La costante resistenziale e la logica

Invito Giovanni Ugas a spiegare come riesce a conciliare l’ipotesi della “Costante resistenziale” o “indipendenza” dei Sardi di montagna con l’uccisione o l’asservimento di “almeno 100.000 Sardi” dai parte dei Romani (La resistenza degli Iliesi: un evento storico che l’archeologia non smentisce). È chiaro che ribellarsi ai Romani “nuoceva gravemente alla salute” e non solo in Sardegna. È anche chiaro che i morti e gli schiavi deportati nei latifondi dei senatori romani avevano una certa difficoltà a continuare a ribellarsi. Non vedo allora come si possa fare a meno di concludere che le successive ribellioni siano state condotte da Sardi discendenti da quelli che in passato erano sopravvissuti–per ovvia prudenza–e magari anche loro si erano poi rifugiati su quelle montagne, lasciate vuote dai morti e dagli schiavi dei Romani. In poche parole, vista anche l’assenza di confini linguistici e culturali tra le varie regioni della Sardegna–malgrado tutti i luoghi comuni che anche Ugas ripropone–le differenze tra montagna e pianura si spiegano semplicemente tirando in ballo Braudel–il grande Braudel!–e lasciando in pace le mezze calzette e i loro voli pindarici. E lasciando in pace le mitologie più o meno razziste sulla continuità della lingua e della razza barbaricine.

6 Comments to “La costante resistenziale e la logica”

  1. Carissimo Roberto, parliamo per un attimo seriamente. Tu mi dirai di parlare sempre seriamente. Io, quasi mai. Le poche volte che lo faccio, ripensandoci (o rileggendomi) me ne pento. Sarà una malattia o sarà che non ho nulla di serio da dire o da scrivere. Apprezza il tentativo e, se del caso, porta pazienza.

    Non mi è del tutto chiaro il tuo pensiero sulla “resistenzialità” dei Sardi. Ammetterai che per chi fa parte di uno stato nato dalla “resistenza”, mostrare di avere quattro quarti di nobiltà in materia, non sia cosa da poco. Soprattutto quando si vuol far parte dello establishment di quello stato. Il gioco è sottile, bisogna capire e, se possibile, anticipare il vento che tira. Mettersi sul filo della corrente e non perdere di vista la cultura egemone. I più attenti, e fanno una gran carriera, riescono a rimanere nell’ortodossia digrignando i denti e fingendo di mordere ma lasciano poco dietro di sè. Il bello è che, ne sono convinto, c’è molta brava gente, preparata, coscienziosa, monacale addirittura, convinta di assolvere a un alto compito civile, con venature religiose persino e sono quelli che lasciano traccia.

    Uffa! lo devo dire, altrimenti finirò per non riuscire a venirne fuori, con tutto questo dire e non dire. Quando è nata l’archeologia sarda? Quando è che fu istituita la cattedra di “Antichità Sarde”? Chi meritò di coglierla, di fondare una “scuola”? Si era negli anni cinquanta e Giovanni Lilliu era, come lo è ancora, Dio lo conservi, una persona onesta. Un cattolico, un democristiano addirittura, mica un comunista (ora non lo épiù nessuno). Era un uomo di Lettere e di Scienza, innamorato della Sardegna e del suo lavoro. Era un democristiano ma non come De Gasperi, piuttosto come Dossetti e La Pira e la “Resistenza” la vedeva con quegli occhi. Non c’era un disegno premeditato nella sua mente, quell’acqua era la sua acqua, quel vento era il suo vento.

    lo avviliva vedere la sua Sardegna, cenerentola nelle assise internazionali,, non poter compettere con la classicità. Vuoi mettere, un bronzetto nuragico con la Venere di Milo? Dalle pietre tirò fuori un passato glorioso e ci costruì sopra la storia di un popolo. I nuraghi si conoscevano ma erano ancora un mistero. Lui ne penetrò gli avelli ma le voci che arrivano da quelle distanze sono molto disturbate e poi c’ è la voce interna di chi ascolta, quella che spesso disturba di più. La “costante resistenziale” era un incanto ascoltarla: raccontava di un popolo indomito che bramava la Giustizia e la Libertà, brama che è il filo condutore di tutta la sua storia. E ti pare poco? Il brutto (o il bello?) è che è passata come acqua fresca sugli scisti e i graniti del Gennargentu, senza nessuno che politicamente la facesse quagliare. Forse perchè era una bufala?

  2. Caro Elio, penso che hai colto l’essenza di Lilliu!

    Lilliu più che un archeologo prestato alla politica era un politico (democristiano autonomista) prestato all’archeologia!!

    Contstualizzando l’opera di Lilliu nel contesto dell’archeoogia mondiale, è faicle evincere ciìome lilliu fosse indietro epistemologicamente rispetto all’archeologia presitorica italiana e come la stessa era (ed è) indietro all’archeologia anglosassone.
    Lilliu inizia a far sul serio come archeologo dopo la sua epserienza in consiglio regionale, ma in fondo in fondo resta un politico democristiano (non a caso al suo libro fa la presentazione Antonio Segni..) prestato all’archeologia.

    PS : Balla calliu Efis! mi ses prexiu meda!

  3. Lilliu ha svolto un grande lavoro politico e culturale in tempi non sospetti e difficili. Non è Dio e quindi, come giustamente fa il professor Bolognesi, si può criticare con dati e fonti alla mano. Ma ironizzare sulla sua figura in maniera gratuita porta all’obiettivo che il professor Bolognesi non vuole, ma subisce: denigrare l’idea stessa di nazione sarda e di un suo mito fondante ovvero la resistenzialità autonomistica e nazionalitaria ovvero l’anelito all’autodeterninazione. Mi chiedo, ma il saggio di Lilliu è stato letto?

    • È stato letto! A giorni ne farò una critica. Qui, come a suo tempo ho fatto con Wagner, smantello una figura mitizzata per coprire tante magagne. L’uomo Lilliu ormai non ha più niente da temere da nessuno.

  4. Caro Elio, Lilliu è stato un pessimo archeologo e un ancor peggiore politico, nella sua costante resistenziale ha spacciato per verità storico archeologica l’idea che i sardi montagnani fossero i veri sardi discendenti dei nuragici e gli altri un misto gente discendente da punici, romani ecc.

    La genetica ha dimostrato che la teoria di Lilliu è erronea, le ricerche archeologiche hanno dimostrato che la teoria di Lilliu è erronea.

    Nella realtà non è esistita alcuna “riserva indiana” in salsa barbaricina, c’è stata una punicizzazione e poi una romanizzazione della cultura materiale in tutta la Sardgena , così ad Orune (vedi l’insediamento di Sant’Efis) come a Villanovaforru e centinaia d’altri.

    Le popolazioni indigene in tutta la Sardgena hanno utilizzato le ceramiche dei punici e poi dei romani.

    Su questo l’archeologia parla chiaro.

    una delle questioni da risolvere è: quale lingua si parlava prima della conquista romana?

    Quale era la natura di qesta lingua? era indoeuropea o era semita?

    Se indoeuropaea è lecito collocarla nell’alveo dell’indoeuropeo italide (comprendente le parlate dalla Catlaagno alla Dalmazia) come fanno Renfrew e Alinei?

    Alinei come ha fatto notare Roberto Bolognesi ha preso qualche abbaglio ( e quelli segnalati da Bolognesi non saranno i soli), ma mi pare che l’impalcatura della teoria della continuità regga ancora.

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