Intervento di Salvatore Dedola

Io sono un fonologo e mi occupo anche di dialettología e di sociolinguistica.

Non so praticamente niente di linguistica storica e per questo evito di parlarne.

Non mi sono neanche mai azzardato a tentare un’etimologia, anche se posso vedere se una certa etimologia è fonologicamente plausibile.

Detto questo lascio la parola a Salvatore Dedola, facendo presente che io non posso giudicare il suo intervento.

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Degli amici m’invitano a interferire nel vostro dialogo, ed esordisco ricordando i miei libri semitici già pubblicati (vedili in http://www.linguasarda.com) nonchè quelli che vedranno la luce tra due-tre mesi (ossia: un nuovo libro di TOPONOMASTICA, un libro sulla RELIGIONE PRECRISTIANA IN SARDEGNA). Entro quest’anno pubblicherò anche la GRAMMATICA SHARDANA, e così spero che ogni disputa si concluda e si riconosca che la lingua sarda attuale ha ANCORA una “zoccolo duro” semitico al 60%, mentre il restante è composto da base latina al 10%, antico-italico (5%), catalano (5), aragonese (5), italiano attuale (15). E’ incredibile che, dopo tutti i miei libri di semitistica, ci sia ancora gente che non li ha nemmeno “cagati” (perdonate la volgarità, ma mi allineo a Bolognesi). Spero comunque che essi entro quest’anno sfondino finalmente le “mura di Troia”, e che si apra un dibattito sul passato semitico della Sardegna. Qualcuno cominci a leggere almeno la rivista LOGOSARDIGNA, dove ogni mese sto pubblicando qualcosa che dovrebbe ridare la vista ai ciechi.
Non conosco Alinei (perdonate!) ma giudico fallace la sua teoria (in linea con Bolognesi). Ciò è quanto condivido con Bolognesi, nient’altro. Spero ch’egli legga il mio imminente libro sui TOPONIMI per sapere come si è realmente svolta la storia linguistica della Sardegna. Se poi lui non s’impiccia nella storia linguistica, allora me lo dica chiaramente, poichè oggi sono entrato nel suo blog ed oggi ne esco.
Non mette nemmeno conto rispondere a Gigi Sanna e alla sua pretesa che il sardo abbia le radici nell’indoeuropeo, poichè i vocaboli che cita in questo blog (e cita nei suoi libri, che leggo assiduamente) sono pura invenzione, non sorretta da alcun dizionario tra quelli apparsi nel Mediterraneo da quando esiste la civiltà. Gigi mi sembra refrattario all’uso dei dizionari, tant’è che traduce con la Cabbalah persino la Stele di Nora, mentre io ho dimostrato da anni che quella stele veneranda è scritta in pura lingua fenicia, in pura lingua semitica, in pura lingua sarda! Non sto vaneggiando, non sto parlando di Trimurti nè di Trinità: prima di sbalordire, vedetevi la traduzione della Stele nel mio dominio Internet qua citato, dove spiego che la Stele è scritta, SEMPLICEMENTE, IN SARDO ANTICO, ossia in semitico-fenicio-shardana).
L’amico Marcu e l’amico Bolognesi, che tanto paiono interessati all’etnico UDDADHADDAR, vadano ugualmente nel mio dominio Internet, e saranno soddisfatti. Anzi, no, glielo pubblico direttamente qua sotto:

UDDADHADDAR. Quest etnico fu letto in agro di Cuglieri su una iscrizione confinaria latina recante la seguente frase: TERMINUS QUINTUS UDDADHADDAR NUMISIARUM, che può essere tradotto di primo acchitto come segue: Quinto cippo terminale degli Uddadhaddar delle Numisie. La frase, da me verificata presso il Museo di Cagliari, è scritta in un latino pulito, ma resta da chiarire anzitutto il significato di Uddadhaddar.
Anzitutto va precisato che il terminus quintus è un cippo di delimitazione territoriale: il ‘quinto cippo’. Forse ce ne furono degli altri. Nei tempi andati le delimitazioni territoriali avvenivano in tale modo, legalmente riconosciuto, in uso anche presso i Sumeri ed i Babilonesi. Ancora oggi nei villaggi sardi ci sono degli esperti in grado di individuare tutti i cippi di confine. Evidentemente, ci fu un preciso accordo giuridico affinchè gli Uddadhaddar avessero un territorio di pertinenza.
Il lemma Uddadhaddar ha il suffisso tipicamente sumerico (-dr in sumerico è una semplice consonante finale sostituente spesso la -d, e al tempo dei Romani fu letta evidentemente come -dar). Per Uddadhaddar l’unica base valida è la lingua sumera, dove abbiamo u-dada-dar (u ‘pastore, pecoraio’ + dada ‘ostile’ + dar ‘disperdere’ (of crowd: break up), col significato di ‘pastori ostili dispersi’.
Quanto a Numisiarum, espresso col tema latino, se ci attenessimo al nome della gens romana di cui i dizionari dànno il maschile Numisius, sembrerebbe che gli Uddadhaddar siano appartenuti a un latifondista della gens Numisia (come schiavi?). Ma perché il plurale femminile? Perchè certamente Uddadhaddar, sentito latinamente come femminile, esprimeva già di per sé un plurale (i Latini non declinavano mai i nomi semitici). Poiché l’etnico Uddadhaddar è sumerico, anche Numisiārum deve avere la base sumerica, anche perché l’uso del latino nella parte radicale darebbe seri problemi. Alcuni traducono Numisiarum ‘della Numidia’. Ma è scorretto: ci saremmo aspettati allora Uddadhaddar Numidiae ‘U. della Numidia’. Se invece si dovevano citare delle donne nùmide, ci saremmo aspettati U. Numidārum. Se poi sostituiamo il lemma con una parola greca, questa deriverebbe soltanto da νομεύω ‘fare il pastore, pascolar le greggi’, νομή ‘luogo del pascolo’, νομῆες ‘pastori’, da cui νομάς – νομάδος ‘nomade, che erra per mutare pascolo’: ma questi termini greci hanno basi semitiche, da akk. numītu ‘pasturage’, numû ‘wasteland’, sum. numun ‘erba’, numun ‘moltiplicare’. Eccoci dunque alla traduzione giusta.
Aggiungendo al sintagma u-dada-dar il composto sumero-accadico in stato costrutto numi- + šiyû ‘forza’, siyû ‘a plant’ (Numi-si-ārum), abbiamo il significato di ‘pastori ostili dispersi tra i pascoli’. Si vede che a questa gente fu negata l’opportunità di risiedere entro la città di Cornus e che essa fu relegata a un destino pastorale, quale tributaria del commercio cornense.
Esplicando il sintagma sintetico TERMINUS QUINTUS UDDADHADDAR NUMISIARUM, abbiamo quindi: “Quinto cippo dei pastori ostili dispersi nei pascoli (del vicino Montiferru)’. È facile immaginare cosa era successo in quel periodo. Gli U (pastori) erano dada (ostili: alla città punico-romana di Cornus; la assalivano con le bardàne, ossia con cavalcate guerrigliere). Per tale ragione furono dispersi dalla truppa romana e costretti a vivere sul Montiferru selvaggio, con reciproche garanzie confinarie.

Quanto a Mauro Peppino Zedda, ciecamente convinto che l’antico sardo fosse con base indoeuropea epperò ignora l’origine dell’avverbio EYA, ebbene, lo soddisfo ficcando qui appresso l’etimologia di tale vocabolo sardo:

ÉYA, ÉY. Questo avverbio d’affermazione, con semantica corrispondente all’it. sì, è quasi identico a quelli in uso dagli anglosassoni e dai germanici: ingl. yà, yèa, yès; ted. yà, jà. È un relitto asseverativo eurasiatico appartenente alla Prima Cenosi Linguistica (quella appunto eurasiatica, cominciata nel Paleolitico da parte dell’Uomo di Neandertal), la cui base etimologica resiste nel sumerico e, i, ei (e-i), ia. Precisamente: e interiezione vocativa; i espressione vocativa, esclamazione vocativa = it., ingl. hey!; ia esclamazione oh!, un tipo di esclamazione (composto da i + a ‘a bird cry’). L’uso discreto delle quattro formazioni fonetiche sumeriche, molto simili tra di loro e come tali fungibili, portò, lungo i millenni, alla reciproca contaminazione o fusione, con gli esiti che oggi permangono nel mondo sardo, anglosassone, germanico.
La base sumerica è peraltro evidente anche nell’it. sì (cfr. lat. sīc ‘così, in questo modo; è così’) < sum. si ‘to remember’, sig ‘to be clear’ (si-ig), šeg ‘to agree; to obey’.

Per quanto attiene alle cacuminali, alle liquide ecc., che Alinei attribuisce al sostrato “mediterraneo” (ma io toglierei le virgolette!), sarei d’accordo, Bolognesi permettendo. Ma poichè la storia è un po’ lunghetta, ne parlerei alla prossima puntata, Bolognesi permettendo.

10 Comments to “Intervento di Salvatore Dedola”

  1. Caro Dedola,
    non ho detto che ignoravo l’ origine di eya, è palese che appartiene all’indoeurope come è palese che è prelatino.

    Nel suo articolo lei ha detto che il 60 % del sardo attuale può ricondursi al semitico, sono assai curioso di leggere il suo libro al proposito.

  2. Ringrazio, molto interessante. Avevo giusto letto qualche riga riguardo il cippo in questione, se non ricordo male in “Neapolis e il suo territorio” del Prof. Raimondo Zucca. Rileggerò il post con più calma e attenzione.

  3. a Zedda:
    basterebbe leggere “Le origini della cultura europea” di Giovanni Semerano per rendersi conto che gran parte dei termini greci e latini e una parte significativa di quelli anglossassoni hanno origine accadica.
    Giovanni Semerano,
    un altro eretico che, come Alinei, ma con percorsi diversi, dimostra l’inconsistenza delle teorie indoeuropee.

  4. Caro Salvatore, la differenza tra me e te è una sola: che io mi baso su documenti, tanti documenti. Li studio con tutta l’umiltà possibile, ne ricavo lettere alfabetiche, fonemi, lessico, grammatica e sintassi. Annoto, senza pregiudizi, le voci che ci sono scritte, le varianti di esse, le possibili comparazioni (‘vocabolaristiche’ : e non sai con quanti vocabolari, per i quali non ho proprio alcuna allergia!) con le lingue storiche, ecc. ecc. Detti documenti (il coccio di Orani e il ciondolo di Allai ad es.) portano anche a capire, se uno lo vuol capire e non fa lo struzzo, per chi e per quale motivo è stata scritta la Stele di Nora. Tu invece, senza uno straccio di prova documentaria, lavori di…toponomastica e di linguistica puntellata com’è puntellata dai vocabolari. Quelli che vedo con piacere darti metodologicamente tutti i tesori del mondo, la ‘luce’ purissima da distrubuire a noi poveri uomini delle caverne. Tutto contento, senza ombra di alcun dubbio, che siano davvero tali. Sì perchè tu sei il più bravo e il più intelligente. E i tesori sono regalati non da un uomo ma da un Dio che è Dio in quanto da sempre li ha in testa! Cosa devo dirti! Cosa devo rispondere ad un linguaggio a dir poco scostante e con punte da delirio quale è quello che tu hai adoperato ( bada, non solo nei miei confronti) ? Buon ‘pro’ ti faccia. Non era questa l’umiltà nello studio e nel proporre gli argomenti ‘scientifici’ di cui mi avevi parlato un po’ di tempo fa per via epistolare. Dove era bandita del tutto l’arroganza. L’arroganza insopportabile unita alla saccenteria che tu imputavi giustamente agli arroganti e ai saccenti, isolani e non. Te ne sei dimenticato? Il mio metodo di lettura è quello faticosamente raggiunto in 15 anni di fatica indescrivibile. Senza ‘fare la gara di un giorno’. Quel metodo che ho esposto qualche mese fa e che attende, se necessario, delle stroncature. Oppure delle approvazioni o pronunciamenti di aggiustamento. Quello, tanto per essere chiari, della ‘Griglia di Sassari’ che ho presentato nel Consesso scientifico universitario, spiegando punto per punto quale è il sistema o codice di scrittura degli scribi semitici nuragici dell’età del bronzo. Credimi, il tuo uso ‘vocabolaristico’ sbrigativo e spregiativo della Cabala c’è ( ma non è la prima volta che lo dici!) per un semplice motivo: perchè non hai capito e nulla capisci, ma proprio nulla, di quello che ho detto sulla Stele di Nora. E non capisci ancora, purtroppo, che il codice di scrittura è stato trovato e che con quello bisogna fare i conti e su di esso basarsi per poter aprire bocca senza dare aria ai denti, Mi sono spiegato? Le voci di matrice indoeuropea che ho suggerito ieri a Roberto, in un confronto pacato e civile da portare ad esempio, perchè le prendesse in considerazione, ci sono in tutti i vocabolari che si rispettano. E ti sfido, mio caro, a dire il contrario! E poi. Se davvero non sai quanto conta la numerologia nel sistema nuragico (per tua somma sfortuna è il primo requisito del sistema e il più cogente!) non puoi capire. E siccome non puoi, non sei per niente autorizzato a dire quello che dici nei miei confronti. Mi sono spiegato? ‘Caro’ Dedola.

  5. La sintonia con bolognesi, anti sardo italide (pre latino di Roma)Alineiano e non solo, è comprensibilissima ed è giustamente ammessa , nonostante la grande discordanza sulla base latina nel sardo attuale che per dedola è solo! il 10%. Ma la perla sta nella traduzione della stele di nora …”Singolare poi è la lezione che si trae dalla lettera M scritta a riga 4 ed a riga 8. A riga 4 il lapicida aveva inizialmente scritto una N che poi, notato l’errore in corso d’opera, fu corretta o fatta correggere) in M, vista la possibilità d’emendarla con poco danno. A riga 8 il lapicida, credendo d’operare secondo le intenzioni del committente (forse assente al momento), scrisse d’impulso una M ipercorreggendosi ma sbagliando, perchè proprio lì occorreva invece una N, che a quel punto non fu più possibile emendare considerata la grafia complessa della M. Evidentemente il lapicida non era un fior di letterato”….
    La cosa che più di tutto colpisce è come la ricerca, che veramente è senza confini, abbia potuto ricostruire l’assenza del committente, forse andato a fare i bisogni, e la solitudine, in quel lasso critico di tempo, del povero lapicida fenicio.

  6. @ Antonio,
    Semerano l’ho letto una ventina d’anni fa andai pure a casa sua a Firenze per il tramite di Sardella.
    “Errori” di gioventù.

  7. Signor Dedola
    Non mi pare di aver mai tradotto la Kabbalah dall’ italiano all’ inglese. Nè collaborerei con Gigi se fosse un “inventore” e non uno studioso serio, fin troppo serio e rigoroso. Detto questo, un paio di osservazioni:
    a. La sua sostituzione W-N nella seconda riga è totalmente arbitraria, una pura invenzione. Basta recarsi a Cagliari e guardarsi la stele restaurata e bella ripulita: non c’è nessun “rimarcamento” della lettera per farne una W, quella è una Wav, bella pulita.
    b. La sua ricostruzione della vicenda lapicida imbranato (perché non ha scritto quello che intendeva lei! questo è il colmo) + committente “torno subito” è un’ altra invenzione. Ammetto che sia simpatica, ma non va oltre. Senza contare che assumere un lapicida imbranato per un tale documento è abbastanza improbabile. Perché non il committente, o perché non tutti e due dei bei drogatoni?

    E viene a parlare a noi di kabbalah e di invenzioni? deve essere uno scherzo

    Ovviamente lei è passato sopra, tipo bulldozer, anche ad alcuni macroindizi sulla natura della stele, che non rientrano nel suo panorama: es., dove la trova un’ altra stele fenicia con simmetrie inverse? O intende negarle? Quelle ci sono, sono fatti concreti. Altro che la favola del lapicida rimbambito.

  8. Non conosco tale Dedola. Pur tuttavia egli in questo intervento si è presentato molto bene.
    – si scusa dicendo ch’egli non si abbasserebbe mai ad intervenire nel “vostro dialogo”, ma lo fa solo per accontentare degli amici. Poi, però, afferma di allinearsi alle “volgarità di Bolognesi”, commettendo due scorrettezze in una sola volta: 1- dice una bugia, perché se conosce qualche uscita, non da giovine novizia del Bolognesu, evidentemente è un frequentatore del suo sito; 2- il Bolognesu è il padrone di casa e ciascuno a casa propria usa il vocabolario che crede, mentre egli è solo un ospite e la buona creanza vorrebbe ch’egli non s’esprimesse in modo volgare
    – poi coglie al volo l’occasione per fare pubblicità (gratuita e non richiesta) ai suoi libri pubblicati e da pubblicare e ciò è da reputarsi eticamente deprecabile
    – ha pretesa di credere (“e così spero che ogni disputa si concluda”) che ciò ch’egli pubblichi venga considerato “la verità rivelata”
    – si lamenta che i suoi tanti libri non siano nemmeno “cagati”, ma da come qui si esprime, potrebbe vedervi di già una risposta
    – poi comunica al popolino dell’esistenza di un Giornale dei Miracoli, molto apprezzato anche dai sofferenti di glaucoma e distribuito nelle primarie cliniche oculistiche.
    Bene, da oggi anch’io conosco tale Dedola e non per interposta persona.
    Grazie, mikkelj.

  9. Per quanto possa capirne di linguistica, giacchè mi occupo di tuttaltro, mi permetto di dissentire dalle teorie del Dedola, almeno il larga parte. Fra gli esempi che si trovano sul suo blog, ne ricordo uno in particolare. Trattando dell’etimologia del toponimo “Pranu muttedu”, lì indicato come mutteddu, che egli fa risalire a “mutellu”, che significherebbe nobile. E come prova di ciò, spiega che nella località non si trova il mirto (e invece ho potuto constatare che nella zona è veramente pieno di piante di mirto!). Inoltre, per pura curiosità, ho chiesto ad alcune persone anziane del posto, che ne pensavano dell’origine del nome. Questi signori, oltre a confermare la tesi più palusibile, ovvero muttedu=mirteto, mi hanno addirittura spiegato che furono dei pastori di Arzana a dare il nome a quel posto, infatti in altri tempi non si chiamava in quel modo. Nei documenti che ho avuto modo di visionare sono presenti numerosi toponimi con i quali vengono tuttoggi indicate diverse località (ho verificato sempre con queste persone anziane), mentre non vi è menzione di alcun Pranu muttedu. Come si può pensare che questo toponimo abbia origini così antiche se esiste al massimo da due secoli? Mi ha fatto ridere, poi, la trattazione sulla romanisca. Ma il signor Dedola sa che probabilmente in quasi tutti i paesi della Sardegna esisteva un gergo (ora non ricordo il nome) conosciuto da tutta la popolazione maschile, con il quale si comunicava in situazioni rischiose?
    E poi, sinceramente, non capisco perchè il signor Dedola abbia questa “fissazione” per gli ebrei. Stando ai suoi studi il sardo si riduce ad una sorta di ebraico corrotto. Capisco che possa avere a cuore il popolo eletto, ma mi piacerebbe che chi studia il sardo lo faccia con più serietà.
    Mi dispiace essere arrivato in questa discussione con 10 mesi di ritardo, ma magari, qualcuno, leggerà.

  10. Fissazione? Parlavano forse latino i Cartaginesi e i Fenici?

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