Come comunicavano i Sardiani e i Romani?

Finalmente dei dati sulla lingua dei Sardiani!

Gigi Sanna ha scritto un commento al mio post precedente e mi ha mandato dei dati, che io conoscevo già, ma non comprendevo.

Gigi scrive: “Nei documenti nuragici sono in maniera inequivocabile (per me inequivocabile!) riportate della parole di matrice indoeuropea e non solo semitica. Questo l’ho detto tante altre volte e evidentemente tu non mi hai sentito. Oppure mi senti e non mi ascolti. Lo ripeto: ci sono le parole BDNT (Bipenne, bidente), GGHLOY (Gigahanloy, gigahantulus), hgyhano (occhiuto), gwhulo (od. gawahurru, gaurru), dhe ( prep.), NNY (nonnoy, nonnay), ‘ak (toro, guida: gr. ‘agòs) ecc. ”

Grazie!

Io ovviamente non sono in grado di giudicare se queste trascrizioni e l’attribuzione dei significati siano corrette.

Posso giudicare però la somiglianza di queste parole con le corrispondenti parole latine: nessuna di queste parole corrisponde esattamente alle parole latine di uguale significato. Gigi Sanna dice che i Sardiani parlavano una lingua Indoeuropea, ma scrivevano in una lingua semitica per motivi liturgici, più o meno come per secoli si è fatto in Europa con il latino–lingua scritta–che conviveva con le varie lingue locali. Le poche parole indoeuropee finora attestate sono incastonate in testi semitici.

La posizione di Sanna mi sembra ragionevolissima. Infatti non parla di italide, ma di indoeuropeo.

Perché ragionevole? Perché Sanna parte dal presupposto che la lingua dei Sardiani e quella dei Romani fossero imparentate, ma non necessariamente mutualmente comprensibili.

Infatti a giudicare dai dati da lui prodotti, non lo sarebbero state.

1) BDNT: per questa prima parola non ho trovato un significato nel mio vocabolario di latino classico; 2) GGHLOY : gigas, gigantis; 3) hgyhano: oculutus?; 4) gwhulo: ???; 5) dhe: de?; 6) NNY: avus; 7) ak: taurus

Anche ammettendo che il latino penetrato in Sardegna non sia quello classico–e infatti non lo era–rimane il fatto che queste parole non sono immediatamente riconducibili a quelle latine.

Per me–e a quanto pare anche per Gigi Sanna–questo non è un problema.

È invece un problema molto grande per l’ipotesi della coservazione proposta da Alinei: “The only law inherent to
language is conservation: a law comparable, to a certain extent, to Newton’s law of inertia.”(La sola legge inerente alla lingua è la conservazione: una legge comparabile, fino a un certo punto, al principio di inerzia di Newton” (Alinei: pag. 7  http://www.szabir.com/data/files/File/125/darwinism_traditional_linguistics.pdf)

Infatti, una cosa è ipotizzare che l’Indoeuropeo si parlasse già nel paleolitico, ma è una cosa ben diversa dire che questo non si sia trasformato nei millenni in tutta una famiglia di lingue mutualmente non comprensibili. Insomma, quello che vediamo oggi.

Alinei ha immaginato che la grammatica delle lingue si modifichi soltanto in casi eccezionali: “Grammatical change is history-dependent, in the sense that
it occurs only in times of social upheaval (the ultimate causes of which can be multiple:
climatic, economic, social, political, as well as technological, cognitive, cultural etc.), as a
form of hybridization, and thus as a psycholinguistic adjustment to a differing linguistic
model.
No individual, in normal conditions (i.e. in conditions of social stability), experiences
grammatical change in the course of his life. In normal conditions, on the contrary, each of us
experiences that her/his language is the same of her/his grand-parent, and is the same spoken
by her/his grandchildren. Each of us experiences, in short, the continuity and the conservation
of language through five generations: two before and two after ours. The only law inherent to
language is conservation: a law comparable, to a certain extent, to Newton’s law of inertia.
But the cause of this impossibility to experience linguistic change in the course of one’s life
must not be attributed to the slowness of grammatical change1, but simply to the absence of
changing factors in what I have defined as a socially normal context.
In periods of social upheaval – as for example the writer himself experienced in Italy at the
end of Fascism, with the beginning of democracy and the resulting formidable social
adjustments – grammatical change can be observed. In that specific context it took the form of
low-class or dialect features, until then refused by the previous norm, suddenly becoming part
of the new norm.” (Alinei: pag. 7)

Alinei–no, non vi traduco tutto!–cita come esempio di mutamento grammaticale l’accettazione di forme dialettali nella norma dell’italiano standard, avvenuta dopo la caduta del fascismo. L’esempio però non è per niente valido, perché si riferisce alla lingua semi-artificiale adoperata per gli usi pubblici e soggetta a intromissioni di ogni genere da parte della “polizia” linguistica”, cioè insegnanti, accademie varie, redattori ecc. Le lingue standard sono sempre definite dalla politica in termini politici.

La lingua vera, quella parlata dalla gente e che alla lunga la vince sulle lingue standard, cambia in continuazione, come sappiamo tutti.

Ma Alinei si contraddice anche apertamente, perché ammette contemporaneamente che i mutamenti grammaticali erano già avvenuti e che la mutata situazione politica si è limitata ad accettarli nella lingua standard.

Ma proviamo ad immaginare che l’ipotesi di Alinei sia correttane che le lingue non mutino e che–come conseguenza–i Romani abbiano conquistato paesi in cui si parlava già il latino “italide”, vicino al latino “romano” e che per questo–e solo per questo–oggi esistano lo spagnolo, il portoghese, il francese, il catalano, l’occitano, il provenzale, il vallone, il romancio, il sardo, il rumeno, il moravo, il friulano, il ladino, il gallego e tutte le migliaia di varietà intermedie e locali.

Saremmo passati cioè da una situazione di quasi totale uniformità, a una di quasi totale mutua non conprensibilità.

Insomma, a Lutetia come a Tharros e a Roma, si sarebbe parlata più o meno la stessa lingua, mentre oggi non credo che Alinei vi consiglierebbe di chiedere informazioni in sardo a Parigi.

Solo Benito Urgu si è spinto a quei livelli: “S’inglesu est che su casteddaju fueddau a bellu a bellu!”

Ma Benito è un comico di professione.

Insomma, dopo la presentazione dei dati di Gigi Sanna–sui quali, ripeto, non posso dire niente–e dopo questo ragionamento sulle teorie di Alinei, mi sembra che il problema della latinizzazione “romana” della Sardegna centrale e resistente sia ancora tutto lì.

Come hanno fatti i sardoresistenti a imparare la lingua dei romani, soprattutto i morti?

 

11 Comments to “Come comunicavano i Sardiani e i Romani?”

  1. “Saremmo passati cioè da una situazione di quasi totale uniformità, a una di quasi totale mutua non conprensibilità.”
    Lei sta parlando delle varianti italidi,
    ma si rende conto, professore, che questo è proprio ciò che sarebbe successo ai dialetti italiani che si suppongono derivati dal latino?
    Da una totale uniformità dovuta alla latinizzazione (parlavano tutti latino!!) saremmo passati alla quasi totale mutua incomprensibilità!
    Legga bene, professore, non è scritto da nessuna parte che le geovarianti italidi fossero mutamente comprensibili.
    E nessuno ha mai detto che il latino romano fosse mutuamente comprensibile col sardo preromano.
    Esattamente come non lo è adesso il sardo col friulano o con il piemontese che secondo la linguistica ufficiale sarebbero dialetti della stessa lingua.

  2. ah, ma se è così mi sta bene! se si tratta soltanto di appiccicare un’etichetta senza significato a qualcosa che non si capisce, allora siamo a posto! Se l’italide non spiega la latinizzazione di Francia, spagna, Sardenga, romania ecc. allora è soltanto un gioco di parole per prendere in giro i polli. Contenti i polli, contenti tutti!

  3. l’area che Alinei considera indoeuropeo-Italide (parte dell’italia attuale, + provenza , catologna e dalmazia) non è una denominazione inventata da Alieni, Già Renfrew l’adotta nel suo Archeologia e linguaggio, sinceramente non so se Colin Renfrew l’abbia presa, a sua volta, da qualche altro studioso di indoeuropeistica.

    Caro Roberto come ti spieghi che i sardi in 6 secoli di dominazione spagnola e italiana siano rimasti dei parlanti sardi (se escludiamo gli ultimi 30 anni di scolarizzazione di massa e di mamma tv).

    Mentre duemila anni fa si sarebbero latinizzati in quattro e quattrotto?
    Come mai in molte zone d’italia vi sono dei paesi in cui si continua a parlare greco o albanese ecc.

    Come mai in nessun paese della sardegna sarebbe rimasto l’atico idioma?

    come mai in sardegna si sua la K o il gh, mentre quando arrivarono i romani in sardegna da loro era già in disuso?

    il capovollgimento di paradigma che fa alinei spiega tante cose, un paradigma che bisogna analizzare criticamente, per aggiustarlo o per riggetarlo e pensarne un altro, ma che non lo si può liquidare con facili battute di spirito .
    saluti

    • Caro Mauro Peppino, le battute mi piacciono e fanno parte del mio modo di comunicare, ma non sono il nucleo del mio discorso.
      Alineri attribuisce fenomeni fonologici comunissimi, recentissimi e sempre sul punto di comparire in tutte le lingue a periodi e luoghi remotissimi nello spazio e nel tempo. Se permetti, io di fonologia ne capisco qualcosa. Poi il collegamento tra cultura e grammatica che effettua Alinei non sta né in cielo né in terra, come è evidente dagli esempi che lui stesso da. È proprio la base empirica della sua teoria che non regge. E le teorie devono spiegare i fatti, non illustrare semplicemente i nostri pii desideri.
      Come hanno imparato il latino i Sardi e lo spagnolo no? I romani hanno affermato di aver effettuato un genocidio. E se avessero ragione loro? E se avesse ragione Pittau? I Sardi attuli sarebbero discendenti delle donne sarde e dei legionari. Teoria molto semplice e avvolarata da documenti storici, linguistici e materiali. Continua…

  4. Se ‘si comprendessero a vicenda’ io questo proprio non lo so. Non ho elementi probanti per affermarlo. Probabilmente no, ma certamente erano, secondo me, in grado di comprendere che alcune parole risultavano pressochè identiche. Ma non è questo il punto. A me interessa da modesto ‘ricercatore’ far capire che se i documenti ci danno quelle precise voci vuol dire che non poche di esse, ritenute romane dal Wagner e da Meyer -Lubke, ‘romane’ proprio non sono. Far capire cioè che in origine non c’era un rapporto di madre e di figlia ( ‘sa mamma’ e ‘sa fiza’ del Madao e dello Spano) tra il romano-latino e il sardo ma che c’era invece un rapporto di sorella con sorella. Cioè denunciare con la forza documentaria che anche il sardo era (ed è) una lingua indoeuropea imparentata a tutte le altre lingue indoeuropee. Io oggi (dico ‘oggi’) sono portato a credere che, per tantissima parte del suo lessico, della sua morfologia e della sua sintassi, era lingua non ‘romanza’. Capisco che questo possa risultare incredibile, del tutto eretico, ma i documenti – nei quali guardo con il famoso cannocchiale che qualcuno mi vorrebbe togliere – questo sembrano dire. Per comprenderlo è proprio (tra le altre parole) il caso di BDNT (bidente) che è del cosidetto latino ‘classico’ (non riesco proprio a capire perchè non la trovi nel vocabolario!): mostra che i Sardi chiamavano ‘dente/i’ l’una e l’altra ‘penna’ della bi-penne. La parola ‘dente’ quindi esisteva in Sardegna già dal XVI -XV secolo a.C.. Ma non solo. I Sardi dicevano BI per il ‘due’. Ora ripeto: o io vaneggio ( e sarebbe il caso che qualcuno davvero me le suonasse per farmi rinsavire almeno un po’) oppure le cose stanno proprio così. Per quanto riguarda GAWAURRU (prob. il latino- romano ‘garrulus’: devo questo accostamento ad un notissimo latinista di Cagliari ) e non poche altre voci, caro Roberto, ti rimando a SAGRA oppure, per maggior comodità, al post (il secondo sull’argomento) da me pubblicato sul Blog di Gianfranco Pintore ( Il sardo ‘latino’? Sì, ma ‘romano’ no. Parola di documenti. 13 Ottobre del 2010). Bada che il quel brevissimo saggio cerco di essere ’empirico’ e non farfallone, proprio come desideri tu. Per chiudere. Io non so se ‘italide’ sia la parola più appropriata (forse no) ma a me sembra che per quanto riguarda il sardo la teoria radicale ‘wagneriana’ vada rivista.. Altrimenti proprio non si spiega come il documento di Perdu Pes di Paulilatino presenti la parola ‘korras’ (corna) e due documenti, uno di Narbolia ed uno di Arzachena, denuncino (purtroppo solo per via acrofonica) la parola Koloru/kolora per indicare la biscia o il serpente. Sì è proprio il caso che qualcuno me le suoni!

  5. Caro Roberto le tue battute mi piacciono assai, quasi quanto la teoria della continuità di Alinei!!

    si anch’io un tempo pensavo che i sardi nuragici fossero stati decimanti dai romani e che noi sardi attuali fossimo di romana origine.

    Ma la genetica ha dimostrato che il 90 % del DNA mitocondriale e il 65 % dei cromosomi y dei sardi attuali sono presenti nell’isola da prima del mesolitico!!!
    In qula 35 % sono compresi i maschi arrivati nel neolitico, nell’età del bronzo (per me gli shardana in sinotni acon Nancy sandars arrivorono nel XIII sec a.C;), i fenici , i punici, i romani, i vandali (antessi abbarausu pagu ma calincuna femmina si da antai coddada) i bizantini, i pisani, i genovesi, gli arogonesi, gli spagnoli, i piemontesi, gli italiani.

    insomma scoprire che il cromosoma Y dei sardi attuali al 65% deriva da progenitori presenti sin dal paleolitico in sardegna mi pare un dato più certo delle “storielle” di tito livio.

  6. Caro Roberto, la genetica inficia l’idea della eliminazione dei sardi nuragici e la loro sostituzione con maschi latini.

    Ti chiedo dunque, come mai il latino senza televisione, sarebbe riuscito in soli 3 secoli eliminare radicalmente il linguaggio precedente?

    Come mai quel linguaggio e poi resistito per un millennio ai nuovi arrivati ?

    come mai tutte le lingue resistono in qualsiasi parte dell’mondo e solo il nuragico in tre secoli si converte al latino?

    saluti

  7. Caro Roberto, conosci la parola aggiagarai presente ancora oggi nei pastori sardi? (significa radunare le pecore) se poi Alinei mi dice che giaguru era il nome del cane nel paelolitico…., certamente La teoria di Alinei è da aggiustare, e avrebbe bisogno dell’impegno di linguisti capaci come te.
    Copernico Teorizzo, ma prima che diventasse una buona teoria sono dovuti intervenire Keplero, Galileo e Newton, solo per citare i più famosi.

    La teoria della continuità non è una teoria che si può buttare via con poche battute, credo che la si debba perferzionare, forse nel tentativo di perfezzionarla la si getterà via e se ne elaborerà un’altra, Ma sono convnto che sia una teoria con cui i linguisti devono fare i conti.

  8. Mah, sono convinto che nella latinizzazione del sardo più delle legioni romane in qualche secolo, abbiano fatto le legioni di francescani, gesuiti, vallombrosani, sacerdoti ecc. in quasi duemila anni. Due millenni di tiritera liturgica (in latino) ripetuta e ripetuta, a tutti ogni giorno. La vera conquista la ha fatta la religione cristiana, non le legioni romane, è entrata nei cuori e nella testa e con il latino, giorno dopo giorno,nell’arco di due millenni, persona per persona. Le parabole, i proverbi, le frasi fatte (che ancora si usano), i rituali religiosi. Ci sono ancora donne, in età avanzata, che la mattina si salutano con un: “ave maria” e si rispondono: “gratzia prena”. La sera: “Gesù Cristu”, “po sempri”.
    Il sardo è fortemente contaminato dal latino. Credo sia più realistico.

  9. ooh Marcu l’Ave Maria in latino la cantavano anche in Germania! eppure…

  10. Sicuramente cè anche dell’altro hai ragione, in germania indoeuropei e brachicefali, in sardinia mediterranei e dolicocefali bruni, in un’isola circondata da un mare circondato da terra, scalo strategico nelle rotte tansmediterranee , vicini e lontani da tutto e tutti.

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