Perché non credo ad Alinei (e al sardo “italide”)

In questi giorni ci sono stati diversi interventi ai miei post che facevano riferimento a Mario Alinei, il linguista che ha sviluppato la Teoria della continuità e che ha ipotizzato che nelle aree in cui poi si si sono affermate le lingue neolatine si parlasse già un latino pre-romano, che lui chiama Italide.

Una di queste aree, ovviamente, altrimenti non mi occuperei di queste cose, è la Sardegna.

Diversi amici hanno utilizzato l’ipotesi di questa lingua italide per giustificare la totale latinizzazione della Sardegna, avvenuta malgrado la mitologica “costante resistenziale”.

La Sardegna sarebbe già stata linguisticamente latina, ancora prima dell’arrivo dei Romani.

Teoria spericolata, ma tutte le teoria innovative sono spericolate, anzi devono esserlo.

Rimane però il problema che ogni teoria deve essere supportata da dati empirici.

Altrimenti rimane quello che è in origine: una delle tante elaborazioni di cui il cervello umano è capace.

Finora, benché ne abbia fatto richiesta, non ho visto un solo dato che conforti questa teoria spericolata.

La lascio perciò per quello che è: il prodotto di un cervello umano in attesa di verifica.

Ma nel mentre mi sono incuriosito rispetto al lavoro del grande Alinei–grande per i miei amici–e ho letto qualcosa de suo lavoro.

Poca roba: ho poco tempo e poi la linguistica storica non mi ha mai affascinato.

Poca roba ma interessante, soprattutto per quanto riguarda quello che posso verificare personalmente.

Ho consultato questo suo articolo (http://www.continuitas.org/texts/alinei_generalised.pdf) e ho capito molto del modo di lavorare di Alinei.

Alinei è convinto che le aree linguistiche coincidono in gran parte con le aree della cultura materiale delle popolazioni paleolitiche (semplifico un po’, ma non molto), e rispetto alle consonanti retrolfesse (come in pudda) dice: “Unfortunately, even if this hypothesis were sufficient to solve the
problem for Greece –which it is not (Alinei forthcoming a)- the major problem is that
also Southern Italy and the islands are characterised by highly peculiar phonetic
features –namely the retroflex or cacuminal rendering of /l/, /d/ and /tr/- which are
totally alien to Latin phonology, and which are usually considered a typical trace of the
so called “Mediterranean”, non-IE substratum. The following figure shows the
distributional area of these retroflex sounds (fig. 3). Notice that this area comes very
close to that of the earliest spread of the Impresso/Cardial Ware –that is Southern Italy
and the islands-, and that this is in total contradiction with what the NDT predicts,
namely that the concentration of non-IE features ought to appear especially in the areas
not or little touched by the Impresso/Cardial culture. But the oppposite is true: not only
do we not find any trace of non-IE influences in the areas not or little touched by the
Impresso/Cardial Ware, but we find them only precisely where the impact of this
culture was the earliest and the greatest! Only if we assume the Continuity Theory, and
thus the reverse hypothesis that the autochthonous people were IE, and the intrusive
farmers were non-IE, can we explain the coincidence between the area of retroflex
sounds and that of the earliest spread of Impresso/Cardial. (Alinei: pag. 12).

Traduco solo le cose più rilevanti: “Solo se assumiamo la Teoria della Continuità, e quindi l’ipotesi opposta che gli abitanti autoctoni fossero IndoEuropei, e gli intrusi non IndoEuropei, possiamo spiegare la coincidenza tra l’area dei suoni retloflessi e quella della diffusione più precoce della ceramica impresso/cardiale [che comprende anche la Corsica, il Salento, la Calabria la Sardegna e la Sicilia]”.

Ora ci basta aprire un qualsiasi condaghe, per scoprire che nel Medioevo, in sardo, ancora si scriveva “villa”, “ancilla”, ecc.

Per quanto ne sappiamo la pronuncia cacuminale non era ancora stata introdotta nel sardo.

Ma anche se non fosse così e la pronuncia cacuminale fosse stata attestata nei condaghes, sorge comunque la domanda: “che cazzo c’entra la cacuminale con la ceramica cardiale?”

Naturalmente, le cose stanno molto peggio di così, perché se nel sardo è stata la doppia L a trasformarsi nella plosiva sonora cacuminale, nel corso (o almeno nel gallurese) è stata anche la liquida palatale (figlio > fiddolu), mentre nel siciliano si è retroflesso anche il nesso TR (la tipica pronuncia siciliana di trenu).

A quali differenze della ceramica dovremmo attribuire queste differenze delle cacuminali?

E naturalmente, in India esiste tutta la serie delle consonanti retloflesse o cacuminali, che corrisponde alla serie delle alveo-dentali delle altre lingue.

Li devono aver applicato le decorazioni fatte con la conchiglia del cardium edule praticamente a tutto quello che gli è capitato a tiro!

Ancora peggio è quando Alinei associa, accostando due cartine, la distribuzione dei monumenti megalitici alla Lenizione, a pag. 16.

Se vi state chiedendo che cazzo hanno a che fare i dolmen con la pronuncia “indebolita” delle ostruenti, beh, vi capisco a pieno.

Innanzitutto, la Lenizione  non è affatto un indebolimento delle consonanti.

Semplicemente, la coarticolazione–fenomeno fonetico generale universale e inevitabile–della vocale (che è sonora e continuante, per definizione) e dell’ostruente che la segue (spesso una plosiva sorda, cioè l’esatto contrario della vocale) comporta la fusione dei due suoni per una frazione minima di secondo. Certe lingue “scelgono” di estendere la coarticolazione alla durata di tutta la consonante–e allora si parla di lenizione–oppure di limitarla a quella frazione ti tempo così breve da non essere percepita.

Ma non è finita qui!

Ci sono lingue, come il sardo–cioè quelle varietà del sardo in cui avviene–che modificano entrambi i tratti della plosiva sorda, che così diventa una fricativa sonora, mentre le plosive sonore rimangono inalterate o scompaiono. E ci sono lingue (catalano, spagnolo) in cui le plosive sonore vengono spirantizzate, mentre quelle sorde rimangono inalterate. E ancora ci sono lingue come il fiorentino in cui le plosive sorde vengono spirantizzate, ma rimangono sorde. E ci sono pure lingue come il sassarese, in cui le plosive si sonorizzano ma non si spirantizzano.

Ci si chiede quale sia il rapporto tra i vari fenomeni che Alinei raggruppa sotto il comune denominatore di Lenizione e la forma dei monumenti megalitici.

Ma non è ancora finita: proprio no!

Basta aprire un condaghe (per esempiuo quello di Bonarcado: grazie Maurizio!) per scoprire che nel medioevo le plosive sorde venivano ancora rappresentate come tali.

E naturalmente, nel nuorese-baroniese la lenizione non c’è (semper conchi-tortos, cussos!).

E purtroppo per lui, Alinei rappresenta tutta la Sardegna come soggetta alla lenizione, dato che la Sardegna è piena di megaliti./

A proposito, neanche il gallurese la conosce!

E neppure adesso è finita, perché la lenizione è presente nel finlandese–tutt’altra famiglia linguistica–ma Alinei non la riporta nella sua cartina.

Niente megaliti in Finlandia e niente Italide, quindi anche la lenizione deve sparire.

Non so a quale fenomeno linguistico Alinei abbia associato i nuraghi.

Vi risparmio–e mi risparmio–l’analisi degli assiomi spericolati su cui è basata l’intera e fragile costruzione teorica di Alinei.

A me basta sapere che Alinei dei fatti se ne fotte.

12 Comments to “Perché non credo ad Alinei (e al sardo “italide”)”

  1. Caro Roberto mi pare che sei stato troppo sbrigativo nel liquidare la teoria della continuità di Alinei & C.

    Io la ritengo valida nell’assunto, anche se penso che vi siano cose da aggiustare.

    Il lavoro di Alinei si pone come il logico sviluppo della teoria dell’archeologo Colin Renfrew (vedi Archeologia e linguaggio).

    Renfrew dimostra che del fantomatico arrivo degli indoeuropei che nel 2500 a.C. secondo obsolete teorie ottocentesche avrebbero invaso la penisola europea .
    Renfrew propone che l’arrivo delle lingue indoeuropee sia connessa con la rivoluzione agricola o neolitica , avviata da genti anatoliche , parlanti l’indoeuropeo.
    é Renfrew che accorpa nel gruppo indoeuropeo “italidi” le genti caratterizzate dalla ceramiche cardiale (Dalla catalogna all’Italia, passando per la Provenza).

    Se Renfrew è stato abile nel dimostrare che la vecchia tesi ottocentesca era insostenibile, non altrettanto lo è stato nel proporre una teoria alternativa.

    Alinei ha proposto due tesi una teoria della continuità lunga e una breve, in entrambe si afferma che a partire dal paleolitico superiore (nella lunga anche da prima), in Europa già si parlava indoeuropeo.

    Secondo me la teoria di Alinei spiega l’insieme dei fenomeni (archeologici, linguistici, genetici, antropologici, ecc) meglio della teoria di Renfrew , (l’altra quella ottocentesca è un ferrovecchio inservibile).

    Sono convinto che prima dell’arrivo dei Romani, in Sardegna si parlasse una lingua indoeuropea, ma se anche si riuscisse a dimostrare che ciò non è plausibile e che la lingua fosse semita come affermano alcuni, non credo che la non indoeuropeità del sardo antico infici l’impianto generale della teoria della continuità.

    Ritengo che il paradigma proposto da Alieni meriti di essere sottoposto a stringente critica, ma non credo che al primo errore, non fondamentale, la si debba buttare via.

  2. Il mio rimprovero a Alinei è la sua disinvoltura nel trattamento dei dati. In questo non è diverso da altri “grandi” teorici, come Chomsky. comunque la mia critica principale è quella classica: si è avventurato nelle sabbie mobili. Deve sommare speculazione a speculazione. Assioma ad assioma. Alla fine, quando devi verificare, affondi. Come ha fatto con le retroflesse e con la lenizione. E poi, francamente, sapere come funziona la lingua è molto più interessante di una ricostruzione fantasiosa del passato. Ma…de gustibus non disputandum est!

  3. Capire quale lingua parlavano i Mesolitici europei mi pare affascinante quanto il sapere come funziona una lingua,
    Chi studia l’origine dell’universo, percorre strade assai più scivolose di chi studia come fuziona il sistema solare, ma anche per capire , grosso modo, quest’ultimo, ci sono voluti sforzi inenarribili.

    La gran parte dei linguisti se ne infischia dei problemi di indoeuropeistica, perchè ignaro di quanto importante sia la questione per delineare i contorni della preistoria europea.
    Ben vengano tutte le critiche a ciò che ha teorizzato Alinei, ben vengano tutti i tentatici che cercano di smontare la sua tesi, ma non credo che sia giusto asserire che la teoria della continutà sia pura fantasia e non una teoria verosimile (perfettamente falsificabile), E prima di dichiararla falsificata , bisogna falsicarla nel suo complesso non certamente perchè l’Alinei ha sbagliato una etimologia o ha maldestramente equiparato una lenizione con il megalitismo.

    La linguistica deve guardare anche al passato e non solo al presente come piace fare a te.
    é bello chiedersi quale sia l’origine della parola Eya, così dura a morire che la usiamo anche quando parliamo in italiano cin terramanna.

    • Sarebbe magnifico sapere che lingua parlavano i Mesolitici, se fosse possibile. Purtroppo non lo è. Non c’è modo si saperlo. L’unica cosa che si ha a disposizione sono certi relitti (toponimi per esempio) di cui non sappiamo quasi niente, oltre al fatto che hanno una certa composizione fonematica. Punto. Oltre questo si può solo speculare, ma senza la possibilità di verificare se le nostre speculaziioni sono fondate o meno. Dove sonmo i parlanti di quelle lingue, coloro che ci potrebbero dire come stanno le cose? Quello che fa Alinei è postulare certe condizioni che poi non possono essere verificate. Una teoria che non può essere verificata è perfetamente inutile. Quanto poi all’assunto principale, quello della coservazione delle lingue, beh, questo è palesemente falso: le lingue cambiano in continuazione e sono perennemente sul punto di cambiare. Quindi se anche l’italide fosse esistito, in tutte quelle migliaia di anni questo si sarebbe differenziato in tante lingue non più mutualmente intelleggebili, come è successo alle lingue romanze, alle lingue germaniche, a quelle slave, ecc. Il problema della latinizzazione “romana” della Sardegna si riproporrebbe perciò del tutto identico: come hanno fatto i sardoresistenti a imparare il latino “romano”?

  4. “Ora ci basta aprire un qualsiasi condaghe, per scoprire che nel Medioevo, in sardo, ancora si scriveva “villa”, “ancilla”, ecc.

    Per quanto ne sappiamo la pronuncia cacuminale non era ancora stata introdotta nel sardo.”

    Prof. Bolognesi secondo lei il termine UDDADHADDAR potrebbe essere letto pronunciadolo con la cacuminale?

    (Questa strana parola fu trovata in agro di Cuglieri su una iscrizione confinaria latina che reca la seguente frase: TERMINUS QUINTUS UDDADHADDAR NUMISIARUM, che può essere tradotto come segue: Quinto cippo terminale degli Uddadhaddar delle Numisie.)

  5. Sì, hai ragione Roberto. Fatti e non parole. E soprattutto documenti. Nei documenti nuragici sono in maniera inequivocabile (per me inequivocabile!) riportate della parole di matrice indoeuropea e non solo semitica. Questo l’ho detto tante altre volte e evidentemente tu non mi hai sentito. Oppure mi senti e non mi ascolti. Lo ripeto: ci sono le parole BDNT (Bipenne, bidente), GGHLOY (Gigahanloy, gigahantulus), hgyhano (occhiuto), gwhulo (od. gawahurru, gaurru), dhe ( prep.), NNY (nonnoy, nonnay), ‘ak (toro, guida: gr. ‘agòs) ecc.. Dette parole compaiono insieme a quelle semitiche che ogni giorno diventano sempre più numerose perchè i documenti sono di scuola scribale semitica. I sardi dell’età del bronzo e del I ferro parlavano una lingua indoeuropea ma gli scritti ( i loro scritti) erano in semitico anche perchè semitico era il dio per il quale erano composti. Non c’è bisogno che io ricordi proprio a te che nel XVI -XVII -XVIII sec. a.C. i sardi parlavano il sardo e non lo spagnolo. Ma il 98 % dei documenti era in lingua spagnola. Ora, se uno riesce a negare, entrando come si deve nel merito, che quelle parole non ci sono nei documenti nuragici io, com’è mia abitudine, chiedo umilmente scusa dell’errore e cambio idea. Altrimenti resto fermo nella mia opinione. Come è giusto che sia. Bada che un tipaccio come il Blasco Ferrer ha inciampato tremendamente e rovinosamente nel cercare di capire una certa parola che io riporto dalla documentazione nuragica. Ha fatto delle dichiarazioni in maniera scorretta (ho scritto un post sull’argomento), del tutto false, senza poi chiedermi scusa. Perchè uno quando prende fischi per fiaschi, se è un uomo, deve umilmente abbassare almeno un po’ la cresta e cercare il perdono di chi ha offeso sciaguratamente.
    Ora, caro Roberto, o tu mi dimostri che ho torto, oppure quelle parole ‘sardo-latine’ esistevano molto, ma molto prima della conquista romana. Opuure mi dici che quelle radici appartengono ad altre lingue. E fai male a dire che certe cose te le devono dimostrare. I dati ’empirici’ che tu giustamente pretendi ci sono (Ma qual’è il ricercatore, a meno che sia uno svitato, non lavora su dari oggettivi o empirici che tu voglia chiamarli!) E, se saremo fortunati, allontanando così ogni azzardo ed ogni salto nel buio, ce ne saranno sempre di più. Siamo per ora solo ad un centinaio di documenti.

  6. Mi sono dimenticato di dirti che il n° 63 di ‘Monti Prama. Quaderni Oristanesi’ uscirà fra qualche settimana. C’è crisi, caro mio, e gli editori sardi chiudono uno dopo l’altro baracca! Tu non sai quanto sia contento l’editore Bruno Pia per gli articoli di gran livello di questo numero (così come del precedente)! Eppure ritarda. Ciò è fastidioso, si capisce, soprattutto per me che ho la responsabilità di avervi chiesto gli articoli in modo pressante entro una certa data. Ma si capisce bene perchè ritarda!

  7. La ringrazio, ritengo giusto che non lo si possa affermare con certezza ne escludere.
    Potrebbe essere un piccolo indizio (credo)?
    Avrei parecchie altre domande ………………………. ma dal punto di vista letterale, in quale fase della storia sarda quel fonema appare in foma grafica cosi come lo intendiamo oggi?

  8. Degli amici m’invitano a interferire nel vostro dialogo, ed esordisco ricordando i miei libri semitici già pubblicati (vedili in http://www.linguasarda.com) nonchè quelli che vedranno la luce tra due-tre mesi (ossia: un nuovo libro di TOPONOMASTICA, un libro sulla RELIGIONE PRECRISTIANA IN SARDEGNA). Entro quest’anno pubblicherò anche la GRAMMATICA SHARDANA, e così spero che ogni disputa si concluda e si riconosca che la lingua sarda attuale ha ANCORA una “zoccolo duro” semitico al 60%, mentre il restante è composto da base latina al 10%, antico-italico (5%), catalano (5), aragonese (5), italiano attuale (15). E’ incredibile che, dopo tutti i miei libri di semitistica, ci sia ancora gente che non li ha nemmeno “cagati” (perdonate la volgarità, ma mi allineo a Bolognesi). Spero comunque che essi entro quest’anno sfondino finalmente le “mura di Troia”, e che si apra un dibattito sul passato semitico della Sardegna. Qualcuno cominci a leggere almeno la rivista LOGOSARDIGNA, dove ogni mese sto pubblicando qualcosa che dovrebbe ridare la vista ai ciechi.
    Non conosco Alinei (perdonate!) ma giudico fallace la sua teoria (in linea con Bolognesi). Ciò è quanto condivido con Bolognesi, nient’altro. Spero ch’egli legga il mio imminente libro sui TOPONIMI per sapere come si è realmente svolta la storia linguistica della Sardegna. Se poi lui non s’impiccia nella storia linguistica, allora me lo dica chiaramente, poichè oggi sono entrato nel suo blog ed oggi ne esco.
    Non mette nemmeno conto rispondere a Gigi Sanna e alla sua pretesa che il sardo abbia le radici nell’indoeuropeo, poichè i vocaboli che cita in questo blog (e cita nei suoi libri, che leggo assiduamente) sono pura invenzione, non sorretta da alcun dizionario tra quelli apparsi nel Mediterraneo da quando esiste la civiltà. Gigi mi sembra refrattario all’uso dei dizionari, tant’è che traduce con la Cabbalah persino la Stele di Nora, mentre io ho dimostrato da anni che quella stele veneranda è scritta in pura lingua fenicia, in pura lingua semitica, in pura lingua sarda! Non sto vaneggiando, non sto parlando di Trimurti nè di Trinità: prima di sbalordire, vedetevi la traduzione della Stele nel mio dominio Internet qua citato, dove spiego che la Stele è scritta, SEMPLICEMENTE, IN SARDO ANTICO, ossia in semitico-fenicio-shardana).
    L’amico Marcu e l’amico Bolognesi, che tanto paiono interessati all’etnico UDDADHADDAR, vadano ugualmente nel mio dominio Internet, e saranno soddisfatti. Anzi, no, glielo pubblico direttamente qua sotto:

    UDDADHADDAR. Quest etnico fu letto in agro di Cuglieri su una iscrizione confinaria latina recante la seguente frase: TERMINUS QUINTUS UDDADHADDAR NUMISIARUM, che può essere tradotto di primo acchitto come segue: Quinto cippo terminale degli Uddadhaddar delle Numisie. La frase, da me verificata presso il Museo di Cagliari, è scritta in un latino pulito, ma resta da chiarire anzitutto il significato di Uddadhaddar.
    Anzitutto va precisato che il terminus quintus è un cippo di delimitazione territoriale: il ‘quinto cippo’. Forse ce ne furono degli altri. Nei tempi andati le delimitazioni territoriali avvenivano in tale modo, legalmente riconosciuto, in uso anche presso i Sumeri ed i Babilonesi. Ancora oggi nei villaggi sardi ci sono degli esperti in grado di individuare tutti i cippi di confine. Evidentemente, ci fu un preciso accordo giuridico affinchè gli Uddadhaddar avessero un territorio di pertinenza.
    Il lemma Uddadhaddar ha il suffisso tipicamente sumerico (-dr in sumerico è una semplice consonante finale sostituente spesso la -d, e al tempo dei Romani fu letta evidentemente come -dar). Per Uddadhaddar l’unica base valida è la lingua sumera, dove abbiamo u-dada-dar (u ‘pastore, pecoraio’ + dada ‘ostile’ + dar ‘disperdere’ (of crowd: break up), col significato di ‘pastori ostili dispersi’.
    Quanto a Numisiarum, espresso col tema latino, se ci attenessimo al nome della gens romana di cui i dizionari dànno il maschile Numisius, sembrerebbe che gli Uddadhaddar siano appartenuti a un latifondista della gens Numisia (come schiavi?). Ma perché il plurale femminile? Perchè certamente Uddadhaddar, sentito latinamente come femminile, esprimeva già di per sé un plurale (i Latini non declinavano mai i nomi semitici). Poiché l’etnico Uddadhaddar è sumerico, anche Numisiārum deve avere la base sumerica, anche perché l’uso del latino nella parte radicale darebbe seri problemi. Alcuni traducono Numisiarum ‘della Numidia’. Ma è scorretto: ci saremmo aspettati allora Uddadhaddar Numidiae ‘U. della Numidia’. Se invece si dovevano citare delle donne nùmide, ci saremmo aspettati U. Numidārum. Se poi sostituiamo il lemma con una parola greca, questa deriverebbe soltanto da νομεύω ‘fare il pastore, pascolar le greggi’, νομή ‘luogo del pascolo’, νομῆες ‘pastori’, da cui νομάς – νομάδος ‘nomade, che erra per mutare pascolo’: ma questi termini greci hanno basi semitiche, da akk. numītu ‘pasturage’, numû ‘wasteland’, sum. numun ‘erba’, numun ‘moltiplicare’. Eccoci dunque alla traduzione giusta.
    Aggiungendo al sintagma u-dada-dar il composto sumero-accadico in stato costrutto numi- + šiyû ‘forza’, siyû ‘a plant’ (Numi-si-ārum), abbiamo il significato di ‘pastori ostili dispersi tra i pascoli’. Si vede che a questa gente fu negata l’opportunità di risiedere entro la città di Cornus e che essa fu relegata a un destino pastorale, quale tributaria del commercio cornense.
    Esplicando il sintagma sintetico TERMINUS QUINTUS UDDADHADDAR NUMISIARUM, abbiamo quindi: “Quinto cippo dei pastori ostili dispersi nei pascoli (del vicino Montiferru)’. È facile immaginare cosa era successo in quel periodo. Gli U (pastori) erano dada (ostili: alla città punico-romana di Cornus; la assalivano con le bardàne, ossia con cavalcate guerrigliere). Per tale ragione furono dispersi dalla truppa romana e costretti a vivere sul Montiferru selvaggio, con reciproche garanzie confinarie.

    Quanto a Mauro Peppino Zedda, ciecamente convinto che l’antico sardo fosse con base indoeuropea epperò ignora l’origine dell’avverbio EYA, ebbene, lo soddisfo ficcando qui appresso l’etimologia di tale vocabolo sardo:

    ÉYA, ÉY. Questo avverbio d’affermazione, con semantica corrispondente all’it. sì, è quasi identico a quelli in uso dagli anglosassoni e dai germanici: ingl. yà, yèa, yès; ted. yà, jà. È un relitto asseverativo eurasiatico appartenente alla Prima Cenosi Linguistica (quella appunto eurasiatica, cominciata nel Paleolitico da parte dell’Uomo di Neandertal), la cui base etimologica resiste nel sumerico e, i, ei (e-i), ia. Precisamente: e interiezione vocativa; i espressione vocativa, esclamazione vocativa = it., ingl. hey!; ia esclamazione oh!, un tipo di esclamazione (composto da i + a ‘a bird cry’). L’uso discreto delle quattro formazioni fonetiche sumeriche, molto simili tra di loro e come tali fungibili, portò, lungo i millenni, alla reciproca contaminazione o fusione, con gli esiti che oggi permangono nel mondo sardo, anglosassone, germanico.
    La base sumerica è peraltro evidente anche nell’it. sì (cfr. lat. sīc ‘così, in questo modo; è così’) < sum. si ‘to remember’, sig ‘to be clear’ (si-ig), šeg ‘to agree; to obey’.

    Per quanto attiene alle cacuminali, alle liquide ecc., che Alinei attribuisce al sostrato "mediterraneo" (ma io toglierei le virgolette!), sarei d'accordo, Bolognesi permettendo. Ma poichè la storia è un po' lunghetta, ne parlerei alla prossima puntata, Bolognesi permettendo.

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