erode avvenivano strani festini con la nipote del faraone d’Egitto). Ma il problema del Gelindo è che da un lato diminuisce il pubblico capace di capirlo, e dall’altro diventa sempre più difficile reclutare nuovi attori che parlino il dialetto con disinvoltura. La scomparsa di questa tradizione folkloristica sarebbe gravissima e lo sanno i linguisti che, dopo essersi battuti perché l’italiano l’avesse vinta sui dialetti, ora auspicano che i dialetti siano in qualche modo ricuperati come seconda lingua degli affetti e dell’identità ancestrale.
Italiano “alto” e figli analfabeti
Se il basic Italian di Mike Bongiorno si era imposto quando esisteva un solo canale televisivo, nel corso di un cinquantennio le sollecitazioni linguistiche si sono moltiplicate. Avete mai chiacchierato oggi con un tassista? L’italiano di un tassista è ormai lessicalmente e sintatticamente all’altezza di quello che negli anni Venti o Trenta era l’italiano di un laureato. E non solo il tassista parla un italiano abbastanza fluente e colto. E naturalmente prendo il tassista come campione di molte altre categorie. Stiamo dunque assestandoci su un italiano “alto”? No, perché si profila ora un altro fenomeno: una volta i padri parlavano ancora e solo dialetto mentre i figli che andavano a scuola introducevano in famiglia l’italiano; oggi i padri, come abbiamo visto, parlano un italiano passabile, quasi colto, ma i figli smarriscono il controllo della loro lingua.
Che questo ormai accada lo si sente non solo nelle scuole elementari o medie ma persino all’università, dove accade sempre più di incontrare matricole che 3
ignorano il significato dei termini più elementari, segno che non li hanno mai usati, né letti. Recentemente agli esami del triennio, a Bologna, un esaminando scriveva che negli anni ’50, nelle famiglie più abbiette, il matrimonio non era più combinato ma era una scelta di emancipazione femminile, e richiesto di precisare mostrava di non conoscere la differenza tra abbiente e abbietto.
Il fenomeno è paradossale, perché questa è la prima generazione cresciuta con e su Internet e Internet ha rappresentato il ritorno da una cultura esclusivamente visiva a una cultura di nuovo alfabetica. Potrebbe darsi che Internet non venga usato per consultare Wikipedia ma per cercare immagini o per inviare brevi messaggi su Facebook. Può darsi che la consultazione di Internet abbia distolto le giovani generazioni non solo dalla televisione (dove al postutto Vespa o Berlusconi, Bersani o Fazio) ma anche dalla lettura dei giornali.
Da tempo si è deprecato che l’uso degli sms stia abituando i ragazzi a un sotto-italiano essenziale. Certamente questo impone ai più deboli una visione ridotta della scrittura, per cui a un altro esame universitario un ragazzo ha parlato di Nino Biperio perché leggendo Bixio aveva inteso la ‘x’ come normale abbreviazione in luogo di ‘per’.
Forse in futuro, iniziando da Facebook e poi passando all’uso di vari siti per copiare i risultati qualche ricerca, a poco a poco una percentuale ragionevole di giovanissimi inizierà a leggere quello che su Internet, vero o falso che sia, è scritto. Ma quanti saranno capaci di distinguere la buona lingua di certi siti dall’italiano coatto di certi blogger? A che cosa sarà più simile allora l’italiano medio di domani? A quello dei proletari ormai acculturati, o a quello degli studenti ormai decerebrati?
Il trionfo del dialetto?
Una sola previsione mi sentirei di fare: anche se l’unità d’Italia, come alcuni vogliono, venisse infranta, non si arriverebbe a una estinzione dell’italiano e a un trionfo dei dialetti come lingue ufficiali di regioni indipendenti. La questione della differenza tra un dialetto e una lingua è assai spinosa e qualcuno ha detto che un dialetto è solo una lingua a cui sono mancati un esercito e una marina. Quando era lingua ufficiale della Repubblica di Venezia, usato nei documenti pubblici, il veneto era a tutti gli effetti una lingua, e con una grande produzione letteraria. Ma un dialetto è anche una lingua a cui è mancata l’università – e cioè la pratica della ricerca e della discussione scientifica e filosofica, che si arricchisce ogni giorno di nuovi termini e nuovi concetti.
Non si vuol dire con questo che i dialetti possono esprimere solo il mondo popolare che per tradizione è comico e carnascialesco; certamente il dialetto sa essere deliziosamente fescennino, ma alcuni dialetti come per esempio il napoletano hanno provato di esser capaci anche di esprimere il dramma e la tragedia, si pensi a Eduardo (e persino a Malafemmena) D’altra parte il milanese non è solo quello di Bramieri o di Tino Scotti, e chi leggesse L’el dì di mort, alegher di Delio Tessa scoprirebbe una lingua tragica di durezza quasi brechtiana.
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Ma c’è un fenomeno che appare in molti dialetti, almeno a mia scienza in quelli del Nord, dove, quando qualcuno fa in dialetto una affermazione energica (per esempio “No, non si può fare una cosa così”) lo dice dapprima in dialetto ma poi per dare forza all’affermazione fa seguire la traduzione italiana (“No, us po’ nenta, NON SI PUÒ”). Questo significa che la lingua nazionale sottolinea la serietà e la decisione dell’intenzione – ma soprattutto viene in aiuto quando il dialetto si trova lessicalmente incapace di esprimere realtà tecnologiche o filosofiche di nuova acquisizione.
Ho trovato in Internet moltissime voci di Wikipedia tradotte in piemontese, siciliano o veneto e altri dialetti italiani, Ho esaminato la voce Aristotele e mi sono divertito alla sua versione piemontese: «Aristòtil a l’era nassù a Stagira (an Macedònia) e a l’é mòrt a Calcis (ant l’Eubéa). A l’ancamin dissìpol ëd Platon, Aristòtil a fonda tòst soa pròpia scòla filosòfica a Atene, ël Licéo». Noterete che nomi come Aristotele e Platone vengono dialettalizzati, ma Eubea, Calcis, Atene, Liceo mantengono la forma italiana. Così accade nei nostri dialetti dove c’è la forma dialettale per il centro vicino e per molte città italiane, ma si dice tranquillamente Londra, Berlino, Parigi. Il dialetto non ce l’ha fatta a parlare abbastanza di quelle realtà lontane, e le tratta come cosa estranea alla sua tradizione. In tal senso, quando il dialetto cercasse di tradurre un brano della Critica della ragion pura provocherebbe un effetto comico, come di un villano che volesse adottare il linguaggio dell’aristocrazia. Provate a immaginare nel vostro dialetto come tradurre da Heidegger le tre estasi della temporalità o l’essere per la morte.
Che cosa provoca nel dialetto questa incapacità, mentre sa dire assai bene, e in modo toccante, la passione amorosa, i sentimenti famigliari, l’amore per la propria terra, la luce delle stelle e il dolore per un bambino morto?
Una volta Leo Longanesi aveva provocatoriamente affermato che non si può essere un grande poeta bulgaro. A prima vista questa parrebbe una volgarità razzista oppure una banalità (nel senso che se qualcuno fosse un grande poeta bulgaro nessuno lo saprebbe perché avrebbe scritto in una lingua parlata da pochi). Io credo però che questa boutade abbia anche una interpretazione più profonda.
Una volta amici italo-americani mi hanno chiesto di dare consigli alla loro figlia, che doveva scegliersi una università. I genitori avrebbero voluto la Harvard University, mentre lei si era incaponita su un piccolo college, sperduto in New York upstate perché, diceva, a Harvard i professori sono tutti premi Nobel, vanno in giro per il mondo e non si occupano di te, mentre nel piccolo college sono molto più dedicated e intrattengono con te un rapporto personale.
Le ho spiegato che quello che lei diceva era vero, ma che il suo professore premio Nobel, quando avesse fatto lezione, le avrebbe detto cose che il giovane professore del piccolo college non le avrebbe mai detto, avrebbe sempre invitato per conferenze e seminari colleghi da tutto il mondo, che lei ogni sera avrebbe potuto scegliere tra vari eventi musicali, teatrali, letterari, che l’edicola di Harvard Square contiene tutti, dico tutti i quotidiani di tutti i Paesi. Insomma da Harvard sarebbe
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passato il gran vento del mondo mentre upstate ci sarebbe stata una dignitosa bonaccia. La metafora del gran vento del mondo l’ha convinta.
Ora, immaginiamo un piccolo Paese dalla lingua impervia e dalla scrittura diversa da quella di tutti gli altri popoli, che avesse subìto secoli di dominazione straniera, che per secoli non fosse stato mai visitato da altre genti e i cui abitanti non fossero mai andati a conoscere altri Paesi. Ecco un Paese tagliato fuori del gran vento del mondo. Non so se questo poteva impedire che tra questa gente nascesse un grande poeta, ma certamente l’universo di questo poeta sarebbe stato più circoscritto di quello di Shakespeare o di Goethe.
Un dialetto si trova, rispetto ai grandi temi della scienza e della cultura in genere, nella situazione di un universo chiuso, che non è mai stato stimolato a parlare di Hegel o del principio di indeterminazione. Per questo al dialetto si ritorna, e con amore, per ritrovare il sapore e il tepore di una infanzia perduta e le nostre radici, non per elaborare su quella base una carta dei diritti dell’uomo o un trattato di informatica.
Pertanto il dialetto va ritrovato attraverso un ricupero del folklore locale, ma non può essere insegnato a scuola, salvo scoprire che il suo lessico, che saprebbe dipingere a perfezione la minima sfumatura intermedia tra la nebbia e la brina, non è stato allenato a parlare dei monocotiledoni.
Se è così, la regressione al dialetto diminuirebbe la possibilità di contatti con il resto del mondo. Proprio nel momento in cui si parla dell’apprendimento di altre lingue per poter interagire col mondo, il ritorno al dialetto come lingua ufficiale ci impedirebbe persino di parlare con gli abitanti di una regione vicina, dato che le differenze dialettali variano addirittura da chilometro a chilometro. Ed ecco come l’unico strumento di contatto per gli abitanti di una Italia divisa sarebbe l’italiano nazionale, che da lingua utile per l’unità (ma abbiamo visto che per l’unità Cavour poteva benissimo farne a meno) diventerebbe lingua indispensabile per la disunione.

One Comment to “Umberto Eco non è un intellettuale di regime. È proprio scemo!”

  1. Questo articolo del prof. Eco altro non è se non una concentrato, ancorché redatto in un fioritissimo Italiano, di luoghi comuni che persino un ingegnere “scalzo” come me sa benissimo non essere veri. Questo è, purtroppo, la dimostrazione che anche un fine intellettuale come il prof. Eco cade in errore quando parla di cose che, con ogni evidenza, non conosce. A meno che, ovviamente, non ci sia stata della malizia nello scrivere certe cose: i dialetti solo “lingua degli affetti”… col dialetto non si può scrivere un trattato sui diritti dell’uomo (però potremmo spiegargli forse cos’è, quando fu redatta e in che lingua, la “Carta De Logu”) né un trattato di Informatica (lo vuol dire a me?).
    Vabbè, stendiamo un velo pietoso.

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