Cappelletti in brodo: una spiegazione

Oggi celebro i miei quarti di italianità nell’unico modo per me concepibile.

Faccio i cappelletti, secondo la ricetta di mia nonna ferrarese che non ho mai conosciuto.

La mia italianità non è solo biologica e l’Italia, anche se non la amo, fa comunque parte della mia cultura, parte di me.

Sono quello che sono e non mi vergogno di essere un po’ italiano, così come non sono fiero di essere sardo.

Non ho fatto niente per esserlo: di cosa dovrei essere fiero?

Avrei anche potuto amarla, l’Italia, se fosse stato uno stato diverso.

Se gli Italiani, troppi Italiani, non fossero quello che sono.

Ma soprattutto se non mi avessero costretto a scegliere tra l’essere Italiano o Sardo.

Io posso essere Italiano un giorno all’anno, facendo festa nel modo dei miei antenati emiliani.

È la festa di povera gente che con gli avanzi faceva nascere una cosa buonissima.

Questo bagaglio me lo porto appresso volentieri.

4 Comments to “Cappelletti in brodo: una spiegazione”

  1. Sempre disilluso? Anche il primo dell’anno che dovrebbe iniziare con dei buoni propositi…

  2. Non è la Sardegna che fà i sardi, così come non è l’Italia che fà gli italiani.
    In ogni modo, così come accade in ogni dove, ci si identifica con l’orizzonte geografico e culturale nel quale si è cresciuti. A prescindere dalla propria origine.
    Nel bene e nel male la mia coscienza identitaria affonda le radici in questa isola. Non sò ……… se ne sono fiero. Di certo non me ne vergogno.

    In bonora

  3. l’identità… chissà cosa è. Spero di finire il mio libro quest’anno.

  4. Punti di vista?
    Per la verità sono venuto a leggere questo tuo contributo perché i “cappelletti in brodo” mi avevano fatto pensare ad una sagace presa di posizione sulla contestata presenza del Cappellacci fra “sos Dimonios”. Pur tuttavia il suo reale contenuto, preso nelle singole parti, mi ha condotto verso alcune brevi considerazioni.
    Il tuo: “La mia italianità non è solo biologica”, io non posso dire, avendo entrambi i genitori del centro Sardegna. Anche: “L’Italia […] fa comunque parte della mia cultura, parte di me”, ancora, altrettanto fortemente, non posso dire. Ora, parlare di cultura ed intendersi circa la precisa accezione da dare al vocabolo, è cosa che ha bisogno d’essere analizzata.
    In ragione di ciò, desidero incanalare il discettare, nello specifico ambito che conchiude Sardegna ed Italia, quali entità
    geografiche e storiche, nelle quali ciascuno di noi ha maturato la propria “cultura”. Riconosco però, essere presenti in detto vocabolo, quell’insieme di rilievi, dal cui numero e profondità ciascuno di noi è spinto, dovendo (come in questo caso) operare una scelta, a definirsi Sardo oppure Italiano.
    I pensieri, le considerazioni, il vissuto quotidiano, il confronto con i simili, l’impatto lavorativo, il desiderio di guadagno, la possibile carriera, l’amore per la terra, la ricerca del passato, sono stadi per il cui passaggio, si è venuta formando la mia “cultura”.
    Dall’analisi di tutte queste fasi, ricavo come nella prima parte della mia vita, certo breve per decisione del fato, sia stato Sardo, nei pensieri, nella lingua, per l’ambiente, negli obiettivi quotidiani, per le aspettative, per lo spettacolo offertomi da una incomparabile natura, per l’entusiasmo, il timore, le immagini, i sogni prepotentemente stimolati dai molti vestigi d’un passato sconosciuto.
    Nella parte centrale, mi riconduco ad una fase in cui ebbi a mettere in un cassetto la mia sardità, senza peraltro dimenticarla. Nel suo trascorrere, non posso dire d’essermi sentito Italiano: non avevo scelto di esserlo, ma era tacito lo fossi, così infilato, come ero, nella massa che si produce nelle prestazioni richieste dalla vita privata, pubblica e lavorativa. Ero uno dei tanti che, per essere sé stesso, non aveva bisogno di farsi l’analisi chiedendosi: mi sento italiano? Certo, lo ero per la lingua, lo ero al cospetto di colleghi americani, inglesi e francesi, ma non v’era alcun sentimento che bruciasse il mio intimo, spingendomi ad amare l’Italia come una entità fondamentale per la vita pratica ed intellettuale. Del resto, mai mi sono sorpreso con un pensiero che cercasse di comprendere quanto io amassi l’Italia. Sarebbe stato un pensiero fuori luogo. Sarebbe stato come chiedersi se si provasse amore per miss Italia: era ovvio fosse bella, pure desiderabile, ma, quanto ad amarla, neanche a pensarci.
    La terza fase mi ha ricondotto alle origini. La sardità è quotidianamente presente nei miei pensieri: la sento, la curo, la accudisco ed anche: mi sente, mi cura, mi accudisce. V’ha una quasi totale simbiosi, interdipendenza fra l’uno e l’altra. V’è amore, dedizione, onestà, rispetto. Ogni nuovo tema mi si presenti, lo prendo, lo esamino, lo sviscero, ne cerco la genesi, ne traggo (ove ne sia capace) un risultato e lo getto nel telaio che prova a tessere una piccola parte del passato.
    Il tuo: “non sono fiero di essere sardo”, ancora io non posso dire. Ma, ho ragione di credere tu sia un pochino esagerato, proprio così come è aduso l’insegnante che, per spronare il discente a migliorarsi, lo apostrofa con una bassa valutazione.
    Ove poi, il tuo giudizio sia riferito al “Sardo medio d’oggidì”, ebbene sì, in confronto al suo grande antenato, esso risulta anche a me, ben poca cosa, ma in ragione di una sua davvero perniciosa disposizione d’animo: esso non si ama. Infatti il Sardo, mettendosi al più basso gradino di una ipotetica scala di gradimento, è capace persino di imitare lo ”italiano medio”, che, per suo conto, ha proprio nulla di cui essere contento: non avendo neppure un passato, perché 150 anni sono esattamente il nulla. Il Sardo ama l’Inglese che cerca di imitare, si rifà all’Americano (del nord) che cerca di scimmiottare, vorrebbe assomigliare al Francese o allo Spagnolo.
    Alla sua “cultura” manca quello sguardo al passato, del quale fu reso orbo per colpa della famiglia e della scuola.

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