Quanto ci costa l’italiano

Nei primi anni Novanta ero un neolaurato disoccupato e sono andato a lavorare come traduttore per una ditta informatica.

Dovevo tradurre i manuali del software dall’inglese.

Chi mi pagava?

Voi che compravate il software.

Ho anche fatto il correttore di bozze per una rivista medica.

Chi mi pagava? Voi, che, pagando le tasse, finanziate le industrie farmaceutiche che finanziavano la rivista medica.

In entrambi i casi sono stato, nel mio piccolo molto piccolo, un protagonista pagato del continuo processo di aggiornamento a cui una lingua viene sottoposta per tenere il passo con una realtà in continuo cambiamento.

Ad un certo punto–tanto per fare un esempio–mi son trovato davanti l’aggettivo “suicidale”: chiaramente un calco dall’inglese “suicidal”, che in italiano va tradotto come “suicida” (aggettivo). L’ho corretto, ma questa parola ha continuato ad emergere anche in altri articoli e a tornare nel testo che mi veniva sottoposto per la seconda volta.

Non so se questo neologismo sia stato accettato, almeno nel gergo tecnico della psichiatria. Indubbiamente “suicidale” ha dei vantaggi rispetto all’ambiguo “suicida”, che può  anche essere un sostantivo.

Io mi son trovato a decidere, in parte, sul destino di un eventuale neologismo dell’italiano.

A volte per una decisione del genere devi fermarti a riflettere per ore, ma mi pagavano bene e non mi lamentavo.

Provate ad immaginare come sarebbe la situazione economica dell’Italia, se–tanto per dire una data–la lingua italiana si fosse fermata agli anni ’70.

Data anche la scarsa conoscenza dell’inglese, l’Italia sarebbe ferma alla “preistoria” preinformatica.

Chi ha pagato l’aggiornamento dell’italiano?

Voi.

L’altro giorno un amico indipendentista e amico della scrittrice italiana, ma indipendentista sarda (sic!), Michela Murgia, mi ha rimproverato perché, “incoerentemente”, avevo scritto un articolo semi-tecnico in italiano.

Gli ho risposto che io non ho mai sostenuto che bisogna scrivere esclusivamente in sardo, ma ho scelto l’argomento sbagliato.

Gli avrei dovuto rispondere chiedendogli se lui sarebbe disposto a pagare per leggere i miei articoli in sardo.

Non per gli articoli in sé, ma per il lavoro di aggiornamento del sardo che richiede la scrittura su argomenti di attualità o un minimo tecnici.

Comenti si narat in sardu? Non esistit su fueddu. E insaras comenti ddu podis nai?

E lo stile? Come si scrive in sardo? Come in italiano letterario? O dobbiamo sviluppare un nostro stile originale?

Chiunque scriva in sardo sa di cosa sto parlando.

Ci vuole tempo.

Ci vuole fatica.

E nessuno ti paga.

Anzi, se scrivi in sardo, il numero di visite al blog cala alla metà: ma chi nci carchint in su cunnu cussus letoris!

Scrivere in sardo significa aderire a un progetto di indipendenza culturale.

Chi scrive in sardo investe nella costruzione della nazione sarda: quella cosa che sarà definita soltanto dalle sue lingue e dalla sua cultura e che oggi esite soltanto in embrione.

Chi scrive in italiano, come me qui, fa un gioco ambiguo, ma inevitabile nella situazione attuale.

Non vi piace la mia ambiguità? Pagatemi e scriverò soltanto in sardo.

Ma chi scrive soltanto in italiano investe nel mantenimento dello statu quo.

Michela Murgia scrive soltanto in italiano perché scrivere in sardo le costerebbe tempo e fatica e nessuno la pagherebbe.

Chi compra i suoi romanzi finanzia lei e l’italiano.

7 Comments to “Quanto ci costa l’italiano”

  1. de meda fustis sentza de ti dda pigai cun Kelledda… antzis, a nai sa beridadi, est de diora chi non iscriias unu post chi pitziat… beni torrau!!!😀

  2. Lödo e apprexo a rëo, tanto che me permetto de scrive in Zeneize – a mæ lengua –, perché gh’é da dî ascì che, feua che o Sardo, o mæximo raxonamento o doviæ vai pe tutte e lengue minoritäie parlæ in Italia. A-o manco o Sardo o göde de ‘na stissa de riconoscimento e proteçion (anche a livello de lezze), ma no l’é coscì pe tutti. E, dæme a mente, pe coscì de studioxi han za confermou che i “dialetti italien” dev’ësan conscideræ lengue in pinn-a regola, e se ghe deve avei pægia cûa pe tutte. Salûi e Bonn-a Pasqua!

  3. It respondo ‘dcò mi, an piemontèis la lenga ‘d mie reis…it l’has bin rason…mi imostro “lenga e literatura piemontèisa” a l’UNITRE, Università dla Tersa Età, a Turin, i scrivo për d’arviste piemontèise…vagné dij dnè?…mi i pago për fé ste ròbe…ma i son content ëd nen fé meuire mia lena…Auguri a tuti coj ch’as dan da fé përchè le lenghe cite a meuire nen.
    Sergio Notario del Centro Studi Piemontesi (Ca dë Studi Piemontèis)

  4. Roberto, o mæ beziggio ciu grande o l’é pròppio che ‘n giorno ne paghian pe scrive doe bacciare inte nòstre lengue, perché ghe saiëmo arrestæ ciu pöchi a parlâle… Sto giorno o no saiä guæi vexin pe viätri (ou diggo pe mæ conoscensa: son sempre anæto in Sardegna e g’ho de longo trovou un muggio de gente a parlâ in Sardo), ma da-e ätre parte o s’avvexinn-a sensa pösa. ..

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