Il giorno della paura

La prima volta che mi sono rivolto in sardo a uno sconosciuto in un posto sconosciuto e senza avere con me qualcuno che conoscevo è stato a Oristano.

Sarà stato nel 2000.

Ero un in bar: “Unu cafei, po prexeri.”

Il barista era un ragazzo poco più che ventenne.

Ha aggrottato le ciglia e ha fatto finta di far finta di niente.

–Prego, Signore!

Non so nemmeno se me l’aspettavo.

Forse sono arrossito.

A questo punto mi toccava scegliere: o incassare o rilanciare.

Mi sono bevuto il caffé per prendere tempo.

–E bolis a ti pagai in sardu o in italianu?

–Ah, per quanto mi riguarda, lei può pagare anche in sardo.

Ecco, questo è il peggio che può succedervi il 28 aprile.

P.S.

A proposito di paura per la mia proposta: gianfrancopintore: Pistande abba pista, torra, galu

L’amico–che non è ZF Pintore, ma ha pubbicato nel suo blog–non ha nemmeno il coraggio di nominarmi.

E quello che propone è esattamente quello che risulta dalla ricerca sociolinguistica coordinata dalla professoressa Emerita Oppo (chirca sotziulinguistica):

i Sardi hanno paura di parlare in sardo con gli estranei e delegano la risoluzione del problema all’istituzione che li ha traumatizzati da bambini: la scuola.

Coazione a ripetere, si chiama. Incapacità di superare i propri traumi. Dipendenza, si chiama.

2 Comments to “Il giorno della paura”

  1. Dae comente as postu su cumentàriu, un’amigu tuo e meu diat pòdere pensare chi so deo a non tènnere “nemmeno il coraggio di nominarmi”. No est gasi, Robe’ e diat èssere cosa bona si lu naras.

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