I granchi di Alinei e il sardo italide

Ho cominciato a leggere il libro di Mauro peppino Zedda Archeologia del paesaggio nuragico.

Quando l’avrò finito di leggere ne scriverò, ma già adesso posso dire che è un libro molto interessante, molto colto e scritto molto bene.

In uno dei primi capitoli, Zedda presenta il suo riassunto di quello che diversi autori hanno scritto sulla lingua  “nuragica”.

Il capitolo è molto breve e l’ho già letto un paio di volte.

E adesso mi metto a smantellarlo.

Zedda presenta in modo esteso alcune delle poche cose che Mario Alinei ha scritto sul sardo. In La teoria della continuità (1996), Alinei propone che le lingue indoeropee siano presenti in europa già da epoche antichissime.

L’idea non mi crea nessun problema. Non mi occupo di queste cose e per quel poco che ne so, non vedo perché le cose non potrebbero essere così.

I problemi cominciano quando Alinei postula che anche in Sardegna si parlasse–da sempre–una lingua indoeuropea, l’italide, affine al latino.

Non è l’idea in sé che mi crea problemi, ma il modo in cui Alinei  a quest’idea ci arriva.

Alinei sottoscrive acriticamente il mito lilli(p)u(z)iano della fuga dei Sardi nuragici sulle montagne “per difendere la loro libertà”.

Ma Alinei punta anche il dito sulla contraddizione del mito: ma come, dice, se i Sardi parlavano una lingua diversa dal latino, come mai adesso parlano “la lingua più vicina al latino” in tanti aspetti formali e semantici”.

Alinei non ci dice quali siano questi aspetti. Ne cita uno solo: la conservazione delle velari davanti alle vocali frontali (I, E)

Allora davanti al problema logico posto al mito della “costante resistenziale” dalla latinizzazione totale della Sardegna, Alinei risponde che i Sardi parlavano una lingua già simile al latino.

Teoria spericolata, ma sicuramente innovativa e … le teorie innovative devono essere spericolate.

Alinei dice: “Proprio perché la conservatività del Sardo montano e l’innovatività del Sardo della pianura risultano da un confronto fatto rispetto al Latino, esse sono inconciliabili con la tesi tradizionale. Diventano al contrario del tutto comprensibili e prevedibili se la lingua dei Sardi nuragici, all’epoca della ritirata sulle montagne, fosse stata italide, cioè una variante del Latino! In altri termini è l’italide dei Sardi fuggiti in montagna che si è conservato meglio, così come è l’italide dei Sardi “mescidiati” delle pianure che ha subito l’influsso di lingue non italidi e ha innovato.”

Alinei riprende pari pari la teoria della purezza della lingua e della razza proposta da Wagner.

Naturalmente, però, la teoria va verificata.

Senza saperlo io, con la collaborazione di Wilbert Heeringa, la verifica l’avevo già fatta.

Il Sardo–cioè, nessuno dei suoi dialetti–non è una lingua più conservatrice delle altre.

Lo stesso dialetto di Bitti–il più vicino al latino classico dei dialetti sardi–è più distante dal latino di quanto non lo siano l’italiano e lo spagnolo (Sardegna fra tante lingue). Tra l’altro, tutte le lingue neo-latine prese in esame mostrano una grande distanza dal latino classico. Le forme del latino da cui hanno avuto origine erano già tutte distanti dal latino classico. E non serve a niente dire che queste lingue derivano dall’italide e non direttamente dal latino, perché allora significa ammettere che il latino non coincideva con l’italide più di quanto non coincida l’italiano con il latino.

Voi il latino lo capite? Il portoghese lo capite?

No? Allora come facevano i Sardi delle montagne a capirlo?

Il problema che Alinei non affronta è il seguente: il russo e il sardo sono lingue affini, indoeropee, ma russi e sardi non sono in grado di comunicare.

Anche ammettendo che il sardo “nuragico” e il latino fossero imparentati, come molto più modestamente vuole la teoria originaria di Renfrew, questo non significa che Romani e Sardiani si capissero.

Oggi invece, tutti i dialetti sardi sono mutualmente comprensibili e quindi delle due una: o hanno un’origine comune da una stessa lingua, o si sono avvicinati con il passare dei secoli.

In entrambi i casi il mito della “costante resistenziale” crolla.

Se a questo aggiungiamo il fatto, già ripetuto mille volte, che anche il resto della cultura materiale e immateriale dei Sardi è omogeneo, il quadro è completo.

Alinei, come tutti i “grandi” teorici si è limitato a consultare sommariamente le fonti ufficiali sul sardo: in pratica Wagner e i suoi nebodeddus, cioè la stessa linguistica “degli anni “Cinquanta” che lui rimprovera a Lilliu di aver consultato.

Non si è nemmeno preoccupato di consultare l’Altante dialettologico di Contini (1987), in cui si vede chiaramente che non esiste alcun un confine tra “sardo della montagna” e “sardo “delle pianure”.

Eppure, data la “purezza della razza e della lingua delle montagne” e la “mescidia delle pianure” questo confine dovrebbe esistere e netto.

E invece no!

Non esiste né da un punto di vista qualitativo (come dimostra Contini), né da un punto di vista quantitativo (come dimostra il mio lavoro).

E poi, fatto di enorme importanza, le differenze tra le varietà del sardo sono fondamentalmente di due tipi: l’esistenza di un numero limitato di parole completamente differenti e la pronuncia differente delle stesse parole.

Lo stesso Alinei ammette che i cambiamenti lessicali hanno un’importanza modestissima.

Mentre attribuisce un’importanza così grande ai mutamenti fonetici che non rimane che trarre una conclusione: Alinei non sa nulla di fonetica. E meno ancora di fonologia (la forza organizzatrice dietro la fonetica).

I mutamenti fonetici sono sempre lí, sul punto di avvenire, a causa della coarticolazione (fusione di due suoni adiacenti della durata di alcunu millisecondi). È la fonologia che decide se estendere la coarticolazione a tutta la durata i un certo suono o meno.

Prendete il cosiddettyo campidanese e uno dei suoi fenomeni più caratteristici: la nasalizzazione.

Il fenomeno è presente in una fascia di territorio che si estende dal Montiferru (Seneghe) alla porte di Cagliari (Sestu), ma è assente sia a occidente che a oriente di quella fascia. Quali conclusini vorreste trarne?

I Campidanesi-campidanesi sono geneticamente e culturalmente affini ai Francesi e ai Portoghesi?

Purtroppo per voi, i fenomeni non coincidono.

E la nasalizzazione non è esattamente la stessa neppure lá dove esiste: a Sestu si dice pãi, ma omini, a Guspini si dice õmi.

Cioè, in certi dialetti la nasalizzazione riguarda soltanto la vocale tonica che precede immediatamente la nasale sottostante che viene cancellata, mentre in altri dialetti riguarda tutte le nasali alveolari, anche quelle che precedono la vocale accentata (cõi~llu) o la seguono a distanza (õmi~).

A quale cromosoma o artefatto paleolitico volete attribuire questo fenomeno non registrato in fonti scritte medievali?

Alinei si è immaginato un’immutabilità delle lingue che è semplicemente ridicola.

Le lingue cambiano in continuazione e questi cambiamenti possono essere talmente veloci che alcuni sono già stati registrati nella letteratura sul muitamento linguistico.

Ma basta guardarsi e ascoltarsi un cinegiornale dell’istituto LUCE (e lo stesso vale qui in Olanda): già li si può percepire quanto in 60 anni la lingua sia cambiata.

Ma già, senza immutabilità delle lingue crolla tutto il collegamento tra fenomeni fonologici contemporanei e il paleolitico.

Come dire, il collegamento tra Facebook e mia nonna, che aveva le ruote ed era un tram!

15 Comments to “I granchi di Alinei e il sardo italide”

  1. Per il giudizio generale sul libro aspettiamo la fine della lettura…
    Condivido con te (vedi cap 19 e 20) che la fuga ipotizzata dal lIlliu sia una solenne sciocchezza.
    Ora la mia difesa della Teoria della continuità, che non equivale ad una accetazione di tutto quanto scrive Alinei.
    Come giò detto gia Renfrew nel suo miragile Archeologia e linguaggio , demolosce l’ipotesi che immagina indoeuropei che invadono l’Europa nel 2500 a.C, (ipotesi pre darwiniana..).
    REnfrew immagina che l’indoeuropeo arriva con l’arrivo dell’agricoltura e si irradia a partire dall’Anatolia.
    Alinei dimnostra che ques’arrivo è precedente, ECCO TI CHIEDEREI di entrare nel merito di questo concetto.

    sulla compresibilità direi questo se mi mia mamma sente parlare tra loro due orgolesi non li capisce, io li capisco perchè vi è l’abitudine, Certamente trovo difficoltà a capire un napoletano o un veneto.
    Metterei la quastione così, per capire il napoletano o il veneto mi occorre stare con loro un meseto (quanto per ogni altra lingua neolatina) per capire il russo ci vorranno almeno 6 mesi.
    Qunado Copernco teorizzò l’eliocentrismo l’astronomia era ancora una branca della geometria, con Galileo e Newton nasce la fisica e l’astronomia diventa astrofisica, senza la nascita della fisica , senza immaginare la gravitazione universale (che poi Eistein confuta) l’eliocentrimo sarebbe abortito.
    Bisogna chiedersi
    1)Ha ragione Alinei nel vedere la presenza dell’indoeuropei fin dal paleolitico?
    2)Ha ragione Renfrew -Alinei sul fatto che il sardo è italide nel senso di essere parte di un gruppo di lingue indouropee che hanno una matrice comune che le distingue dal Celtico , dallo slavo e dal germanico?
    3) é il sardo prelatino, una lingua indoeuropea, ma non itlaide?
    4) oppure nopn era una lingua indoeuropea?

    PS per Roberto: il punto due potrebbe essere valido a prescindere del fatto che i parlanti si capissero senza essersi mai praticati

    PSS: Trovo straordinariamente utile fare le pulci ad un libro, è il miglior omaggio che si può fare al suo autore, se poi il libro finisce confutato, bene, così l’autore si mette l’anima in pace!!

  2. Riconosco la validità del suo ragionamento, tuttavia i dubbi aumentano.
    Mi viene spontaneo chiedermi: i documenti scritti del medioevo, in che misura possono essere rappresentativi, nel dettaglio, dei diversi aspetti fonetici della parlata popolare, considerate tutte le varianti piccole e grandi?
    Oggi come oggi, io stesso, scrivendo la lingua che parlo non so rappresentare in caratteri grafici quelle “nasali” di cui parla.

    • Non so fino a che punto i documenti medievali siano rappresentativi. Certi fenomeni appaiono, altri no. Quello che voglio dire è che la mancanza di evidenza della nasalizzazione non significa forse molto, ma rende più probabile che il fenomeno sia un’innovazione abbastanza recente. La sparizione della N è molto semplice da rappresentare e ci sono scrittori contemporanei che lo fanno. Il francese non lo fa, ma il portoghese si. Che rapporto può esserci tra la nasalizzazione e sparizione della nasale e i diversi popoli che l’hanno adottata? Qui chiunque è libero di scatenarsi, ma forse è meglio chiedersi perché mai dovrebbe esserci un rapporto. Liberi di credere che il portoghese e il rancese siano stati “fondati” da legionari campidanesi! Ma allora ci si chiede perché il fenomeno non si sia esteso almeno al resto della Sardegna meridionale.

  3. E mi viene anche difficile comprendere una lingua “italide indoeuropea”.
    Considerata la differente caratteristica antropica delle popolazioni indoeuropee (quelle che avrebbero invaso l’europa centrale, provenienti dall’est europeo a partire dal 3000 a.c.), come si spiegherebbe l’esigua consistenza di ritrovamenti, negli strati archeologici nostrani, di crani brachicefali, in un contesto generale di spiccata dolicocefalia, remota e presente, con una lingua di origine indoeuropea?
    Quelle popolazioni molto verosimilmente parlavano anche lingue differenti.

  4. di queste cose non so praticamente niente e mi astengo.

  5. @ Marcu, l’idea che gli indoeuropei siano arrivati nel 3000 a.C. è completamente erronea, pre darwiniana, con predarwniana intendo un sistema di pensiero che non aveva profondità storica e dove si pensava che il mondo lo avesse creato dio nel 4000 e rotti a.C..
    Inoltre nell’Ottocento l’idea dell’invasione di indoeuropei a cavallo nel 2500 a.C. aveva un fondo pure razzistico , in quanto stava a giustificare l’ivasione del mondo che gli europei stavono completando… (cfr. Trigger , storia del pensiero archeologico).

    mettiamola così Colin Renfrew (cioè uno dei maggiori archeologi del mondo, della scuola archeologica più avanzata), accorgendosi che nel 2500 a.C. non è successo ninte di catastrofico (le invasioni sono sempre catastrofiche) in Europa , teorizza che l’indoeuropeo si è diffuso con l”agricoltuira.

    Alinei credo fondatamente spiega che la proposta di renfrew non va bene e pensa ad un origine più antica.

    La genetica sta dando ragione ad Alinei.

    Nel caso sardo è appurato che i mtDNA e yDNA dei sardi siano prevalentemente di origine indoeuropea, arrivati in sardegnaa già nel paleolitico, una parte (gli I1b2, figli con la mutazione M26 degli I1b ancora presenti nei Balcani) prima dell’ultima glaciazione , una parte dopo l’ultima glaciazione , quest’ondata (un ondata nel paleolitico può signifcare qualche centinaio di persone) ripopolò anche la Corsica (che nella ultima glaciazione si era spopolata)
    dunque prima del neolitico in sardegna si mischiarono due popolazioni una arrivata prima del 15000 e una dopo il 12000, la prima parlante un balcanico (l’illirico di Areddu? ) e l’altra il ligure-corso.
    Del resto che il sardo fosse imarentato al ligure l’aveva già detto un altro linguista, Bertoldi? o sbaglio.

    Specifico non sono linguista , sono solo interessato a capire cosa dicono i linguisti!!

  6. L’ipotesi della fusione di popolazioni pre-neolitiche, giunte in epoche diverse credo sia verosimile, sopratutto se le due componenti erano compatibili anche dal punto di vista delle caratteristiche antropiche. Considerando appunto il legame genetico e la compatibilità antropica con l’antica popolazione dei “liguri” (erano anche loro dolicocefali), se ne potrebbe, credo, anche ipotizzare il legame linguistico.
    Ma la colonizzazione degli indoeuropei potrebbe essere avvenuta pacificamente, gradualmente nell’arco di svariati secoli senza traumi macroscopici. Questa differenza della caratteristica antropica del cranio, anche se tendente alla mesocefalia a causa del mescolamento, sono ancora evidenti nel sud europa (dolicocefalo bruno) e nel nord (dolicocefalo biondo). Inoltre, se ho ben capito, gli indoeuropei non erano di cultura “megalitica”, mentre gli antichi “liguri si.

  7. @ Marcu i liguri erano indoeuropei!!

    in Europa fatti salvi i baschi, ungheresi e ugrofinnici erano tutti indoeuropei , ora mi viene il dubbio per i baltici…

    • Uno dei popoli baltici, quello più vicino alla Finlandia, è di lingua ugro-finnica, come anche gli Ungheresi. Gli Ungheresi sono arrivati in Europa–sono arrivati fino alla Francia–intorno al 1000 DC. Ma i Baschi, Alinei, come li spiega? E i Lapponi?

  8. i baschi li considera pre indoeuropei , sui lapponi non ricordo, mentre afferma che il punto di forza della sua teoria sono gli scandinavi-germanici,
    Il ragionamento sugli scandinavi è interessante perchè mentre Renfrew sintonizza l’indoeuropeizzazione con l’agricoltura, lui fa notare che le genti germaniche che la popolarono dopo la l’ultima glaciazione non potevano che essere gli antenati di quelli che vi sono tutt’ora. E se i germanici scandinavi erano li sin dal Mesolitico.

    Ovviamente tu potresti dirmi che lo I1b2 che caratterizza il 35% del yDNa dei maschi sardi (aplogruppo presente prima dell’ultima glaciazione), caratteriza pure il 6% dei baschi!!
    Ma lo I1b da dove si è generato lo I1b2 è presente nei balcani.
    Se immaginiamo l’Europa prima dell’ulima glaciazione è verosimile pensare che nell’Europa occidentale vi fossero tanti I1b2, poi con la glaciazione tanti morirono gli I1b2 sopravissero in Sardegna (magari a Pula) ( a proposito sapevi che in rumeno pula significa pene, e per loro la parola puliga non ha significato! che stranezze!!) e in Cantambria.
    In quei tempi il clima di Pula era simile all’attuale clima della Groenlandia!!
    Insomma i nosti antenati paleolitici i1b2 cacciavano la foca, si costruivano igloo e cacciavano l’orso polare!!

    Mi dirette se i baschi sono parenti genetici dei sardi anche la loro lingua è imparentata, non credo che 20.000 anni fa gli I1b2 che arrivarono in sardegna provenissero dalla Cantambria, ritengo più probabile che un gruppo di sardo di I1b2 costa costa arrivò sino in Cantabria. Immagino questo perchè: in quei tempi in Cantambria esistevano anche altri aplogruppi maschili e non si capirebbe perchè in Sardegna è arrivato solo l’i1b2, inoltre considerando lo mtDNA (dna mitocondriale) quello sardo lo reputo più aderente a quello presente nei balcani che a quello basco.
    Comunque la questione è aperta e pare certo che tra non molto i genetisti toglieranno le castagne dal fuoco sia ai linguisti che agli archeologi

  9. @Mauro Peppino Zedda, uso per correttezza il condizionale, consapevole dell’esistenza di diverse teorie in merito alla questione:
    i liguri “pre-indoeuropei” si sarebbero fusi con gli indoeuropei dando origine ai liguri di epoca storica.

    http://www.google.es/url?sa=t&rct=j&q=popolazioni%20dolicocefale&source=web&cd=36&ved=0CDsQFjAFOB4&url=http%3A%2F%2Fwww.alpiapuane.com%2Fphp%2Findex2.php%3Foption%3Dcom_content%26do_pdf%3D1%26id%3D455&ei=quAZT7fqGeql4gSfrs2GDQ&usg=AFQjCNEAq3O_WCuL5AhdaEqE7NiCdyD6ng&cad=rja

    Per quanto riguarda i baschi, oltre ai sardi, dal punto di vista genetico, sarebbero loro più vicini i tuareg del shaara (in questo momento non trovo la fonte) .

  10. @ Del Ponte immagina l’indoeuropeizzazione della penisola italica nella seconda metà del II millennio, connettendondola ai campi d’urne, esti una teoria confutada de 30 annus!! cfr Archeologia e linguaggio di Renfrew 1987

    saluti

    mauro

  11. Non ho la pretesa di certificare o confutare alcuna teoria, intendo solo evidenziare che sono tante e, credo con una certa probabilità, ciascuna contiene un “pezzetto” di verità. Comunque, il dato archeologico inerente la caratteristica antropica cosidetta “dolicocefalica”, nella fase pre-indoeuropea, è un dato oggettivo.

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