Non voglio a dirglielo tu

“Non voglio a dirglielo tu” e “Non voglio a glielo dire tu” sono due forme diverse di interferenza del sardo sull’italiano.

La prima frase  appartiene all’Italiano Regionale di Sardegna, la seconda all’italiano popolare, quello parlato da chi ha il sardo come prima lingua e ha appreso dell’italiano fondamentalmente soltanto il lessico. Mi chiedo se ci siano ancora dei parlanti sardi che usano la seconda forma.

Il primo esempio dimostra quali sono gli effetti sulla grammatica della lingua adottata da una comunità di neoparlanti sulla nuova lingua introdotta in quella comunità. La frase in questione mostra il fenomeno dell’infinito con soggetto, caratteristico di tutte le varietà del sardo e assente da tutte le altre lingue romanze. Il secondo esempio mostra anche l’ordine dei pronomi clitici tipico del sardo.

Il primo esempio si è ormai stabilizzato e fa parte di quello che i Sardi considerano “italiano corretto”.

Gli esempi di interferenza dal sardo all’IRS li potete moltiplicare consultando la lista che ho presentato nel post precedente.

Ah, mia figlia è tornata ieri da Torino e mi appena raccontato che “la gente era a maniche corte, camminando per strada”!

Mia figlia, ovviamente, ha imparato l”italiano da me e questo, evidentemente, è il modo di parlare l’italiano di un Sardo laureato in lingua e letteratura italiane.

Cosa dimostrano questi esempii, rispetto agli argomenti del dibattito sulla limba che imperversa da anni?

Diverse cose:

(i) l’italiano che parlano i Sardi è grammaticalmente differente dall’italiano standard, cioè da quello che la scuola ancora si ostina a considerare come già conosciuto dai ragazzi sardi: qual’è il rapporto tra le differenze grammaticali dell’IRS e il fatto che in Sardegna si registrano il maggior numero di bocciature e un tasso di dispersione scolastica circa doppio rispetto alla media italiana? Invito soprattutto i nostri indipendentisti all’amatriciana a riflettere su questi dati. Di quale italiano parlano questi scribacchini da talk-show quando dicono che l’italiano ormai è una delle lingue dei Sardi?

(ii) visto che, quando una comunità linguistica passa all’uso di un’altra lingua, la lingua originaria della comunità produce pesanti interferenze grammaticali sulla lingua di nuova adozione, come si può conciliare la straordinaria omogeneità grammaticale del sardo–adesso sotto gli occhi di tutti–con  la pretesa di una Sardegna latinizzata in fasi e modi diversi per sardoresistenti e sardomalleabili? E come conciliarla con  la pretesa divisione dei Sardi in popoli differenti (Corsi, Balari, Iliensi) nel periodo precedente alla latinizzazione? I diversi popoli parlavano lingue identiche? E come conciliarla con la fantascientifica ipotesi di Mario Alinei sulla lingua “italide”, comune a Romani e Sardi? Da dove provengono allora le differenze del sardo attuale rispetto al latino, all’italiano e a tutte le altre lingue romanze?

(iii) i servili seguaci di Spanu e Wagner devono cominciare a fornire delle spiegazioni su questa unitarietà grammaticale del sardo. Le differenze fonetiche non bastano a separare le varietà del sardo in sistemi linguistici diversi, così come non bastano a dimostrare che l’inglese americano sia una lingua diversa dalle varietà brittanniche. Il gran bugiardo Blasco Ferrer ha parlato addirittura di “terra straniera” rispetto alle differenze tra il sardo di Ovodda e quello del Campidano. La Marinella di Transilvania cosa dice di questa evidenza? E Lupinu, prof. Giovanni? Sarebbe ora che questi personaggi tragicomici cominciassero a parlare di linguistica, anziché limitarsi a spettegolare sul conto del sottoscritto e su quello di Renato Soru, riuscendo perfino a farsi pubblicare il prodotto della loro incontinenza dai loro compari italiani.

Ma forse non parlano di linguistica perché di linguistica non ne sanno una mazza.

2 Comments to “Non voglio a dirglielo tu”

  1. Bell’articolo Roberto, bhe ok. L’ultimo paragrafo diventi un po’ troppo personale, come al solito, ma comunque sono d’accordo con te (anche sull’ultimo paragrafo🙂 non sono bugiardi, ma un pochino a-scientifici… direi.

    credo che ci siano ancora persone che usino l’ultima forma. avranno tra i 85-105 anni, ma esistono ancora. mia pro zia lo diceva, è già morta, ma era dell’1928🙂

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