Archive for March, 2012

March 31, 2012

Maninchedda, l’indipendenza e la lingua.

Ve la ricordate quella volta che Renato Soru ha minacciato di far pignorare la scrivania del Ministro delle Finanze? La scrivania era di Quintino Sella–si, quello che a Iglesias si fa immortalare da un minatore che non ha nemmeno i soldi per comprarsi camicia e pantaloni!–e il ministro era Tremonti.

Poi Berlusconi e Tremonti persero le elezioni e Soru si trovò a trattare delle Vertenza Entrate con Romano Prodi, Presidente del Consiglio “amico”.

Soru sottoscrisse un accordo indecentemente al ribasso, che poi neppure così è stato rispettato da parte dei vari governi che si sono succeduti:Vertenza entrate – Wikipedia

Allora abbiamo visto quando conta l’amicizia tra governanti sardi e governanti italiani: conta a senso unico.

I governanti sardi fanno quello che i governanti italiani dicono loro di fare, almeno quando appartengono allo stesso schieramento politico “nazionale”.

I governanti italiani se ne fottono dei Sardi, qualunque sia il loro schieramento politico.

Adesso è il turno di Maninchedda.

Con un ordine del giorno presentato dal Partidu Sardu–e preparata da Maninchedda–il Consiglio Regionale ha addirittura messo in discussione il patto che lega la Sardegna allo stato italiano inadempiente.

Ojammommía it’arrori!

Si è spaventata perfino la Confindustria:Secessione: la Sardegna approva un ordine del giorno

www.ilsole24ore.com

Io sono distante e, per capire un po’ quello che stava succedendo, mi sono preso qualche giorno di riflettere e informarmi un po’ di più.

La cosa che colpisce di pù, a prima vista, è la scandalosa assenza del PD dalla maggioranza dei firmatari.

E ancora di più colpisce l’assenza di Soru e dei suoi.

Custa comenti dda spiegant in Seddori?

Ah, già, adesso al governo c’è il bocconiano Monti, e il bocconiano Soru non resiste al fascino bocconaro.

Ma già lo sapevamo già che Soru fa il Rodomonte a corrente alternata: tutto dipende dal governo che si trova davanti.

E Maninchedda?

A pensar male si commette peccato…

Ma che strano: Berlusconi non c’è più e Maninchedda si risveglia dopo anni di letargo.

Anche Maninchedda ci ha l’indignazione intermittente!

Vabbé, la politica è l’arte del reale: una mossa del genere non sarebbe riuscita senza l’adesione di una parte del PDL.

O magari sarebbe riuscita con il PD al posto del PDL.

Ma con i SE non si fa la storia e “A caval donato non si guarda in bocca!”

Oggi l’ordine del giorno esiste ed è merito di Maninchedda e del Partidu Sardu.

Un’ottima domanda, cari Consiglieri regionali

Ma qualche dubbio mi viene lo stesso: qui si stanno mettendo in discussione i rapporti di lealtà istituzionale con lo stato italiano (lampu!) sulla base–si, insomma, è vero che non si vive di solo amore, ma…–di quattrini non pagati.

E tutto il resto? E la nazione sarda? E la lingua sarda, cioè l’elemento che definisce in modo più chiaro la nostra identità?

Perché non vengono denunciate anche le inadempienze dell stato italiano in questo campo?

Tatticismo?

Un modo per arrivare a una maggioranza con partiti che da quell’orecchio non ci sentono?

La politica è l’arte del reale, ma Maninchedda è un amico dichiarato dei nemici della limba annidati nell’università di Sassari.

E sulla questione è stato per il resto assente.

Il dubbio mi rimane che Maninchedda abbia una visione dell’indipendenza molto simile a quella di altri indipendentisti all’amatriciana: cheret issu puru sa Repubbrichedda Italiana de Sardinnia.

Insomma, una nuova entità burocratico- statale nella quale spartirsi potere e poltrone, ma per il resto identica alla Sardegna attuale.

Penso male perché sono cattivo e Maninchedda mi è antipatico?

Malu già so malu, ma Maninchedda non m’est antipaticu.

E Maninchedda est omine abbile.

Ma deo non mi fido ne de issu ne de una coalitzione de partidos chi non tenent casi nudda de partzire, foras de sas poltronas.

Se vogliono essere presi sul serio, comincino a mettere in discussione i rapporti di lealtà istituzionale con lo stato italiano a partire dalle nostre specificità: identità e lingua, in primis.

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March 30, 2012

Su sardu e is feminas

“Come non capire la prontezza delle donne che, nell’impadronirsi, per prime, dell’italiano e della scuola, pensavano di liberarsi contemporaneamente dagli scialli, dalconfinamento nella casa, dai gesti di deferenza quotidiana nei confronti di padri e mariti come quello di sfilare loro gli stivali e di lavargli i piedi una volta che questi rientravano a casa? E magari di non dover svolgere più il ruolo di coloro che piangono il figlio morto ammazzato?”

(Anna Oppo: Le lingue dei Sardi:6 chirca sotziulinguistica)

Custa est sa manera de castiare a su sardu de una professoressa (emerita) e casteddaja.

Non isco si issa mai apat faeddadu in sardu e non creo ca issa apat mai sciacuadu is pees a calincunu.

Issa assotziat in manera acritica s’impreu de s’italianu a s’emantzipatzione de is feminas sardas e su sardu a  sa miseria materiale e curturale ki una professoressa (emerita) casteddaja biet in sa manera de biver de su restu de sa Sardinnia.

Issa non si domandat si s’emantzipatzione de is Sardos (mascros e feminas) fit potzida esser prus manna puru e prus lestra si sa scola in Sardinnia iat tentu su sardu ke limba ufitziale.

Non si domandat cantu s’impreu de una lingua strangia in sa scola nd’at pigadu a is Sardos sa possibbilidade de imparare cosas noas e de si emantzipare curturalmente e politicamente.

E non narat nudda de sa “dispersione scolastica” in is scolas sardas, ki est a su dopiu de sa de su stadu italianu.

Non narat nudda de is Sardos giovanos refudados dae sa scola italiana.

Non narat nudda de prus de: “Esiste l’italiano regionale di Sardegna”, e lu narat in una nota.

Ma non narat ca custa lingua est italianu pro manera de narrer e ca sa scola non l’atzetat.

Issa faeddat de “italianu” faeddadu da totu is Sardos, ma non narat ca s’italianu de unu pitzocu de sa periferia de Casteddu non est ke s’italianu ki scriet issa.

Totu su ki narat est custu: “Come provvisoria conclusione si può dire che, almeno da questi ultimi dati, il dominio della lingua ufficiale sembra subire qualche incertezza, se non altro nella sua integrità. Se, come si vedrà più avanti, l’uso del codice linguistico nazionale risulta via via più dominante nel passaggio dai contesti informali a quelli più formali dell’interazione, e dai discorsi “bassi” a quelli più alti, va sottolineato come questo codice linguistico riceva una “patinatura”, più o meno accentuata, dalle parlate locali.”

In manera criptica–oh, pardon! Accademica–est narende ca s’italianu de is Sardos, non est propriu-propriu italianu.

E–est craru!–s’italianu est “codice linguistico nazionale”, ma su sardu est “una delle parlate locali”.

Su chi mi domando deo est: “Ma cantu balit s’opinione de custa professoressa emerita e casteddaja?”

Is feminas sardas ita ndi narant?

March 29, 2012

La Carta europea dell’entusiasmo (spontaneo) e della beffa (probabile)

La Carta europea dell’entusiasmo (spontaneo) e della beffa (probabile)

di Giuseppe Corongiu

 

La presunta “ratifica” della Carta Europea delle Lingue regionali e minoritarie di qualche settimana fa, nonostante qualche scivolone di interpretazione procedurale e l’ottimismo ingiustificato dell’ufficio stampa del Governo di Roma, ha scatenato una nuova ondata di interesse per la questione mai sopita, e però mai esaltata, della nostra lingua “regionale”. Tutto sommato, anche se la vicenda politico-giuridica è ancora da definire, è stato un fatto positivo proprio per questo afflato di nuovo affetto per la questione linguistica sarda. Quando si accendono i riflettori su questa vecchia ferita che non vuole rimarginarsi, è sempre un bene. Perché per il resto, poi, la vita quotidiana di chi si occupa di politica linguistica in Sardegna, è grama tra polemiche inutili, indifferenza diffusa e sufficienza di giudizio e di impegno.

 

Conoscendo la natura rispettosamente deferente del senso comune dei sardi, anche della classe dirigente, nei confronti delle gerarchie e dei profili istituzionali, soprattutto romani, non c’era dubbio sul fatto che una presa di posizione, anche se minima, da parte del Consiglio dei Ministri, avrebbe provocato una nuova e superiore sensibilità nei confronti della politica linguistica della lingua sarda, tema solitamente ritenuto non prioritario nell’agenda politico-giornalistico-sociale. Sensibilità, purtroppo, a volte, effimera. A torto, secondo me, ma si sa il mio è un parere di parte di una professionalità giudicata, e ritenuta da alcuni, troppo “militante”. Qualsiasi cosa ciò voglia dire di un tecnico professionista in un settore spesso poco scandagliato da quelli che contano veramente.

 

E’ così è stato. Il Governo Romano compie un piccolo e tardivo passo in avanti nel riconoscimento di diritto (perché di fatto la questione è molto controversa) per la lingua sarda (e quella catalana di Alghero) e ciò provoca un moto di entusiasmo, un rinnovato interesse e la ripresa di infinite discussioni. Speriamo che non segua il silenzio e l’inerzia, soprattutto degli intellettuali, anche quelli solo italofoni e italografi, quelli che dovrebbero denunciare i soprusi culturali, ma che sul rischio che la nostra lingua si estingua spesso preferiscono tacere. In genere, infatti, sul merito della politica linguistica non si parla. Si sbraita invece spesso per offendere gli operatori che, come è noto, sono solo <incompetenti, ignoranti e imbroglioni interessati al denaro più che alla vicenda linguistica e culturale>. Più volte, in questi anni, abbiamo sentito questa accusa. Non suffragata da prove, ma si sa, gli stereotipi viaggiano automuniti. In mezzo alle varie banalità da “bar dello sport” colpisce però soprattutto il silenzio reiterato dei media, o la sordina malcelata (che è lo stesso), di quelli che potrebbero dettare l’agenda politica, ma che non ritengono la questione “rilevante”. Il più delle volte.

 

Come sa chiunque la ratifica dei trattati sopranazionali è competenza del Parlamento per cui, il Governo, anche volendolo e dichiarandolo non avrebbe potuto mai ratificare la Carta, come annunciato in prima battuta da un fallace comunicato stampa. In realtà l’esecutivo guidato da Mario Monti ha semplicemente approvato un disegno di legge che sarà poi discusso, e forse approvato, dalle Camere. Un avanzamento,  certo, anche importante, ma non la tanto strombazzata “ratifica” che è ancora di là da venire. E chissà se verrà nell’ultimo scampolo di questa legislatura,  condannando di fatto l’Italia a essere, insieme alle ultranazionaliste  Francia e Grecia (leggere a questo proposito le opere del friulano William Cisilino), gli unici stati nazionali dell’area europea occidentale a non garantire un minimo di tutela reale alle  proprie minoranze. Pessima compagnia.

 

E certo, per gli italiani e i sardi, questo atteggiamento antiliberale della Repubblica, che nega nei fatti un diritto collettivo riconosciuto mondialmente, quello alla difesa della propria lingua, non è un qualcosa di cui vantarsi.

 

Anche il fatto che il Governo, nel comunicato del 9 marzo, abbia messo le mani avanti, sostenendo che si trattava solo di una formalità, visto che nel 1999 si era approvata la legge 482/99 che riconosceva dodici lingue minoritarie, non è esattamente condivisibile. La legge 482, anche se è stata uno strumento importantissimo, già da diversi anni langue nell’assenza, o nella estrema leggerezza, per non dire inconsistenza, di dotazioni finanziarie sufficienti. Per l’annualità 2012, il Dipartimento degli Affari Regionali, ha stanziato per le 12 lingue riconosciute la “bellezza” di 1 milione e 700 mila euro (più o meno il costo del contributo a un artigiano per la realizzazione di un capannone in un’are industriale non troppo importante). Nel 2001, tempi d’oro, si viaggiava sui 10 milioni di euro. Inoltre, il livello di protezione delle lingue assicurato dalla legge non è certo quello massimo che ci si aspetterebbe. Nessun obbligo, nessuna tutela reale, nessuna efficacia pianificativa linguistica. Solamente, la possibilità di tutelare con azioni limitate “a progetto” e mirate la lingua nella scuola, all’università, nelle amministrazioni pubbliche, nei media. La Rai, per dirne una, si è sempre rifiutata, nonostante la legge, di sostenere e produrre in proprio i programmi radiotelevisivi. E questo nonostante obblighi precisi derivanti da norme del Contratto di Servizio. Quel poco che si fa, viene a fatto a spese delle Regioni e in orari quasi inaccessibili. E senza controlli sulla qualità e sugli obiettivi reali di rivitalizzazione linguistica (che è cosa diversa dalla folclorizzazione e museificazione della lingua).

 

In realtà, stante la tradizione italiana monolingue e avversa a qualsiasi tipo di multilinguismo, le uniche lingue ”altre” realmente tutelate in Italia sono quelle protette da trattati internazionali imposti alla Repubblica all’indomani della sconfitta dell’ultimo conflitto mondiale. Tedesco in provincia di Bolzano, francese in Valle d’Aosta e Sloveno in Friuli (anche se gli sloveni hanno dovuto aspettare fino al 2001 per vedere approvata una legge sull’istruzione bilingue). Ladini e francoprovenzali, in Trentino-Alto Adige e Valle d’Aosta, hanno beneficiato di rimbalzo delle maggiori tutele di queste lingue minoritarie “privilegiate” perché confinanti con grandi potenze.

 

Per gli altri, soprattutto per sardi e friulani, che parlano le lingue più importanti e diffuse in un vasto territorio “regionale”, la vita è sempre stata grama. La stessa 482 non distingue tra piccole lingue d’enclave e lingue regionali-nazionali e parla indistintamente di minoranze linguistiche storiche. Fino alla recente sentenza della Corte Costituzionale del 2009 che, cassando alcune parti di una legge regionale friulana del 2007, ha ribadito alcuni paletti limitativi alle Regioni, in particolare in materia di istruzione scolastica in lingua minoritaria. Sostanzialmente lo Stato, riconosce che l’istruzione “in lingua” si può fare, ma avoca a se la competenza di legiferare in materia sull’ordinamento scolastico e blocca ogni iniziativa regionale sulla questione. Allo stesso tempo però non legifera, e non interviene concretamente, nel senso di migliorare la 482 (che sul tema è evasiva e barocca) e quindi di fatto blocca le 12 lingue sul limite della soglia principale delle autonomie scolastiche. Un piede è dentro, ma l’altro è fuori. Precarietà ed episodicità sono la conseguenza.

 

Di fatto lo Stato ha un atteggiamento ipocrita. Fa finta di preoccuparsi delle minoranze per non incorrere in sanzioni o censure europee, ma vieta alle Regioni di legiferare sul proprio territorio con la scusa di “difendere” l’autonomia sacrosanta delle istituzioni scolastiche. In assenza di previsioni specifiche statutarie, le istituzioni regionali, anche ad autonomia speciale, devono inchinarsi alla supremazia della potestà statale che nella riforma del titolo V non ha incluso al devoluzione di tale competenza.

 

A questo impasse, il Consiglio Regionale sardo, facendo tesoro dell’esperienza friulana, aveva reagito giustamente e intelligentemente con la legge 3 del 2009, mai impugnata dal Governo, che ha introdotto la possibilità di insegnare il sardo in orario curricolare. Una “furbizia” legislativa che sfruttava l’unico spiraglio giuridico esistente.  Sempre “a progetto”, sempre con limiti ordinativi e finanziari, ma con il merito di aver fatto entrare il sardo a scuola dalla porta principale, senza relegarlo ai “laboratori” pomeridiani. Novanta scuole hanno usufruito di questa legge, ma certo, una misura di questo genere è una buona trovata di amministrazione creativa, riempie un vuoto momentaneo, ma non basta e non può essere considerata un approdo definitivo.

 

Il vero traguardo per le 12 lingue riconosciute dalla 482/99 dovrebbe essere una nuova legge dello Stato, sul modello di quella slovena del 2001, che consenta l’educazione completa bilingue nei territori di riferimento delimitati. Oppure una modifica Costituzionale, o dei rispettivi Statuti sardo e friulano, che consenta di approvare una legge quadro regionale con effetti concreti sulle autonomie scolastiche.

 

Nel frattempo, ci si chiede, la questione della Ratifica della Carta è decisiva e rilevante? Alcuni pensano di no. Io credo di si, soprattutto se il livello di protezione per il sardo fosse innalzato rispetto alla 482/99. Cosa difficile, ma non impossibile.

 

Per capire bene il problema, facciamo un poco di cronistoria. Certo è un po’ faticoso, ma la fatica aiuta a informarsi e a informare bene. Uno dei problemi della politica linguistica è proprio l’annosa mancanza e penuria di tecnici competenti, relegati quasi sempre al ruolo di comparse. Pertanto prevalgono gli ideologismi e i pressapochismi. Se, infatti, l’argomento non vale la pena, non è in agenda,  perché coltivare figure professionalmente significative e invece non fidarsi dei soliti filologi museificatori bipolari, degli esperti di folclore o degli ultimi arrivati pensionati e dopolavoristi? Già, perché?

 

Si è detto che Il Consiglio dei Ministri nella recente seduta del 9 marzo scorso ha approvato un disegno di legge con il quale si intende proporre al Parlamento il testo della Carta Europea delle lingue regionali o Minoritarie del Consiglio d’Europa (adottata a Strasburgo il 05.11.1992, entrata in vigore il 1° marzo 1998) che lo Stato italiano, dopo lunga attesa, si appresta a ratificare dopo averla sottoscritta.

 

Il testo del disegno di legge, che ancora mentre si scrive non è pubblico, andrà in visione e discussione alle due Camere per la definitiva approvazione. Prima del passaggio alla Camere, il testo sarà visionato dal Quirinale. Il 4 aprile alla Camera, cominceranno le audizioni della commissione competente. Si parte da due proposte quelle di Zeller e Mecacci. Non essendo pacifica la ratifica, e neppure il contenuto del provvedimento legislativo, sarebbe opportuna una vigilanza costruttiva della Regione, e dei Parlamentari sardi,  al massimo livello istituzionale, sull’iter del provvedimento.  Con azioni concrete e incisive.

 

A questo proposito, a mio parere, il Presidente della Regione Ugo Cappellacci, in quanto rappresentante istituzionale del popolo sardo, bene ha fatto a sollecitare l’attenzione di deputati e senatori al fine di vigilare sull’approvazione della Carta. E bene hanno fatto alcuni parlamentari sardi, a rispondere all’appello e a dichiarasi disponibili. Cosi come si capisce che altri sono sensibili al problema.

 

L’attuazione della Carta, infatti, potrebbe essere molto importante per la Regione Autonoma della Sardegna, perché, dal momento in cui il Parlamento la dovesse ratificare, lo Stato sarebbe obbligato a garantire il livello di protezione minima delle lingue regionali o minoritarie, e garantire obbligatoriamente, pena l’intervento sanzionatorio dell’Europa, tutta una serie di misure di promozione e tutela a scuola, nella pubblica amministrazione, nei media, nella RAI, nell’economia, nel sociale e nelle università.

 

Questo solleciterebbe anche, da parte dello Stato, un obbligo a congrui interventi finanziari a sostegno delle politiche linguistiche della Regione o degli Enti locali come già in parte si fa grazie alla legge statale 482/99.

 

Già in passato, il Parlamento con un disegno di legge, approvato dalla Camera dei Deputati il 16 ottobre 2003, aveva previsto la ratifica della Carta Europea delle lingue regionali o minoritarie, dopo aver già effettuato con la legge del 15 dicembre del 1999 n. 482 (art. 2) il riconoscimento delle minoranze linguistiche storiche esistenti su tutto il territorio statale, dando così attuazione all’art. 6 della Costituzione. Per la Sardegna, con la legge citata, venivano individuate e legittimate due minoranze linguistiche storiche: il sardo e il catalano di Alghero.

 

Nel 2007, l’identico iter veniva riproposto con una nuova approvazione da parte della Camera dei Deputati, ma il provvedimento veniva affossato al Senato in particolare per l’opposizione e la netta contrarietà della Lega. Da allora, il disegno di legge non era stato più riproposto fino alla riunione del Consiglio dei Ministri del 9 marzo u.s., in particolare per le pressioni esercitate dalla CONFEMILI, organizzazione storica delle minoranze linguistiche italiane, presieduta da Domenico Morelli.

 

Non vi è dubbio che l’adozione di questa Carta rappresenti un passo molto importante nella tutela delle lingue minoritarie presenti su tutto il territorio, ma la sua efficacia dipenderà dalle misure di salvaguardia che il Parlamento indicherà al momento della ratifica. Per tale motivo si intende richiamare l’attenzione sul meccanismo di attuazione previsto dalla stessa Carta, la quale in considerazione delle condizioni specifiche e delle tradizioni storiche proprie di ciascuna regione dei Paesi d’Europa, ha previsto che gli Stati siano liberi, al momento della ratifica, di individuare, non solo le lingue oggetto di tutela, ma anche le misure da adottare per la loro salvaguardia.

 

L’unico vincolo per gli Stati ratificanti (art. 2 della Carta) è quello di assicurare l’applicazione di almeno trentacinque paragrafi scelti tra le disposizioni della Parte III della Convenzione. Nel testo finale, quindi, in assenza di sorveglianza politica costruttiva potrebbe emergere la cruda realtà di una lingua sarda che non solo non conferma o estende le sue norme di tutela, e quindi i suoi ambiti di utilizzo, ma anzi rischia di perderne la gran parte. Tutto ciò pensiamo non per cattiva volontà o insipienza, ma per una difficoltà intrinseca del meccanismo previsto per la ratifica della Carta che può sicuramente trarre in inganno più d’uno. Ed è utile dunque esserne informati.

 

Il documento approvato dall’Unione Europea prevede infatti, una serie di livelli e ipotesi di protezione e garanzie per le lingue, lasciando poi liberi gli Stati di scegliere il grado di tutela nei diversi settori dell’amministrazione pubblica, dell’istruzione, della giustizia, dell’economia e della sanità. Va da sé che, per assicurare l’istruzione nella lingua minoritaria o assicurare una parte rilevante dell’istruzione nella relativa lingua, così come per assicurare la diffusione e l’uso della lingua minoritaria nella vita pubblica ossia nei rapporti con la pubblica amministrazione, davanti all’autorità giudiziaria o nello svolgimento di un’attività economica,  sia necessario che in legge venga scelto un livello di protezione “alto” e non “basso”. Una scelta di protezione di livello “basso” potrebbe comportare anche un arretramento rispetto alle conquiste fatte con la legge 482/99.

 

E ci sono voci a Roma, negli ambienti ben informati, che sostengono, che per il sardo e friulano si stai preparando una “trappola” di questo genere. Come del resto si era già tentato anche in passato, nel 2007. Insomma, una beffa scontata dopo il prevedibile e spontaneo giubilo.

 

Certo, la legge 482 sarebbe comunque in vigore e sarebbero fatte salve le norme più favorevoli, ma un abbassamento “ideale” del livello di protezione del sardo (o del friulano o delle altre lingue) potrebbe rendere inefficace l’uso della Carta quale strumento di diritto per richiamare l’Italia ai suoi obblighi di tutela in sede europea. Anzi, ipocritamente l’Italia, in questa sciagurata ipotesi, potrebbe anche sostenere la paradossale ipotesi di tutelare le “sue” lingue anche oltre i limiti imposti della Carta.

 

Il solito fariseismo italico in materia di protezione linguistica.

 

Innalzare il livello di protezione nella Carta, invece, potrebbe creare le condizioni in un prossimo vicinissimo futuro per l’approvazione di leggi più favorevoli per la tutela, in particolare per quella scolastica delle lingue minoritarie. Vale la pena cogliere la palla al balzo? Sfruttare l’occasione invece che lasciarla correre? Si convinceranno la classe dirigente sarda, l’opinione pubblica, il ceto medio istruito della splendida risorsa che ha la Sardegna nel possedere una lingua propria (insieme ad altre) e che formidabile arma di identificazione comunitaria questa possa diventare?

 

La risposta a chi legge. Il parere di chi scrive credo sia noto.

 

Io credo che sia utile dunque vigilare a ogni livello  nella speranza di assecondare costruttivamente l’iter del Parlamento cercando di far valere le proprie ragioni in materia di protezione linguistica, in accordo con le altre minoranze. In ciò non ci aiuterà l’atteggiamento antiliberale di fatto, se non di principio, della Repubblica, che ancora fino al 15 dicembre 1999, non aveva fatto altro che proseguire la politica linguistica di glotto-genocidio del Regime fascista e del Regno sabaudo. Del resto, la protezione delle minoranze linguistiche interne riconosciute è una questione di rispetto dei diritti civili e della diversità. L’Italia non può sottrarsi, così come l’Europa dovrà pretendere, oltre  che al rispetto della regolarità dei  bilanci, anche a quello delle salvaguardia delle lingue riconosciute e presenti sul suo territorio.

 

Farsi “audire” dalle commissione competenti sarebbe utile. Anche delle semplici interrogazioni o interpellanze parlamentari sul contenuto dei disegno di legge e sul livello di protezione assegnato al sardo potrebbero essere efficaci. Anche l’attenzione al e dal Parlamento Europeo.

 

Il riconoscimento effettivo di minoranza linguistico-nazionale per la Sardegna, tutelato dal Consiglio d’Europa e dalla ratifica della Carta, anche in considerazione dell’applicazione per la Sardegna della “Convenzione quadro per la protezione delle minoranze nazionali”, potrebbe essere propedeutico anche alla problematica dei seggi rappresentativi dedicati della Sardegna al Parlamento Europeo, al di là dell’annosa questione della ridefinizione dei collegi elettorali e di una legge statale, anche quella, che potrebbe essere modificata per intervento europeo su violazione accertata dei trattati.

 

Basta volerlo: la volontà dei popoli, assecondata dalle élite che contano, muove la storia. E salva le lingue che sono patrimonio di tutti. E salva la dignità di ognuno.

 

                              Giuseppe Corongiu         

March 28, 2012

Mangiafuoco

Mi nci dd’iat portau su nebodi de mulleri mia.

In cussu tempus deu bivemu in Santu Larentzu e tenemu puddas e dindus.

Issus iant fatu unu bellu tretu impari in autostop e deu ddus apu ospitaus a totu de is duus.

E de aici custu Tedescu fatu-fatu nd’aprolliát a domu, ma deu prus de unu pratu de cosa de papai non ddi donamu. Non tenemu gana de ddu fai a babbu.

Su fitziu de benni a domu mia dd’est passau, ma torrát a Iglesias e crocát in is giardinetus–aundi trabballamu deu–e narát a totus ca fiat amigu miu.

Po si guadangiai unu pagu de dinai spudát fogu.

Si preníat sa buca de petroliu, poníat s’acendinu e spudát fogu.

Spudát una pariga de metrus de fogu.

E sa genti ddi donát calincuna cosa.

Una borta nd’est arribbau a barba totu arrungiosa: a logus ndi teníat e a atrus logus nudda.

Paríat ca si nce dd’iant papada is topis.

–E ita cosa?

–Citi–si fait–a su postu de petroliu, in Seddori, m’ant donau benzina!

March 26, 2012

Rassegnati o realisti?

In un post di alcuni giorni fa, ZF Pintore si chiede se la mancanza di reazioni indignate all’ennesima denuncia dell’ennesima negazione anche solo della possibilità che esistano delle iscrizioni “nuragiche” sia il segno della rassegnazione dei suoi lettori: Rassegnati al maelström dell’accademia

Io penso che si tratti di qualcos’altro.

La gente ha capito che la nostra è una battaglia politica. Ha capito cioè che l’accusa che l’estasblishment culturale colonialita ci butta addosso, come se la cosa fosse disonorevole, è fondata.

Noi facciamo politica! Vi rimando a un mio vecchio post: Informare è fare politica? Il caso delle vocali finali

Informare–ebbene sí!–significa fare politica, nel senso nobile del termine.

Non informare–o disinformare–è anche questo fare politica, ma allo stesso modo dei peggiori politicanti.

Come è tipico dei pessimi politicanti il pretendere di porsi al di sopra delle parti: in genere, allora, si ponint (e si  dda ponint) a parti de palas.

Chiedere di essere informati sull’esistenza di possibili iscrizioni “nuragiche” o di impossibili “confini linguistici” tra Campadania e Gabillonia significa anche questo fare politica democratica.

Ma, in questi giorni di stanchezza e quasi depressione, aspettarsi ancora delle reazioni indignate è forse chiedere troppo a chi ci legge.

Un governo di vampiri asessuati, ma assetati di sangue, che molti avevano salutato come una liberazione, sta riducendo i sudditi dello stato italiano all’anemia.

È duro, difficile davvero, trovare l’energia di indignarsi, quando sai che non c’è nessuno che poi incanalerà la tua indignazione in un progetto politico.

E la nostra è una battaglia politica che si può vincere o si può perdere.

Non ci si illuda che le cose nella scienza vadano in modo diverso che nel resto della società: il successo di una posizione scientifica è sempre un successo sociologico.

E una società chiusa come quella dei notabili sardi è estremamente chiusa nei confronti di tutto quello che può minacciare le loro rendite parassitarie: il nuovo è di per sé un male.

E la loro reazione è quella eterna di tutti i reazionari: chi mette in discussione l’esistente è un pazzo, un criminale, un pervertito.

La forza e la debolezza del nostro movimento per la lingua e per l’apertura della cultura sarda al nuovo sono la sua trasversalità. Non siamo legati a nessun partito o schieramento politico, ma non siamo neanche rappresentati da nessuno.

Facciamo politica, ma non politica partitica.

E ne paghiamo il prezzo, con la nostra debolezza istituzionale: è commovente constatare come l’unica accusa razionale  che ci viene mossa sia quella di “non essere nessuno”.

Più o meno quello che l’aristocrazia francese rimproverava a chi poi li avrebbe ghigliottinati: “che mangino brioches!”. Maria Antonietta questa frase non l’ha mai pronunciata, ma rende bene l’idea.

Ma non siamo ancora alla ghigliottina: siamo ancora fuori dalla Bastiglia.

Io penso che la gente che ci legge stia semplicemente osservando quello che succede.

Possiamo darle torto?

Io comunque non ho nessuna intenzione di mollare: cui prodest?

March 23, 2012

Il vizietto degli ziminai

Ma tando est fitziu a beru, su de is “Tataresos”. Ddu tenent in su DNA su de contare faulas e pigare in giru sa gente.

Berus est ca a is Tataresos–cussos beros–dis praxet a brullare, ma s’universidade de Tatari, tando diat deper aberrer un a facultade de scientzias de s’umorismu.

Invetzas contant faulas ebbía.

Leghide-bosi su chi scriet Viro Biolchini: Sassari, Università bugiarda: perché compie 380 anni e non 450. Tra vecchi e nuovi nepotismi…

March 22, 2012

Mai fidarsi dell’Italia

L’ho ripetuto ad nauseam e continuo a ripeterlo: non sono io che sono un’indipendentista, è l’Italia che fa schifo!

Finanziamenti irrisori per salvare la limba

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March 20, 2012

Pesare sos fìgios in sardu: una richesa pro cras

Pesare sos fìgios in sardu: una richesa pro cras

de Pepe Coròngiu

 

Faeddare in sardu a sos fìgios? A si podet? E comente si faghet? E a cumbenit? Faghimus male a sos pipios e los istrubbamus pro imparare s’italianu e s’inglesu?  Ma no est mègius chi l’imparent in iscola? O in carrera? Sunt custas unas cantas pregontas chi intendo semper cando arresono a fùrriu de custu tema dìligu. In capas petzi in Itàlia, e duncas in Sardigna, b’est custu livellu de non connoschèntzia isparghinada subra sa chistione de su bilinguismu e su multilinguismu in domo. Cale chi siat sa limba chi pertocat. Ca deghinas de annos, si non sèculos, de disinformatzione organizada subra sa limba, e sas limbas, ant fatu a manera chi una faina simple e deghile, l’apant bortulada in una curiosidade de istrambecos. In unu betze machìmine. E su monolinguismu, chi est una privatzione de pluralidades, unu mutzamentu de possibilidades, sighit a bìnchere. Comente nàrrere, in matematica, chi unu si balet prus de duos. Un’isciollòriu.

 

In realidade a faeddare su sardu in domo non bi cheret nudda (si unu est cumbintu e bidet sa limba nostra a manera normale) e damus un’agiudu a sos pitzinnos pro èssere prus abbistos pro su mundu de cras. Eja, pròpiu gasi. Non bi creides? Ca bos ant amalesadu cun s’italianu pomposu de sas iscolas e de sa televisione. E mesches cun sa mentalidade chi nde protzedit. Si unu pipiu leat s’avesu de faeddare in domo prus de una limba, narant sos iscientziados chi ant isprobigadu custu problema in su mundu, isvilupat unu muntone de facultades chi su pipiu monolingue no at. Naramus sa beridade: no est chi chie manìgiat duas limbas, a paridade de cunditziones, siat prus intelligente de unu monolingue, custu no. Ma de seguru, a bisu de sa sièntzia informada, custos pitzinnos ant unu cherbeddu prus prontu e lascu, chi si rendet mègius a sos bisòngios e a sas netzessidades de sa vida, chi resessit a colare in argumentos diferentes de sighidu e leat detzisiones prus a sa lestra. E in prus resessit mègius a imparare àteras limbas. Lu proant finas totu sos avèrguos de laboratòriu chi at fatu, pro nàrrere, sa professora Antonella Sorace in s’universidade de Edimburgu, una de sas mannas in Europa in custu campu.

 

“Ma tue mi ses narende – m’at naradu una bia unu sennore in un’addòviu in Fonne – chi si deo li faeddo in sardu a sa criadura, podet imparare mègius s’inglesu?” Eja, l’apo torradu deo, non ca so unu talebanu de sa limba sarda, ma ca leghende sa literadura internatzionale resurtat cussu. E sigomente sos iscientziados a sa sèria non faghent ideologias, nen natzionalistas italianas nen natzionalitàrias sardas, finas sas limbas minores, o comente lis narant in Itàlia pro los isminorigare sos “dialetti”, faghent a sa retentiva de su criu sa matessi faina. E duncas, m’at naradu su fulanu, pro ite nos ant cumbintu a s’imbesse pro totu custos annos narende chi su sardu podiat istrubbare a s’annestru in italianu? Proite nos ant postu in conca, de gosi o de gasi, chi su sardu fiat ”grezu” e non serbiat a nudda? Antzis ca faghiat dannu, sende chi fiat una limba de “regressione” chi nos faghiat torrare in segus?

 

Sa resposta no est fàtzile ca s’arriscat, in una sotziedade cunformìstica e pagu informada comente sa nostra, de colare pro estremistas finas a nàrrere una beridade simple. E b’est su perìgulu chi si naras custa beridade ti leent finas pro unu fissadu istenteriadu chi est chirchende sos rastros de cale chi siat imbentu de cumplotu marxista-giudàicu-catòlicu-fascista-istatalista contra a sa limba sarda. In capas però sa beridade, nessi sa chi bido deo, est chi totu su chi s’ischit subra sa limba in Sardigna est farsu. Totu o belle totu. E chi calicunu, prus de calicunu, s’est faddidu. E at minimadu sas possibilidades de sos cherbeddos de unu muntone de sardos faghende unu gastu mannu a s’economia chi, oe prus de eris, protzedit finas dae sos imbentos de sas pessone sìngulas.

 

Finas s’idea de sa limba sarda chi nd’est essida foras de istùdios chi sunt addurados tempos e tempòrios e chi ant fatu a manera chi esseret pintada, non che a una normale famìlia de dialetos in chirca de una limba-bandera, ma comente una limba ispetziale-curiosa ogetu de istùdios sena fines, antiga, serente prus de àteras a su latinu, partzida comente àteras mai, privada de tèrmine cultos, ischitzofrènica intre cabu de susu e cabu de suta, e àteros pecos de inferru. Totus ischires pesados e academizados foras de cale chi siat averguada de sièntzia.  Ma prus e prus cust’idea maca chi non tocat a lis faeddare in sardu a sos pipios, pro no istrubbare s’annestru linguìsticu de sa limba natzionale italiana. Unu pessu macu e ignorante chi però est devènnidu, in sos annos, unu sentidu comunu.

 

E in cantos sunt abarrados trampados? Sende chi professores e professoras illustres finas de sas universades nostras, mai ant dadu avisu de custu perìgulu. Sende chi in sos giornales non si nde leghet mai. Mai sos intelletuales italianistas de Sardigna ant inditadu sa poberesa de su monolinguismu italianu. E semper però sos pecos de su natzionalismu linguìsticu sardu (semper chi siat mai esistidu e apat tentu ampramanu). E antzis, cando b’at istadu possibilidades de frimmare  cuddos bator macos generosos chi cheriant su bilinguismu ufitziale e cheriant sarvare sa limba sarda (inghitzende dae sos Annos Setanta), non petzi lis ant fatu mancare s’agiudu, ma mesches lis ant fatu su caminu punta a susu collonende su logu cun tzarras, fumatzos e nèulas de argumentos faddidos. E cantos de sos amparadores de sa limba los ant crètidos a custos e los ant cassados a su latzu?  Galu oe nde bidimus e nde pranghimus sos dannos fascados comente sunt a ogros de sos pregiudìtzios de cultura domina dora tantu chi bident s’inimigu non in s’intelletuale monolingui sta, ma in cumpàngiuchi gherra semper e cando pro su sardu.

 

Sende chi su logu “linguìsticu” est semper prus isperditziende, pro ite non b’at una rebellia de sa “Cultura” in Sardigna? Pro ite sa limba sarda si balet azigu azigu? Mi pregonto deo: ma no est comente pro sas costeras cugutzadas de tzimentu? No est comente pro sas siendas archeològicas ismentigadas e apetigadas? No est comente pro su paesàgiu de defensare? No, mi paret, pro ite reatzione forte de  ambientes culturales non bi nd’at mai. O pagas.  E custos intelletuales dannàrgios chi sighent a ispèrdere, no ant pagadu e no ant a pagare mai.

 

Ma a tempos de custa crisi e de su degollu de totu su chi amus crètidu se guru, ite nos abarrat? Ite nos addurat? In ite depimus pònnere aficu pro s’educatzione de sos fìgios nostros? Deo creo mesches in su multilinguismu ca s’impreu de paritzas limbas – movende dae sa nostra sena sa cale nois non esistimus – iscàmpiat su cherbeddu de sos crios e los amàniat a una realidade tosta e cumplicada, sa de su mundu a dies de oe, a sa cale ant a dèpere parare fronte. Ogni pitzinnu, de cada cunditzione sotziale, deo creo, diat dèpere tènnere su deretu de connòschere e istudiare in iscola nessi tres limbas, si non prus. Ricu, de sa classe mesana o pòberu chi siat (semper de prus a dolu mannu in Sardigna), pro chistiones de democratzia. Imbetzes oe in Itàlia, e duncas in Sardigna, in nùmene de su totem de su monolinguismu italianista ant sufridu e sufrint sas limbas locales comente cuddas de comunicatzione internazionale chi, nointames su dinari gastadu, nemos imparat. S’inimigu est su matessi: sa religione de su monolinguismu “isterico”, comente narat su linguista Bolognesi. Duncas s’annestru de sas limbas istràngias e sa defensa de sas limbas locales ant un’inimigu a cumone. E custu diat bastare pro fàghere un’alliàntzia.

 

Ma pro s’inglesu e pro sas àteras limbas bi cheret dinare. Su sardu intames podet èssere finas a indonu. Una richesa chi mancari tenimus in famìlia e no istrinamus a sos fìgios nostros.  E no est beru chi si unu, o una, chi non lu connoschet bene non lu podet faeddare a sos fìgios. Proas iscientìficas fatas in paritzos logos e cunditziones ant mustradu chi sos pipios sunt finas “reguladores” de sas limbas e, duncas, currègent sas faddinas de sas mamas.

 

Duncas, si podet fàghere. Lu podimus fàghere. Su pipiu nde balàngiat de seguru e, forsis, diant pòdere balangiare finas sas mamas. Non sunt issas, difatis, sas fèminas chi las ant custrintas pro primas a faeddare in italianu ca depiant essere belligheddas, allichididas, educadas e “carine” finas prus de sos mascros? Non sunt istadas issas sas primas a rùere vìtimas de custa cunditzione detzidida dae sos mascros de poderiu? Diat èssere bellu meda e de agradu si sas fèminas esserent comintzadu a si furriare. Totu sas rebellias comintzant dae domo.

 

Una limba chi non faeddamus a sos fìgios, non la podimus pedire posca a òbligu dae s’iscola de s’istadu. O, semper e cando, deghet prus pagu, si puru b’at resones su matessi. Tocat a nàrrere, però chi custa rebellia no est de pretèndere, ma forsis petzi de punnare ca, comente narat su sotziòlogu Mongili, est a manera pròpia una cunditzione, non unu sèberu lìberu. E tocat de rispetare sa dificultade de chie si siat. Ca nos ant custrintu, nos ant fatu birgongiare. Nos ant caratzadu e umiliadu in s’ànimu fungudu. A nde torrare a essire dae custu ispèrrumu no est fàtzile ca nos depimus, a carchi manera, fàghere male a nois matessi. A nos indùghere a mudare.

 

Ma, mamas e babbos sardos chi mirades a su mundu, bos potzo assigurare, pro chi l’apo bìvidu deo in pessone, chi, cando figiu bostru contòniat a domo e bos contat in sardu su chi at fatu in iscola in inglesu, o in frantzesu, o in tzinesu, non b’at prètziu. Ischides chi est creschende bene, aprontende sas armas pro gherrare in su mundu. Che a sardu abbistu e lìberu.

March 19, 2012

But I’m not the only one!

 

March 18, 2012

E un’atru mitu sciusciau

Oi apu ligiu in s’insertu scientificu de su giornali olandesu prus apretziau, ca una circa a subra de su DNA de is Bascus, e de s’atra genti chi bivit a giru de su Paisu Bascu, at ammostrau ca non  ddoi funt diferentzias geneticas intra de custus populus chi fueddant linguas aici diferentis.

E cust’articulu–a dolu mannu bostru, in olandesu–narat ca custa non est ni-mancu una novidadi:Genografie – Wikipedia
Aici bieus ca un’atru de is mitus–eja, arratzistas–chi ghetant a pari lingua e genetica, nde dd’ant sciusciau e nde dd’ant sciusciau propriu aundi totus iant cretiu de biri sa cunferma sua prus manna.
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