L’isoglossa fatale

“Anche il consonantismo del bittese e del nuorese e spesso anche del logudorese è molto conservativo: ke-, ki- si conservano:
kélu, kèra,  kirkare ; núke, ákina, púlike, akétu, fákere, dèke, ecc.; ge-, gi- parimenti: géneru, gíngiba, bírgine, lèghere” (M. L. Wagner: La lingua sarda. Storia, spirito, forma: la lettera G si pronuncia come il nesso italiano GH).

Mi chiedo quanti a cabesusesos non si sia gonfiato il petto di orgoglio leggendo queste parole.

Non so cosa abbia detto Alinei di questo fenomeno, con la sua strampalata teoria sul rapporto tra grammatica e storia, ma molti in Sardegna hanno associato la mancata conservazione delle velari davanti alle vocali frontali (I, E), riscontrata nei dialetti meridionali, all’influsso dei dominatori italiani sugli abitanti del Cabu de Jossu: la palatalizzazione come peccato originale dei Sardi traditori.

Lo stesso Wagner ha attribuito la palatalizzazione al dominio pisano sul meridione della Sardegna.

Wagner evidentemente non sapeva che la differenza tra una plosiva velare e una’affricata alveo-palatale consiste unicamente nel fatto che, nel caso della pronuncia meridionale, il dorso della lingua è spostato di circa un centimetro in avanti rispetto alla pronuncia della velare.

Quando si parla alla velocità di circa 4 parole al secondo–come facciamo noi umani normalmente– si comincia a preparare l’articolazione del suono che segue–in questo caso le vocali I e E–già mentre si articoloa il suono precedente.

Per pronunciare queste vocali, appunto, frontali, si deve spostare la lingua in avanti: provate pure: iiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii

Qualunque consonante preceda la I, questa ne resterà influenzata.

Per una frazione di secondo la consonante e la I si mescoleranno: in gergo tecnico si parla di coarticolazione.

Nel caso della velare, per una frazione di secondo si formerà una consonante alveo-palatale.

In certe lingue la produzione della consonante alveo paloatale resterà limitata a una frazione di secondo e non sarà percepita, mentre altre lingue ne permettono l’estensione a tutta la durata della consonante: in questo caso la palatalizzazione viene “grammaticalizzata”.

Questo è avvenuto in tantissime lingue che non sono mai state dominate dai Pisani.

Cioè, i Pisani con la palatalizzazione dei dialetti sardi meridionali non c’entrano proprio una mazza.

Le cose diventano ancora più evidenti se prendiamo in considerazione l’isoglossa della distribuzione della palatalizzazione, così come viene presentata nell’Atlante dialettologico di Michel Contini.

A occidente l’isoglossa parte da Cabras–così pianura che è quasi tutta acqua–a un passo da Tharros, per poi salire qusi in linea retta gradualmente fino al Gennargentu, includendo il comune più elevato della Sardegna (Desulo)–alla faccia dei montagnini resistenti!–e poi scende verso il Tirreno includendo praticamente tutta l’Ogliastra–alla faccia del DNA nuragico degli Ogliastrini!

Ah, sul versante settentrionale del Gennargentu, è vero, non c’è la palatalizzazione, ma c’è un’altra innovazione che è presente anche nel toscano: la [k] diventa [h]. oPpure un colpo di glottide: una K semplificata. Anche lì, comunque la velare sorda è assente.

Adesso provate voi ad associare la presenza della velare con una qualsiasi caratteristica della cultura materiale dei Sardi.

Che peccato, per tanta gente, che la fonetica e la fonologia siano delle scienze!

22 Comments to “L’isoglossa fatale”

  1. Oh cuddu ziu ..!!!……ki bos piaghat o no, est tottu iscrittu in papiru biancu e inchiostru nieddu dae sos tempos de Giustinu, e poi da parizzos historicos romanos:… hammus resistidu, in donzi manera, finzas a raffias, sas raffias de sos resistentes, a la narrere ke a Lilliu, … ki bos piaghat o no…. est gai !!! E bois no potides cambiare s’historia, ka poite no sezzis BabbuMannu. Adiosu, Pisineke

  2. Scusa Roberto, la favoletta dei Toscani che avrebbero contribuito a rendere palatali le velari non la si credeva neppure quando Antonio Sanna faceva le lezioni di linguistica sarda all’Università di Cagliari. Non convinceva molti, neppure il sottoscritto che pure di fonologia sapeva e sa ben poco e che ogni tanto orecchia a quello che dite ( con un linguaggio tecnico non sempre accessibile) tu e Maurizio Virdis e qualche altro. E anche l’isoglossa di cui ha parlato è cosa molto nota e che so persino io da tanto tempo. Quello che non riesco a capire è però come fai ad associare i dati e i fatti fonetici e fonologici , certamente scientifici dal punto di vista empirico, ai fatti storici ( o che almeno si conviene che siano storici). A meno che non si debba pensare che sulla ‘resistenza’ e sulla caparbietà dei sardi nel ‘resistere’ (usa il termine che vuoi) alle forze puniche alla fine del VI secolo e Romane alla fine del III sia stata solo una maniera di fare propoganda a Cartagine o a Roma con trionfi fasulli su quattro gatti al massimo ‘bardaneris’. Non riesco a capire come mai Cicerone nella Pro Scauro dispreszzi tanto i Sardi chiamadoli inaffidabili mercanti e e punici! E ancora non riesco a capire come mai mi spunta un Rex Ospitone come comandante dei Barbaricini, tanto ‘comandante’ che Gregorio Magno si basa sulla sua potenza di convincimento per cristanizzare i sardi pagani ( pagani poi per che cosa?). E non riesco neppure a capire come mai i Sardi, unici nella Storia europea (da quanto so) quando si sento liberi, in un momento di evidente ‘anarchia’ , per una serie di accidenti storici, riprendono l’istituzione ‘giudicale’ che è, se uno ci pensa bene, l’antichissima istituzione semitica siro-ebraica ‘shardan’ (il dominio dei ‘signori giudici’ o dei ‘domini judikes) in tutti e quattro gli angoli dell’Isola.
    Ma per farti contento ed entrare nel tuo campo ti voglio chiedere ancora: come mai i nuragici per usare la parola ‘luce’ usavano il termine NR (la voce giusta del semitico) o NL indifferentemente (bada che ti posso fare esempi su documenti dell’età del bronzo e del I ferro per quanto me ne pretendi) e ancora, come mai scrivevano la parola ‘taurus’ ( una delle più adoperate dopo NR) con ‘AG o con ‘AK indifferentemente (cioè con l’uso idifferente della velare sorda e della sonora)?. Sono in fondo quelle differenze che notiamo ancora oggi nella parlata comune dei Sardi. Non sarà che i fenomeni fonetici attuali hanno una data antichissima e che si spiegano solo presupponendo una notevole fissità e una resistenza al mutamento? Così come forse è accaduto per il lessico e per la sintassi?
    Ed infine poichè parliamo di Alinei autore il cui libro ho sottolineato nei punti del capitolo riguardante la Sardegna (stupefacente è la sua asserzione della parola nuraghe con etimologia ‘ la casa della nuora’!) come mai nessun altro ti chiedo: come si spiega il futuro perifrastico sardo e solo perifrastico con la ‘romanizzazione’ dell’Isola? Almeno nelle zone di altissima influenza coloniale romana l’avremo dovuto riscontrare!. Qualche isola linguistica l’avremo dovuta trovare.E invece non ci risulta.
    Bada però che in fondo, le mie, sono solo domande, Roberto, perchè io non sono nè un linguista e tanto meno, come ho detto sopra, un esperto di fonetica e di fonologia. Il tutto a me serve solo per cercare di capire al meglio i dati epigrafici che emergono dalle continue scoperte di documenti della fine del Secondo Millennio a. C. E per questi limiti, non sono sicuro di aver capito bene dove intendi parare con il tuo ‘ ergo’. .

    • No, Gigi, io dico proprio che confondere la fonetica–o la grammatica–con la storia è quello che hanno fatto Wagner e che fa Alinei. Io parlo di fonetica e di fonologia e sfotto un po’chi cerca di attribuire a quello che succede in bocca a chissà quali avvenimenti storici. Io dico che bisogna partire da quello che conosciamo meglio: il presente. Una volta messo in chiaro questo, si può anche parlare di altro. Non si può fare la storia di una lingua, se prima non si capisce il funzionamento delle lingue, sincronicamente.

  3. Bene, ma mi vuoi dire qualcosa sul cosiddetto futuro prerifrastico? Io non credo che sia partito con il romano, e men che meno ci crederei se uno mi dicesse che era il romano popolare dei soldati e dei mercanti e non quello colto di Tito Manlio Torquato o di Catone. Il futuro perifrastico è di tutta l’isola, senza tentennamenti. Perchè?
    E ora ti chiedo di illuminarmi su un dato che è anche e soprattutto fonetico. Wagner dice che il sardo leppere/leppore non può essere, per motivi fonetici, il romano ‘lepus’. Cioè i Sardi chiamavano la ‘lepre’ precisamente come la chiamano oggi ( con le varianti che conosciamo). Ora, ‘perdix’ romano è uguale dal punto di vista fonetico al nostro ‘perdighe, perdixi, pedrixi ecc. Ma ti sembra mai possibile che i sardi si siano fatti insegnare dai Romani come si chiamva la ‘pernice’? E se così fosse per assurdo che non sia rimasto un cantuccio dell’Isola dove la pernice la si chiamava in un altro modo? E che dire de su ‘coloru/a’ , de su ‘tidu’, ecc. ecc. ? Che c’entra allora il romano e il sardo ‘lingua neolatina’ o derivata dal romano? Romano sino a che punto, dopo la conquista? Ma come facciamo a saperlo? Dagli esiti fonetici solo? Con due lingue perfettamente imparentate mi sembra un gioco da bambini. Io paradossalmente potrei fare l’inverso e dire che il latino deriva dal sardo! Anch’io come vedi parto (forse male e alla ‘grossa’) da dati dell’oggi e non di ieri. Anche se i dati di ieri (i documenti scritti) sembrano spiegarmi i dati dell’oggi. Sincronia sì, ma anche diacronia. Non trovi? Perchè queste non possono andare d’accordo nello spiegare i dati linguistici?
    Ti prego di avere pazienza con me, per i motivi che ti ho già esposto.

    • Caro Gigi, tui mi circas contus de linguistica storica, candu deu ndi sciu pagu e nudda e ddu nau totu s’ora.
      Comunque il futuro nel sardo è rimasto perifrastico come lo era anche in italiano e francese (come ha già detto lámico Perra). Ma non capisco cosa c’entri nel discorso.
      Non vedo come la derivazione LEPUS, LEPORIS > lepuri possa essere impossibile, anche se l’ha detto Wagner. È eccezionale, questo si, ma perché impossibile?
      Non confondiamo quello che inverosimile–cioè che contrasta con il nostro senso comune–con quello che è impossibile, perché in effetti noi quello che è impossibile spesso non lo sappiamo. Ecco perché l’approccio empirico alla scienza sarà sempre superiore a quello, diciamo, platoniano, in cui una conca nobbili si pensat una cosa e cussu bastat.
      Il nostro atteggiamento, ripeto, deve essere quello che ha portato i fisici a dire: “I neutrini più veloci della luce? Verifichiamo!” e non “Impossibile!”.
      I fisici sanno di disporre di una metodologia che permetterà loro di stabilire se è vero o no che i neutrini sono più veloci della luce. E se risulterà che lo sono, peggio per Einstein.
      Sa perdixi? E su pistilloni? E sa sosoga/tiligugu? E sa lisporra? E sa cugurra? e su tintioni?
      Se ci hai fatto caso, tra l’altro molte di queste parole non latine esibiscono la reduplicazione della prima sillaba: un morfema con un significato che non mi azzardo a proporre, ma molto diffuso nelle lingue del mondo. Assente dal latino.
      Eccetera…
      Io non dico che bisogna rassegnarsi al fatto che certe cose non le possiamo sapere, ma certo che non basta immaginarle per saperle. Occorre sempre verificare tutto con quello che si sa con certezza e a partire da questo, sviluppare delle teorie che permettono di prevedere nuovi fati verificabili. Sennò diventa tutto letteratura.

  4. Un’altra parola di sicura origine indoeropea pre latina mi pare sia Karaili (grosso masso)

  5. Sulla formazione del futuro, so che tutte le lingue cosidette neolatine avevano in origine una forma perifrastica.
    Verbigrazia il francese: j’ai à chanter > chanter ai > chanterai. Il latino stesso era perifrastico: dare habeo > dabo,
    da(re) (ha)b(e)o. Cummenti a su sardu etotu. Si biit ca su sardu sighit a no dd’agattai aici simpli su futuru !

  6. Dae ue benit sa paràula “pàlitze”?😉

    Una limba no est petzi unu grustu de paràulas, gasi comente una molecula no est petzi unu grustu de àtomos.

  7. Nel discorso c’entrava perchè nel capitolo riservato alla Sardegna (II, 4.1 pp. 975 -976) l’Alinei ne parla per sostenere una forma grammaticale europea diffusa anteriore al latino scritto di Roma. A me, a parte l’ ‘italide’ di Alinei, interessa capire ( per capire e accettare anche altri fenomeni linguistici: lessicali, fonetiti e sintattici), se il futuro sardo di oggi con la sua natura esclusivamente perifrastica possa dirsi precedente o successivo alla colonizzazione romana. Anche per questo ti ho posto il quesito. Per il resto come non essere d’accordo con te : documenti e non letteratura. Io sono solito dire ai patiti di toponomastica: documenti, altrimenti è semre aria fritta. ‘Etimografie’ e non ‘etimotesi’. Ma ho un’obbiezione. Se questi documenti ci sono e nessuno poi va a verificarli, come possiamo dire che sia …letteratura? Oggi, secondo me, in virtù di essi abbiamo la possibilità di capire anche certi dati della contemporaneità. Ma sarebbe bene però che si superasse la concezione di quello che una volta chiamavano ‘orticello’. Senza bisogno, naturalmente, di specialixzzazioni per tutto lo scibile. Guardare i lavori altrui per quel tanto che basti. L’epigrafia tu sai che, in genere, lavora così. Con ottimi frutti, ti dirò.

  8. Nel discorso c’entrava perchè nel capitolo riservato alla Sardegna (II, 4.1 pp. 975 -976) l’Alinei ne parla per sostenere una forma grammaticale europea diffusa anteriore al latino scritto di Roma. A me, a parte l’ ‘italide’ di Alinei, interessa capire ( per capire e accettare anche altri fenomeni linguistici dei documenti antichi: lessicali, fonetici e sintattici), se il futuro sardo di oggi con la sua natura esclusivamente perifrastica possa dirsi precedente o successivo alla colonizzazione romana. Anche per questo ti ho posto il quesito. Per il resto come non essere d’accordo con te? Documenti e non letteratura. Io sono solito dire ai patiti di toponomastica: documenti, altrimenti è quasi sempre aria fritta. ‘Etimografie’ e non ‘etimotesi’. Ma ho un’obbiezione. Se questi documenti ci sono e nessuno poi va a verificarli, come possiamo dire che sia …letteratura? Oggi, secondo me, in virtù di essi, abbiamo la possibilità di capire anche certi dati della contemporaneità. Ma sarebbe bene però che si superasse la concezione di quello che una volta chiamavano ‘orticello’. Senza bisogno, naturalmente, di specializzazioni per tutto lo scibile. Guardare i lavori altrui per quel tanto che basta. L’epigrafia (disciplina difficilissima) tu sai che, in genere, lavora così. Con ottimi frutti, ti dirò.

    • Questo è un’altro degli errori empirici di Alinei: l’ennesimo in quel poco che ho visto. Per l’unico esame di diacronia che ho dato, ho dovuto imparare che “andrò” deriva da “andare ho”. Anche l’italiano aveva il futuro analitico. Come ha posto in chairo anche Daniele Perra per il Francese. Il sardo ha conservato la forma “volgare” del latino. Questa è la soluzione più economica e più elegante. Quanto al resto: tu hai scoperto che i Sardi antichi avevano la loro scrittura. Ma io non ho mai capito come hai fatto a trovare i significati di quelle parole. Ho letto Sardoa Grammata tante volte alla ricerca di quella spiegazione, ma non l’ho mai trovata. Mi puoi aiutare?

  9. Oh Robe! avresti potuto leggere una volta in meno il Sardoa Gammata di Gigi e leggere almeno una volta i due tomi de La teoria della continuità di Alinei!!!

    • O Mauro Peppi’, Sardoa Grammata l’ho letto molte volte! Ma non ho mai capito come Gigi arrivi a quelle interpretazioni…
      Quanto a Alinei: mah. sarà, forse un giorno lo farò, ma il suo modo di lavorare lo conosco, ormai…

  10. Certo io ti posso aiutare nella misura in cui però tu desideri veramente essere ‘aiutato’. Cioè nella misura in cui tu sei disposto veramente ad ‘ aprirti’ e a fare quello che modestamente sto facendo io da qualche giorno, intervenendo su argomenti per i quali, credimi, avrei voluto fare solo da spettatore. Io di Alinei ho parlato in SAGra solo perchè un certo lessico indoeuropeo e non latino-romano mi autorizzava a farlo. Lessico che c’è, credimi. Lascia stare i miei libri, se vuoi. Il Blog di Gianfranco Pintore possiede circa cento articoli che riguardano quella che, per comodità, abbiamo chiamato la scrittura ‘nuragica’. Ora io ti rimando solo a due (recenti) di essi: sono stati scritti non per un pubblico di specialisti ma anche e soprattutto per coloro che si avvicinano per la prima volta e senza un bagaglio specifico di conoscenze all’argomento scrittura arcaica sarda. Il primo è quello relativo al ‘sistema’ o ‘codice’ di scrittura dei nuragici in un periodo che va dal XVI secolo a.C. sino a due o tre secoli dopo il Mille a.C. ( G.Sanna, Scrittura nuragica.Ecco il sistema; in Gianfrancopintoreblogspot.com del 9. XI. 2011) l’altro tratta di un documento eccezionale ( uno dei novanta e più documenti che supportano la teoria) ‘scritto’ che si trova oggi esposto nel Museo Nazionale di Cagliari ( Yhwh e la scrittura nuragica. un successsore di Aaronne con il ‘diadema della Santità nel Museo Archeologico Nazionale di Cagliari in gianfrancopintoreblogspot.com 17.XII 2011).
    Una volta che li avrai letti ( ti prego di badare soprattutto, per quanto riguarda il primo articolo, alla scoperta fatta da Aba Losi sul documento di Palmavera nel Museo Nazionale di Sassari) fammi pure tutte le domande che vuoi. Naturalmente, per non tediare le persone (non ho alcuna intenzione di accentrare su di me l’attenzione che va invece sui temi che tu proponi) puoi dialogare con me per posta privata,
    Ma sai però come veramente ti potrei aiutare? Come ho fatto con altri, e in un tempo brevissimo. Accompagnandoti alla Mostra Didattica (l’ho chiamata così non a caso) della Scrittura nuragica di Macomer che si è aperta il 29 di Ottobre e resterà aperta per tutto il 2012; lì si tocca tutto con mano e tutto diventa più facile. Come quando tu mi fai vedere con chiarezza le tue tabelle ( o quelle di altri) sulle percentuali di lessico differente o non tra le diverse zone dell’Isola.
    Siccome ho visto ( e non da oggi) che sei una persona a modo ( a parte le battute che tutti più o meno facciamo sui lavori altrui ben consapevoli che gli altri le fanno sui nostri) converrai con me che dire, come hai detto circa il futuro perifrastico, ‘questa è la soluzione più economica e più elegante’ non è una risposta scientifica (che porta a conoscere). E’ una risposta che lascia le cose come stanno. Purtroppo. Ma in fondo non importa perchè, egoisticamente parlando, i documenti nuragici sono per la stragarnde maggioranza ( come potrai vedere) in lingua semitica e se possono interessare dal punto di vista lessicale (per un cero mix di voci) non interessano la sintassi. La morfologia invece è parzialmente interessata a motivo della presenza di deittici di ‘distinzione’ , di preposizioni e dell’uscita in sibilante di alcuni nomi comuni e di città.

    • Grazie mille! È da molto che volevo chiederti come fare. Vedi, io non ho alcun dubbio che la scrittura “nuragica” esista, ma non capisco il modo in cui sei arrivato alle traduzioni. Ora mi hai fornito la chiave e sono molto contento di averla. Mi metterò al lavoro. Poi, se vuoi, ti farò sapere cosa ne penso, con la mia solità schiettezza.

  11. Ciao Roberto, ciao a tutti. vorrei aggiungere qualchecosa all’articolo di Roberto, ovviamente🙂

    1. nella frase che citi tu, Wagner non parla dei pisani… ma comunque.

    2. credo che sia talmente evidente che la palatalizzazione sia avenuta proprio così come dici tu, almeno così me l’hanno inseganto all’ università. Se Wagner l’ha attribuito ai Pisani, credo che sia un errore.

    3. Ma NON credo che l’abbia fatto per il motivo che citi tu:
    “Wagner evidentemente non sapeva che la differenza tra una plosiva velare e una’affricata alveo-palatale consiste …”

    Credo che si sapeva esattamente che cosa fa la lingua e che cosa fosse stata la coarticolazione. Almeno, se lo sappeva già Nikolaj S. Trubetzkoy nel libro: Grundzüge der Phonologie (Travaux du Cercle Linguistique de Prague. 7). Prag 1939, pagina 59. dove parla esattamente di questa cosa… mi sembrerebbe molto strano che Wagner non avesse avuto la più pallida idea.

    4. Heinrich Lausberg, presumo che lo conosci, attribuisce la palatalizzazione del meridione italiano e del campidanese ad un influenza del italiano centrale / o ancora meglio dell’influenza della Romania Occidentale:

    “Bei dieser späten Palatalisierung dürfte zum mindesten im Südit. und im Campid. der Einfluß des ćentu-braćću- Gebiete (Mittelitalien, ursprüngl. auch Westromania) entscheidend gewesen sein.” (Romanische Sprachwissenschaft II. Konsonantismus, Walter de Gruyter & Co: Berlin 1956 (Sammlung Göschen Band 250), pagina 60. Forse era un trend, non lo so… o forse la spiegazione più facile.

    5. Ti do ragione Roberto, non credo in questa cosa. Non mi piacciono tanto questi discorsi. Siamo tutti uomini e gli organi per articolare e pronunciare suoni, sono gli stessi per tutti. Credo che sia probabile che in certi casi, ci siano delle evoluzioni parallele. Cioè che è un mutamento fonetico che è avvenuto sia in dialetti italiani e dialetti sardi, senza che uno abbia influito l’altro… (poi mi sa che da qualche parte l’hai scritto anche tu, nel tuo libro- Sardegna fra tante lingue- o altrove).

    6. Infatti è avvenuto in quasi tutte le altre lingue romanze. Ritroviamo vari gradi di questo fenomeno del cambiamento di suoni. La situazione allora è la seguente: la prepalatale fricativa /tʃ/, si trova nel italiano, nel sardo meriodionale e nel rumeno. Invece l’affricata alveolare /ts/ si trovava nel francese e nel protoghese, dove oggigiorno si è completamente manifestata in una /s/, alveolare sorda. Finalmente gli spagnoli e in alcuni dialetti norditaliani, si arriva ad una interdentale /θ/… diciamo che più di così, non si può spostare, altrimenti, la lingua dovrebbe lasciare la bocca.

    Allora? I Pisani erano anche coloro che hanno avuto influsso nella lingua rumena? tra l’altro anche nel mozarabo si trova questo suono. (Bossong, Georg. Die romanischen Sprachen. Eine vergleichende Einführung, Buske, 2008. pagina 37.

    7. In tedesco non è successo niente fino adesso, si è mantenuto la velare occlusiva come in alcuni dialetti sardi. Kinder, Käse, Kiosk. Allora? Ehmbe?

    8. I sardi che si vantano di questa cosa, sono dei cretini e pieno di complessi.

    tanti saluti, alexandra.

  12. @ Gigi Sanna,

    Il mutamento linguistico (Helmut Lüdtke, Kommunikationstheoretische Grundlagen des Sprachwandels, Berlin 1980):

    Due tipi di mutamento linguistico: 1. che parte da una lingua sola / 2.quando due lingue sono in contatto

    – parlerò solo di 1. anche chiamato: mutamento divergente. la lingua è sempre destinata a cambiare per vari motivi, anche quando non è in contatto con un altra lingua.

    – sappiamo che le lingue si spostano dal loro status sintetico alle forme a-sintetiche o analitiche o vice versa. cosa che si può documentare in lingue come l’inglese e che è stato dimostrato per altre.

    – La costruzione analitica del futuro in sardo deriva dal latino volgare come è stato già detto qui. vorrei veramente sapere cosa intendi, Gigi, con maniera scientifica?

    1. semantic creation (crescimento semantico)

    cosa è successo? In latino, per esempio, il futuro di cantare era: cantabo / invece il passato: cantavo
    cosa distingue questi due suoni? la /b/ è bilabiale sonora occlusiva, la /v/ labiodentale, sonora, fricativa.

    vediamo che hanno qualchecosa in comune. infatti, quando si ponunciano, uno se ne rende conto subito dell’assomiglianza. se uno poi lo diceva velocemente, magari l’altro non capiva. Non capiva, se la persona aveva già cantato o se doveva ancora cantare. Infatti, così è nato il futuro analitico:

    cantare habet,

    nel latino volgare come dice Roberto giustamente.

    così come esistono nelle altre lingue romanze delle forme analitiche per il futuro: in italiano una forma è: devo cantare, in spagnolo: voy a cantar. La forma è abbastanza normale in tutte le lingue romanze.

    Si sa che il futuro nel latino volgare era:

    cantare habet,

    infatti l’assomiglianza con: ap’a cantare/ cantai è inconfondibile!
    (a parte della topicalizzazione o inversione).

    per quanto riguarda la tua domanda: perché in sardo non esiste un futuro sintetico come nelle altre lingue romanze del tipo: canterò, cantaré ecc.?

    la risposta è che in sardo, il passaggio della

    2. merger (fusione) non è ancora avvenuto. la fusione di cantare habet a canterà o cantaré.

    se credi che non sia possibile che si arrivi da uno all’altro, magari poi mi potresti anche dire come mai in francese la parola:

    “aujourd’hui” può derivare da “ad illu diurnu de hodie”

    e anche in inglese: “I worked” deriva da “I work did”
    e esistono due possibilità per il passato: “I did work”.

    Roberto ha fatto un errore dicendo che è la soluzione più “economica ed elegante”.
    Secondo me è la soluzione più chiara e più logica che ci possa essere!

    Tra l’altro perché questi mutamenti linguistici succedono anche senza sostrati o superstrati.
    Sono i parlanti del sardo che decideranno quando averrà la fusione tra le parole: ap’a cantare

    se non muore la lingua sarda, può darsi che prima o poi si dirà in sardo: “cantarapo”, poi ci sarà di nuovo un altro mutamento, quello del:

    3. word shrinking (restringimento): come in parole del tipo:

    “civitatem” che è diventato “città”

    nel futuro del sardo potrebbe diventare: “cantapo”… che, sinceramente è molto vicino al cantabo latino!

    beh, questo è solo un mio giocchino mentale…ma comunque…i mutamenti linguistici a tutti livelli sono stati messi in evidenza scientifica. questo era solo un esempio… non so se ho capito bene il vostro discorso per quanto riguarda il resto, ma comunque per l’uso del futuro in sardo, non vedo altra soluzione.

    a si biri.

    • Grazie Alessandra! Aggiungo che i concetti di economicità e di eleganza giocano un ruolo importante nella scienza. Quando si tratta di scegliere tra due teorie, come in questo caso, si sceglie la più economica e la più elegante.
      Così se devo scegliere tra un futuro analitico che viene dal profondo del passato più remoto (il paleolitico) ed è una ricostruzione (cioè, un’ipotesi) e uno che viene dal latino volgare, ed è accertato, è chiaro che “costa” meno scegliere la soluzione più vicina nel tempo e accertata. Quanto all’eleganza, questo concetto indica che la soluzione concorda con quello che già si sa su un dato argomento. In se non conta niente, ma conta nel momento che devo scegliere tra due teorie concorrenti.
      Dunque Gigi, piano col fare certe affermazioni: io i miei esamini di metodologia li ho dati!

  13. Cara Alexandra (è il tuo vero nome?) evidentemente non hai letto bene il mio post precedente. Ti prego di rileggerlo. La mia domanda (domanda per sapere, solo per sapere: io ho sempre l’umiltà di chiedere quello che non so e non capisco!) era fatta perchè Alinei ( che argomenta come argomentate voi sul futuro perifrastico) ritiene il futuro perifrastico anteriore al latino -romano. Ora, su quell’affermazione (molto articolata come potrete vedere e da non prendere sottogamba!) ho cercato di capire, da una eventuale risposta di Roberto, se questo fosse possibile oppure non: Se il sardo, che come ammetti tu (ma lasciamo stare il ‘giochino’ che non può dimostrare nulla), non ha il futuro sintetico un motivo ci sarà e per la TC la lingua sarda in ciò non si è spostata di un millimetro (nè suppongo si sposterà data la cosiddetta ‘normativa’ che oggi si impone o si intende imporre a scuola). Ora, nè tu nè Roberto avete documenti che attestino quando si è formato il futuro perifrastico sardo e parlare di ‘economicità e di eleganza’ oppure di ‘logicità e di chiarezza’ potrebbe, ne converrete, influenzarmi un po’ ma non convincermi dal punto di vista scientifico. E proprio per quell’empiria che ha invocato Roberto. Li’ per lì’ mi ha influenzato anche l’Alinei, vi dirò. Qualche anno fa. C’è però forse un equivoco: quando si parla di ‘latino volgare’: spesso lo si confonde con il ‘romano volgare’, che è un’altra cosa. Il latino, non c’è bisogno di spiegarlo, è una lingua che preesiste alla romanità. Ma io che non so, proprio non so, non so dire da quando. Vedi cara Alexandra ( a Roberto ho già mandato qualche documento perchè capisse lo sforzo che vado facendo per capire la ‘lingua’ dei sardi nell’età del Bronzo e del I ferro) tutto quello che venti anni fa, sulla scorta dei ‘pronunciamenti dei miei maestri ‘ (cito per tutti De Felice), mi sembrava chiaro, logico, economico, ecc. ecc. oggi si scontra con l’empiria documentaria che riguarda un lessico che è rimasto immobile (nella forma dialettale e non in quella colta) per più di tremila anni. Ti faccio l’esempio della parola ‘GAWAHULU’ .che oggi troviamo precisa precisa ( tranne il lievissimo e per nulla imbarazzante mutamento della liquida) nel dialetto di Cabras dove esiste ancora oggi la parola ‘GAWAURRU’.. E’ quasi sicuramente da imparentare alla parola latina GARRULUS. Ma GAWAURRU non può provenire dal latino se esso è attestato mille anni prima! Eallora la voce sarda ‘gaurra’ (gabbiano) è forse derivata dal latino romano? Dal latino popolare? Non credo, data la testimonianza documentaria sarda dell’età del bronzo. Ma ti potrei fare altri esempi come quello della parola ‘OGYHANO’ (occhiuto) che nei documenti è riferito alla divinità ‘gelosa’. Come si spiega? Certo, io vorrei che la mia lettura dei documenti venisse sconfessata e che le parole che io metto in campo siano denunciate seriamente come frutto di mia invenzione. Ma per questo si mettano in campo non solo i linguisti ma anche gli epigrafisti. Cosa che per ora non succede in una Sardegna che, come dice Roberto, dal punto di vista dell’accogliere il nuovo è quella che è.
    Riassumendo: il mio, cara Alessandra, non è un goffo tentativo di cercare di parlare di cose che so come so ( e che invece tu sai molto bene). Io mi picco solo d’essere un epigrafista e (quante volte l’avrò detto!) non sono nè un archeologo ( professionista), nè uno storico (anche se insegno Storia della Chiesa all’università), nè un antropologo, nè un sociologo e tanto meno pretendo d’essere un linguista come Roberto. Non pretendo di fare, come una volta mi accusò quella persona impossibile e scorretta ( e bugiarda) come il Blasco Ferrer, ‘grammatica’ del nuragico. Figuratevi! Cerco umilmente di capire il ‘fenomeno’ scrittura (dei 93 documenti di scrittura!) arcaica sarda del Secondo Millennio a.C. E farlo da solo mi provoca nausea e vertigini. E non esagero: perchè nausea e vertigine non può non procurare l’ipotesi ( parlo prudentemente solo di ipotesi) che il sardo non sia per tantissime voci, per grammatica e per sintassi, latino -romano, cioè lingua ‘neolatina’ ma lingua indoeuropea imparentata con il latino, quello preesistente alla città di Roma.
    Caro Roberto su ciò che ‘costa meno’ hai detto. Vale quello che vale, ma fai bene a scegliere quando altro non c’è. . Ma non ti fa scienza e a me fa piacere che tu lo dica, per coerenza estrema sull’empiria che per me è tale, se solo è documentaria. Sulle mie ‘affermazioni’ ti dico che, a meno d’essere stato frainteso, me ne guarderei bene di inficiare anche la più piccola virgola dei tuoi studi. Vedi io sono una persona che ha carattere e ha il coraggio di dire ‘pane al pane’ vino al vino’ e ‘casino al casino’ , ma so quando devo tacere per manifesta debolezza o totale ignoranza. Credi che avrei risposto ad Alexandra se non mi fossi accorto che è molto brava e sa argomentare (garbo compreso) come argomenta. Mica ho di fronte un fessacchiotto presuntuoso (totuseudeu e seutotudeu) e indisponente come quello che , purtroppo, abbiamo conosciuto in questi giorni.
    Per concludere: cara Alexandra mi potresti mandare il tuo indirizzo di posta elettronica? Ci terrei tanto a parlare (così come faccio con Roberto) di certe questioni linguistiche che non sono alla mia portata. Le mie conoscenze sono terribilmente invecchiate, tanto che hanno bisogno di ‘baculu’ e, soprattutto, delle braccia altrui per camminare almeno un po’.

    • Caro Gigi Sanna,

      allora, lo scrivo perché ho sempre questo problema qua e prima che altre persone ritengano che sono un persona “finta” su internet… il mio vero nome è Alexandra (pronunciato /ks/) la x, Porcu (così come Porcu normale sardo). Non sono ne indipendentista e neanche isterica amante della scescia. Mio padre è tedesco e mia madre sarda, ho preso il cognome suo perché mio padre veniva della ex-DDR, storia complicata. mia madre è emigrata nel 1976 a berlino,dove sono cresciuta. ho 33 anni, ho studiato filologia italiana, spagnola e inglese e poi mi sono specializzata in linguistica, sociolinguistica e sto scrivendo la mia tesi sulla “questione della lingua sarda”, la discussione del processo della standardizzazione della lingua sarda, le proposte e i problemi etc. sono la presidente del circolo sardo di berlino e molto interessata in temi che riguardano la sardgna (ovviamente).

      come Roberto, credo che sia buono partire dal futuro per conoscere meglio il passato, infatti e soprattutto quando non abbiamo documenti e/o persone che possono testimoniare delle cose. ti volevo solo dare qualche indicazione di mutamenti linguistici generali che infatti sono logici e che sono avvenuti veramente, usando alcune cose che mi sono state insegnate e che ritengo validi. quello del futuro in sardo era solo un esempio, ma ovviamente, la discussione in se è sempre in ballo e capisco i tuoi raggionamenti… ma se potessi vedere il passato e/o il futuro, non avrei studiato filologia,ma lavorerei in un circo o avrei visnto alla lotteria. la mia era giusto un affermazione di cose abbastanza logiche. di spiegazioni per mutamenti linguistici, per quanto riguarda la fonologia, grammatica etc. a volte basta vedere come’è successo in altre lingue. ho dato gli esami in inglese sullo svilluppo dall’iunglese antico all’inglese moderno, per esempio e quello è documentato molto bene. e mi sono occupata anche del contatto linguistico, e lì soprattutto di lingue creole. per me, il sardo è una lingua normale, come tutte le altre lingue e credo che il sardo abbia subito le stesse modifiche come le altre lingue. se poi la base o un sostrato etc. è speciale, non sarò io a scoprirlo e neanche a giudicare.

      ciò che voglio dire però e ciò che per me è importante (e questo non è colpa tua, ma colpa della maggior parte della gente che mi circonda) è di vedere il sardo così com’è e di trattarlo come una lingua normale. C’è un sacco di gente che vuole sempre attribuire al sardo un chissà cosa (soprattutto indipendentisti per sottolineare che anche per quel motivo la sardegna dovrebbe essere indipendente)… e ne ho sentito di cazzate negli ultimi anni…soprattutto sulla lingua sarda… le più grande scemenze tra queste affermazioni erano quelle di dire che la paragogica è un fenomeno che esiste solo in sardo, che la metatesi esiste solo in sardo e infatti che il futuro analitico sia un fenomeno del sardo. per ciò… se uno ha un approccio al sardo già in partenza di credere (e non sto parlando di te, ma comunque del fatto che stavo un po leggendo dal tuo discorso: “esiste solo in sardo”, anche se forse non hai detto questo, scusa, ma mi si accendono sempre subito le luci in testa e penso…”mi, unu ateru”). se uno si avvicina al sardo in maniera normale. allora, ok. ne possiamo parlare. il mio indirizzo te lo può dare roberto. ma non aspettarti troppo. stavo giusto rispondendo al discorso in ballo. so poco di queste cose e non conosco dei testi antichi etc. ovviamente anche dovuto al fatto che la mia lingua materna è il tedesco.

      cari saluti da berlino, Alexandra

  14. Grazie Alexandra, un saluto anche a te da Oristano. Mi fa molto piacere che il Circolo dei Sardi abbia una studiosa come te che fa da guida ( e per di più così giovane).. Ma proprio perchè ‘studi’ sappi che non tutti gli indipendentisti dicono quelle cavolate. L’indipendentismo, che è materia politica molto complessa, non ne ha colpa se si dicono sciocchezze di natura linguistica. Come non ne ha se se ne dicono di natura storica ( e quante se ne dicono!).

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