Lingua e malaffare

Non so se vi siete mai chiesti come mai l’Italia è un paese così corrotto, un paese largamente in mano alla criminalita organizzata, un paese in cui il voto di scambio è la regola. Infatti, per poter recuperare un po’ di credibilità in ambito internazionale, adesso l’Italia è governata da un manipolo di cosiddetti “tecnocrati”: in pratica un gruppo di persone che ha come caratteristica comune quella di non essere stata eletta da nessuno.

Inutile nascorsi che il governo Monti è stato incaricato da un comitato d’affari internazionale per escludere dalla stanza dei bottoni il degno rappresentante degli Italiani.

Insomma, all’estero l’Italia la prendono sul serio soltanto quando a guidarla non c’è gente scelta dagli Italiani stessi.

Del resto, come dare torto a questi forestieri? Il presidente del consiglio più longevo e che mai abbia goduto di maggioranze così schiaccianti è stato proprio l’ultimo premier–più o meno–eletto dagli Italiani.

L’Italia è il più corrotto degli stati ricchi del mondo.

Si veda questa denuncia di alcuni anni fa. Non mi sono affaticato a cercare qualcosa di più attuale, tanto per quello basta consultare i giornali: adesso è il turno dello scandalo Finmeccanica.

www.ilsole24ore.com

Vi siete mai chiesti come mai l’italia faccia talmente schifo?

No? Mettetevi pure in terapia.

L’Italia fa schifo. Forse non agli Italiani stessi–appunto lì sta il problema!– ma senz’altro ai mercati internazionali, che pure sono abituati a gentaglia di tutti i tipi.

I mercati internazionali: gente che agli Italiani non voglioni prestare i loro soldi. Dategli torto!

E l’Italia ha passato i limiti anche per questi signori che di figli di puttana se ne intendono.

Come mai gli Italiani–generalizzando in modo esagerato, ma comprensibile–sono così disposti al malaffare?

Arrabbiatevi pure, ma chi c’era fino a ieri a rappresentarvi e a governarvi?

E se tutto dipendesse dal fatto che, da sempre, le classi dirigenti in Italia vengono selezionate sulla base della loro conoscenza dell’italiano e non sulla base delle loro capacità reali?

Leggetevi il seguente articolo di Tullio de Mauro sulla storia dell’ italiano, e poi ne riparliamo.

De Mauro, da cui si può dissentire su parecchie cose–per esempio il fatto che definisce “dialetti” le lingue minoritarie–non ha l’abitudine di contar balle.

Diversamente da Eco.

Da quest’articolo si puo facilmente capire quante tragedie–personali e sociali–abbia causato l’italianizzazione linguistica dell’entità geografica denominata Italiaa. Io penso che anche il conformismo, il trasformismo e l’amoralità degli Italiani nascano dal tradimento che gli Italiani che ce l’hanno fatto hanno effettuato nei confronti della loro identità e della loro comunità linguistiche.

Tradire per emergere. Mentire per emergere. Nascondersi per emergere. Apparire per nascondere quello che si è realmente.

Qualcuno riconosce qualcosa?

Tullio De Mauro
L’Italia linguistica dall’Unità all’età della Repubblica
“Nell’Italia preunitaria, scrittori, politici, patrioti, da Foscolo a Cattaneo e Manzoni, additarono la giustificazione storica dell’unità e indipendenza dell’Italia nell’esistenza di un’unica lingua nazionale. Ma nel dichiarare speranze e pensieri non mancarono di sottolineare le difficoltà dovute all’uso allora assai ridotto della lingua.
La scelta del fiorentino scritto trecentesco a lingua che, sostituendo il latino, fosse lingua comune e specificamente propria dell’Italia si andò affermando già nel secondo Quattrocento nelle nascenti amministrazioni pubbliche dei diversi stati in cui il Paese era diviso e si consolidò poi tra i letterati nel XVI secolo quando sempre più spesso la lingua di Dante, Petrarca, Boccaccio cominciò a dirsi italiano e non più fiorentino o toscano. Ma fuori della Toscana, e con la sola parziale eccezione della città di Roma, quella scelta restò limitata a esigui ceti colti. Mancarono ancora per secoli quelle condizioni di unificazione politica, economica e sociale e di sviluppo della scolarità elementare che altrove in Europa portavano i popoli a convergere verso l’uso effettivo delle rispettive lingue nazionali. Firenze e Roma a parte, l’uso dell’italiano restò riservato a occasioni più formali e solenni e alle scritture di quell’esigua parte di popolazione che poteva praticarle e leggerle. Negli anni dell’unificazione abbiamo troppe testimonianze illustri, da Cavour a Francesco De Sanctis e Manzoni, per dubitare delle stime che fanno ascendere al 2,5% la popolazione (inclusi i toscani e i romani alfabetizzati) in grado di usare attivamente l’italiano e al 6 o 7% (secondo Giacomo Devoto) o quasi 10% (secondo Arrigo Castellani) la popolazione in grado di capirlo. E la stima non sorprende: al primo censimento dell’Italia unita il 78% della popolazione risultò totalmente analfabeta, in quegli anni l’istruzione elementare, dove c’era, garantiva soltanto una sommaria alfabetizzazione e l’istruzione postelementare, che poteva portare all’uso della lingua italiana, era riservata allo 0,9% delle fasce giovani.
Le potenzialità d’uso della lingua nazionale erano state e restavano consegnate alle sorti della scuola. L’unità politica avviò processi importanti di unificazione amministrativa e militare, di nascita d’un giornalismo moderno, di partecipazione sia pure dei soli ceti abbienti alla vita politica nazionale, di
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creazione di infrastrutture viarie, di accumulo e concentrazione di capitali ed embrionale industrializzazione. Erano tutti fatti che scuotevano la tradizionale compagine dialettale del Paese. Ma la scuola non decollò: mancarono gli investimenti pubblici e una politica volta a sviluppare l’istruzione. Per quarant’anni si susseguirono inchieste dai risultati desolanti. Né queste né le denunzie di intellettuali come Antonio Labriola intaccarono l’ostilità dei gruppi dirigenti verso una possibile espansione della scolarità.
Le cose cominciarono a mutare soltanto nel decennio giolittiano. Le spese per il pagamento degli insegnanti e per l’edilizia scolastica elementare passarono finalmente dai dissestati comuni allo Stato, si triplicò la percentuale di prodotto interno destinata all’istruzione, i riflessi della grande emigrazione e della nascita di organizzazioni dei lavoratori agricoli e industriali crearono un nuovo diffuso bisogno di istruzione. Scomparve allora, dopo il 1901, la precedente totale evasione dall’obbligo scolastico. Tra gli adulti l’analfabetismo cominciò a scendere sotto il 60%. Nelle grandi città cominciarono a formarsi nuclei consistenti che usavano l’italiano nel parlare. E poté finalmente acquistare nuovo slancio quell’uso vivo della lingua, cui si appellava la proposta antipedantesca e liberatrice di Benedetto Croce.
Ma durò poco. La Grande Guerra prima, poi il ventennio fascista fermarono i processi avviatisi. La spesa pubblica per l’istruzione fu severamente decurtata e ai livelli dell’età giolittiana è potuta tornare soltanto negli anni Cinquanta. L’Italia del fascismo, che aveva cancellato dalle statistiche le domande sul leggere e sullo scrivere e aveva decretato l’assolvimento dell’obbligo scolastico elementare dopo soli tre anni, consegnò alla nascente democrazia una popolazione per il 59,2 % di adulti privi di licenza elementare, per il 13% dichiaratamente analfabeti. Risultò al censimento del 1951 che soltanto il 10% della popolazione si era spinto oltre il tetto delle elementari, conquistando una licenza media inferiore (5,9%), un diploma mediosuperiore (3,3%), una laurea (1%).
Non stupisce il dato concomitante relativo all’uso dell’italiano: lingua abituale per poco più del 10%, usato in alternativa con un dialetto da poco più del 20%, non usato e in larga parte mal capito dal 64% della popolazione consegnata invece all’uso esclusivo di uno dei dialetti. E all’analfabetismo.
Da quei primi anni della Repubblica la necessità di sviluppare la scolarità non si impose solo a intellettuali attenti e appassionati, come Piero Calamandrei, Umberto Zanotti Bianco, Guido Calogero, cui più tardi si unì don Lorenzo Milani con le analisi e la bruciante denunzia del suo Esperienze pastorali. Quella necessità fu largamente condivisa dal ceto politico, che nell’Assemblea Costituente costituzionalizzò l’obbligo scolastico e la sua gratuità per almeno otto anni (Art. 34, c. 2), e dagli stessi governi che portarono la quota di prodotto interno destinato all’istruzione ai livelli dell’età giolittiana e oltre. E fu profondamente condivisa dalla popolazione,
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specialmente giovane, che già nei tardi quaranta premette per raggiungere e varcare il tetto delle elementari e frequentare le scuole medie, così come trent’anni dopo col suo afflusso crescente ha reso difficile la vita tradizionale delle secondarie superiori e ha premuto alle porte delle università.
Ma all’impegno politico iniziale e alla richiesta crescente di più alti livelli di istruzione non ha corrisposto un tempestivo e adeguato dispiegamento di interventi strutturali e risorse. Tardò 14 anni, fino al 1962, l’istituzione della scuola media unificata conseguente all’articolo 34 della Costituzione. Ma ancora nel 1970 metà delle classi giovani non ottenevano la licenza media e passò un intero decennio prima che un riassetto di programmi e modi di insegnamento rendesse la media inferiore funzionale ai suoi compiti costituzionali. È passato poi quasi mezzo secolo per l’approvazione di una legge di riforma della secondaria che la raccordi alla media obbligatoria e pare a molti un obbiettivo irrealistico l’innalzamento dell’obbligo ai 18 anni come in altri Paesi progrediti. Tuttavia lo sforzo sostenuto dalla scuola è stato imponente: la scolarità media era nel 1951 di tre anni di scuola a testa e ciò collocava l’Italia tra i Paesi sottosviluppati del mondo; negli anni duemila è di quasi 12 anni e ciò colloca l’Italia tra i Paesi sviluppati, sia pure a bassi livelli. Ma la scuola ha lavorato da sola e in salita. Non è riuscita a portare l’intera popolazione ai livelli richiesti dalla Costituzione: il 37% è privo di licenza media. In più di tre quarti dei comuni mancano idonee biblioteche di pubblica lettura e gli stili di vita non stimolano il bisogno di informazione scritta e di lettura. Continua a mancare, nonostante i ripetuti richiami dell’OCSE, quel sistema nazionale di educazione ricorrente degli adulti che negli altri Paesi industrializzati contrasta efficacemente i rischi di dealfabetizzazione degli adulti una volta usciti dalle scuole. Di conseguenza la dealfabetizzazione colpisce pesantemente il Paese. Accurate e impietose indagini comparative internazionali sulla popolazione in età di lavoro dicono che meno del 20% ha le competenze di lettura, scrittura, calcolo considerate minime e irrinunciabili dalla media internazionale.
Pur in assenza di un’adeguata diffusione del pieno controllo di lettura e scrittura, le popolazioni italiane, e precocemente e più largamente le donne, si sono rivolte in misura crescente verso l’uso della lingua nazionale, abbandonando l’anteriore uso esclusivo dei dialetti. Il cammino è stato certamente favorito dalla scolarizzazione delle classi giovani, ma ha avuto anche il concorso di altri tre grandi fattori: (1) le intense migrazioni interne da Friuli, Veneto, valli lombarde e piemontesi e da tutto il Sud verso le grandi città in queste hanno portato popolazioni di diverso dialetto ad avvertire la necessità di una lingua comune; (2) la partecipazione attiva alla vita delle associazioni di lavoratori, sindacati e partiti, che non è stata e non è solo sindacalese o politichese e brogli, ma anche promozione culturale e sociale, cura e passione per ciò che è comune; (3) l’ascolto televisivo che, con l’aiuto 3
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potente delle immagini, in case in cui non era mai entrata una voce italiana e stenta a entrare un libro o un giornale ha portato fiumi di italiano parlato e notizie non di solo sport o volgarità, ma di scienza e arte e del mondo “vasto e terribile”.
Le indagini della Doxa, prima, poi quelle dell’Istat hanno permesso e permettono di seguire il cammino linguistico della popolazione fino agli anni più recenti. Quel dieci per cento di persone che usavano abitualmente l’italiano negli anni Cinquanta è cresciuto nel 2006 fino al 45%. Il 64% che usava sempre e solo uno dei dialetti e schivava l’italiano si è ridotto di dieci volte, al 6%. Il 49% parla sia l’italiano sia anche,alternativamente, specie nella vita familiare e privata, uno dei tanti dialetti, tuttora ben vivi, o uno degli idiomi di minoranza. Piaccia o no, il «principio istorico» della secolare vita italiana, la molteplicità di grandi diverse città capitali, individuato da Sismonde de Sismondi, Carlo Cattaneo e Fernand Braudel, non è stato cancellato e anche linguisticamente l’Italia resta policentrica. L’omologazione che nel 1964 Pier Paolo Pasolini paventava non c’è stata. Tuttavia ormai, abitualmente o no, conservando o no modi regionali e il dialetto nativo, converge verso l’uso dell’italiano il 94% degli italiani, anche se solo in parte dotati dei necessari strumenti intellettuali.
Una rivoluzione di portata storica volge al compimento. Nei tre millenni di storia nota delle popolazioni che hanno abitato questo Paese che chiamiamo e chiamano Italia da duemila anni mai vi era stato un pari grado di convergenza verso una stessa lingua. Quello che Foscolo, Cattaneo, Manzoni avevano sognato, che l’italiano un giorno diventasse davvero la lingua comune degli italiani, è oggi una realtà nell’Italia della Repubblica democratica. Di qui, da questo patrimonio acquisito e dal suo rafforzamento, potremo e dovremo partire.”

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